La Repubblica sociale italiana e le persecuzioni razzialinegli anni 1943-45Enzo Collotti*L’armistizio dell’8 settembre 194...
ventennio, il cui fallimento politico e non solo militare, era stato decretato dalla sconfitta e dal colpodi stato del 25 ...
dell’Asse e la dominazione dello spazio asiatico da parte del Giappone. Così facendo, il fascismo diSalò mutuava, in quel ...
ora la deportazione immediata. La sorte degli ebrei era ben nota a Mussolini: Himmler in persona loaveva informato nell’ot...
sotto controllo della R.S.I. avrebbe dovuto essere coperto da una fitta rete di campi diconcentramento; se ciò non avvenne...
totalmente estromesse, e la confisca dei loro patrimoni, quasi a simboleggiare l’ossessioneantisemita di cui si era nutrit...
considerando che essi comprendevano anche deportati provenienti da fuori area Litorale Adriatico,resta il fatto che questa...
Upcoming SlideShare
Loading in...5
×

La Repubblica sociale italiana e le persecuzioni razziali negli anni 1943-45

1,365

Published on

Lezione tenuta da Enzo Collotti il 18/03/2005, a Trieste, per la commemorazione del 60° della Liberazione, nel contesto del progetto Il percorso della libertà.

0 Comments
1 Like
Statistics
Notes
  • Be the first to comment

No Downloads
Views
Total Views
1,365
On Slideshare
0
From Embeds
0
Number of Embeds
1
Actions
Shares
0
Downloads
10
Comments
0
Likes
1
Embeds 0
No embeds

No notes for slide

Transcript of "La Repubblica sociale italiana e le persecuzioni razziali negli anni 1943-45"

  1. 1. La Repubblica sociale italiana e le persecuzioni razzialinegli anni 1943-45Enzo Collotti*L’armistizio dell’8 settembre 1943, fu il punto d’arrivo della profonda crisi che aveva colpito ilregime fascista e la società italiana, sotto i colpi delle sconfitte militari che suggellarono l’incautadecisione del regime di gettare l’Italia nella fornace della seconda guerra mondiale. Contrariamentealle aspettative della maggioranza della popolazione, dallo scioglimento dell’alleanza con laGermania nazista sperava di conseguire la fine delle ostilità e il rapido raggiungimento della pace,l’armistizio, che mise a nudo la disarticolazione totale delle strutture statali, vide l’Italia spezzata indue divenire teatro di una nuova cruenta fase della guerra. Allo sbarco delle forze anglo-americanenel golfo di Salerno, nelle ore immediatamente successive alla resa di dominio pubblicodell’armistizio, fece riscontro nel resto della penisola nella quale erano già presenti forti contingentidi unità della Wehrmacht, il rapido dispiegamento delle forze tedesche e l’occupazione da parte diqueste della maggior parte del territorio nazionale. Salvo episodi sporadici di resistenza, le forzeitaliane furono rapidamente disarmate dalle unità tedesche e la maggior parte dei militari che nonriuscirono a sottrarsi alla cattura, fatti prigionieri e internati nei campi di prigionia della Germanianazista, all’interno del Reich o in Polonia, dove fu peraltro contestata loro la qualifica di prigionieridi guerra. L’Italia si ritrovò così risospinta nella morsa della guerra che questa volta si svolsedirettamente sul corpo stesso del nostro paese, stretto tra le armate anglo-americane che avanzavanodal sud e le forze tedesche decise a difendere sul territorio italiano come teatro di guerrameridionale le vie di accesso al Reich. All’inizio di ottobre del 1943, dopo la liberazione di Napoli,che fu anche protagonista di un’epica insurrezione popolare contro i nazisti, l’Italia centro-settentrionale era sotto il controllo della Wehrmacht, mentre nelle regioni meridionali liberate, siorganizzava il cosiddetto “regno del Sud”, ossia la parte dell’amministrazione che era rimasta sottoil controllo del governo Badoglio, costituito dalla monarchia il 25 luglio 1943 all’atto delladefenestrazione di Mussolini come capo del fascismo e del governo, che era anche il firmatariodelle condizioni dell’armistizio e quindi l’interlocutore diretto come legittimo governo italiano deglialleati anglo-americani.A pochi giorni dall’armistizio Benito Mussolini, che era stato arrestato dal governo Badoglio eposto in detenzione nella zona del Gran Sasso d’Italia, fu liberato da paracadutisti tedeschi econdotto in Germania. La liberazione di Mussolini assunse agli occhi di Hitler, come capo dellacoalizione dell’Asse della potenza fascista e nazista, un forte valore simbolico. I legami personalioltre che politici che lo univano a lui fece maturare in Hitler la volontà di utilizzare Mussolini perdare sul piano interno e soprattutto internazionale, la prova che l’alleanza delle potenze dell’Assesopravviveva nonostante l’armistizio e la secessione dell’Italia dalla guerra, contro il parere deglistessi capi militari tedeschi che avrebbero preferito fare dell’Italia, puro territorio di conquista senzavincoli di carattere politico.Il 24 settembre fu annunciata la costituzione nell’Italia occupata dai tedeschi di un nuovo governorepubblicano fascista presieduto da Benito Mussolini. Fu la Repubblica sociale italiana oRepubblica di Salò, dal nome della località sul lago di Garda, nella quale fu insediato il nucleorappresentativo del nuovo governo, che sin dalla sua forma istituzionale – la repubblica – intendevacontrapporsi al legittimo governo del sud e dare vita al fascismo, che era stato spazzato via il 25luglio 1943, e riportare l’Italia nella guerra a fianco della Germania nazista. In effetti, il fascismoche risorgeva all’ombra delle armi tedesche, non era una semplice riedizione del fascismo del* Università di Firenze. 1
  2. 2. ventennio, il cui fallimento politico e non solo militare, era stato decretato dalla sconfitta e dal colpodi stato del 25 luglio. La nuova Repubblica di Salò era un compromesso tra il vecchio fascismo e lavolontà di Mussolini e dei suoi collaboratori di rinnovare il fascismo, radicalizzandone taluneistanze, per esempio sul piano sociale, una volta avvenuto il distacco dal fascismo di importantiforze sociali e politiche – prime fra tutte le grandi forze economiche e la Chiesa cattolica – cheinsieme all’istituto monarchico ne avevano sostenuto la dominazione del ventennio.Faceva parte della radicalizzazione del nuovo fascismo di Salò, il forte spirito di vendetta contro ipresunti traditori del 25 luglio (che saranno processati e fucilati con in testa Galeazzo Ciano all’albadel 1944), e soprattutto, dopo un iniziale accenno di conciliazione, l’intransigenza neosquadristicacontro chiunque avversasse la riedizione del fascismo nella nuova veste repubblicana e nellacondizione, efficacemente definita dallo storico tedesco Klinkhammer, di “alleato occupato”. Allafinzione infatti della continuazione dell’alleanza, faceva riscontro la realtà di una occupazione chemirava soprattutto a convertire la perdita del contributo, peraltro debole, militare dell’Italia, in unvantaggio per l’economia di guerra tedesca, con lo sfruttamento del potenziale industriale e agricolodell’Italia, soprattutto nel momento in cui al Terzo Reich venivano progressivamente meno iterritori dell’est europa ricchi di materie prime agricole e industriali, e soprattutto di quella materiaprima, vera ricchezza per l’Italia, che era rappresentata dalle riserve di manodopera, di cui laGermania era ormai famelica, alla luce delle pesanti perdite subite nella guerra. La Repubblica diSalò serviva ai tedeschi anche come tramite nei confronti della popolazione italiana: allasopravvivenza di una amministrazione italiana era affidata infatti la capacità esecutiva degli ordinidella potenza occupante. La Repubblica di Salò era dotata di una limitata autonomia; si può parlaredi una sua limitata sovranità, nel senso che essa non poteva comunque agire in contrasto con leautorità d’occupazione né proporsi obiettivi che non ricevessero il loro consenso, come avvenne peresempio nel caso dei progetti di socializzazione con i quali i fascisti di Salò si proponevano di farebreccia verso la classe operaia. Altrettanto si verificò a proposito del progetto di Mussolini ditornare sul fronte di guerra con un forte esercito italiano. Un progetto che non incontrò il consensodel Reich, anzitutto perché i tedeschi non si fidavano di una nuova forza armata italiana, che fral’altro avrebbe dovuto essere armata da loro stessi; in secondo luogo, perché essi non stimavano gliitaliani come soldati ma come lavoratori, dei quali avevano estremo bisogno. In questo caso non viera consonanza tra gli obiettivi della R.S.I. e quelli del Reich nazista.Oltre a limitare la sovranità italiana per il semplice fatto che ogni disposizione della autorità dellaR.S.I. doveva ricevere l’approvazione delle autorità tedesche, che si sovrapponevano ai rispettiviorganismi italiani, per cui in ogni caso spettava all’autorità d’occupazione l’ultima parola in ognicampo, il Terzo Reich operò un’ulteriore limitazione della sovranità della R.S.I., sottraendo alla suagiurisdizione due importanti settori territoriali, vale a dire le cosiddette Zone d’operazione situatelungo il confine nord e nordorientale del vecchio regno d’Italia, comprendenti la Zona di operazionedelle Prealpi (con le province di Trento, Bolzano e Belluno) e la Zona d’operazione LitoraleAdriatico, comprendente con la provincia di Udine staccata dal Veneto, le vecchie province dellaVenezia Giulia – Trieste, Gorizia, Pola e Fiume e la provincia di Lubiana che era stata annessa alregno d’Italia nell’aprile del 1941 discussioni, ufficialmente giustificate con motivazioni di ordinemilitare.In realtà in un più ambizioso progetto politico che nel caso di vittoria della Germania sarebbesfociato nella loro annessione diretta al Grande Reich rette nel frattempo da una amministrazionecivile tedesca, che si presentava come prolungamento delle vicine amministrazioni del Tirolo edella Carinzia, la Zona delle Prealpi e il Litorale Adriatico, rappresentarono una amputazione assairilevante del territorio su cui avrebbe dovuto governare la R.S.I. e dal punto di vista politico unaassai forte lesione della sua dignità e del suo prestigio.La nuova edizione del fascismo di Salò, nel momento in cui ribadiva la solidarietà nella guerra congli alleati del Patto tripartito, la Germania e il Giappone, ribadiva di fatto la comunanza degliobiettivi con le altre potenze fasciste nel progetto planetario di conquista del mondo, che prevedevala dominazione dello spazio europeo e possibilmente anche di quello africano da parte delle potenze 2
  3. 3. dell’Asse e la dominazione dello spazio asiatico da parte del Giappone. Così facendo, il fascismo diSalò mutuava, in quel processo di nazificazione sul quale tornerò fra poco, i principi del NuovoOrdine europeo che la Germania nazista aveva tentato di imporre in tutti i paesi invasi dellaWehrmacht, ma che non aveva potuto attuare se non parzialmente, anche perché si era scontratapraticamente dappertutto con le forze della Resistenza. Il ruolo della Repubblica sociale rientra a giusto titolo tra quello delle forzecollaborazioniste, ossia di quelle forze che accettarono la subalternità alla Germania nazista e chefunsero nei confronti delle popolazioni dei territori occupati da intermediari ed esecutori degliordini e della volontà degli occupanti. Il collaborazionismo fu un fenomeno europeo, che nonespresse soltanto il volto di intermediari o di governi-fantoccio imposti dagli occupanti, ma anche lavolontà di gruppi locali e nazionali pienamente consenzienti con il progetto di Nuovo Ordineeuropeo portato avanti dai nazisti: non fu espressione soltanto dell’opportunismo di forze e diuomini che speravano di trarre profitto da una eventuale vittoria della Germania nazista, ma ancheespressione di forze fasciste e nazisteggianti presenti o latenti nei diversi paesi, dalla Francia allaNorvegia, che erano animate da propositi di vendetta contro vecchie tradizioni democratiche (comenel caso della Francia) o da ideali razzistici di fedeltà alla razza pura (come nel caso dei razzistiolandesi piuttosto che norvegesi). L’ideologia antidemocratica e antibolscevica dei combattenti edei fautori del Nuovo Ordine europeo, non si nutriva soltanto di questi stereotipi propagandistici;collante fondamentale delle diverse componenti che si aggregarono sotto la guida della Germanianazista, fu il razzismo, segretamente nella sua versione antisemita (ma non solo, se si pensa all’odiodi razza contro le popolazioni slave).La Repubblica di Salò non fece eccezione a questa regola. Come scriveva il 18 novembre 1943 il«Corriere della Sera», riecheggiando il manifesto di Verona, ossia la Magna charta del nuovofascismo repubblicano, “la forza, oscura e rapace, che riassume nel suo nome e nella suaorganizzazione i nefasti del capitalismo plutocratico, il giudaismo, viene senza remissione colpita.Gli appartenenti alla razza ebraica sono considerati stranieri e, in questa guerra, appartenenti anazionalità nemica. Tutti sanno infatti che essi sono l’occulto, ma spesso palese, legame dellacoalizione anglo-americana-sovietica”. Anche in questa riesumazione del razzismo antiebraico, cheil fascismo aveva ufficializzato sia dalle leggi del 1938, si metteva in evidenza non soltanto uno deitratti della nazificazione, cui accennavamo prima, ma anche uno dei fattori che insieme ai moltielementi di continuità con il fascismo del ventennio, sottolineava anche i fattori di novità e didiscontinuità del fascismo della Repubblica sociale.Se tra gli elementi della cosiddetta nazificazione dobbiamo considerare che la rifondazione delpartito fascista, uscendo dalla logica burocratica che era prevalsa negli anni del regime per farnestrumento neosquadristico animato da un esasperato volontarismo sino agli estremi della suamilitarizzazione, e la ristrutturazione dello stato ricercando la fusione di amministrazione e partito,secondo appunto un modello assai prossimo alla strutturazione dello stato nazista, accanto e aldisopra di essi, dobbiamo considerare il razzismo come fattore costitutivo della Repubblica socialee non come semplice e laterale connotato.Il messaggio antiebraico della Repubblica sociale, rappresentò un fattore di continuità conl’antisemitismo di stato degli anni precedenti l’armistizio, ma costituì anche un fattore didiscontinuità per il salto di qualità che fu impresso alla persecuzione. Vi fu continuità negli uominie nelle strutture: uomini che avevano avuto una parte di primo piano nella fase di persecuzione degliebrei, prima dell’armistizio del 1943, ritornarono a posti di responsabilità anche nella seconda fase,quella che fornì direttamente ai tedeschi i convogli per la deportazione nei campi di sterminio:Guido Buffarini Guidi, ministro degli interni della Repubblica sociale; Giovanni Preziosi, chiamatonel marzo del 1944 a reggere l’Ispettorato per la Razza e Demografia; Giorgio Almirante, alministero della cultura popolare, per fare solo alcuni dei nomi più noti. Le struttureconcentrazionarie create dal regime fascista prima dell’8 settembre, come il campo diconcentramento di Bagno a Ripoli, nei pressi di Firenze, o quello di Servigliano nelle Marche o altriancora tornarono a svolgere la loro funzione di raccolta degli ebrei in un contesto su cui incombeva 3
  4. 4. ora la deportazione immediata. La sorte degli ebrei era ben nota a Mussolini: Himmler in persona loaveva informato nell’ottobre del 1942 della conferenza del Wannsee del gennaio, che avevacoordinato la loro deportazione da ogni angolo dell’Europa. Caduta con l’armistizio ogni riservadella sovranità italiana, con il manifesto di Verona gli ebrei anche italiani (non solo quelli stranieriche avevano sperato di trovare in Italia un rifugio sia pure “precario”) vennero privati con lacittadinanza di qualsiasi tutela, non solo politica ma anche giuridica e virtualmente consegnati aitedeschi, prima ancora della loro fisica espulsione dalla società italiana. Cominciò nell’area delterritorio italiano non liberato dagli anglo-americani la caccia agli ebrei; soltanto nel caso dellarazzia nel ghetto di Roma del 16 ottobre del 1943, che si concluse con la deportazione ad Auschwitzdi oltre un migliaio di ebrei, la polizia nazista operò da sola; nella generalità degli arresti in altricontesti, i reparti tedeschi furono accompagnati e assistiti da agenti delle diverse polizie italiane, aconferma che senza il determinante apporto dei collaborazionisti, i tedeschi da soli non avrebberopotuto realizzare in Europa la “soluzione finale”, ossia la Shoah degli ebrei. Furono autorità italianeche fornirono ai tedeschi le liste degli ebrei censiti nel 1938, conservate e aggiornate nei comuni onei cosiddetti Centri di studio della questione ebraica, nuclei da cui si dipartiva la capillarepropaganda dispiegata dal regime fascista ma anche veri e propri centri di delazione.L’antisemitismo venne posto al centro dell’orizzonte politico della R.S.I. Esso fu al centro dellalettura che i neofascisti di Salò diedero degli avvenimenti del 25 luglio che preluse all’armistizio.Lungi dal riflettere sulle cause interne al fascismo stesso, che avevano portato alla disfatta militare ealla dissoluzione del regime, essi si affannarono a darne la colpa alla congiura occulta delgiudaismo internazionale e interno, alimentando quel clima da congiura e di sospetto checaratterizzò l’atmosfera politica della R.S.I. Poco ebbe a che fare la rivendicazione del caratterespirituale di un antisemitismo italiano, come specificità che avrebbe dovuto distinguerlo da quellobiologico dei nazisti, con la pratica messa in atto dalla R.S.I.: rispetto alla fase anteriore al 1943 dipersecuzione dei diritti, ebbe inizio adesso, per dirla con Michele Sarfatti, la persecuzione delle vitedegli ebrei, ai quali fu semplicemente misconosciuto il diritto di esistere.Mentre gli occupanti tedeschi insediavano responsabili per la questione ebraica nelle principali cittàitaliane, a partire dal novembre del 1943, la R.S.I. prese l’iniziativa per dare alla propria politicarazzista una nuova svolta, dal punto di vista giuridico e dal punto di vista della materiale attuazionedella “soluzione finale”. Ai principi programmatici già citati dal manifesto di Verona fecero seguitoconcrete misure legislative e di polizia, che inasprivano tutte le precedenti disposizioni e ponevanole premesse, non già per la segregazione totale degli ebrei, dalla società italiana ma per la lorostessa distruzione fisica. In taluni casi le autorità italiane anticiparono perfino le misure delleautorità tedesche; fra l’altro, mentre i tedeschi procedevano senza troppo scalpore a deportare gliebrei, per i fascisti, additare gli ebrei come nemici, era un motivo propagandistico forte, quasi arendere tangibile la presenza degli ebrei come traditori e tarlo roditore della coesione nazionale, chela propaganda additava peraltro come una minaccia occulta in sintonia con il fascino dell’occultoche tanta attrazione suscita nell’immaginario collettivo.Sino alla metà di novembre del 1943 l’attività antiebraica della R.S.I., non ebbe forte visibilità,mentre da parte delle forze tedesche erano già avvenuti episodi di stragi (sul Lago Maggiore) e leprime razzie di ebrei (da Merano e in misura ancora limitata da Trieste, ma soprattutto, come giàricordato, da Roma, più tardi da Firenze). Il 30 novembre 1943 l’ordine di polizia n.5 del ministrodell’interno Buffarini Guidi annunciò la svolta radicale e l’avvio di una sistematica caccia agliebrei. Quest’ordine stabiliva infatti l’obbligo di rinchiudere tutti gli ebrei in campi diconcentramento che avrebbero dovuto essere istituiti in ogni provincia, ad eccezione degli anziani aldi sopra dei settant’anni, con la cessazione di ogni eccezione, quali quelle che erano state fissate conle cosiddette “discriminazioni” con le leggi del 1938. Si affermava cioè un maggior rigore con ilvenir meno di ogni deroga, salvo il rispetto per i misti, figli cioè di matrimoni fra ebrei e non ebrei,che fu stabilito dalla legge ma che di fatto all’atto delle deportazioni fu largamente disatteso, comefu disattesa l’esclusione degli anziani dalla traduzione in campo di concentramento. Ai campi diconcentramento già esistenti in Italia prima dell’armistizio, altri se ne aggiunsero, l’intero territorio 4
  5. 5. sotto controllo della R.S.I. avrebbe dovuto essere coperto da una fitta rete di campi diconcentramento; se ciò non avvenne fu perché la Repubblica di Salò non ebbe il tempo di allestirli,soprattutto nelle aree in cui le operazioni belliche e la Resistenza dei partigiani contesero alla R.S.I.il controllo del territorio. Dopo l’arresto, generalmente ad opera dei diversi reparti della polizia diSalò – Guardia nazionale repubblicana, bande autonome, superstiti tenenze dei carabinieri – gliebrei arrestati e tradotti nei campi di concentramento passavano sotto il controllo dei tedeschi, iquali per conto loro, provvedevano anche autonomamente o con unità miste di tedeschi e italiani acatturare gli ebrei. Dei circa 45 mila ebrei italiani e stranieri che si trovavano sul territorio italianoalla data dell’armistizio (alcune migliaia erano già emigrati dall’Italia dopo il 1938), oltre 8000(compresi gli ebrei delle isole del Dodecanneso, allora sotto sovranità italiana), furono deportatigeneralmente ad Auschwitz (ma non solo): di essi non fece ritorno neppure il 10 per cento. I loronomi si trovano ricostruiti a cura del Centro di documentazione ebraica contemporanea nelmonumentale Libro della memoria a cura di Liliana Picciotto. Ma di molti ebrei, soprattuttostranieri, deportati e scomparsi, non si potrà ricostruire mai l’identità, sono scomparsi nel nullainghiottiti dalla macchina dello sterminio. Se molti ebrei riuscirono a sfuggire alla cattura, si deve al fatto che soprattutto nelle primesettimane dopo l’armistizio, in cui affluirono in Italia in numero imprecisato, anche molti ebrei chefuggivano dalle zone d’occupazione abbandonate dall’Italia, i più consapevoli dei rischi checorrevano con l’arrivo della Wehrmacht, riuscirono a trovare rifugio in zone appenniniche operiferiche, con l’aiuto di organizzazioni ebraiche di autosoccorso o di comunità ed entiecclesiastici, oltre che di semplici privati, nelle città e nelle campagne, mossi da sentimenti disolidarietà o in base alle più diverse motivazioni. Non poche famiglie ebraiche affrontarono anche irischi di lunghe e pericolose trasferte in aree non controllate dai tedeschi, come per esempio inSvizzera. Alla prima fase della raccolta in campo di concentramento, che già di per sé significava laperdita della libertà personale e uno stato di reclusione, fecero seguito all’inizio di gennaio del 1944i provvedimenti che li privavano della possibilità di detenere qualsiasi bene economico, per usoproduttivo o semplicemente di carattere personale. Il decreto di Mussolini del 4 gennaio 1944evocava infatti allo stato tutti i beni patrimoniali degli ebrei e li devolveva all’amministrazione diun apposito ente per la loro gestione e liquidazione. Demagogicamente, l’operazione serviva adenunciare lo strapotere economico degli ebrei, a denunciare il carattere di sfruttatori e rapinatoridella ricchezza nazionale e a mistificare la razzia dei loro beni con l’assegnazione di questi ultimialle vittime dei bombardamenti aerei anglo-americani e agli sfollati. L’attuazione della spoliazionedei beni ebraici, diede luogo ad una infinita serie di malversazioni, furti, illeciti arricchimenti daparte dei funzionari che effettuavano le operazioni di sequestro, a contrabbando soprattutto nel casodelle opere d’arte, una categoria cui fu posta particolare attenzione dal punto di vista dellasottrazione ai legittimi proprietari. Con enorme ritardo, nel 1998, il governo italiano ha istituito unacommissione sotto la presidenza dell’on. Tina Anselmi “per la ricostruzione delle vicende chehanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte diorganismi pubblici e privati”. Il Rapporto generale presentato dalla Commissione Anselminell’aprile del 2001, al di là della constatazione dei ritardi intervenuti nell’opera di reintegrazionedei beni ebraici e della disomogeneità dei comportamenti dei poteri dello stato, fornisce un quadroimpietoso delle ruberie e delle malversazioni cui si prestò l’esproprio dei beni ebraici, in uncontesto di diffuso arbitrio e diffusa corruttela che coinvolse rapaci privati e pubblici funzionarianimati da scarso o nullo senso dello stato e dall’interesse prioritario al proprio arricchimento.La persecuzione non cessò neppure quando era già avvenuta la deportazione della maggioranzadegli ebrei catturati. Nel progetto di Costituzione della R.S.I., peraltro mai varato, era stato previstodi codificare la condizione di minorità giuridica e di inferiorità razziale degli ebrei elevandone cioèla loro discriminazione al rango costituzionale. Tra gli ultimi atti della R.S.I., in data 16 aprile 1945,un decreto legislativo disponeva lo scioglimento formale delle Comunità, di fatto peraltro già 5
  6. 6. totalmente estromesse, e la confisca dei loro patrimoni, quasi a simboleggiare l’ossessioneantisemita di cui si era nutrita la repubblica neofascista.Sul suolo della penisola furono allestiti quattro campi principali destinati al concentramento degliebrei come “campi di transito”, verso la deportazione in direzione dei campi di sterminio. Essifurono insediati nelle località di Borgo S. Dalmazzo (in provincia di Cuneo), fu questo il campo cheebbe la vita più breve tra il settembre e il novembre del 1943; di Fossoli nei pressi di Carpi, inprovincia di Modena: fu questo il principale dei campi di transito per la deportazione degli ebrei(più di metà di tutti gli ebrei deportati dall’Italia transitò da Fossoli), fu in funzione dal dicembre del1943 all’agosto del 1944. A questa data la funzione di Fossoli fu trasferita al nuovo campo diBolzano - Gries, che funzionò dall’estate del 1944 alla fine di aprile del 1945. Infine, la Risiera di S.Sabba, con la quale siamo arrivati a trattare del Litorale Adriatico. La Risiera di S. Sabba fu ilcampo che ebbe maggiore continuità operativa, dall’autunno del 1943 alla fine di aprile del 1945,alla vigilia della liberazione di Trieste.Esso fu l’unico campo allestito in territorio italiano dotato di forno crematorio. Esso non fuprioritariamente campo di sterminio per ebrei, lo fu per alcune migliaia di partigiani e antifascistiitaliani e slavi; per gli ebrei funse generalmente da campo di transito alla volta dei campi disterminio in Germania e in Polonia. Sebbene non si trovasse sotto la giurisdizione della Repubblicadi Salò, da esso transitarono, per ragioni logistiche, i convogli di deportati provenienti oltre chedall’area del Litorale Adriatico dal Veneto e segnatamente da Venezia. La deportazione degli ebreidalla Venezia Giulia avvenne in un contesto caratterizzato già dal periodo anteriore all’occupazionetedesca da forti tensioni nazionali e razziali. Le manifestazioni razzistiche contro gli slavi,alimentate dalla politica di snazionalizzazione delle componenti slovena e croata, della popolazionedella Venezia Giulia, crearono una atmosfera di predisposizione all’inasprimento anche dellacampagna contro gli ebrei, che ebbe una recrudescenza tra la primavera del 1942 e quella del 1943.Il dilagare della guerra partigiana in questa zona dopo l’annessione della Slovenia creò le condizioniper il precipitare della guerra interetnica che era stata anticipata dalla politica fascista. La presenzanel Litorale Adriatico, dopo l’insediamento dell’amministrazione tedesca, del generale delle SSOdilo Globocnik come Capo supremo delle SS e delle forze di polizia di quest’area, non si deveprobabilmente ai meriti specifici che agli occhi di Himmler e del vertice nazista egli aveva acquisitocome esecutore dell’Aktion Reinhardt in Polonia ossia come esecutore della “soluzione finale”contro gli ebrei polacchi, ma alla sua esperienza militare e alla sua inflessibilità politico-razziale,contro i nemici del Terzo Reich. Stando a quel manuale della lotta antipartigiana ma anche dellapolitica delle nazionalità del Terzo Reich che è il Bandenkampf, Globocnik doveva essere l’uomogiusto al posto giusto, per gestire i conflitti di un’area che nel progetto geopolitico nazista diristrutturazione dell’Europa centro-orientale e balcanica, altro non era che un “mosaico” dinazionalità. In questo contesto Globocnik con i suoi collaboratori, offriva tutte le garanzie diesperienza e di efficienza che richiedeva l’asprezza della lotta e la durezza del compito, tanto piùche egli doveva riabilitarsi da accuse che ne avevano messo in dubbio la personale correttezza, nelcorso dell’opera di annientamento degli ebrei in Polonia e della spoliazione dei loro beni. Laradicalità con cui, anche nel Litorale Adriatico, egli realizzò la “soluzione finale”, non fu estraneaalla radicalità con la quale egli trasferì metodi da campo di sterminio nella lotta antipartigiana. Le prime deportazioni da Trieste sarebbero avvenute il 9 ottobre del 1943; il 20 gennaio del1944 furono deportati i ricoverati all’ospizio Gentilomo. Subito dopo la liberazione la Comunitàebraica di Trieste denunciò la deportazione di oltre un “migliaio” di ebrei; oggi grazie agli studi diSilva Bon, di Liliana Picciotto e di Marco Coslovich, sappiamo che quella cifra oltre ad esseregenerica è comunque per difetto; da Gorizia ne furono deportati 34, da Udine 37, da altre parti delLitorale alcune altre diecine. Come per altre aree, un censimento completo e preciso non lo avremomai. Possiamo constatare soltanto l’impoverimento non soltanto demografico ma anche culturale,che la decimazione delle comunità ebraiche ha comportato, alla luce del livello culturale dei loromembri, della loro partecipazione ai ceti professionisti e alla vita economica delle città. Una buonametà di tutti i convogli della deportazione, partiti dall’Italia sono partiti da Trieste: pure 6
  7. 7. considerando che essi comprendevano anche deportati provenienti da fuori area Litorale Adriatico,resta il fatto che questa stessa cifra sta a indicare la posizione strategica che la Risiera di S. Sabbaassunse tra i campi di transito in suolo italiano, ancorché i convogli fossero trasporti misti di ebrei edi altre categorie di perseguitati dai nazisti.Anche nel Litorale Adriatico, la persecuzione delle vite degli ebrei fu accompagnata dallasistematica spoliazione dei loro beni, come hanno bene documentato da ultimo i lavori dellaCommissione Anselmi e gli studi di Silva Bon. Anche a questo proposito, si verificò un vero eproprio conflitto di interessi tra le superstiti amministrazioni italiane e l’autorità tedesca, dipendentedal Supremo commissario per il Litorale adriatico. I funzionari italiani che avrebbero volutoapplicare il decreto del 4 gennaio 1944 citato in precedenza, si scontrarono con la realtà di unasituazione nella quale valevano soltanto le disposizioni tedesche. Ogni norma relativa al sequestro ealla gestione dei beni mobili e immobili degli ebrei, fu avocata dal Supremo commissario, cheprocedette attraverso una sua apposita Sezione finanziaria, e gli uffici della polizia tedesca allaliquidazione dei patrimoni ebraici. I funzionari italiani, come pure gli uffici finanziari e gli istitutibancari, in quest’area divennero meri strumenti dell’amministrazione tedesca che se ne servìlargamente per compiere le azioni esecutive necessarie a realizzare una colossale rapina. Uncomplesso meccanismo che portò alla distruzione o alla dispersione di patrimoni privati e dipreziose raccolte di interesse culturali (come la biblioteca della Sinagoga di Trieste) e che sfociò inun numero non quantificabile di saccheggi privati. Come rilevato dalla Commissione Anselmi, leautorità tedesche, allo scopo di conferire una parvenza legale al saccheggio operato con la confiscadei beni, procedettero alla creazione di una società commerciale, la Adria-Gesellschaft, destinata acommercializzare i beni ebraici, dando luogo – sono parole della Commissione Anselmi – a unmultiforme sistema affaristico che coinvolse vari settori economici cittadini. In tale modo lostrumento di confisca assunse una forte rilevanza nella vita di tutta la città, attuando la liquidazionedelle attività ebraiche (ditte, negozi, appartamenti), in forma capillare e meticolosa, rendendo assaidifficile il loro camuffamento e salvataggio e quindi molto estese le perdite”.Se una conclusione è lecito trarre da queste vicende, essa non riguarda soltanto l’ingente mole diprofitti che autorità e privati tedeschi, che individui ed interessi economici italiani trassero da questeruberie. La politica razzista del nazismo mirava, con l’estirpazione fisica degli ebrei a distruggerneanche la memoria, come memoria di una parte della nostra stessa civiltà; di cui anche il loroaccanimento contro il patrimonio culturale ebraico. Di questa politica, che sfociò in una delle piùspaventose stragi della storia umana e nella violazione dei più elementari diritti umani, laRepubblica sociale si fece consapevolmente corresponsabile ed è alla luce di questacorresponsabilità che dobbiamo considerarne il retaggio storico, che va conosciuto ma che non puòappartenere ai valori della nostra cultura politica democratica, né ai fondamenti del nostro viverecivile. 7

×