Il nuovo volto dell'Italia repubblicana. I mutamenti di costume
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Di Simona Colarizi. Pubblicato in “Studi e ricerche di storia contemporanea”, rivista pubblicata dall'Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea. Saggio prodotto ...

Di Simona Colarizi. Pubblicato in “Studi e ricerche di storia contemporanea”, rivista pubblicata dall'Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea. Saggio prodotto in occasione del convegno “La Costituzione della Repubblica italiana. Le radici, il cammino”, svoltosi a Bergamo il 28 e 29 ottobre 2005.

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Il nuovo volto dell'Italia repubblicana. I mutamenti di costume Il nuovo volto dell'Italia repubblicana. I mutamenti di costume Document Transcript

  • IL NUOVO VOLTO DELL’ITALIA REPUBBLICANA I MUTAMENTI DEL COSTUME di Simona ColariziTesto della lezione presentata dallautrice nellambito del Ciclo di lezioni svoltosi a Bergamo dal 3novembre al 7 dicembre, derivato dal convegno “La Costituzione della Repubblica italiana. Leradici, il cammino”, svoltosi a Bergamo il 28 e 29 ottobre 2005.Pubblicata in “Studi e ricerche di storia contemporanea”, 2007 – Fasc. 68 – pp.149 - 161.Vorrei iniziare queste riflessioni partendo dalla fine, quando il ciclo di mutamento, iniziato nelsecondo dopoguerra lentamente, quasi in sordina, per poi accelerasi col boom economico, arriva alsuo culmine sul finire degli anni Sessanta. Il filo di continuità che lega questo intero processodurato circa quindici anni autorizza una lettura a ritroso, perché l’esplosione del 1968 rappresentaun crinale, la conclusione di una fase e il punto di inizio di un’altra stagione. Nel riflettere sulfenomeno della contestazione sessantottina, si è sempre sottolineato lallargarsi della forbice trasocietà politica e società civile, vale a dire la crisi di rappresentanza di un ceto politico che appareincapace di recepire inquietudini e domande del paese in movimento accelerato. Naturalmentequesta frattura non è poi così vistosa, se si assumono come indicatori i risultati elettorali, conparticolare attenzione ai due grandi partiti di massa la Dc e il Pci: nel 1968 non c’è alcun terremotopolitico; anzi, i cattolici recuperano consensi e i comunisti confermano la tendenza alla crescita. Sepoi ci si spinge fino alla elezioni politiche del 1972, le oscillazioni si limitano solo a qualchefrazione di punto - uno 0,4% in meno per i cattolici, uno 0,3% in più per i comunisti. Neppure lacrescita straordinaria del movimento sociale che raggiunge il suo massimo storico, l8,7%, puòessere valutata come un dato allarmante di un umore anti-sistema; in fondo, una fase di disordinecosì accentuato, come quello vissuto in Italia dal 1968 al 1972, è logico generasse un moto direazione e quindi un voto di protesta da parte dellelettorato conservatore e persino moderato. E,tuttavia, la frattura società civile-società politica cè e ha conseguenze immediate sul sistemapolitico dove, già a partire dal 1972, i governi di centrosinistra si avviano definitivamente altramonto.E questa la spia di un malessere crescente, perché proprio lalleanza tra cattolici e socialisti era statala risposta politica alla grande svolta del 1960 e, a mio giudizio, pur nei limiti inevitabili, unarisposta politica coraggiosa, in armonia con le istanze di cambiamento emerse dal paese in pienosviluppo. Anzi; se si considera lintera storia del sistema politico italiano, il centrosinistra è ancoraun momento di vitalità, di dinamismo delle forze politiche, capaci di rimettersi in discussione e dielaborare un progetto riformista sul quale, in un certo senso, si è continuato a vivere di rendita neiventanni successivi. Il che dimostra che i partiti sono stati in grado di interpretare il mutamento,come del resto emerge chiaramente dal lungo dibattito preparatorio del nuovo equilibriogovernativo, un dibattito di livello così notevole da attirare lattenzione persino degli osservatorieuropei. In nessuna altra epoca della storia repubblicana, ad eccezione naturalmente della fasecostituente, il ceto politico ha mostrato altrettanto impegno e acutezza nel leggere la realtà eproporre soluzioni adeguate. Detto questo, però, va spiegata la rapidità con cui si consuma la spintainnovativa del centrosinistra – dopo solo quattro-cinque anni dalla sua nascita – e si innesca unprocesso di divaricazione profonda con la società civile. A mio giudizio, una delle ragioni sta in unlimite di fondo della classe politica italiana, o per lo meno delle forze politiche maggioritarie delsistema, incapaci di rispondere al complessivo cambiamento di scenario che investe naturalmente irapporti economici e sociali, ma stravolge anche il vivere civile, i comportamenti individuali ecollettivi, i parametri culturali dellintero paese. In estrema sintesi si potrebbe dire che i partitiriescono a cogliere i processi di trasformazione economica e sociale in atto nellItalia del boom;affannano invece a comprendere lo straordinario cambiamento del costume di cui lo sviluppo èportatore e, soprattutto, non appaiono in grado di adeguare le proprie strutture e di ricercare unanuova identità più armonica alle istanze e alle aspettative dei cittadini. 1
  • Se si accetta la definizione del 1968 come "rivoluzione del costume" – unico tipo di rivoluzionepossibile in Italia, secondo Bobbio – allora diventa logico che in questa fase di radicalecontestazione la parte più avanzata della società, in particolare i giovani e le donne, non si sentarappresentata dai partiti e anzi manifesti uninsofferenza visibile nei confronti dei tradizionalireferenti politici. E quando si parla di giovani e donne si deve tenere conto che si tratta proprio deinuovi soggetti politici saliti sulla scena a partire appunto dagli anni Sessanta. Questo ineditoprotagonismo, risultato appariscente della travolgente ondata di cambiamento del costume, sidetermina malgrado l’ostilità delle due forze politiche dominanti il sistema, incapaci dicomprenderlo e, per molti versi, impegnate a frenarlo. Per quanto riguarda la Dc, il partito egemonedel sistema, basterebbe ripercorrere la storia della censura in Italia dagli anni Cinquanta agli anniSettanta e oltre, per rendersi conto quanto siano pesanti gli interventi per soffocare la libertà diespressione; così come è sufficiente dare uno sguardo alla storia della sessualità – del restostrettamente connessa a quella della censura – per capire quali fossero le reazioni di fronteallavanzare di comportamenti trasgressivi della morale dominante. E, naturalmente, il sorprendentepermanere in Italia dei codici fascisti nonostante il passare degli anni – più di venti nel 1963 e più ditrenta nel 73 – è significativo di quanto lo strumento giudiziario fosse funzionale a far da freno allamodernizzazione di valori e comportamenti che si modificano contemporaneamente all’omologarsidell’economia italiana all’Occidente avanzato.L’ingresso improvviso dell’Italia nell’era dei consumi ha certo provocato un disorientamentocomprensibile nel ceto politico che, però, pur con timidezze e non poche contraddizioni si vaattrezzando – anche sul piano politico – a gestire lo sviluppo. Come si è detto, il dibattitopreparatorio del centrosinistra mostra uno sforzo di comprensione del nuovo e una capacità diservirsi di strumenti conoscitivi ancora abbastanza estranei alla cultura italiana da parte di tutte lefamiglie politico-intellettuali, dai cattolici ai laici ai socialisti e persino ai comunisti, inizialmente inmaggiore ritardo nell’interpretare la mutazione del capitalismo. La storiografia, che si è arricchita inquesti ultimi anni di una solida saggistica sul miracolo economico italiano e sul Welfare State 1,consente di seguire le tappe di un dibattito assai ricco, in cui i temi in discussione nel mondo hannoun’eco profonda anche in Italia dove vengono ripresi e legati alle specificità del paese in termininon banali. Tuttavia proprio dall’analisi di questa stagione cultural-politica si intravede unadiscrasia significativa tra due piani, quello economico-sociale e quello del costume e dei valori.Benessere e consumi, alla fine, acquistano piena cittadinanza; anzi, diventano l’asse su cui si misurala legittimità dei governi di centrosinistra, accettati proprio in quanto fondativi del Welfare e capacidi assicurare benessere. Emblematica la frase del ministro del Tesoro, il democristiano Medici, chenel 1957 così sintetizza il programma dell’esecutivo guidato dalla Dc: “Benessere per tutti nellalibertà: in ciò sta la realizzazione della vera democrazia”2. Il cambiamento del costume chepresuppone l’affermarsi di nuovi valori, suscita invece diffidenze e ostilità. In un certa misura iconsumi, accettati in quanto portatori di benessere, motori dello sviluppo economico, sono criticati,se non demonizzati, in quanto eversori di un ordine valoriale e comportamentale tradizionale di cuii partiti si sentono i legittimi custodi. Per la Dc vale in gran parte lo stesso discorso che porta laChiesa a opporre un muro di resistenze alla modernità che avanza, distruttiva del patrimonio moraleed etico della cattolicità. L’ostilità di principio del partito comunista, che in teoria presenta unavisione alternativa della società, anzi si propone come alfiere di una diversa “civiltà”, nasce invecedalla percezione di un cambiamento indirizzato verso il modello del “nemico”, quell’ american wayof life , trionfante anche nell’Occidente europeo e con una forza di penetrazione tale da intaccarepersino il mondo sovietico dopo l’arrivo al Kremlino di Kruscev 3.1 Crf. tra i lavori pubblicati negli ultimi quindici anni, V.ZAMAGNI, Dalla periferia al centro. Il secondo rinascimentoeconomico italiano, Il Mulino, Bologna, 1990; G. CRAINZ, Storia del miracolo economico italiano Culture, identità,trasformazioni fra anni Cinquanta e Sessanta, Donzelli, Roma, 1996; G. NARDOZZI, Miracolo e declino, Laterza,Roma-Bari, 2004.2 La frase è citata nel paper di M. MACCAFERRI, Un gruppo di intellettuali italiani fra società opulenta e democraziadel benessere. “Il Mulino” 1958-1968, presentato al Convegno della Sissco, Bologna, 22-24 ottobre 2005.3 Da qui la distinzione continua nel descrivere il benessere in Urss tra l’espandersi dei consumi e modelli dicomportamento rimasti aderenti all’ideologia comunista. Cfr. S. GUNDLE, I comunisti italiani fra Holliwood e Mosca.La sfida della cultura di massa (1943-1991), Giunti, Firenze, 1995; P. P. D’ATTORRE (a cura di), Nemici per la pelle.Sogno americano e mito sovietico nell’Italia contemporanea, Angeli, Milano, 1991. 2
  • Chi, come me, insegna la storia della Repubblica alle giovani matricole, si sarà reso conto dellostupore quasi incredulo degli studenti quando ascoltano il racconto dellItalia quotidiana negli anniCinquanta e Sessanta. Se ci fermiamo solo per un attimo a considerare la moralità sessuale e lenorme che la regolano, sembra di venire proiettati nel medioevo: le cronache rosa che appassionanoi lettori delle riviste illustrate portano alla ribalta i drammi coniugali e gli amori “impossibili” diSophia Loren e Carlo Ponti, della Bergman e Rossellini, di Fausto Coppi e della "dama bianca",arrestata e incarcerata, per adulterio, per parlare solo delle vicende dei personaggi famosi. Nel 1957,il caso del Vescovo di Prato che definisce “pubblici concubini” una coppia sposata con rito civile, èsignificativo del ruolo rivendicato dalla Chiesa nell’imporre i codici comportamentali. Una letturadel libro di Gabriella Parca, Le italiane si confessano, uscito nel 1959 solleva il velo sulla vitaquotidiana di donne qualunque, oppresse da costumi familiari e sessuali non così lontani da quelliche ancora oggi si registrano in alcuni paesi islamici o in società rimaste ferme a un’economiaagricola di sussistenza o governate da costumi tribali. Ma se andiamo un po’ più avanti nel tempofino al 1966 (alla soglia dunque del 1968), ci troviamo davanti due fatti di cronaca emblematici: ilcaso della "Zanzara" e quello di Franca Viola. Linchiesta sulla sessualità promossa dal giornalinoscolastico del Liceo Parini di Milano che provoca la denuncia e il processo degli studentiresponsabili delliniziativa, con tutta una serie di risvolti incredibili-risibili – compresa la visitamedica per accertare lassenza di malattie veneree; la denuncia di Franca Viola contro il fidanzatoche, dopo averla rapita e stuprata, le aveva offerto generosamente il matrimonio riparatore, rifiutatochissà per quali oscure ragioni dalla ragazza non più illibata. Certo il segno che qualcosa stacambiando lo danno non solo gli studenti del Parini e la giovane siciliana, ma anche la grandestampa nazionale che non è più così unanime nella condanna di chi viola i codici delletica e dellamorale tradizionale4. Eppure, il ceto politico è ancora troppo lento nellagire: ci vuole la spallata del68, appunto, perché la Corte Costituzionale deliberi che concubinato e adulterio non sono più reatiperseguibili dal codice penale; e ci vogliono 4 anni di scontri, perché in Italia sia finalmenteaccettata la legge sul divorzio, votata nel 1970 – e, per altro, immediatamente sottoposta areferendum abrogativo. Quanto allomosessualità, basta solo ricordare il caso del professore difilosofia Braibanti, condannato a nove anni di reclusione con laccusa di aver plagiato due studenti.Alla repressione della sessualità si legano direttamente o indirettamente tutti gli altri aspetti delcambiamento nei costumi che vengono censurati o addirittura demonizzati: dalla moda aicomportamenti, fino appunto alla cultura e ai nuovi mezzi di comunicazione che si fanno portatori einterpreti del nuovo, tutte le espressioni della modernità nei costumi vengono respinte. E, come èovvio, la polemica più dura si riversa contro il mondo dei giovani, i primi a percorrere conentusiasmo la via della modernizzazione. E significativo laccanimento contro la moda dei giovanifin dal suo primo apparire nella seconda metà degli anni Cinquanta – la moda causual, il jeans, lamaglietta a righe – e pensiamo ai ragazzi con le magliette a strisce che compaiono nei cortei controil governo Tambroni nel 1960 – per non parlare del giubbotto di pelle, del maglione al posto dellagiacca, delleliminazione della cravatta o del dilagare tra le ragazze delluso quotidiano deipantaloni, fino a quel momento consentiti solo, e con cautela, per fare sport. Un accanimento checontinua e si accentua nel periodo successivo, anche per levidente fallimento della battaglia contro.Così quando arrivano le mini gonne, i capelli lunghi per i ragazzi, i due pezzi al mare, ecc. si alzanoaltre inutili barricate, anche perché la moda è solo la facciata di un mutamento dei comportamentigiovanili che fanno da avanguardia ad altrettanto rivoluzionari comportamenti degli adulti. Il paesesi va modernizzando, a prescindere e contro la volontà politica dei governanti5. Resistere al nuovoera stato difficile persino per la dittatura fascista che per di più ha dominato in un periodo in cui,dopo la grande crisi del 1929, un vento autarchico spirava in tutto il mondo. Malgrado il fascismo,malgrado le sue parole dordine e il monopolio dei mezzi di propaganda, lItalia si era trasformatanegli anni Trenta e Quaranta. E, naturalmente, si continuerà a trasformare negli anni Cinquanta e4 Sui consumi come motori del cambiamento dei costumi in Italia, già negli anni Sessanta erano stati pubblicati duelavori a tutt’oggi di grande interesse: F. ALBERONI, Consumi e società, Il Mulino, Bologna 1964 e P. LUZZATOFEGIZ, Il volto sconosciuto dell’Italia. Seconda serie: 1956-1965, Giuffrè, Milano, 1966. Per una più recenteriflessione a più voci, cfr. P. CAPUZZO (a cura di), Genere, generazioni e consumi. L’Italia degli anni Sessanta,Roma, Carocci, 2003.5 E. SCARPELLINI, People of Plenty: consumi e consumismo come fattori di identità nella società italiana, in P.CAPUZZO (a cura di), Genere, generazioni e consumi. L’Italia degli anni Sessanta, cit. 3
  • Sessanta, nonostante gli sforzi dei partiti che si oppongono con maggiore o minore forza a questarivoluzione del costume.La questione da discutere, però, non è quanto lento sia il processo di modernizzazione del paese oquali contraddizioni la lentezza del processo di modernizzazione comporti. E evidente che in unpaese dove è forza egemone un partito cattolico organico alla Chiesa, la resistenza al nuovo,allomologazione dei costumi, dei comportamenti, della cultura ai modelli dellOccidenteindustrializzato, sia più lenta che altrove e incontri forti ostacoli, tanto più che – e lo si è appenaricordato – lItalia si affaccia agli anni Cinquanta dopo ventanni di regime fascista, durante i quali ladittatura ha sempre ostacolato e demonizzato linfluenza straniera, sia quando si proponeva nellevesti di regime autoritario fondato sul trinomio Dio-patria-famiglia, sia quando ha tentato il saltototalitario. La questione che ho posto allinizio è unaltra: quanto cioè ha influito la incomprensione,la sottovalutazione o tout court la resistenza alla modernizzazione da parte di più del 70% dellaclasse dirigente nellindebolimento del sistema politico stesso, nella divaricazione tra governati egovernanti che hanno cercato di mantenere in stato di minorità gli italiani il più a lungo possibile,nella convinzione di quanto fosse più agevole governare il paese, conservando inalterate regole eleggi del passato. Dal momento però che non si può contrastare più di tanto il processo dimaturazione in atto, viene spontaneo chiedersi perché i partiti rifiutino così a lungo di adeguare sestessi e le istituzioni al cambiamento; perché farsi sopravanzare dalla società civile al punto diperderne il controllo e di dover poi affannosamente cercare di inseguirla?Naturalmente, gli imputati in questa sorta di processo sono la Dc e il Pci – in misura maggiore ilPci, lavversario storico della Dc che si affianca ai cattolici nella lotta contro la modernità, anche seusa altri registri. Un partito comunista “antimoderno” potrebbe apparire un’affermazione“sacrilega” se si considera che anche la storiografia più recente e più critica, pur ammettendo ilritardo dei comunisti nella comprensione del boom economico, attribuisce al Pci il ruolo di “agentedi modernizzazione” nella società italiana6. Si tratta – come è intuibile – di intendersi sul significatoche si attribuisce al concetto di modernizzazione, in questo caso riferito all’ambito del cambiamentodel costume, conseguenza diretta dello sviluppo economico. L’incertezza e la reticenza deicomunisti di fronte all’affermarsi dei consumi come motore del nuovo benessere si proietta in unaevidente ostilità ad accettare le conseguenze di questa rivoluzione in termini di comportamenti e divalori; così anche quando viene meno l’avversione di principio al nuovo corso economico – unabattaglia “senza speranza”, come la definisce Sassoon7 – il rifiuto e le resistenze si concentrano sulleconseguenze nefaste che il neo-capitalismo produce nell’esistenza e nell’immaginario degli italiani8.Già alla fine dei Cinquanta e per tutti i Sessanta, gli interventi politici e più in generale laproduzione culturale dell’intellighentia di sinistra, sotto la diretta influenza del Pci, sono intessuti digrida d’allarme sugli effetti nefasti dello sviluppo e dei consumi. Non è certo un’invenzione l’altrafaccia del boom, quella della grande emigrazione, dello sradicamento dalle campagne,dell’affollarsi nelle città inospitali del Nord, della desertificazione del Sud, tutti elementi che nonsolo hanno un reale costo economico e sociale, ma producono anche una profonda sofferenzaesistenziale. La denuncia di questi disagi finisce però col diventare così prevalente da soffocare glialtrettanti fattori di liberazione e di crescita di cui il benessere e i consumi sono portatori. Di più; trale righe di questa insistita invettiva contro il nuovo volto dell’Italia non può non leggersi unrimpianto – e quindi una valorizzazione – di un ordine di vita che è stato scardinato, “violentato”,dall’imporsi di un modello estraneo e contrario ai costumi, ai valori, all’etica degli italiani.6 E. TAVIANI, Il Pci nella società dei consumi, in R. GUALTIERI (a cura di), Il Pci nell’Italia repubblicana 1943-1991, Carocci, Roma 2001, p.293. Taviani fa riferimento a i lavori di G. GOZZINI, R. MARTINELLI, Storia delpartito comunista italiano. Dall’attentato a Togliatti all’VIII Congresso, Einaudi, Torino 1998; M. FLORES, N.GALLERANO, Sul Pci. Un’interpretazione storica, Il Mulino, Bologna 1992; A. AGOSTI, Storia del Pci, Laterza,Roma-Bari, 1999.7 Sasson paragona la battaglia delle sinistre contro la società dei consumi a quella “dei luddisti del passato contro lemacchine”. D. SASSOON, Cento anni di socialismo. La sinistra nell’Europa occidentale del XX secolo, Editori Riuniti,Roma, 1997, p. 217.8 Lo riconosce indirettamente anche Gallerano quando sostiene l’azione modernizzatrice del Pci che guida nelle regionirosse – in particolare in Emilia – il passaggio dalla società agricola a una società a industrializzazione diffusa. Proprioqui il Pci finisce per trovarsi in contraddizione con se stesso perché queste zone si rivelarono le “più permeabiliall’edonismo consumistico del ‘neocapitalismo’”. M. FLORES, G. GALLERANO, Sul Pci. Cit., p.226. La cit. è ripresaanche da E. TAVIANI, Il Pci nella società dei consumi, cit., p. 293. 4
  • L’immagine idealizzata di un mondo agricolo che scompare diventa un richiamo accorato aun’epoca felice, dalla quale sono però state espunte tutte le componenti scomode: il silenzioangoscioso, l’oscurità, l’assenza di contatti umani, l’autoritarismo, la violenza della famigliapatriarcale claustrofobica, la condanna a vita di un lavoro duro che accomuna esseri umani eanimali, la sporcizia, l’ignoranza, le prevaricazioni sessuali, gli incesti, gli stupri. La bellezza deicampi, la gioia di veder crescere e maturare i frutti della fatica, l’armonia degli affetti familiari, ilcontatto rigenerante uomo-natura, lo scandire del giorno e della notte secondo il ciclo del sole edelle stelle, le incantevoli “lucciole” pasoliniane che mandano sprazzi di luce nelle tenebre, il panebianco e fragrante che le donne tolgono dal forno per presentarlo sulla tavola dove siedono solo gliuomini in attesa di venire amorosamente serviti, che cosa sono se non una laudatio temporis acti,un recupero dei valori ai quali si dovrebbe conformare l’individuo e la collettività? Non bastaaggiungere l’impegno politico e la fede nel comunismo che avrebbero perfezionato questo mondoidealizzato, per scardinare l’intero impianto di questa visione. Del resto, speculare è la descrizione-demonizzazione della città, luogo di corruzione, di miseria morale, di vicoli bui, di quartierimalfamati, di squallide e sporche periferie, di aria inquinata, di un sole eclissato dai “casermoni” eaddirittura dai grattacieli, degli alberi scomparsi e sostituiti con foreste di antenne televisive e,soprattutto, di una folla di uomini e donne abbagliati dal dio denaro, avidi di piaceri, pronti aprostituirsi – come racconta l’epopea di Rocco e i suoi fratelli, ma anche La dolce vita, capolavori diuna splendida stagione cinematografica che così bene riflette la sofferenza sempre implicita nellefasi di accelerata trasformazione.Manca però la lettura e soprattutto l’accettazione di quanto di nuovo sta nascendo da questasofferenza e al di là di questa sofferenza. E non stupisce questo vuoto se si considera quale fosse ilconformismo imperante nel Pci comunista fin da quando, nellimmediato dopoguerra, abbandonatigli schemi del bolscevismo originario, si organizza come partito di integrazione di massa. Unaprima traccia è offerta dalla memorialistica dei militanti, in particolare delle donne, che ricordano leferree e minuziose regole di comportamento e di morale del buon comunista: il buon comunista sisposava, procreava figli legittimi, conduceva unesistenza austera e ordinata, dedicataesclusivamente al lavoro, alla famiglia, al partito. Ogni deviazione era mal tollerata; persino quelladel leader massimo che conviveva more uxorio con la compagna Nilde Jotti, pur avendo unaltralegittima moglie. Togliatti e la Jotti pagavano cara questa trasgressione con un controllo esasperantesulla loro esistenza privata che solo una grande fede e una grande disciplina consentivanoprobabilmente di sopportare. Tutti gli altri trasgressori imparavano presto sulla propria pelle, conemarginazione e censure, che cosa costasse uscire dai binari della morale corrente: lo sapevanobene gli intellettuali sregolati – e basta ricordare il caso di Pasolini e il suo tormentatissimo rapportocon il Pci; lo sapevano le donne del Pci che inghiottivano in silenzio soprusi e umiliazioni. Manonostante il passare degli anni i comunisti modificano i loro atteggiamenti con una lentezzaesasperante, come testimonia una saggistica che negli ultimi anni, dopo la fine del comunismo, hacominciato a indagare anche su questo aspetto della storia del Pci9.Soprattutto la spinta al rinnovamento non viene da loro, ma da altri settori minoritari del mondopolitico. Il partito di opposizione, rappresentante più del 25% dellelettorato, non è il protagonistadella grande battaglia a favore del divorzio che di sicuro segna in Italia una tappa fondamentalenella definizione di nuovi codici morali e di nuovi valori. Il progetto di legge sullo scioglimento deimatrimoni porta la firma di un socialista e di un liberale, Fortuna e Baslini, ed è soprattutto graziealla mobilitazione del piccolo gruppo dei radicali che il confronto in Parlamento riesce ad avere unaforte eco e il sostegno della società civile. Persino quando, varata la nuova normativa nel 1970, siapre la campagna per il referendum abrogativo chiesto dai cattolici, persino in quel momento il Pciesita a impegnarsi nella lotta, sperando con una attenuazione delle norme di arrivare a un accordoindolore con la Dc. La Dc per parte sua è talmente cieca di fronte alla nuova società da non dubitareneppure che il risultato referendario possa smentire le aspettative di una vittoria travolgente delpaese cattolico contro il Parlamento laico. Solo una piccola pattuglia di cattolici per il no, schierati afavore del divorzio, si rende invece conto a quale sconfitta vada incontro la Dc; ma non a caso sitratta di cattolici per così dire "esterni" alla democrazia cristiana che vivono più direttamente a9 Cfr. C. MARINO, Autoritratto del Pci staliniano 1946-1953, Editori Riuniti, Roma, 1991; S. BELLASAI, La moralecomunista. Pubblico e privato nella rappresentazione del Pci (1947-1956), Carocci, Roma, 2000. 5
  • contatto con la società civile; intellettuali che colgono i processi di trasformazione, la laicizzazionein atto o, per usare il termine di Lanaro, in questo caso sicuramente più calzante, lascristianizzazione in atto10. Per quanto la prospettiva di impegnarsi in uno scontro referendario conla Dc non piaccia al Pci, pur tuttavia i comunisti si trovano a un certo punto costretti a cavalcare labattaglia anche per quanto sta avvenendo al loro interno. Il 68 ha avuto un effetto dirompente nelcorpo del partito che ha visto letteralmente saltare in aria tutta la struttura delle sue organizzazionigiovanili, travolte dallondata della contestazione. Malgrado le cautele dei vertici, il segnale delleelezioni politiche del 72 è un campanello dallarme: il lievissimo, quasi impercettibile aumento deiconsensi – un +0,3% – rappresenta una sconfitta, cioè una battuta darresto in un processo di crescitaininterrotta, praticamente dal 46 in poi. Il Pci rischia di perdere il contatto con i soggetti politicinuovi, i giovani e le donne, se non intraprende la strada del rinnovamento del costume che passaappunto per le lotte sui diritti civili, per lo smantellamento della legislazione fascista, perl’affermazione di libertà individuali, vale a dire per la strada della modernizzazione dei costumi.A spiegare il conformismo comunista si è in genere fatto ricorso a una serie di considerazioni chehanno fondamento, anche se spiegano solo una parte del problema. Si è detto che trovandosi adoperare in un paese a stragrande maggioranza cattolica, il Pci si muove con la massima cautela sulterreno della morale e del costume, un terreno dominato dalla Chiesa e quindi sul quale una presa diposizione altra è di per sé minoritaria, ben più minoritaria di quanto non sia la stessa rappresentanzapolitica, per lo meno nel 1945. Toccare insomma il cleavage confessionale non conviene aicomunisti: nel momento in cui nel 1944 dal partito di avanguardie si è passati al modello del partitodi integrazione, appare chiaro che il Pci apre le porte a una massa di iscritti di religione cattolica.(Del resto il nuovo statuto del partito sottolinea che non cè alcuna incompatibilità tra lesserecomunisti e professare una propria religione). Mettere il popolo comunista di fronte a una scelta trala fede e lappartenenza politica è quanto i vertici del Pci si impegnano a evitare con grande cura, findal famoso voto sullarticolo 7 della Costituzione. A queste considerazioni si aggiunge, a partire dal47, con lo scoppio della guerra fredda e la polarizzazione del sistema, spaccato tra comunisti eanticomunisti, la preoccupazione di non fornire ulteriori armi alla propaganda avversaria che delresto, nei toni esasperati del 48, rappresenta i comunisti come i senza Dio, gli atei, i corruttori deigiovani e i sovvertitori dei valori morali e religiosi. La Russia è dipinta dalla stampa cattolica comeil paese del divorzio e del libero amore, dei figli illegittimi e delle ragazze madri; ed è interessantesottolineare che la stampa comunista presenta invece lUnione Sovietica come il paese piùconformista del mondo. Il mito sovietico non certo come mito rivoluzionario, al contrario un mitodi ordine e di conformismo11.Sicuramente sono considerazioni importanti, ma non bastano a spiegare lintero problema. Ci siavvicina di più alla sostanza della questione quando si va a verificare lantiamericanismo del Pci,vale a dire la contrapposizione tra civiltà comunista e civiltà capitalistica12. Paradossalmente èquesto stesso terreno su cui convergono i due rivali, Pci e Dc, i due partiti Chiesa.Internazionalismo proletario ed ecumenismo cattolico fin dallimmediato dopoguerra sono scesi incampo per combattere entrambi “il sacro egoismo nazionalistico” per dirla con Bodei13. La lottatra Dc e Pci è la lotta tra due agenzie etiche contrapposte che promuovono e organizzano la vita direlazione popolare attraverso un complesso sistema che copre lintero territorio nazionale con unafittissima rete associativa: le cellule, le case del popolo, le sezioni ecc, da un lato; le parrocchie, glioratori, ecc. dallaltro. Entrambe le “agenzie” – il termine è di Bodei – vedono avanzare con timorelegemonia americana portatrice del consumismo che, mettendo in primo piano i valori individuali eleconomia di mercato, rischia di allentare i vincoli della famiglia e della solidarietà sociale.Insomma i due maggiori partiti puntano a conservare se stessi: la Dc difende i luoghi e le forme di10 Su questo aspetto, come su altri temi della trasformazione del costume, il lavoro di Lanaro ha svolto un ruolo pilotanel dibattito storiografico: S. LANARO, Storia dell’Italia repubblicana, Marsilio, Venezia, 1992. Su posizionisostanzialmente difensive dell’approccio del Pci alla trasformazione del costume è P. GINSBORG , Storia d’Italia daldopoguerra ad oggi. Società e politica 1943-1988, Einaudi, Torino, 1988.11 F. FIUME, Nel nome di Stalin, Pagano, Napoli, 2003; F. ANDREUCCI, Falce e martello. Identità e linguaggi deicomunisti italiani tra stalinismo e guerra fredda, Bonomia University Press, Bologna 2005; M. DEGLI INNOCENTI,Il mito di Stalin. Comunisti e socialisti nell’Italia del dopoguerra, Lacaita Editore, Mandria-Bari-Roma, 2005.12 M. TEODORI, Maledetti americani. Destra, sinistra e cattolici: storia del pregiudizio antiamericano, Mondadori,Milano, 2002.13 Remo BODEI, Il noi diviso, Einaudi, Torino, 1998. 6
  • socializzazione legate alla tradizione – la Chiesa, la scuola, la famiglia; il Pci si batte per conservarequelle più moderne, i partiti, i sindacati, i media (pre epoca televisiva), anchessi però insidiatidallavvento dellera dei consumi. Famiglia o classe sono fondative di una società in cui tutti i cetisociali vengono catalogati a seconda del lavoro che svolgono, non già in quanto individui ma comeappartenenti a un determinato aggregato corporativo, non già in quanto consumatori, ma comelavoratori.In questa ottica è relativamente facile dare una risposta seppure sofferta alla grande svolta del 1960sul piano delle riforme economiche e sociali: si tratta di adattare il valore “lavoro”, al cambiamentodello scenario, da una società agricola a una società industriale. Anche se il Pci è in ritardo persinosu questo terreno – che è invece percorso dal partito socialista; e anche se nella Dc le correntifavorevoli al centro sinistra impiegano dieci anni per prevalere, elaborare un riformismo economicoe sociale appare ancora possibile. Ma il boom economico è appunto il veicolo anche di altreprofonde modificazioni culturali e del costume che mettono in pericolo la natura stessa dei duepartiti-Chiesa dove gli iscritti-fedeli finiscono nonostante tutto per sviluppare un paradossaleindividualismo di massa. Il lavoro comincia inevitabilmente a perdere la sua aureola di sobrio equotidiano eroismo per essere vissuto e interpretato come sgradevole necessità. E nel momento incui vacilla il valore fondante etico, lintero edificio del partito-Chiesa e della Chiesa-partito traballa:nella società si è aperto un conflitto non risolvibile tra etica della produzione ed etica dei consumi.Lavvento dellera dei consumi, prima ancora del sessantotto, innesca la "rivoluzione"; ma unarivoluzione che nulla ha in comune con i miti rivoluzionari del passato. Per molti aspetti è unarivoluzione multiculturale; elitaria ma non di classe; di base ma non popolare; ideale ma non dipartito o religiosa. Non stupisce che gradualmente i luoghi della socializzazione tradizionalecomincino ad accusare un calo delle presenze: le cellule, le case del popolo, le parrocchie, sonomeno frequentate. Contemporaneamente anche la famiglia, luogo di raccolta, perde la sua funzione:parenti e persino amici disertano le riunioni domestiche, mostrando con evidenza la crisi di quelloche si può definire il pilastro della socializzazione tradizionale – la famiglia appunto.Ad accelerare questi processi interviene in modo vistoso lingresso sulla scena del nuovo mediumtelevisivo che erode alla base la tradizionale vita di relazione, con una capacità distruttiva qualenessun altro mezzo di comunicazione ha mai avuto in passato. La Tv entra direttamente nellafamiglia, nel cuore pulsante della socializzazione tradizionale e qui proietta il nuovo mondo. Unmondo che appare dagli schermi come un unico sistema integrato, come uno spazio omogeneo,allinterno del quale ogni luogo è interconnesso. E’ noto e studiato il ritardo della cultura di sinistranel rendersi conto delle potenzialità di questo medium che viene respinto con sorprendenteingenuità – e valga per tutti larticolo di Saverio Tutino su "Vie Nuove" del 1956, quando scrive:“A noi non piacciono le cose che succedono in America. Adesso siamo in piena euforia e non si puònegare che "lascia o raddoppia" goda di grande popolarità; per cui rischiamo di dire coseimpopolari. Ma non tutto ciò che viene imposto in America coi sistemi propagandistici di cui là sidispone, può andare bene anche in Italia”14. Una maggiore acutezza nell’intuire alcune potenzialitàdel nuovo medium è sicuramente presente nei cattolici che colgono l’occasione preziosa di allargaregli spazi propagandistici offerta dalla televisione. Politici e intellettuali democristiani, che nell’Italiafascista hanno vissuto e magari iniziato a operare all’interno della “macchina del consenso” messain moto dalla dittatura, sono consapevoli di quale peso politico abbia il nuovo medium, strutturatoimmediatamente in evidente continuità con le istituzioni mediatiche del Minculpop. E’ un vantaggionon da poco rispetto ai dirigenti della sinistra che su questo, come su altri piani, scontano un esilioquasi ventennale dall’Italia; un vantaggio che spiega anche la relativa facilità per la burocraziainterna e per i governi a guida democristiana di assicurarsi il controllo pressoché assoluto del nuovostrumento. L’impronta pedagogica impressa alle prime trasmissioni televisive della TV palesal’esplicito intento di ancorare le masse a una precisa visione della società insidiata da un processo dilaicizzazione che potrebbe diventare prevalente ove dilagasse il modello televisivo americano15. In14 S. TUTINO, Il vizio segreto della televisione, "Vie Nuove", 26 febbraio 1956.15 In questo senso la paura del modello americano accomuna cattolici e comunisti. Cfr, al proposito G. BETTETINI (acura di), American Way of Television. Le origini della TV in Italia, Sansoni, Firenze, 1980; D. FORGACS,L’industrializzazione della cultura italiana (1880-1990), Il Mulino, Bologna, 1992. 7
  • questo senso l’enciclica di Pio XII Miranda Prorsus indica la strada che i vertici della Dc sonochiamati a percorrere16.Di nuovo però troviamo intellettuali cattolici e intellettuali comunisti fianco a fianco, perché se iprimi sono più consapevoli dei secondi, entrambi individuano questo rivoluzionario mezzo dicomunicazione di massa come prodotto della società dei consumi. Quella società dei consumiportatrice di uno stravolgimento del costume che va fermato; e per arrestare il mutamento ci sirifugia nella demonizzazione dei consumi – il paganesimo dei consumi. Tuttavia, l’anatema nonbasta a cancellare il consumismo che abbatte tutte le barriere e passa anche e soprattutto per glispazi televisivi dedicati alla pubblicità e all’intrattenimento, a dispetto della censura alle ballerine emalgrado i palinsesti si arricchiscano di trasmissioni educative17. E’ su questo nodo che si misural’inadeguatezza delle due grandi “agenzie etiche” nel leggere la modernità, perché la cultura politicadella Dc e del Pci non può di principio attribuire agli oggetti di consumo una potenza di linguaggi.Eppure basterebbe attingere alla cultura antropologica per trovare una tesi esattamente opposta, valea dire che nel tessuto della quotidianità i consumi diventano il sostrato vitale delle societàcomunitarie, cioè proprio quanto sta avvenendo nell’Italia della fine dei Cinquanta. Così,nonostante il disprezzo per la televisione o il tentativo di “blindarla”, questo nuovo oggetto diconsumo, motore e acceleratore della corsa al consumo tanto da renderlo non solo lo specchio delboom, ma uno dei principali volani del miracolo economico italiano, piace irresistibilmente agliitaliani di tutte le fedi politiche e religiose. Sotto questo profilo, il divario con le élites politico-intellettuali non potrebbe essere più chiaro; né può stupire che col 1968 anche il modello culturale-pedagogico della televisione di Stato giunga al tramonto, a conferma del ritardo accumulato daimaggiori partiti nel leggere e nell’accettare la rivoluzione del costume.16 Il primo intervento di Pio XII risale alla nascita della televisione in Italia quando in una Esortazione ai vescovi ilpontefice indicava i compiti della televisione che doveva essere non solo “moralmente incensurabile”, ma anche“cristianamente educatrice”. La citazione è tratta da G. GUAZZALOCA, Consumi e cittadinanza: la società delbenessere e dei consumi nell’Italia del miracolo economico, relazione presentata al Convegno della Sissco, settembre2005.17 Cfr. C. MANNUCCI, Lo spettatore senza libertà. Radio-televisione e comunicazione di massa, Laterza, Bari, 1962.Per una riflessione più recente cfr. E. MENDUNI, La televisione. Il mondo in ogni casa. Forme e poteri del piccoloschermo nell’era multimediale, Bologna, Il Mulino, 2001. 8