Mafia e storia. A proposito di legalità e cittadinanza

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Di Rosario Mangiameli. Contributo appartenente al progetto "Storia-Cittadinanza-Legalità"

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Mafia e storia. A proposito di legalità e cittadinanza

  1. 1. 1Rosario MangiameliMafia e storia. A proposito di legalità e cittadinanzaIn Rappresentazioni e immagini della Sicilia tra storia e storiografia, a cura di F.Benigno e C. Torrisi, Salvatore Sciascia editore, Caltanissetta – Roma, 2003, pp.107 – 130.(il testo può presentare qualche imperfezione dovuta al “trasloco” da un sistema discrittura all’altro oltre che di incompletezza in alcuni dettagli. Per la versionecorretta e definitiva rimando all’edizione indicata nel titolo)1) La ormai secolare vicenda dalla mafia siciliana ha prodotto uninfinità di scritti, accompagnatida significative opere teatrali e cinematografiche, tali da rispondere a una domanda diinformazione diffusa nella opinione pubblica nazionale e internazionale. Questo fenomenocriminale h infatti tra le cose siciliane più note, genere localmente reperibile e nel contempo dilarga esportazione.Per lo più è stata la letteratura dinchiesta e quella giudiziaria a occuparsi del fenomeno. Intentirepressivi e curiosità del pubblico sono andati insieme ogni volta che si è avuta una nuovamanifestazione di violenza mafiosa nella Sicilia post unitaria e di primo novecento. Si è trattatoappunto di una attenzione dallandamento discontinuo provocata ogni volta dallallarme sociale,così come discontinuo – episodico, ebbe a dire Falcone - è stato limpegno repressivo dello stato.Gli storici si sono occupati di mafia soltanto a partire dagli anni cinquanta e anche il loroimpegno non è stato sempre costante. Questo è vero, ma non giustifica la convinzione piuttostodiffusa che la storia sia arrivata ultima in questo settore di indagini. Non lo dico per patriottismodisciplinare. Ma per sottolineare come l’oggetto mafia si presenta sfuggente a qualsiasidisciplinamento (intendo dire anche dal punto di vista degli studi, non solo rispetto all’ossequioalle leggi) per cui anche i cultori di altre discipline se ne sono occupati tardi. La mafia è uno diquei tipici temi di confine in cui si sono meglio confrontati gli studiosi di diversa formazione e isaperi si sono contaminati; e questa è certamente una circostanza da sottolineare in un paese incui gli steccati accademico disciplinari tendono a preservare gelosamente i distinti territorid’influenza. Ciò detto, non sembri contraddittorio il tentativo di isolare il contributo degli storici,lo si consideri come l’assunzione di un punto di vista che ci consente poi di allargare la visuale aicontributi di altre discipline. E’ anche vero che la storia ha goduto di un privilegio che le ha fattoassumere un ruolo centrale di stimolo nell’avvio di studi sulla mafia, e questo per un motivo cheha che fare con la diffidenza, di matrice crociana e parimenti gramsciana, che gli intellettualiitaliani del dopoguerra nutrivano nei confronti delle scienze sociali.Oggi possiamo distinguere tre fasi della storiografia sulla mafia.La prima che si sviluppa intorno agli anni sessanta, nel periodo che culmina con lattuazionedellAntimafia (1962).La seconda che prende avvio negli anni ottanta con la grande emergenza criminale di quelperiodo.La terza fase mi sembra possa considerarsi allo stato nascente e potrebbe essere definita della 1
  2. 2. 2globalizzazione; é quella attuale che tenta di leggere lintreccio internazionale dei fenomenicriminali in relazione ai flussi migratori e più in generale ai fenomeni di mondializzazione.In questa ultima fase il paradigma siciliano si presenta come uno degli strumenti di lettura dellealtre manifestazioni mafiose e siamo giunti a verificare l’esistenza di un paradosso: l’insorgenzamafiosa siciliana che era considerata come uno degli aspetti della arretratezza della societàregionale, ora diventa il modello avanzato che indica, direbbe il vecchio filosofo, la via agli altripaesi. Non è esattamente così, ma molte suggestioni vengono dalla Sicilia e alla Sicilia dallostudio delle nuove mafie internazionali. Non ultima per es la lettura meno localizzata deglisviluppi della mafia siciliana, che perde molto della primogenitura che la tradizione fin’ora le haassegnato e viene invece letta in più stretta relazione con la coeva manifestazione di criminalitàetnica negli Stati Uniti1.2) Anche alla luce di queste suggestioni del presente torniamo a dialogare con il passato, eprecisamente torniamo a quella che mi sembra si possa indicare come la prima fase fondativa diuna storiografia sulla mafia, la quale si intreccia fortemente con il dibattito politico coevo.Questo intreccio oggi si vede con maggiore chiarezza, per la distanza prospettica che ci separa daquel tempo. E certamente la fase su cui possiamo meglio condurre una analisi storica.Le prime opere che abbiano tentato una ricostruzione storica del fenomeno mafioso siciliano sicollocano a cavallo tra gli anni 1950 – 1960. Si pone qui un problema tipico dell’approccio diquesta disciplina, quello che riguarda il gioco della contestualizzazione e della messa a fuocodell’oggetto di studio. In questo caso i contorni che appaiono ben netti ai protagonisti deldibattito corrente stentano invece a precisarsi quando si passa alla osservazione disciplinata.Inizialmente si hanno alcuni lavori che parlano della mafia come di uno degli attori operantinella più generale storia sociale e politica siciliana, e si tratta di lavori talvolta di grandeimportanza come quello di Paolo Alatri sulla politica della Destra storica (1954) o come quellodi Salvatore Francesco Romano sui Fasci siciliani (1959), in mezzo si colloca la pubblicazionedei tre volumi della laloggiana Storia della Sicilia post unificazione, scritti da FrancescoBrancato, Giovanni Raffiotta, e dallo stesso Salvatore F. Romano2.Il tema della mafia non viene affrontato autonomamente, si riflette invece su due questioni dicruciale importanza nel dibattito culturale di quel tempo: quella che riguarda la partecipazionedella Sicilia al Risorgimento e alla costruzione dello stato unitario e la questione agraria. Si trattadi due aspetti fortemente correlati nella storiografia, ma ancor più nellappassionata e talvoltaaspra polemica politica. E anzi questo uno dei casi di uso pubblico della storia di granderilevanza. Il dibattito storiografico sulla costruzione dello stato unitario e sulla questione agrariariflette il tenore del dibattito politico presente. La vicenda della autonomia regionale, il serratoconfronto tra forze politiche e sociali che si svolge nella Sicilia degli anni quaranta e cinquanta,il riemergere del banditismo, il ruolo apertamente sostenuto della mafia nella emergenzaseparatista; tutto ciò viene ricondotto a un immeditato paragone con il non lontano passatorisorgimentale. Tuttavia i protagonisti della stagione politica degli anni cinquanta sono nuovi,bisognosi di identità e di memoria: i cattolici e le sinistre social comuniste che si contendono lospazio politico regionale e il controllo delle masse rurali. Latteggiamento di questi dueschieramenti sarà profondamente diverso, e il tema della mafia sarà tra quelli che contribuiranno1 Cfr. S. Lupo, ….in “Meridiana” Mafie internazionali2 P. Alatri, Lotte politiche in Siciliaal tempo della Destra, Einaudi, Torino, 954; S. F. Romano, Storia dei Fascisiciliani, Roma Bari, Laterza, 1959, ma si veda la rivista “Movimento operaio”, n. 6, 1954 dedicato ai Fasci, con icontributi di G. Cerrito, L. Cortesi, S. Costanza, M. Ganci, I Nigrelli, F. Renda, S. F. Romano. 2
  3. 3. 3a segnare lo spartiacque sia nella politica corrente, sia nella valutazione del passato recente.Discorrere di mafia sarà per un certo periodo prerogativa quasi esclusiva della sinistra che nefarà un uso polemico nei confronti dell’avversario cattolico. I cattolici intesi come democraticicristiani e come chiesa siciliana, da parte loro non avrebbero opposto alle sinistre una loroversione della presenza mafiosa nella società isolana, piuttosto avrebbero adottato unatteggiamento minimalista o addirittura negazionista, quasi a conferma della tesi sostenuta dallasinistra di un loro coinvolgimento con la mafia. Si tratta certamente di una semplificazione che,tuttavia ebbe grande successo nella definizione delle identità dei principali schieramenti politiciisolani3.L’importanza che sto attribuendo al contesto politico non deve far pensare che la traduzione deldiscorso politico in discorso storico e viceversa sia stata immediata e banale, tutt’altro: un libro acui possiamo attribuire una primogenitura nell’avvio della ricerca storica, Lotte politiche inSicilia al tempo della Destra di Paolo Alatri non è e non è mai stato considerato un libro dipolemica politica; è in effetti un severo e ponderoso libro di storia, ma anche per questo non èstato mai fatto rientrare neanche lontanamente nel genere di libri sulla mafia –si sarebbe dettomafiologico a partire dagli anni sessanta - che si presentavano normalmente legati a occasionipiù contingenti. E invece in esso si ricostruisce uno dei momenti cruciali della vicenda mafiosacon fonti di prima mano, una impresa che gli altri storici avrebbero tentato molto tempo dopo.La ricostruzione che Alatri fa delle relazioni tra il prefetto Albanese e il generale Medici, tutta lavicenda Tajani, appaiono cruciali per la costruzione di una storia della mafia, che però nonacquista mai una fisionomia autonoma; nel libro il tenebroso sodalizio di cui ben si riconoscono icontorni e la fisionomia resta parte di un gioco politico ben più grande. A conferma di questascelta di contestualizzazione e di caratura del fenomeno si può notare che Alatri resta del tuttoindifferente ai problemi definitori che tanto hanno appassionato gli studiosi di mafia.Nell’articolazione del discorso di Alatri le riflessioni sull’autonomo sviluppo delle relazioni traforze dell’ordine e organizzazioni criminali che sta a fondamento del radicamento del fenomenomafioso appaiono marginali, mentre l’obiettivo è quello di sottolineare con chiarezza leimplicazioni illiberali della politica della destra, gli attacchi all’opposizione. La sensibilità diAlatri rispetto al suo presente sembra segnata dalla minaccia centrista di messa fuori legge delPartito comunista, dal dibattito sulla “legge truffa”, da aspetti politici più generali che nullalasciano agli idiomi locali. E questo, pensiamo, anche per un motivo che trae origine dalla ricercastessa oltre che dal dialogo col presente: e cioè dalla convinzione che la vicenda politica sicilianadel primo ventennio postunitario, avesse avuto un ruolo cruciale nella definizione degli equilibrinazionali, con quel riemergere del fiume carsico della democrazia sebbene non più nella suaoriginaria tensione rivoluzionaria, ma sotto le forme più moderate di un compromesso con leistituzioni monarchiche. Ma questo appariva davvero lontano dalla definizione di un fenomenocome quello mafioso, che per quanto grave e preoccupante, non sembrava ancora avere assuntorilevanza al di là di un’area subregionale.3) Avere isolato il lavoro di Alatri può fare apprezzare il modo in cui uno storico riesce a dare unordine alla incandescente materia politica isolana inscrivendola in uno schema di nationbuilding; questa può essere considerata una svolta rispetto alla tradizione comunista, alla quale lostesso Alatri si riferiva, rappresentata da due dirigenti del calibro di Ruggiero Grieco e di Emilio3 Si veda meglio ora com’è affrontato il problerma nei lavori di Francesco Michele Stabile, (per es. I consoli di Dio.Vescovi e politica in Sicilia (1953 – 1963) Sciascia, Caltanissetta – Roma, 1999) o di Cataldo Naro (per es. Lachiesa di Caltanissetta tra le due guerre, 3 voll. Sciascia, Caltanissetta – Roma, 1991). 3
  4. 4. 4Sereni che negli anni trenta avevano studiato la mafia e rimesso in circolo classici comeFranchetti e Sonnino; anzi proprio loro avevano contribuito a consacrare queste opere comeclassiche nella lettura del fenomeno mafioso e più in generale della società siciliana. L’approcciodei due dirigenti presenta una visione di sintesi ben più ampia e certamente collocabile in uncontesto diverso, quello della progettazione della rivoluzione in Italia. Su questo linguaggio neldopoguerra verrà a sovrapporsi il linguaggio specificamente storiografico creando unastratificazione di logiche diverse all’interno di una comune appartenenza alla sinistra (inparticolare comunista), con un riconosciuto primato della politica; e tuttavia anche questacontaminazione sarà importante sia per la storia, sia per la politica. Le grandi campateconcettuali disegnate dai politici serviranno a sprovincializzare l’ambiente degli studi siciliani,molto legato a un sicilianismo difensivo e poco incline a confrontarsi con le correnti piùimportanti della cultura italiana. Per un altro verso la politica avrebbe ridimensionato i suoiobiettivi, non più volti all’attesa della rivoluzione, ma alla costruzione di un movimento di massain un contesto democratico. Il grande progetto rivoluzionario, mai ufficialmente dismesso,sarebbe rimasto patrimonio disponibile e vivificante4.Nelle posizioni di Grieco e Sereni sulla mafia si sono scorti i segni di due differenti lineepolitiche rispetto alla società meridionale: più schematica quella di Grieco, che vedeva nellamafia “la difesa più solida del feudalesimo agrario siciliano”; ne derivava una linea diopposizione classista rigida, detta “bracciantilista”, che auspicava una netta frattura tra gli stratibassi che, secondo Grieco si erano opposti al fascismo, e gli srtati alti che invece erano staticooptati nel quadro del regime. Più attenta a cogliere sfumature e diversità la posizione di Sereni,che sulla scia di Franchetti considerava la mafia una espressione della incompleta transizione dalfeudalesimo al capitalismo. “La lotta stessa di questa borghesia agraria in formazione contro lagrande proprietà terriera latifondistica semifeudale assume ancor oggi sovente, in Sicilia, laforma semifeudale della mafia”. La linea cosiddetta “contadinista” di Sereni nasceva da unavalutazione della pressione che gli strati medi della mafia rurale, i gabellotti avevano esercitatosulla grande proprietà nobiliare nel primo dopoguerra. “Nella quotizzazione di latifondi la mafiaha avuto una parte di primo piano”, si era trattato nel contempo di una azione rivolta contro glistrati superiori della società, e contro gli strati inferiori, “contro il contadino povero e contro ilproletariato agricolo”; in questo secondo caso con una violenza ancora più accanita: “qui idirigenti della mafia non esitano di fronte ai mezzi più radicali, come quello dell’assassinio deicapi del proletariato agricolo e industriale siciliano”5. Non si potevano avere dubbi, quindi, circail carattere classista della mafia. Tuttavia il fascismo avrebbe cambiato le cose approfondendo lacontraddizione tra gli strati medi mafiosi e la grande proprietà. L’attacco di Mori era letto daSereni come il tentativo dei grandi proprietari di riconquistare per intero il controllo della societàregionale, attraverso l’illegalità assunta a sistema dallo stato fascista. Ma a radicalizzare ancorpiù le posizioni sarebbe intervenuta la crisi del ’29, punto di svolta per un maggiore scollamentotra ceti intermedi e grande proprietà6. In questo versante della elaborazione sereniana ècertamente prevalente il debito nei confronti di Sonnino, di quella forma di protomarxismo che4 R. Grieco, Introduzione alla riforma agraria, E. Sereni, Il capitalismo nelle campagne, Einaudi, Torino, 1947 eId, La questione agraria nella rinascita nazionale italiana, Einaudi, Torino, 1946.5 Sereni, La questione agraria, cit., p. 240.6 E’ un tema centrale del dibattito storiografico su mafia e fascismo ripreso dagli storici a partire dagli anni ottanta:Cfr. S. Lupo, Blocco agrario e crisi in Sicilia tra le due guerre, Guida, Napoli, 1981; C. Duggan, La mafia duranteil fascismo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1986; S. Lupo, L’utopia totalitaria del fascismo, in AAVV, Storia dellaSicilia, Einaudi, Torino, 1987; G. Raffaele, L’ambigua tessitura. Mafia e fascismo nella Sicilia degli anni venti,Franco Angeli, Milano, 1993. 4
  5. 5. 5traspare dal realismo del grande studioso toscano, che Sereni, e qualche tempo dopo RosarioVillari, ricolloca nel solco della nascente tradizione della lettura materialistica (gramsciana) dellastoria d’Italia. Così l’elaborazione di Sereni avrebbe avuto notevole fortuna nel secondodopoguerra, dando luogo a molte diverse accentuazioni del dibattito sulla mafia.Opinioni simili a quelle espresse da Sereni faranno da guida agli esponenti dei due principalipartiti di massa, seppure ancora allo stato nascente. Non si tratta qui di sottolineare un qualcheprimato ideologico, ma di prendere atto del come nella realtà magmatica e totalmente priva dipunti di riferimento istituzionali del 1944 il democratico cristiano Bernardo Mattarella e ilcomunista Girolamo Li Causi guardino alla mafia rurale dei gabellotti come a un potenzialealleato nella lotta per aggregare gli strati intermedi della società dell’interno. Li Causi riproponelo schema della mafia antibaronale, che può cogliere l’occasione per riscattarsi e assumere il suoposto nella lotta per la terra accanto ai contadini. Considerazioni di questo genere svoltesull’organo ufficiale dei comunisti siciliani, il periodico “La Voce comunista”, lo porteranno aVillalba a ingaggiare un confronto/scontro con Calogero Vizzini, il più noto dei capi mafia“antifascisti” dell’interno, nonché tutore di cooperative di contadini cattolici. L’esito drammaticoè noto, ed è nota la reazione di Mattarella, pronto a rivendicare sulle pagine del “Popolo”l’amicizia di Vizzini per il suo movimento. Certo anche per consuetudine, ma anche per quelleprospettive di autonomia e di identità che il partito cattolico sente di potere offrire ai ceti medi amaggior titolo che il Partito comunista. E’ davvero interessante in tutto il dibattito che si svolgesubito prima e dopo la strage di Villalba la tensione politica che nette in secondo pianoconsiderazioni sulla legalità, quasi elemento accessorio nel contesto “rivoluzionario” della Siciliadel 1944. L’attenzione è alla costruzione di un insediamento sociale, di un radicamento che vedegià la Dc in concorrenza con il Pci.Le cose cambieranno da quel momento in poi, i partiti di sinistra e i sindacati dei lavoratorisaranno presi di mira dagli attacchi terroristici dei mafiosi. Man mano che il quadro di una“legalità repubblicana” andrà costituendosi, questo diventerà un criterio di valutazione dellamafia che prenderà il posto nel discorso pubblico sui criteri puramente politici. Come retaggiodel loro passato rivoluzionario mai apertamente ripudiato i comunisti tuttavia non rinuncerannoall’idea che all’interno delle formazioni mafiose ci sia da operare una spaccatura, sia da applicarela lotta di classe per ottenere un maggiore radicamento nella società rurale. Sarà ancora Li Causia tentare il dialogo con Giuliano scrivendogli, puntando su quella distinzione che voleva ilbandito opposto al mafioso nel tentativo disperato di forzare dal basso i meccanismi dipromozione sociale. E ancora a Portella della Ginestra il dirigente comunista scarterà in unprimissimo momento l’ipotesi Giuliano pensando alla troppo intima vicinanza tra i banditi e icontadini dei paesi colpiti. Per quanto riguarda l’area cattolica il tenore del discorso sulla mafiasarà stabilito dalle dichiarazioni negazioniste di Scelba già nel dibattito parlamentare su Portelladella Ginestra, mentre dagli avversari provengono le accuse infamanti nei confronti di Scelba, diMattarella.4) L’oggetto mafia in realtà è difficile da collocare e da definire. Resta un fatto frammentario acui gli intellettuali politici sanno dare una fisionomia solo assimilandolo talvolta a un partito,talvolta a una formazione sociale, fino a formulare in epoca più vicina a noi la teoria di una“borghesia mafiosa”.Quella dei comunisti però non è l’unica lettura che proviene da sinistra nel corso degli anniquaranta, il socialista Simone Gatto è il meno noto tra i protagonisti di questa stagione, ma nonper questo il meno significativo: è un medico trapanese, resistente vicino a Riccardo Lombardi,anch’egli proveniente dal Pd’A, attento osservatore del fenomeno mafioso e promotore 5
  6. 6. 6dell’istituzione di una commissione parlamentare dinchiesta sulla mafia. La proposta saràportata avanti fin dal 1948 per diventare disegno di legge formulato insieme a Ferruccio Parri eallo storico comunista Giuseppe Berti; non è casuale questa attenzione nella famiglia azionista,con un chiaro richiamo ai temi del Risorgimento tradito.Tra il 1948 e il 1950 Gatto dà una lettura originale del fenomeno Giuliano, fuori dagli schemiarcaicizzanti adottati dai contemporanei7. Il bandito di Montelepre è descritto come lo strumentoadottato da una classe dominante agraria in declino per ricompattarsi e per impegnare unavittoriosa contrattazione con lo stato, per porre così la sua forte ipoteca sul nuovo Ente regionale.Diversamente dai comunisti Gatto non ripone molta fiducia nell’Autonomia che gli sembradestinata a soggiacere al reticolo di interessi e di alleanze che si intrecciano intorno alla classedominante, per nominare i quali usa l’espressione “blocco agrario”. Ma grave gli appare lacapacità di condizionamento in senso conservatore della politica nazionale che promana dalquadro politico siciliano. E’ un punto di vista condiviso da Lombardi e da molti altri in areaazionista e socialista, convinti che solo il contrappeso della dimensione politica nazionale possamodificare gli equilibri regionali in senso democratico. Si pensi alla operazione tentata daLombardi nel 1947 con al fondazione di un Ente Siciliano di Elettricità, indipendente dall’Enteregionale e promanante dal potere centrale, il primo esperimento di intervento pubblico atto aridimensionare il monopolio dell’industria elettrica. La riflessione che porta Gatto alla propostadi una commissione antimafia obbedisce alla stessa logica, ed è significativa della profondasfiducia nella capacità di autoriforma della classe politica locale l’attenzione che anch’egli ponealla Inchiesta in Sicilia di Sonnino e Franchetti; una originale rivalutazione questa, come eglistesso sottolinea quando scrive che “l’importanza politica dell’Inchiesta viene posta su un pianoalquanto inferiore a quella ormai riconosciuta agli studi di G. Fortunato, per limitarsi al periodostesso in cui viene elaborata, o a quella dei meridionalisti a noi più vicini nel tempo”. E invece aGatto il lavoro dei due toscani “dà l’impressione di una inattesa scoperta,…induce aconsiderazioni che investono tutta la classe dirigente italiana e la funzione da essa svolta inquesti tre quarti di secolo”. Ciò per lui è più vero nella parte franchettiana, considerata “di assaipiù viva attualità” per la capacità di “individuare i limiti e i caratteri della classe dominante, lesue tare ed insufficienze, le sue interne contraddizioni”, fino a potere analizzare il suocoinvolgimento nella persistenza dei “due fenomeni più manifestamente patologici, quali lamafia e il banditismo”.Da ciò secondo Gatto bisognava trarre esempio ed ispirazione, e come non era sfuggita ai dueintellettuali toscani l’influenza che questa “tara d’origine” poteva esercitare sull’intero quadropolitico nazionale, allo stesso modo il movimento democratico aveva il dovere di assumerel’impresa conoscitiva e politica per promuovere un radicale rinnovamento8. La forte improntagiacobina data alla proposta di istituzione della commissione antimafia ne segna il fascino e illimite. Tra le obiezioni, talvolta tendenziose (quelle del ministro Scelba, per es) e forseinteressate, sollevate dagli esponenti dei partiti di maggioranza e del governo va segnalatal’argomentazione di De Gasperi in difesa del ruolo degli organi rappresentativi della Regione:“Una inchiesta in una regione che ha 90 tra deputati e senatori e quindi un governo regionale,7 Mi riferisco a due articoli: Sicilia ’48: mafia e partiti di governo, in “Lo Spettatore italiano”, luglio 1948 eBanditismo, mafia e blocco agrario, in Id, ottobre 1949, ora in S. Gatto, Lo Stato brigante, a cura di S. Costanza,prefazione di R. Lombardi, Celebes editore, Trapani, 1978, pp. 51 – 63.8 S. Gatto, Stato Unitario e contadini Siciliani,, in “Belfagor”, 31 marzo 1950, ora in S. G., Lo Stato Brigante, cit., lecitazioni alle pp. 100 – 102. 6
  7. 7. 7una inchiesta è veramente difficile giustificala e legittimarla”9.5) Trova così dignità culturale quella che a buona ragione si può chiamare lantimafia di sinistra,ovvero il riconoscimento del legame che fin dal dopoguerra si era instaurato tra agitazione deitemi sociali, o meglio del tema sociale per eccellenza, quello della terra, e la presenza mafiosa.Mafia e latifondo diventano i termini di un binomio inscindibile nel discorso pubblico degli annidel secondo dopoguerra, già al tempo delle vertenze sul riparto dei prodotti portate avanti inforza dei decreti Gullo e poi nelle lotte per lattuazione della Riforma agraria. Questo è un mondoalla rovescia, rivoluzionato, appunto, in cui la legalità assume per la prima volta un segnofortemente democratico e antipadronale, tale da trovare scarsa protezione nelle stesse forzedellordine abituate a un più quieto e subordinato rapporto con le classi dominanti. Lamobilitazione contadina in difesa del riparto è un aspetto importante della mobilitazione controun nemico di classe che si pensa debba coincidere con il mafioso, ovvero il servo mafioso delproprietario. La mafia ha trovato un nemico stabile che non è lo stato, ma una forza antagonistadello stato che nella natura classista di esso individua una causa indiretta, ma profonda delpermanere della mafia. E questo delle lotte contadine e dellantimafia un aspetto non secondariodella rappresentazione del Mezzogiorno allopposizione, come si ricorderà è anche il titolo di unpamphlet di Sereni, dal tono più immediatamente politico e agitatorio, che considera loscardinamento degli equilibri sociali e meridionali come un passo necessario per la “rivoluzione”in Italia10.Una lettura classista della mafia, però, finisce per equiparare il fenomeno a una variante violentadel notabilato riconoscibile attraverso i segni dell’onorabilità nel quadro delle società paesane. Ilquadro che ancora nel 1958 avrebbe tracciato Montanelli11 nelle celeberrime interviste a Vizzinie Genco Russo può trovare riscontro in altri episodi che riguardano la pratica dei militanti disinistra impegnati nelle zone di maggiore inquinamento mafioso. Uno dei giovani dirigenticomunisti allora attivi nell’area di Corleone, Nicola Cipolla, ricorda come Li Causi solevaraccomandare che per proteggersi dal terrorismo mafioso bisognava fare immediatamente i nomidei mafiosi in un pubblico comizio, in modo che qualsiasi cosa accadesse se ne sarebbeconosciuto il mandante e l’esecutore. Questa assicurazione sulla vita dei militanti non sempre sidimostrò efficace, tuttavia era ritenuta anche da Pantaleone un metodo salvifico: “fare i nomi,dire tutto quello che si sa”12. Questa però era una “mafia” localizzata, un power syndacate dellasocietà rurale, che coincideva solo in parte con la diramazione più complessa della mafiainternazionale fin da allora presente, ma poco visibile alla percezione politica. Quando peròl’impatto con la mafia non rientrava più nelle categorie ricavabili dalla lotta di classe nellecampagne siciliane, allora la questione diventava più complicata, meno decifrabile e soprattuttopericolosa, poiché non più affrontabile con le categorie e gli strumenti della lotta politica.Tra le carte Li Causi custodite presso l’Archivio dell’Istituto Gramsci Siciliano si trova una9 La citazione suona piuttosto imprecisa, cfr. in U. Santino, Storia del movimento antimafia, Roma, Editori Riuniti,2000, p. 209, si riferisce al dibattito parlamentare del 1949. Per una ricostruzione della vicenda che porta allacostituzione della commissione parlamentare antimafia si veda lo stesso lavoro di Santino alle pp. 203 e segg, e N.Tranfaglia, Mafia, politica e affari (1943 – 2000), Roma – Bari, Laterza, 2001.10 E. Sereni, Il Mezzogiorno all’opposizione,11 I. Montanelli, Pantheon minore, Milano, 1958.12 La dichiarazione del senatore Nicola Cipolla è contenuta in una intervista da me raccolta a Palermo l’1 febbraio2001. Anche la dichiarazione di Pantaleone è raccolta (ma purtroppo non registrata) da me durante unaconversazione a Palermo nel 1977 in occasione della registrazione di un programma televisivo sul dopoguerrasiciliano dal titolo Sicilia 1943 - ’47. Gli anni del rifiuto,RAI – Dipartimento scuola educazione, 1978. 7
  8. 8. 8lettera del 23 dicembre 1952 di Nino Sorgi, uno degli avvocati più vicini al gruppo dirigentecomunista palermitano. E’ indirizzata a Francesco Renda, Marcello Cimino, Paolo Bufalini,componenti del Comitato regionale13. Scriveva Sorgi:“L’occasione di questa lettera mi viene fornita da un recente colloquio con l’on. Mario Ovazza,nel corso del quale ci trovammo a concordare giudizi e preoccupazioni sull’attuale situazione delbanditismo in Sicilia e sulla attività preminente che il compagno Li Causi assume nella lottacontro questo fenomeno.Non v’è dubbio che la lotta al banditismo e alle varie forme di mafia […] costituiscono uno degliaspetti fondamentali del programma del Pci in Sicilia, ed insieme la più valida piattaforma e ilpiù saldo e sentito vincolo nella politica di larghe alleanze cui diamo sempre il più notevoleincremento.In questo senso dunque è certo che il compagno Li Causi riassume e guida la battaglia di unalarghissima parte di opinione pubblica siciliana […].Tuttavia la natura stessa della lotta, le modalità e i contatti che essa impone, quegli aspettiminuziosi di essa, che pure indispensabili ad una visione generale del problema , non sono tali daprestarsi alla diffusione sia pure in ristretti ambienti politici, fanno sì che il compagno Li Causisia assolutamente solo nelle fasi più salienti e quindi più pericolose della lotta.Non è sfuggito a tutti voi come seguendo un rigoroso filo conduttore,il compagno Li Causi vadasempre più diffondendo in Parlamento e nelle Piazze [sic! maiuscolo] quelle notizie sulla mafiache riguardano i rapporti col gangsterismo americano, e le reti di cointeressenza che leganoquelle due organizzazioni criminose nel commercio degli stupefacenti.Ciò facendo il compagno Li Causi ha attaccato il settore più vivo, più attuale, più forte eorganizzato della delinquenza internazionale, quello insomma più deciso a difendersi con tutti imezzi.Questo settore tuttavia è il meno noto, e pertanto l’attività del compagno Li Causi interessa unsettore sempre più ristretto seppure sempre più qualificato dell’opinione pubblica. Leconseguenze si riassumono in questa proposizione: nella misura in cui si evolve il piano di lotta,il compagno Li Causi rimane più isolato e più esposto al rischio di una vendetta.Questa conseguenza a mio avviso dipende dalle seguenti premesse: a) nel passato la lotta infieriva contro forze parzialmente slegate, comunque controllate sia pure indirettamente, dagli uomini politici che vi erano compromessi e dalla stessa polizia. D’altra parte il dibattito su questi argomenti era al centro dell’attenzione del paese e Li Causi ne era l’esponente principale. Di conseguenza si poteva in linea di massima ritenere un gesto che avrebbe costrettole forze governative ad una immediata reazione. b) Oggi l’opinione pubblica è distratta da questo settore sia dalla stasi apparente del fenomeno delinquenziale, sia dall’urgere di altri argomenti (legge elettorale). Nello steso tempo il compagno Li Causi attacca il settore più qualificato e più sensibile della delinquenza italo – americana”.A facilitare la vendetta in un momento così delicato e propizio si aggiungeva, secondo Sorgi, ilfatto che Li Causi rientrava spesso da solo “anche a tarda ora della sera”, o andava in giro per isuoi comizi in provincia, “preannunciati alcuni giorni prima, percorrendo linee secondarie senza13 Archivio Fondazione Istituto Gramsci, Palermo, Fondo Li Causi, b. 21, f. 2, Avv. Nino Sorgi ai Compagni On.Francesco Renda, Marcello Cimino, Paolo Bufalini, Comitato regionale del Pci, Palermo, 23 dicembre 1952. Lalettera è scritta su carta intestata dello studio legale Avv. Sorgi, Pomar, Cipolla e reca la dicitura “Riservata”. 8
  9. 9. 9alcuna scorta armata”.Si tratta di temi che sarebbero diventati di attualità in una successiva fase della attenzione allamafia, dalla fine degli anni settanta in poi, per il momento restavano al di fuori della capacità dilettura di un partito di massa, della logica che coniuga i momenti di mobilitazione e consensointorno agli obiettivi politici plausibili e riconoscibili dalla base sociale.Il corto circuito tra storia politica e storia sociale, direbbe Nino Recupero, dato dallasovrapposizione del linguaggio rivoluzionario si presenta in tutta evidenza nell’opera di un altrostorico, la Storia dei fasci siciliani di S F Romano (1959). Anche qui la trattazionedell’argomento mafia non sembrerebbe “intenzionale”, diventa cruciale, però, quando lapresenza mafiosa va ad intersecare la nascente organizzazione socialista del movimentocontadino nelle zone del latifondo. E non solo perché antagonista a guardia del privilegio controcui i fasci dei contadini si battono, ma perché capace di penetrare nelle stesse organizzazionifascianti. I casi noti e “scandalosi” sono quelli di Vito Cascio Ferro, il mafioso destinato a grandeavvenire che diviene vice presidente del fascio di Bisacquino, e quello ancora più sconcertantedella iniziazione mafiosa di Bernardino Verro, dirigente socialista corleonese di notevolespessore e futura vittima della mafia .Però una storia sociale che riconduce al protagonismo dei partiti e che vede nei fascil’antecedente del movimento contadino del secondo dopoguerra e del partito comunista ha tuttol’interesse a porre un distinguo molto marcato rispetto a quello che non può non essere il nemicodi classe. La soluzione si trova attribuendo l’etichetta di fasci spuri a quelli contaminati dallamafia, ma il problema si presenta molto più ampio per via della logica locale e localistica chegoverna l’aggregazione fasciante nella spaventosa crisi degli anni 1890. Per cui i fasci sonospesso veicoli di mobilitazione sociale e di consenso nei quali si affrontano i partiti rivaliindipendentemente dalla loro collocazione politica. Ma questo, appunto, non è un discorso difacile formulazione nel clima politico degli anni 195014. Tuttavia Romano troverà qualche annodopo, nel 1963, il modo di ritornare indirettamente sul problema, scrivendo una interessantissimaprefazione autobiografica alla sua Storia della mafia. Lo studioso racconta dell’accoglienza chegli riservano i parenti al paese nativo, Acquaviva Platani in provincia di Agrigento, quando vitorna nel dopoguerra da militante comunista. I ricordi di una infanzia trascorsa in una famiglia diceto medio paesano (possidenti, professionisti, ma anche parenti poveri), si ricollocano alla lucedell’esperienza presente e prendono forma alcune figure di mafiosi. Il che avrebbe potuto indurrea considerazioni molto vicine fra l’altro alla elaborazione di Sereni sulla formazione della classedirigente dei paesi dell’interno e sulla proiezione nella dimensione provinciale e urbana. Romanooffre così una testimonianza concreta e autorevole, utile anche per la storia dei gruppi dirigentidei partiti di massa, ma a futura memoria.Il punto focale è da cercare ancora nel tenore del discorso pubblico siciliano per cui è l’antimafiadi sinistra a stimolare la ricerca e la riflessione e a porre agli storici il problema. Nell’ottobre1958 la confluenza tra cronaca mafiosa e cronaca politica rende incandescente la scena siciliana.All’Assemblea regionale si svolge la prima parte del dramma che porta alla presidenza Milazzo:il giorno 30 il nuovo presidente del governo regionale eletto con i voti della sinistra e della destrascioglie ogni riserva relativa al veto posto dal suo partito, la Dc, e accetta di assumere la carica.Pochi giorni prima, il 19 ottobre , alcune coraggiose inchieste costano un gravissimo attentato14 Non è un discorso facile neanche negli anni più vicini a noi, cfr. il mio Memoria e tradizione: i fasci siciliani neglianni cinquanta, in AA.VV. Elites e potere in Sicilia dal medioevo a oggi, a cura di F. Benigno e C. Torrisi,Meridiana libri, Roma, 1995, pp 151 – 166. La ricostruzione di un case study in G. Barone Terra e potere.Caltavuturo dall’Unità al fascismo, Comune di Caltavuturo, 2001. 9
  10. 10. 10alla redazione del giornale palermitano “l’Ora”. Non si vuole così suggerire un nesso tra i dueavvenimenti; ma siamo ad uno snodo importante della vita siciliana. In comune i due episodihanno certamente l’intreccio confuso di modernità e tradizione che evocano negli osservatori.Così l’ampia letteratura che fin da allora riguarda “l’operazione Milazzo”, così l’inchiesta Tuttosulla mafia iniziata il 15 ottobre. Gli autori (gli stessi che si occupano di leggere la vicendaMilazzo) sono Felice Chilanti, Mario Farinella, Michele Pantaleone, Enzo Lucchi, CastrenseDadò (Nino Sorgi), Enzo Perrone. La seconda puntata dell’inchiesta, il 16, è dedicata a LucianoLeggio, il mafioso di Corleone che ha appena fatto strage (2 agosto) del suo padrino/rivaleMichele Navarra e dei suoi seguaci. La descrizione del nuovo capo nel sommario dell’articolo:“33 anni, ricco, temuto e temibile, uomo da grande albergo con la pistola sotto la giacca e capacedi cavalcare nello stesso tempo con la doppietta mozza sotto l’impermeabile: un misto di vecchiomafioso e di moderno gangster. Potrebbe diventare un nuovo Giuliano”15.Tutto ciò indica come si sia strutturata l’attenzione al fenomeno mafioso anche attraverso lagestione di organi di stampa; indica anche come la domanda di conoscenza abbia avuto supporticonsistenti nella capacità di usare la stampa con grande maestria, pari al coraggio e all’impegnocivile che va riconosciuto ai giornalisti dell’”Ora”. Questa domanda di conoscenza quando sitrasferiva sul versante degli studi finiva per rivolgersi agli storici, la sinistra era ancora tropposospettosa nei confronti delle scienze sociali.D’altronde il riconoscimento di un ruolo degli storici in questo campo di studi non tarderà avenire anche da fuori Italia con il contributo di studiosi noti. Per primo è Eric Hobsbawm, chepubblica Primitive rebels nel 195916, è lo stesso anno del libro di Enzo D’Alessandro suBrigantaggio e mafia, pionieristico per avere tentato di isolare questi due aspetti spesso descrittiin contrasto, ma il più delle volte in forte dialogo. Con Hobsbawm siamo ancora nel networkdella sinistra marxista e della tradizione meridionalista comunista di cui è informato;accentuando alcuni temi già presenti nella elaborazione di Sereni lo storico inglese dà una suaversione: pone la mafia su una linea evolutiva che può trovare un orizzonte nella capacitàorganizzativa e razionalizzatrice del conflitto che è propria del moderno movimento operaio. Misembra questa una accentuazione del primitivismo che accompagna la lettura della societàsiciliana, e la mafia ne diventa espressione e simbolo, che entrerà in un circuito di studi sociali aconfronto con altre realtà di paesi arretrati e che verrà riproposta sotto questa nuova forma neglianni settanta negli studi sulla mafia, sul clientelismo, sulla arretratezza meridionale. Per ora è inauge il brigantaggio e la Sicilia interna.6) La svolta sostanziale nella percezione della mafia e nella stessa storiografia avviene proprio inquesto scorcio di fine decennio e nei primi anni del successivo ed ha una serie di concause cheanimano la scena politica e culturale siciliana. La pubblicazione del Gattopardo è certamentel’evento culturale più importante, ma tra il 58 e il 61 vedono al luce Gli zii di Sicilia e Il giornodella civetta di Sciascia; comincia a prendere forma il paradigma che più tardi lo stesso scrittoredi Regalmuto nominerà “la linea della Palma” e che comporta la graduale sicilianizzazione dellasocietà nazionale, una sorta di contaminazione di difetti supposti originari della Sicilia, come ilclientelismo, per esempio17.15 Si veda ora in V. Nisticò, Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell’”Ora” di Palermo, vol.II, Sellerio, Palermo,2001, pp. 93 – 109, la citazione a p. 106.16 L’edizione italiana è di Einaudi, 1966 come il successivo I banditi, che è del 1969 in ed. originale e del 1971 ined. italiana.17 Il testo di riferimento in questo caso è La Sicilia come metafora, intervista a Marcelle Padovani, Milano,Mondadori, 1979. 10
  11. 11. 11A promuovere una chiave di lettura che privilegia l’arretratezza è Michele Pantaleone18,esponente di primo piano del mondo politico social comunista siciliano, collaboratore delquotidiano palermitano “l’Ora”, deputato all’ARS, e commissario dell’ERAS (Ente di RiformaAgraria Siciliano) nel periodo milazziano, ma anche compaesano di Calogero Vizzini, ilcapomafia di Villalba che da posizioni separatiste si era reso responsabile dell’attentato contro LiCausi nel settembre 1944. Pantaleone era presente e comprimario, di famiglia da sempre avversaa quella del capomafia. Il suo fortunato libro, Mafia e Politica (Einaudi 1962) è la storia diCalogero Vizzini e di Villaba, promossi l’uno a capo della mafia siciliana, secondo unadiscutibile genealogia, e l’altra a capitale mondiale di Cosa nostra, scelta ancor più unilaterale, sepossibile.Secondo uno schema che potrebbe richiamare quello enunciato dal grande storico antichistaSanto Mazarino nel Pensiero storico classico, gli ingredienti della lotta fazionaria paesanavivificano lo scenario che però avrebbe rischiato di restare limitato agli orizzonti municipalicome tante altre storie drammatiche di sopraffazioni mafiose. Invece Pantaleone intercetta nelmomento giusto alcuni canali di comunicazione tra la piccola e la grande dimensione e offrerisposte che l’opinione pubblica nazionale attende non solo per via della recrudescenza delfenomeno mafioso registratasi in quegli anni, ma per l’inusitata drammaticità che la lotta politicaregionale ha assunto nel biennio 1958 - ‘59 con la secessione milazziana.Cos’era questa Sicilia in cui si poteva spaccare la Dc, in cui si poteva formare un governoregionale che vedeva convergere destre e sinistre? Come si era svolta la lotta tra il vecchioquadro democratico cristiano e i nuovi esponenti del fanfanismo? Quanto erano nuovi queidirigenti fanfaniani, Gioia, Lima e tanti altri, che ricorrevano alle alleanze con gli esponenti dellamafia paesana già separatista, già liberal qualunquista e monarchica? Quanto avrebbero pesatoquesti eventi sul quadro politico nazionale? La battaglia si stava combattendo in gran parte nellaSicilia dei paesi con la conquista capillare del potere locale, con la strumentalizzazione dellariforma agraria, dei consorzi per l’irrigazione. Momento di avvio di questa fase di lotta puòessere considerato l’assassinio di Pasquale Almerico (1957), democristiano di Camporale, toltodi mezzo per fare spazio nella nuova configurazione fanfaniana del partito al mafioso già liberaleVanni Sacco; seguono: la resa dei conti tra Leggio e Navarra (1958), l’assassinio di CarmeloBattaglia (1966), socialista e organizzatore di cooperative sui Nebrodi”. Ma si tratta solo dialcuni dei più importanti fatti criminali in una guerra che vide ben 168 omicidi impuniti nelperiodo che va dal 1956 al 1960. La democratizzazione della società siciliana aveva sprigionatodinamiche nuove, non sempre prevedibili, il punto di massima frizione sembrava essere ancoral’area interna della Sicilia, investita di una modernità che ancora non l’aveva spopolata conl’emigrazione. Dalle aree interne, e non dalle città costiere, i partiti di massa avevano ottenuto imaggiori suffragi e la più forte legittimazione, dall’interno veniva la parte più dinamica dellaclasse politica regionale. Allora guardare meglio nelle pieghe della società dell’interno,ricostruire la storia della piccola dimensione, sembrò un compito prioritario per raccapezzarsi inun mondo le cui sopravvivenze rischiavano di sopravanzare ogni tentativo di costruire il nuovo.Uno storico come Giuseppe Giarrizzo inaugurò una nuova collana di “Monografie di storiamunicipale” presso la Società di Storia patria di Catania; nella prefazione al suo Biancavilla, chedava l’avvio all’iniziativa, scrisse: “Il senso, l’indirizzo etico - politico di una comunità, perpiccola che sia, non si mutano inserendola in un diverso organismo politico e ideale: occorremutare, eliminando o aggiungendo, taluni elementi della sua struttura, cambiare così certi18 Non ho ritenuto in queste pagine che parlano della fortuna di Mafia e politica di cambiare il giudizio già espressonella introduzione del mio La mafia tra stereotipo e storia, Sciascia, Caltanissetta – Roma, 2000. 11
  12. 12. 12rapporti di forza, se si vuole che altre soluzioni prevalgano”. Accanto a Pantaleone c’era Carlo Levi, autorevole mediatore. L’autore di Cristo si èfermato a Eboli aveva già sperimentato con Le parole sono pietre (1959) una cifra linguistica diforte suggestione applicata alla Sicilia. Pubblicato presso Einaudi e con la prefazione di Levi,Mafia e politica divenne il più importante libro sulla mafia, e gli vanno riconosciuti molti meriti,non ultimo il coraggio. Sicuramente questo libro ha contribuito a porre il problema dellaesistenza e pericolosità della mafia meglio di qualsiasi altro saggio di più austero impianto eanche più degli stessi atti prodotti dalle Commissioni parlamentari che da lì a poco si sarebberosusseguite nello scenario istituzionale italiano. Anzi ancora Pantaleone con il successivoAntimafia: occasione mancata19 si sarebbe accreditato come l’esperto, “il mafiologo” in grado ditallonare e spronare istituzioni e partiti politici. Questo grande successo si doveva anche allacapacità di semplificazione che sorreggeva l’intera operazione d’immagine. Ma allora erano itempi in cui la mafia per molti magistrati e uomini politici non esisteva, per l’arcivescovo diPalermo, cardinale Ruffini, si trattava invece di una invenzione dei comunisti. Affermarel’esistenza della mafia, in qualsiasi modo, fu dunque un merito. Ma come conciliare questo mondo arcaico, che la fortunata semplificazione avevacristallizzato attorno a Vizzini, con le espressioni di nuova criminalità? Con l’esposizioneinternazionale della mafia che già allora costituiva una importante evidenza? Il punto diraccordo è la vicenda dello sbarco alleato in Sicilia, che secondo Pantaleone sarebbe statopropiziato dall’aiuto fornito dalla mafia, anzi dallo stesso Calogero Vizzini. Il messaggio più importante che viene da questa che potremmo chiamare l’epopea dellaliberazione mafiosa della Sicilia è una illimitata e metastorica potenza della mafia, riassunta inun universo di gesti e simboli che vanno oltre le apparenze, per cui un possidente suppostoanalfabeta di un piccolo centro della Sicilia diventa arbitro in una immane battaglia tra esercitimoderni, riceve messaggi portati da distanze impensabili e da luogi impenetrabili ( le carceriamericane di massima sicurezza) dirama ordini che vengono ricevuti con una rapidità ignota aidetentori delle più moderne tecnologie. Questo ritorno mitico della mafia sulla scena sociale epolitica siciliana, anzichè rischiare di indebolire con la sua inverosimiglianza l’argomentazionedi Pantaleone, l’ha rafforzata, anzi, l’ha resa resistente e inattaccabile. Ha conquistato un circuitodi fruizione che nessuna argomentazione contraria può intattaccare, per quanto possa esserefondata su documentazione esaminata da storici di professione, di solito molto poco propensi acredere al racconto di Pantaleone. Mi ha sorpreso trovare su un numero della rivista“Micromega” (n.5, 1999) un articolo di Andrea Camilleri in cui viene ripreso il discorsodell’aiuto mafioso allo sbarco alleato in Sicilia. Per di più il popolare scrittore si avvale di alcunidocumenti britannici e americani che alla sua lettura (mi perdoni il Maestro) profana esuperficiale proverebbero il mitico assunto, poco curandosi del fatto che gli studiosi (io stesso,Francesco Renda e Salvatore Lupo) che hanno trovato, studiato e utilizzato questi documenti nehanno tratto conclusioni differenti. La fortuna dello stereotipo coniato da Pantaleone si misura anche dal fatto che ormaipochi tra quanti lo riprendono si ricordano del suo autore, tanto il cinema, la televisione, leinchieste di tutti i tipi lo hanno oggettivato in una circolarità del discorso pubblico che habisogno di miti per suscitare attenzione. Camilleri, che pure scrive il suo articolo “ad uso deglismemorati”, neanche si ricorda di citare Pantaleone che almeno lui avrà sicuramente conosciuto.19 Torino, Einaudi, 1969. Perquersto aspetto dell’atività della prima Commissiomne antimafia mi limito a segnalareN. Tranfaglia, Mafia poltica affari, cit; S. Lupo Storia della magfa dalle origini a i nostri giorni, Donzelli, Roma,1996, U. Santino, Storia del movimento antimafia, cit. 12
  13. 13. 13Il tema dell’aiuto mafioso allo sbarco era già stato ripreso con analoga attenzione alle fontinella relazione scritta da Violante in qualità di presidente della Commissione parlamentareantimafia; fra l’altro bisogna osservare che nei casi citati il ricorso a questa mitica premessa nonaggiunge e non toglie nulla all’argomentazione che segue. Forse si ritiene che solo il continuoritorno su luoghi conosciuti possa rendere identificabile un discorso, possa avvalorarlo agli occhidel pubblico. Sembra un mondo di incomunicabilità tra elaborazione storiografica edelaborazione politica dove stereotipi e pregiudizi restano immodificabili. E’ come se siraschiasse continuamente nel fondo di un barile alla ricerca di un passato che non si riesce aleggere con gli strumenti della storia e della cultura, condannati a un eterno presente e a unacoazione a ripetere.7) Mafia e politica è il punto più alto del decennio 1960, dopo di che ha inizio la stagione dellaCommissione parlamentare antimafia, caratterizzata da opere di buon successo editoriale, segnodi una nuova attenzione dell’opinione pubblica. Tuttavia oggi ci appaiono ripetitive, lontanedalla ricerca storica come poi si è praticata. Per la cronaca: nel 1963 S.F. Romano scrive unaStoria della mafia, ma sono da segnalare i saggi di Virgilio Titone comparsi tra il 1962 e il 63 sui"Quaderni reazionari". Luna e laltra opera avranno riedizioni a poca distanza di tempo, involume nel 1964 i saggi di Titone, con il titolo di Storia, mafia e costume in Sicilia, e nelladiffusissima ed economica collana dei Record di Mondadori il libro di Romano (1966). Il climaculturale della Palermo dell’epoca, culla del dibattito,oltre che delle gesta mafiose, è descritto daGiuseppe Carlo Marino nella prefazione alla nuova edizione (1986) della sua L’opposizionemafiosa20, un libro che nel 1964 affronta il rapporto mafia - classi dirigenti nell’Italia liberale. Il libro di Titone è uno dei pochi tentativi di proporre una lettura non di sinistra; sipotrebbe dire che è l’altra faccia del successo del Gattopardo, contrapposta a quella che LuchinoVisconti ha fatto passare come lettura compatibile con la cultura di sinistra. Lo storicopalermitano era stato amico di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sulle orme del grande scrittoreguarda dall’interno la declinante aristocrazia siciliana e la scagiona dalla responsabilità di avertenuto a battesimo e protetto la mafia; non manca di buon senso quando fa osservare, peresempio, che la relazione meccanica mafia - latifondo non ha senso poiché il latifondo si trovaanche dove non c’è la mafia. Su questa base Titone critica le teorie “materialistiche”21, ma nonriesce a fornire un quadro di riferimento concettuale plausibile per cui finisce per proporre unaspiegazione razziale che contrappone Sicilia Occidentale mafiosa e fenicia a Sicilia Orientale“babba” (ovvero, onesta) e greca.Se per Titone bisogna diffidare dalle letture che poi si chiameranno “totomafiose”, “dove tutto èmafia nulla più è mafia”22, non così sembra per la Storia della Sicilia dello storico inglese DenisMack Smith, che adotta il criterio della mafiosità per leggere la storia secolare dell’isola;Leonardo Sciascia ne rimane affascinato al punto da proporre l’opera per l’adozione nelle scuolesiciliane23. E’ questa l’apertura di una lunga fase che accompagna la lettura delle relazionidell’Antimafia e che vede però la politica e la storiografia tentare nuove strade. Di notevole20 G. C. Marino, L’opposizione mafiosa. Mafia, politica, stato liberale, Flaccovio, Palermo, 196421 V. Titone, Storia, mafia e costume in Sicilia, pp. 285 – 88. Da destra, ma in questo caso più vicina agli ambientidella cultura neofascista viene il lavoro di G. Falzone, Storia della mafia, Flaccovio , Palermo, 1984, la primaedizione era uscita in lingua francese da Fayard, Paris, 1973.22 Titone, Storia, mafia, costume, cit., p. 288.23 Lo ricorda G. Giarrizzo, Sicilia oggi (1950 – 1986), in AA.VV. Storia della Sicilia, cit. p.643, che intervennecontro nella polemica suscitata dalla proposta di Sciascia. 13
  14. 14. 14 importanza la relazione di minoranza della Commissione antimafia, Mafia e potere politico24.Certamente la politica di compromesso storico in Sicilia ha dei riflessi importanti, dovuti alla pratica attuata nell’ambito della Regione, di maggiore disponibilità alla ricerca di un accordo tra le principali forze politiche25. Si aprirà così un dibattito sulla categorie di borghesia mafiosa o di borghesia nazionale, sulla scorta delle considerazioni togliattiane della fine degli anni quaranta. Sono le forze di nuova sinistra a elaborare il concetto di borghesia mafiosa, in contrasto con le aperure del Partito comunista, e in particolare il leader più prestigioso, Mario Mineo, testimone e protagonista della prima stagione politica siciliana degli anni 194026. A rinnovare il tono del dibattito culturale contribuiscono in questi anni gli scienziati sociali, sia quelli che scelgono di studiare la Sicilia e la mafia come espressioni di una cultura mediterranea ancora primitiva, sia quelli che cominciano a introdurre il conceto di società complessa nello studio della società siciliana. Sono presenti Henner Hess, Anton Blok, Peter e Jane Schneider27. A partire agli anni settanta la nuova Facoltà di Scienze politiche di Catania diventa un punto di riferimento, vengono a insegnarvi o vi si formano politologi e sociologi che avranno un ruolo molto visibile nell’organizzazione degli studi su clientelismo e mafia, come Luigi Graziano, Franco Cazzola, Graziella Priulla, Raimondo Catanzaro. Si devono a quest’ultimo studioso alcune importanti ricerche sull’imprenditoria assistita nell’ambito dello spazio politico regionale28. Catanzaro sarà anche uno dei più disponibili al dialogo con gli storici, il suo lavoro più noto, Il delitto come impresa. Storia sociale della mafia29 reca fin dal titolo il segno di un superamento degli steccati disciplinari che avrebbe caratterizzato i nuovi studi. Il maggiore disorientamento viene dall’avere acquisito che l’avvenuta modernizzazione del Mezzogiorno e della Sicilia non ha fatto scomparire la mafia. Il nuovo dibattito si svolgerà proprio su sollecitazione di alcuni sociologi e politologi da Raimondo Catanzaro a Pino Arlacchi a Diego Gambetta30 ad Alfio Mastropaolo. Particolarmente utile si rivelerà nel dialogo con gli storici il concetto di ibridazione sociale usato da Catanzaro. Per la prima volta questa concetto contribuirà a dare spessore diacronico alla riflessione sociologica sul Mezzogiorno d’Italia31. Lesordio degli studi storici in questa fase può essere indicato nel convegno di Messina, Mafia e potere, 19 23 ottobre 1981 ( a cura di Saverio Di Bella, Rubbettino 1983). Siamo in piena guerra di mafia, e sembra importante dare un contributo culturale; tuttavia la maggior parte delle relazioni al convegno riproducono il vecchio sapere. Il già noto gode di una grande autorevolezza dovuta all’accreditamento che molti studiosi hanno anche su un piano civile e politico. Si vedano daltronde i contributi che riguardano la mafia sulla monumentale Storia della Sicilia edita dalla Società editrice per la storia di Napoli (1978) e curata da Rosario Romeo. 24 Roma, Editori Riuniti, 1976. 25 Faccio riferimento al bel saggio di C. Riolo, Istituzioni e politica. Il consociativismo siciliano nella vicenda del Pci e del Pds,, in Far politica in Sicilia, a cura di M. Morisi, Feltrinelli, Milano, 1993, pp. 181 – 210. 26 Si veda Mario Mineo, Scritti sulla Sicilia (1944 – 1984), a cura di D. Castiglione e P. Violante, Faccovio, Palermo, 1995, in part.la sezione del volume intitolata appunto La borghesia mafiosa. Per l’elaborazione di questo concetto si veda U. Santino e G. La Fiura, La borghesia mafiosa, Palermo 1994. 27 H. Hess, Mafia, Laterza, Bari, 1970; A. Blok, La mafia di un villaggio siciliano, Einaudi, Torino, 1986; P. e J. Schneider, Classi sociali, economia e politica in Sicilia, Rubbetino, Soveria Mannelli, 1989; 28 R. Catanzaro, L’imprenditore assistito, Il Mulino, Bologna, 1979. 29 La prima edizione Liviana, Padova, 1988, la seconda Rizzoli, Milano, 1991 30 I principali lavori di Pino Arlacchi in questa fase sono: Mafia contadini e latifondo nella Calabria tradizionale, Il mulino, Bologna, 1980 e il più celebre, La mafia imprenditrice, Il Mulino, Bologna, 1983; di Diego Gambetta, La mafia siciliana, Einaudi, Torino, 1992. 31 Si veda per es. il n. 156, 1984 di “Italia Contemporanea”, con i saggi di Catanzaro,La mafia come fenomeno di ibridazione sociale, di Lupo, Nei giardini della Conca d’oro, e mioGabellotti e notabili nella Sicilia dell’interno. 14
  15. 15. 15Francesco Brancato, Salvatore Massimo Gangi, Salvatore Francesco Romano, Roberto Ciuni,sono presenti con sintesi dei loro lavori precedenti. Per gli studiosi della nuova generazione si tratterà di cominciare con il mettere a fuoco unoggetto di studio e disegnargli attorno contesti credibili, si tratta per esempio di capire cos’ècriminalità mafiosa distinta da altre forme di criminalità, penso al lavoro pionieristico compiutoda Ida Fazio, Daniele Pompeiano e Giovanni Raffaele sull’entroterra messinese32. La stessaesigenza di isolare l’oggetto si pone per gli storici Christopher Duggan, Salvatore Lupo eGiovanni Raffaele33che studiano l’operazione Mori e possono avanzare legittimi sospetti sullautilizzazione strumentale dell’accusa di mafiosità rivolta dal prefetto “fascistissimo” agliavversari politici. Il problema del rapporto tra contesto e oggetto di studio si pone ora conmaggiore chiarezza concettuale anche per via dei rinnovati studi generali sul Mezzogiornocondotti tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta da storici come GiuseppeGiarrizzo, Pasquale Villani, Giuseppe Barone, Franco Barbagallo, Piero Bevilacqua. Si puòquindi ben distinguere una storia della mafia da una storia generale della Sicilia (o della camorrae della Campania, per es.) e nel contempo tentare di condurre la ricerca con gli strumenti propridella storiografia, come la ricerca d’archivio. Nel contempo il lavoro subisce uno stimolodall’attività dei giudici del pool antimafia di Palermo e dalla conoscenza delle dichiarazioni deipentiti, che consentono anche agli storici di guardare con una attenzione nuova al mondo dellacriminalità organizzata. Non farò qui l’approfondita analisi che questa fase meriterebbe, mi limiterò ancora aricordare, insieme ai nomi di alcuni amici e colleghi, due aspetti fortemente caratterizzanti. Ilprimo è che gli anni ottanta pongono il problema della espansione del fenomeno mafioso o dellarivitalizzazione di vecchie organizzazioni criminali come la camorra e la ‘ndrangheta. La portatanazionale (e internazionale) della questione mafiosa ora è ben visibile, il che facilita i rapporti trastudiosi di diversa provenienza geografica ormai consapevoli di affrontare un problemastoriografico di ampia portata. Penso per esempio all’impegno di Nicola Tranfalia. Tra i luoghi“nuovi” dell’infezione mafiosa c’è Catania, la città siciliana considerata immune per la suapretesa modernità; l’assassinio del giornalista Pippo Fava (5 gennaio 1984) è da considerare unadata periodizzante nella presa di coscienza del profondo inquinamento mafioso che lo stessoFava denunciava. Questo serve da stimolo anche agli studiosi non solo catanesi, ma riunitiintorno a Giuseppe Giarrizzo e Maurice Aymard nel progetto di scrittura di una storia dellaSicilia contemporanea per l’editore Einaudi. Si tratta di Giuseppe Barone, Salvatore Lupo, PaoloPezzino, Antonino Recupero, Alfio Signorelli, Enrico Iachello, Rosario Spampinato e chi scrive;insieme ci sono studiosi della generazione precedente, come Francesco Renda, che nel frattempoda alle stampe una sua ponderosa Storia della Sicilia in tre volumi per l’editore Sellerio: escenello stesso 1987, qualche mese prima di quella einaudiana. Lo stesso gruppo di studiosi insiemea Marie - Anne Matard, a Giovanna Fiume34 e a colleghe che studiano realtà non siciliane comeAda Becchi, Marcella Marmo e Gabriella Gribaudi costituiscono un punto di riferimento stabileattorno all’Imes e alla rivista “Meridiana”, di cui segnalo il numero speciale 7 – 8 1990 dedicatoalla mafia. Gli anni novanta vedranno di nuovo opere di sintesi sulla mafia, parlo di quella32 Controllo sociale e criminalità. Un circondario rurale nella Sicilia dell’ottocento, Milano, Angeli, 1985.33 C. Duggan, La mafia durante il fascismo, cit.; S. Lupo, L’utopia totalitaria del fascismo, cit; G. Raffaele,L’ambigua tessitura, cit.34 Di Giovanna Fiume si segnala tra l’altro l’intervista a Giovanni Falcone su “Meridiana”, n.5, 1989; Marie- AnneMatard – Bonucci è anche autrice di Histoire de la mafia, Edition Complexe, Bruxeles, 1994. 15
  16. 16. 16siciliana, prodotti del dibattito cui ho accennato. Accanto ai libri di Lupo e di Pezzino35,vedranno la luce opere di studiosi già presenti nella fase precedente, come Giuseppe CarloMarino, Francesco Renda, Orazio Cancila. Più che una valutazione di questi lavori vorrei offrire qui una riflessione su un altroaspetto che ritengo importante di questa fase, anche ai fini delle immagini della Sicilia che lastoriografia (e gli storici) offre. Si tratta del diverso rapporto con la politica. Saranno pochi glistudiosi direttamente impegnati in questa fase, ma più importante la qualità dell’impegno menovincolante rispetto alle appartenenze partitiche. La stagione che si apre in seguito allacongiuntura degli anni ottanta, muove anch’essa da un impegno civile, ma meno strutturato. Eanzi ritengo che il terreno di incontro tra storici e militanti, quando ci sarà un terreno d’incontronei comitati antimafia, nei luoghi così detti di “società civile” sarà in vista di unadestrutturazione del quadro politico preesistente, diversamente dagli intenti costruttivi (organici)degli anni cinquanta e sessanta36. In questo gli studiosi di storia della mafia non sono diversi damolti altri colleghi italiani e stranieri che dagli anni ottanta in poi guardano alla storia socialecome a una occasione per rimettere in discussione non tanto l’impegno, quanto le sue modalitàrispetto alle agenzie politiche, alle istituzioni, ai partiti soprattutto. Il fatto che sia vero anche perun tema di storia sociale ma a così forte tasso politico, com’è la storia della mafia, diventasemmai un annuncio importante della crisi imminente del sistema politico italiano degli anni199035 Di S. Lupo oltre alla già citata Storia della mafia segnalo Andreotti, la mafia, la storia d’Italia, Donzelli, Roma1996., compreso poi nella edizione ampilata della Storia della mafia, 1996. Tra le opere a carattere generale di PaoloPezzino segnalo il saggio Stato violenza società. Nascita e sviluppo del paradigma mafioso comparso sullaeinaudiana Storia della Sicilia e poi ripubblicato in Una certa reciprocità di favori, Milano Angeli 1990. Si vedapoi Mafia: industria della violenza, la Nuova Italia, Firenze 1995. Mi pare questo il momento e il luogo persegnalare il mio Mafia tra stereotipo e storia, Sciascia, Caltanissetta – Roma , 2002.36 Segno di questo nuovo rapporto tra intellettuali e politica in merito allo studio della mafia è forse anche iltentativo di alcuni studiosi di dare unicità tematica a una storia dell’antimafia considerata alla stregua di unmovimento politico. 16

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