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"emersioni" culturali e sociali.   Se non si abbandonano i presupposti, per altro già superati dalla realtà storica ed eco...
BARTH, F., (Ed.), 1969, Ethnic Groups and Boundaries, New York, Little Brown.BINSBERGEN, W. 1998 Globalization and virtual...
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Il tragico ossimoro: note sulla deriva monoculturale del multiculturalismo

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Di Roberto Malighetti. Documento utlilizzato come materiale preparatorio del seminario di formazione di Reggio Emilia, 6-8 marzo 2006, intitolato Dalla storia alla cittadinanza. Saperi e pratiche per un ethos civile, che si è svolto presso la sede dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in provincia di Reggio Emilia. Il seminario è stato promosso e progettato dal Landis.

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Il tragico ossimoro: note sulla deriva monoculturale del multiculturalismo

  1. 1. IL TRAGICO OSSIMORO: NOTE SULLA DERIVA MONOCULTURALE DEL MULTICULTURALISMO1 Roberto Malighetti 2Il riconoscimento della propria realtà culturalmente composita da parte delle società europee èunacquisizione recente. Solamente a partire dagli anni Ottanta, e non senza forti resistente daparte di molte forze politiche e di vasti settori dellopinione pubblica, è maturato un interesseesplicito per ciò che viene definito con il termine multiculturalismo. In nome del multiculturalismo la società europea ha elaborato una proliferazione di discorsiriguardanti il ruolo delle minoranze, di programmi intesi a promuovere luguaglianza e distrutture istituzionali designate a fornire servizi. Le iniziative hanno, tuttavia, producono leffettocontrario di escludere le minoranze, invece di promuovere la loro partecipazione alla società ealla cultura nazionale e transnazionale. Tale risultato deriva dalle modalità con cui si è inteso ilconcetto "multiculturalismo" e le nozioni ad esso connesse - in particolare quelle di cultura e dietnicità. In termini operativi le politiche multiculturali hanno aumentato la frammentazione (e ilrischio di aparthaidizzazione) della distanza fra le componenti della società, dimostrandosi validistrumenti per la costruzione dellidentità nazionale. Il multiculturalismo produce così la propriacontraddizione: il monoculturalismo.MULTICULTURALISMO E MONOCULTURALISMOIl concetto di multiculturalismo si fonda su unimmagine della società come di un mosaicoformato da monoculture minoritarie omogenee e dai confini ben precisi, in rapporto a unamonocultura dominante altrettanto chiusa. Basato ambiguamente su unimprobabile neutralità, sullillusione delluguaglianza e sulpluralismo, tale concetto reifica ed essenzializza le culture, considerandole come entità separate,proprietà di un gruppo etnico o di una razza. In tal modo enfatizza i confini e la mutuadistinzione in termini che producono richieste repressive di conformità comune e strategieassimilatrici. Etnicità e multiculturalismo sono due forme interrelate di ideologia sociale. Entrambe sonostrumenti rigidi di classificazione che sottolineano lomogeneità interna, costruita, alter-nativamente, attorno a variabili culturali, genealogiche, territoriali, religiose o linguistiche.Similmente al concetto di razza - specie nella fissazione e nellimmutabilità della differenza -selezionano ciò che divide i gruppi sociali invece del loro intrinseco rapporto. In tal modo sidimostrano coerenti coi principi e le strategie nazionalistiche, legittimando pratiche diseparazione politica e culturale. Il modello richiama alla mente la logica del sistema disudafricano dove studiosi della tradizione volkekunde fornirono le basi ideologiche per il regime1 Articolo pubblicato su Passaggi. Rivista Italiana di Scienze Transculturali, n° 4, 2002.2 Professore Associato di Antropologia Culturale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Ha condottoricerche sul campo in Italia e in Brasile, interessandosi soprattutto di metodologia della ricerca ed epistemologia,cooperazione internazionale e sviluppo e dello studio delle culture afro-brasiliane. Tra i suoi lavori: Il filosofo e ilconfessore. Antropologia ed ermeneutica in Clifford Geertz, (1991); Alla ricerca dell’identità (1998); Dal tribale alglobale (2000); Antropologia Applicata (2001); Il Quilombo di Frechal. Identità e lavoro sul campo in unacomunità brasiliana di discendenti di schiavi (2004), Oltre lo sviluppo, le prospettive dell’antropologia (2005). 1
  2. 2. dell aparthaid e la divisione del paese in comunità etniche, concepite come "ontical, humansocial units" (Coertze, 1978:1). Utilizzando gli strumenti dellantropologia, così come furonoelaborati in epoca coloniale (Malighetti 2001), i "government anthropologists" e gli ideologi delNational Party scorsero nel sistema di segregazione razziale il rispetto delle singole tradizioniculturali locali, conservate nella loro purezza e lontane da possibilità di contaminazione (Grillo,Rew, 1985:135). Il multiculturalismo può essere considerato come il modo in cui lo stato nazionale descrive epensa se stesso, una manifestazione della reazione contemporanea alla delegittimazione e alleminacce di erosione dellegemonia delle culture dominanti allinterno dei paesi europei. Taliprospettive si caratterizzano oggi nel riconoscimento e nellistituzionalizzazione delle diversitàin funzione della loro emarginazione o della loro omologazione. La tendenza è di considerareimperative e autoescludentesi le identità multiple: se ne può avere solo una, altrimenti non si èvisibili allinterno delle nicchie create dal multiculturalismo. Linsistere sulle divisioni e sulle differenze fra gruppi etnici e fra culture, comporta non solocriteri e simboli per una loro identificazione, ma anche una strutturazione e una limitazione deiloro rapporti al fine di impedire le inevitabili interazioni, i reciproci contributi, le influenze e lenegoziazioni. Per restare fedeli allidea verticale di "nazionalità" vari governi europei hannofinito per aggrovigliarsi in una fitta rete di leggi sullimmigrazione basate sullidea che lepolitiche per tali gruppi siano specifiche, alternative e separate dai problemi dello stato. In talmodo le minoranze vengono definite al di fuori dei concetti di nazione e di comunità alla cui ap-partenenza possono difficilmente aspirare solo attraverso un processo di annullamento e dinegazione della propria identità. Profondamente influenzata da una parziale definizione socio-economica delletnicità (per cuisi intendono con questo termine solamente le minoranze "marginalizzate" ed economicamentedeboli), il concetto di multiculturalismo non può prendere in considerazione la composita realtàeuropea nel suo insieme e neppure le differenze culturali allinterno degli stati nazionali. Si rife-risce esclusivamente ad una inverosimile cultura "extra-communitaria" omologata come unica"diversità" allinterno della società nazionale e usata come capro espiatorio di tutti i problemi edelle crisi. Espelle la dimensione del cambiamento e dellarticolazione interna, se non comeeffetto di interventi ed "enti patogeni" esterni come limmigrazione (ma, curiosamente, non laglobalizzazione considerata come fenomeno "interno"). Tale "esportazione-espulsione" al di fuori dellEuropa del multiculturalismo, rispondendo aiprecisi intendimenti politici dei differenti stati nazionali, ha così promosso unideologia nazio-nalista, fondata sullunità territoriale, sullautenticità storica e culturale, sulla purezza etnica orazziale. Questo ha portato a prendere in considerazione il multiculturalismo solo in quantoproblema (immigrazione, marginalità, povertà, criminalità ecc.) allinterno di un quadro teoricodominato dalla contrapposizione assimilatrice "cultura egemonica-cultura subalterna" fondatasulla negazione dellalterità e quindi del dialogo fra culture. In base a questottica le attività afavore del multiculturalismo si sono concentrate a ridurre i conflitti e le tensioni sociali e apromuovere lassimilazione delle subculture allinterno dei modelli culturali dominanti. Reificando e enfatizzando le differenze e le divisioni il multiculturalismo si è dunque posto inconnessione con pratiche indirizzate esclusivamente in direzione delle minoranze, nellintento direnderle interlocutori autorevoli di un asimmetrico e unilaterale dialogo interculturale. Il termineè infatti principalmente usato per denotare gli interventi miranti a favorire lintegrazione deigruppi minoritari nella rappresentanza e nella partecipazione politica, nei curricula scolastici eaccademici come anche nei programmi o negli eventi della cultura nazionale dominante. 2
  3. 3. Seguendo un movimento che può apparire paradossale il multiculturalismo si rivela come illato oscuro della monocultura: lomogeneizzazione nazionale è ottenuta attraverso ilriconoscimento e lannullamento integrativo o escludente della differenza.LA COMPLESSITA’ DELLE CULTURELa globalità dei processi economici e politici hanno creato reti di interconnessioni che penetranoi contesti locali più periferici. In tale mondo plurivoco ed eteroglosso, i cui confini culturali sonosempre più confusi e mutevoli, sistematicamente ibridati attraverso laggregazione sincretica ditratti eterogenei in nuove e instabili configurazioni, diventa difficile iscrivere la diversitàculturale in culture indipendenti e ben definite. In questo contesto si aprono nuovi spazi e nuovestrategie di ricerca e di rappresentazione, che impongono di modificare una serie di topoicaratteristici del sapere occidentale: cultura, comunità, identità, etnia, razza, tribù, nazione. Come è stato da più parti sottolineato (Epstein, 1978; Poutignat,Streiff-Fenart, 1995; Fabietti,1995), il riemergere di conflitti etnici, ha richiesto nuovi approcci al problema dellidentità edelletnicità, non più definibili in termini di semplice appartenenza a un compatto e coerenteinsieme culturale. Lidentità etnica e culturale è sempre meno un attributo quasi-naturale diconchiuse comunità, considerate come unità indifferenziate o somma di tratti empiricamenteriscontrabili allinterno di un contesto locale. Al contrario, è il prodotto caleidoscopico,congiunturale e frammentario, di strategie attivamente perseguite da individui e gruppi a variolivello - costruzioni, interpretazioni del passato, o "invenzioni della tradizione" (Wagner, 1981;Featherstone, 1990, Lash-Friedman, 1992). In questo senso lidentità culturale non è "statica", maè sottoposta ad un continuo processo di riformulazione, costituendo una totalità in movimentoche si compone e ricompone in mutevoli rapporti con lesterno e in reinterpretazioni del passatoalla luce di nuovi modelli e nuove forme di comprensione (Barth, 1969; Said, 1978; Clifford,1988; Smith, 1991). Balandier (1971) e Amselle (1990) hanno mostrato come la produzione dellidentità etnico-culturale sia frutto di un duplice processo dinamico e dialettico fondato su due livelli: un livellointerno ed uno esterno. In realtà la distinzione fra i livelli interni ed esterni è solo un artificioeuristico, non solo perché lidentità come è percepita dagli interessati si costituisce come idea diun "noi" che ha senso solo se contrapposto ad un "loro". Ma anche perché la natura complessadel contesto in cui si produce lidentità si fonda sul concorso e la cooperazione di diversi agenti,che superano la dicotomia fra localismi e globalizzazione: le comunità locali, le organizzazionistatali, i gruppi di pressione, i movimenti politici, i media ecc. Concetti come cultura, comunità, etnia, razza, tribù, nazione non risultano come qualcosa didefinito una volta per tutte e nemmeno come unentità reale. Tali nozioni sono costrutti artificialimediante i quali un gruppo produce una definizione del sè e dellaltro collettivi, auto-attribuendosi una omogeneità interna e, contemporaneamente, una diversità rispetto agli altri. Inquesto senso lidentità culturale ed etnica è pensabile solamente in una maniera contrastiva econtestuale che ha le proprie radici in rapporti di forza tra gruppi coagulati attorno ad interessispecifici. Le etnie risultano come il prodotto di una rappresentazione contingente, fondata su unprocesso di continua negoziazione dellidentità attraverso lopposizione, linteresse, il conflitto(Cohen, 1974). La novità delle recenti analisi non consiste tanto nella identificazione di valenze economico-politiche nei processi di costituzione dellidentità, già efficacemente sviluppate negli anniSessanta e Settanta. Ciò che caratterizza gli approcci contemporanei consiste, piuttosto, neltogliere all etnia la valenza oggettiva e nel considerarla come una costruzione, sottolineando il 3
  4. 4. carattere processuale, discontinuo, inventato e contrattuale delle definizioni di identità (Hosbawn& Ranger, 1983, Marcus & Fisher, 1986, Wagner, 1981; Bhabha, 1994; Appadurai, 1996;Clifford, 1997; Amselle, 1999, 2001). Come rivela correttamente Ugo Fabietti (1995), questo non vuol dire che lidentità etnica siauninvenzione dellimmaginazione. Piuttosto significa che anziché corrispondere a delle realtà e-terne, autentiche e pure, è il risultato di processi di etnicizzazione. Le culture, le società, le etnie,le nazioni emergono non come realtà "naturali" immutabili, ma come delle vere e propriecostruzioni, forme di rappresentazione del sé relazionali e in continua trasformazione nellambitodei rapporti che un gruppo umano intrattiene con altri e con il contesto che li contiene. Roger Keesing (1974:88) parla di "magia dei simboli" alludendo alla trasposizione dei simbolicondivisi in entità che dominano, implicitamente o esplicitamente la coscienza individuale.Questa entificazione o sostanzializzazione consiste nel conferimento ai simboli di unacondizione di realtà autonoma e indipendente, sottratta al flusso esperienziale del loro impiego eai cambiamenti della vita sociale, totalizzante nei confronti dei suoi fruitori (Ceccarelli,1978:272; 1982:57). Tuttavia, per quanto il processo di reificazione possa spingersi in avanti, lacultura non è una cosa che possa mantenersi e sussistere indipendentemente dallimpiego che sene fa. I simboli culturali esistono solamente in quanto sono impiegati, condivisi e socializzati(Remotti, 1992). In quanto "traffico di simboli significanti" (Geertz, 1973) la cultura deve esserenon solo costruita ma anche continuamente ricostruita. Esistendo solamente attraverso leinevitabili variazioni determinate delluso, la cultura, come la lingua, si realizza non giànonostante, ma attraverso le variazioni e la sua realtà non si trova al di là del cambiamento ma alsuo interno (Sapir, 1922:155; Sahlins, 1985:126). Keesing (1994) preferisce utilizzare laggettivo "culturale", a sottolineare il carattere dicostrutto antropologico astratto e non di entità reale. Clifford (1988), da parte sua, parla dipredicament difficilmente traducibile come "predicamento", per ribadire la sua naturaprospettica costruita e "attribuita" alla realtà. Usando un concetto wittgensteiniano potremmodire che la cultura tratta“ della rete”, e non della realtà, configurandosi non come uno spazioesterno a chi lo utilizza, un oggetto delle pratiche e dei discorsi, ma come uno spazio globale dicui i soggetti sono parti integranti e come il luogo da cui parlano. In tal senso si tratta di un processo storico e politico piuttosto che spaziale (Amselle 2001,Appadurai, 1996, Clifford, 1988, 1997; Hannerz, 1992). Clifford, preferendo al concetto diinvenzione quello di articolazione, descrive il collegarsi e scollegarsi di elementi disparati inmaniera al tempo stesso espressiva e politica, secondo modalità simili a quelle sollecitate daicultural studies nella loro riflessione sullintreccio fra sistemi simbolici e sistemi di potere, esulla produzione e riproduzione delle forme culturali. Tale "politica della cultura" o "politicaeconomica della conoscenza" (Keesing, 1974) pensando la cultura come una costruzionepolitica, invita a considerare "chi crea e chi definisce" o chi manipola nella contingenza e a qualescopo i significati culturali, attraverso quali dinamiche e toccando quali elementi, secondo qualiconcezioni della cultura Il punto di vista antropologico non ha, quindi, semplicemente decostruito lidea di cultura. Hainvece cercato di disaggregarla, di renderla storica e politica, indagando gli spazi di scambio,politici, linguistici e culturali nei quali si definisce, di coglierne le modificazioni e gli usiallinterno delle pratiche. Ogni cultura, è sempre stata meticcia o multiculturale, prodotto di una lunga storia diappropriazioni, resistenze, compromessi in continuo mutamento, fondato, dunque, anche suantagonismi incoerenze, contraddizioni. Non è "impazzita" o "insozzata" (Clifford, 1988) 4
  5. 5. solamente nella contemporaneità a causa della globalizzazione, che in ogni caso non è unadinamica recente, avendo costituito, attraversandola, la storia delluomo (Amselle, 2001). Valela pena di citare, a tale proposito, un lungo passo del 1937 di Ralph Linton che ben sottolinea ilcontrasto fra la ferma convinzione di appartenere ad un gruppo e ad una cultura ben definiti echiusi e la concezione intrinsecamente ibrida e interculturale della cultura. "Non ci sono dubbi sullamericanismo dellamericano medio, né sul suo desiderio di conservare ad ogni costo questa preziosa eredità. Tuttavia alcune insidiose idee straniere si sono già insinuate nella sua cultura senza che egli si sia reso conto di quello che stava accadendo. Ecco dunque il nostro insospettabile patriota che indossa il pigiama, un in- dumento che ha avuto origine nellIndia orientale, e dorme sdraiato su un letto costruito secondo un modello originario persiano o dellAsia Minore. E coperto fino alle orecchie di stoffe non americane: cotone coltivato per la prima volta in India, lino coltivato in Medio Oriente, lana prodotta da un animale originario dellAsia Minore, oppure seta, che i cinesi hanno inventato e usato per primi. Tutti questi materiali si sono trasformati in tessuti grazie a un procedimento inventato nellAsia sud-occidentale. Se fa piuttosto freddo può dormire sotto un piumone a trapunta inventato in Scandinavia. Svegliandosi dà unocchiata alla sveglia, uninvenzione medievale europea ... e va verso il bagno.... il vetro fu inventato dagli antichi egizi, le piastrelle vetrificate del pavimento e delle pareti nel Medio Oriente, la porcellana in Cina e larte di smaltare i metalli dagli artigiani mediterranei delletà del bronzo. Anche le tubature e la tazza del cesso sono copie appena modificate rispetto agli originali romani. Lunico contributo americano a tutto il complesso è il radiatore. In questa stanza da bagno lamericano si lava con il sapone inventato dai Galli. Poi si lava i denti, una rivoluzionaria pratica europea che non si propagò in America fino agli ultimi anni del diciottesimo secolo. Quindi si fa la barba, rito masochistico la cui origine risale a preti dellantico Egitto e ai sumeri. Il procedimento è reso meno penoso dal fatto che usa un rasoio di acciaio, una lega di ferro e carbonio inventata in India o in Turchestan. Infine si asciuga con un asciugamano turco. Ritornando nella camera da letto... prende gli abiti dalla sedia, il cui modello è stato elaborato nel Medio Oriente, e inizia a vestirsi. Si mette un abito attillato le cui forme derivano dalle vesti di pelle degli antichi nomadi delle steppe asiatiche e lo allaccia con dei bottoni i cui prototipi comparvero in Europa alla fine delletà della pietra.... Si infila ai piedi delle calzature di cuoio confezionate secondo un procedimento inventato nellantico Egitto e tagliate secondo un modello che risale agli antichi Greci e si assicura che siano accuratamente lucidate, anche questa unidea greca. Infine si passa intorno al collo una striscia di stoffa dai colori vivaci, che è un vestigio sopravvissuto dello scialle che indossavano i Croati del diciassettesimo secolo. Si dà unultima occhiata allo spec- chio, vecchia invenzione mediterranea e scende le scale... Si mette in testa un capello di feltro, materiale inventato dai nomadi dellAsia orientale e, se sta per piovere, si mette le soprascarpe di gomma, inventate dagli antichi mes- sicani, e prende lombrello, inventato in India. Scatta via per prendere il treno, che è uninvenzione inglese... Alla stazione si ferma un istante per comprare il giornale e lo paga con delle monete inventate nellantica Lidia. Una volta in carrozza si sistema sul retro per fumare una sigaretta, invenzione messicana, o un sigaro, invenzione brasiliana. Intanto legge le notizie del giorno, stampate con caratteri che derivano dagli antichi 5
  6. 6. Semiti, stampati mediane un procedimento inventato in Germania su materiale inventato in Cina. E, mentre legge lultimo editoriale che parla dei disastrosi risultati che laccettazione delle idee straniere produce sulle nostre istituzioni, non potrà fare a meno di ringraziare un Dio ebreo in una lingua indoeuropea di essere al cento per cento (sistema decimale inventato dai greci) americano (da Amerigo Vespucci, navigatore e geografo italiano)". (Linton, 1937, pp. 427-429).Il brano porta a riflettere sulleffetto ironico di considerare la cultura come qualcosa di"autentico" e "puro", come un contenitore chiuso in cui sarebbero riposte le vere "radici", levere "tradizioni" di un popolo, di unetnia di una nazione. Sottolinea, altresì, il fatto che ognicultura, ogni stato-nazione siano sempre stati multiculturali, non diventandolo solo di recente acausa di intrusioni dallesterno. Considerare la natura multiculturale delle società europee comeessenzialmente una questione di pluralismo dovuto alla presenza di popolazioni di origineimmigrata, è una finzione ideologica funzionale non solo al mantenimento della "pulizia" etnicae nazionale. Comporta, altresì lillusione che si tratti di una tendenza ciclica che possa esserecontrollata, fermata o resa reversibile.IBRIDAZIONI E METICCIAMENTI Le configurazioni delle culture e delle relazioni culturali nel mondo contemporaneocongiuntamente ai cambiamenti nello statuto del sapere hanno aperto nuovi spazi e nuovestrategie di ricerca che impongono di modificare le dicotomie del discorso modernista (globalità-localismo, modernità-tradizione, centro-periferia ecc.). Queste si frantumano in una molteplicitàdi articolazioni complesse, in ibridazioni e "traffici di culture" (Canclini, 1998; Hannerz, 1998;Guidieri, 1990; Appadurai, 1991; Fabietti, 2000), ripensando le relazioni fra locale e globale,particolare e generale, centralizzazione e decentramento, omogeneità e individualità in termini di"coappartenza" (Gadamer, 1983) o di "attraversamento". Come non esiste un locale puro cosìnon esiste un globale autentico, nonostante i fallimentari sforzi egemonizzanti di imporre unatale prospettiva. Entrambi si stratificano contingentemente in pratiche, relazioni, influenze esaperi (Miller, 1995; Appadurai, 1996; Long, 1996 ; Gupta & Ferguson, 1997, Binsbergen,1998). La riflessione contemporanea sulle configurazioni interculturali può offrire la possibilità ditrascendere la reificazione delle differenze, sostituendo allidea di processi generati dallamodernità rimpiazzando il moderno al tradizionale, lidea di una modernità ibrida intesa comeun insieme di realtà negoziali prodotte essenzialmente dallarticolazione e dalla "coappartenenza"della tradizione e della modernità, del locale e del globale. Tali reti di interconnessioni penetranoi tempi storici più lontani e i contesti locali più periferici (Canclini 1998, Hannerz 1998, Guidieri1990, Appadurai 1991, Fabietti 2000). Questa prospettiva considera lattuale mondo ibrido,plurivoco ed eteroglosso (Bakthin 1937), non come il prodotto della globalità dei processieconomici e politici contemporanei. Al contrario ritiene che i confini culturali siano sempre staticonfusi e mutevoli, sistematicamente ibridati attraverso laggregazione sincretica di trattieterogenei in nuove e instabili configurazioni (Amselle 2002). Questi approcci forniscono la possibilità di considerare, da un lato, le "culture tradizionali"nel loro coinvolgimento trasformativo con la modernità globalizzante. Dallaltro permettono dipensare le realtà contemporanee non in termini omologanti, ma come società vernacolari(Latouche 1997:112) nate dallinterrelazione fra antico e nuovo (Hannerz 1988, Fabietti 2000).Le ibridazioni o le "sozzure" (Clifford 1993:28) sarebbero, cioè, fertilizzanti per nuove sintesi ed 6
  7. 7. "emersioni" culturali e sociali. Se non si abbandonano i presupposti, per altro già superati dalla realtà storica ed economica,delluniformità interna, e non si ripensa la natura dello stato nazionale, accettando come"normale" la diversità, non si potranno realizzare politiche veramente interculturali. Interpretato alla luce di questi argomenti il multiculturalismo esce da un modello verticale,fondato sulla somma di differenze discrete, e assume una connotazione orizzontale, fondatasullinterrelazione fra le diverse componenti culturali della società. Questo indirizza gliapprocci e gli interventi interculturali o transculturali non solo verso le minoranze o versocoloro che si occupano professionalmente di minoranze, ma verso la società nel suo insieme,cogliendo laspetto di complessità teorica, politica e sociale che il concetto di cultura implica. La società del XXI secolo deve superare il modello rigido della cultura nazionale pura eincontaminata, decostruendo il carattere ideologico e mistificatorio con cui lo stato"monoculturale" ha costruito e manipolato la propria identità. Il fine è di riconoscere la complessità, e la natura culturalmente composita della realtàsociale e culturale, considerando e valorizzando la ricchezza delle diverse componenti culturalidella società, non solo del passato ma anche e soprattutto del presente. Non si tratta di unsemplice invito a favore del cosmopolitanismo, o di una superficiale e romantica "celebrazionedelle differenze", ma di una presa di coscienza della natura interculturale della cultura e dellasocietà. Solo in questo modo sarà possibile sostenere uno sviluppo risultante dalla com-prensione reciproca e fondato sulla possibile identificazione dialogica e negoziale, e quindipolitica, di valori comuni. BIBLIOGRAFIAAMSELLE, J.L., 1990, Logiques mètisses. Anthropologie de lodentité en Afrique et ailleurs,Payot, Paris.AMSELLE J.L. 2001, Branchements. Anthropologie de luniversalité des cultures, Paris,Flammarion; trad. it Connessioni Antropologia delluniversalità elle culture, Torino, Bollati2001.APPADURAI, A., 1991, "Global Ethnoscape: notes and queries for a transnationalanthropology", in R.G. Fox (ed.), Racapturing Anthropology. Working in the Present, School ofAmerican Research Press, santa fe, N.M.APPADURAI, A., 1996, Modernity at large: cultural dimensions of globalization Minneapolis:Univesrity of Minnesota Press; trad. it. Modernità in polvere, Roma, Meltemi, 2001.ARCE, A. & LONG, N., 2000, a cura di, Anthropology, development and modernity,London, Routledge.BAKHTIN, M., 1937, Forms of Time and the Chronotope in the Novel, in M. Holquist (ed.), TheDialogic Imagination University of Texas Press, Austin, 1981, pp. 84-258.BALANDIER, G., 1971, Sens e puissance. Les dynamiques sociales, Paris, PUF (trad. it. Lesocietà comunicanti. Introduzione allantropologia dinamista, Laterza, Bari., 1973).BHABHA, H., 1994, The location of culture, London Routledge: trad. it. I luoghi della cultura,Roma, Meltemi, 2001.BALANDIER, G., 1971, Sens e puissance. Les dynamiques sociales, Paris, PUF (tr. it. Lesocietà comunicanti. Introduzione allantropologia dinamista, Laterza, Bari., 1973). 7
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