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Liberazione e costituzione repubblicana. Contributi per una rilettura
 

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Di Francesco Paolo Casavola. Pubblicato in “Storia e memoria”, rivista pubblicata dall'Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea e prodotto per il convegno:"Radici e ...

Di Francesco Paolo Casavola. Pubblicato in “Storia e memoria”, rivista pubblicata dall'Istituto ligure per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea e prodotto per il convegno:"Radici e vitalità della Costituzione", svoltosi a Genova il 23 aprile 2005.

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    Liberazione e costituzione repubblicana. Contributi per una rilettura Liberazione e costituzione repubblicana. Contributi per una rilettura Document Transcript

    • 1 Liberazione e costituzione repubblicana. Contributi per una rilettura di Francesco Paolo CasavolaIntervento al convegno Radici e vitalità della Costituzione svoltosi a Genova il 23aprile 2005.Pubblicato in Storia e memoria, 2005 - Vol.14 - Fasc.2 - pp.129 – 135.La ricorrenza del sessantesimo anniversario della Liberazione suggerisceriflessioni nuove rispetto al passato. Proviamo ad esprimerle ed ordinarleinsieme, non per rito memoriale ma per un esame di coscienza rigoroso esincero. Da qualche tempo si levano dubbi sul significato della festa dellaLiberazione, che nel calendario repubblicano non ricorderebbe la nascita diuna nuova Italia, ma la divisione degli italiani in quella guerra civile chesembra essere per una recente storiografia il vero volto della Resistenzacontro il fascismo e contro l’occupazione tedesca. Perché questa alterazionedella memoria e della interpretazione dei fatti ch’essa conserva? A mano amano che le generazioni nascono e vivono sempre più lontane nel temporispetto ad eventi cruciali e fondativi per la comunità nazionale, scompaiono itestimoni che quelle esperienze hanno direttamente vissuto. Nessundocumento restituisce il pathos della vita collettiva. È nelle passioni civili,nelle attese, nelle speranze, nelle paure, nelle scelte istintive e non calcolatedelle popolazioni che si rivelano più verità di quante non ne trattengano idocumenti esplorati dagli storici. È perciò unoccasione da non sciuparequella delle feste civili destinate a rinverdire i ricordi delle generazionisuperstiti e più vicine agli eventi perché si facciano tramite a quellesopravvenute e immemori. È anche importante la valorizzazione di documentari filmati e di filmgirati nei mesi o negli anni immediatamente successivi alla Liberazione,1 [ Int er ve n to al co nve g no Radi ci e vi talit à de lla C o st itu zione s vo lto si a G e nov a il 23 april e 2005]
    • 2perché le immagini, e i sentimenti ch’esse suscitano, sono più veridiche delletesi costruite a tavolino. Muoviamo dalla prima considerazione, che chiameremo della italianitàdella Liberazione. Non riflettiamo mai abbastanza sull’aggettivo nazionaleche segue il sostantivo liberazione. Le parole, specie quelle coniate e diffuserapidamente dalla creatività dei parlanti, esprimono intuizioni profonde. Erala liberazione della nazione italiana dallo straniero che tutte le popolazionidella penisola cominciarono a fortemente e unanimemente volere dopo l’8settembre del 1943. Fu un giudizio improvviso e istintivo al Sud e al Nord,nelle città e nei paesi, nelle fabbriche e nelle campagne, tra i militari e icivili, nelle Università e nelle parrocchie, che i tedeschi, al cui fiancoeravamo stati trascinati in una guerra sciagurata, erano e si comportavanocome nemici da cui dovevamo liberarci. Le scelte di popolo, che gli storicipercepiscono debolmente e che forse solo i grandi narratori sanno rievocare (epenso alle pagine tolstoiane che chiudono Guerra e Pace), furono allorainequivoche. I tedeschi apparvero come il nemico storico che aveva ostacolatoil nostro Risorgimento, contro cui avevamo combattuto nel 1915-‘18, e che ilfascismo aveva mascherato come alleato in un patto tra due ideologie e duedittatori, non certo in una solidarietà di culture e di popoli. L’estraneamentotra italiani e tedeschi nel 1943 fu radicale e reciproco. La memoria collettivadelle Nazioni ha ricordi tenaci. L’armistizio dell’8 settembre 1943 suscitò neitedeschi l’astio verso gli italiani ancora una volta svelatisi traditori. Essipensarono ad una replica della dichiarazione della nostra neutralitàdell’agosto 1914, che preparava il passaggio dell’Italia dalla TripliceAlleanza con gli Imperi centrali alla Intesa con Francia e Inghilterra. Lecontrapposizioni furono dunque da una parte e dall’altra nette. Il paradossonella nostra psicologia collettiva, a conferma del riconoscimento del veronemico, fu che nei ricoveri antiaerei non riuscivamo più ad avere sentimenti
    • 3ostili per gli aviatori anglo-americani, che devastarono le nostre città conbombardieri pesanti dal simbolico nome di Liberator. Senza questa corale agnizione del nemico non sarebbe neppure possibiledare un contenuto storicamente compiuto alla liberazione nazionale. Di qui laseconda considerazione, che l’inizio della lotta di liberazione fu una sceltamilitare. Gli italiani dovevano combattere contro i tedeschi. E dissolte lenostre forze armate, la lotta non poteva che essere impari, tra gruppi diirregolari male armati, difensori della propria nazione, e un potente esercitodi occupazione. È la guerra partigiana, con le Squadre di azione patriotticanelle città, le brigate e le divisioni in montagna. La Liberazione di Genova, con l’atto di resa germanica del 25 aprile1945, è emblematica di questa sproporzione di forze, tra italiani e tedeschi.Eppure il generale Günther Meinhold si arrende e non solo per l’andamentodelle operazioni di guerra in Italia e per l’avvicinarsi della V armataamericana. Delle truppe ai suoi ordini, alcuni reparti avrebbero potutocontinuare a combattere sfruttando la superiorità di armamento. LaKriegsmarine al comando del capitano di vascello Max Berninghaus, decisa aopporsi alla insurrezione dei cittadini e dei partigiani, sconfessa lacapitolazione e condanna a morte il generale Meinhold, il cui sottufficialeinterprete dottor Joseph Pohl, giovane trentenne e fervente nazista si eraintanto suicidato a Villa Migone, dove i tedeschi avevano trattato la resa conil Presidente del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, RemoScappini, assistito dall’avv. Enrico Martino e il dott. Giovanni Savoretti,membri del Comitato, e dal maggiore Mauro Aloni, comandante della Piazzadi Genova. Paolo Emilio Taviani, che aveva partecipato alla lotta diliberazione con il nome di battaglia di Riccardo Pittaluga, ha lasciato unracconto del periodo 1943-’45 nel libro intitolato Pittaluga racconta.Romanzo di fatti veri, pubblicato nel 1988.
    • 4 Con la immediatezza e la concitazione della cronaca di fatti vissuti,siamo aiutati a capire come una macchina militare imponente e potente qualequella tedesca, che aveva trasformato Genova in una formidabile piazzaforte,essendo le industrie genovesi una risorsa irrinunciabile per la potenzaoccupante, cedesse dinanzi agli scioperi degli operai, alle incursioni deipatrioti in città, alla discesa delle unità partigiane dalla montagna, alla azionedi coordinamento politico del Comitato di Liberazione della Liguria, allamediazione triangolare, come l’ha definita M. Elisabetta Tonizzi, della Curiatra popolazione, nazifascisti e Resistenza. Si può dire che la liberazione diGenova è un ennesimo caso esemplare del rovesciamento del più forte daparte del più debole, quando il primo ha dalla sua parte la sola forza dellearmi e l’altro la buona causa della libertà. Ha scritto Antonio Gibelli in uno studio dedicato a La classelavoratrice genovese nella Resistenza che il documento della resa delgenerale Meinhold “costituisce una sorta di certificato di identità della nostracittà, o se si vuole una specie di certificato di battesimo della Genova libera ecivile nella quale abbiamo vissuto gli anni della Repubblica”. Ma la terza considerazione, che ci porta oltre i caratteri della italianitàdella liberazione nazionale e della organizzazione militare della resistenza,tocca il cuore della contesa recente sull’assorbimento nel disegno dellaegemonia culturale comunista del significato della Liberazione come eventorealizzato dalla partecipazione preponderante delle unità partigiane comunistee perciò indebitamente collocato nel calendario della memoria civilerepubblicana. La Liberazione ricorderebbe non la concordia e l’unità degliitaliani nella riconquistata libertà, ma la loro divisione nella guerra fratricidaantifascista. E data la suggestione che su una storiografia cosiddettarevisionista esercitano le vicende dei vinti, come per il processorisorgimentale dell’Unità italiana vengono rivalutati i legittimisti borbonici ei briganti delle province meridionali, così emergono i vinti nella lotta di
    • 5resistenza i fascisti della Repubblica del Nord e gli assassinati dai partigianicomunisti. In tal modo la resistenza diventa non solo guerra civile tra fascisti eantifascisti, ma anche tra comunisti e anticomunisti, insomma una paginacruenta tra fazioni italiane. Quanto queste riletture offuschino la realtàluminosa della Liberazione è di tutta evidenza. Esse vanno pacatamentediscusse contestando soprattutto l’errore di opporre episodi particolari quandonon proprio marginali a quadri e vicende generali. La passione civile puòdegradare a odio politico e alimentare vendette personali e private. Ma èobbligo dello storico distinguere e non confondere e generalizzare. Nella Resistenza combatterono 185 mila partigiani, tra cui 35 miladonne, di cui 683 uccise in combattimento, i morti furono 29 mila, 20 mila imutilati e invalidi, 10 mila soldati della Divisione Acqui furono fucilati daitedeschi a Cefalonia, altri 33 mila militari italiani morirono nei lager nazisti,oltre 14 mila civili furono vittime di rappresaglie o deportati, come gli ebrei,morirono nei campi di combattimento. Questo è il sacrificio italiano per ottenere la liberazione. Si possonoaggiungere a queste cifre quelle dei 13 mila militari e 2.500 civili checaddero dall’altra parte tra quanti non volevano la Liberazione. Da una parte e dall’altra ci si è battuti in buona fede, con eroismo e confurore. Ma le scelte di campo non sono equivalenti. Le scelte individualipossono essere giuste o sbagliate. Le giuste corrispondono a quella coraleconcordia delle popolazioni che rivendicavano la protezione della propriaitalianità contro lo straniero. Le sbagliate si autoescludono dalla italianità,nell’obbedienza allo straniero occupante le nostre terre e padrone delle nostrevite. E qui passiamo ad una quarta riflessione. La Liberazione non si arrestaalla cacciata dai territori del nostro perse degli invasori tedeschi, né allacaduta della Repubblica fascista. La Liberazione vuole fondare una nuova
    • 6Italia, diversa da quella del ventennio della dittatura, e diversa anche daquella dell’età liberale. Una nazione che fosse davvero una grande comunità, icui cittadini non fossero mandati a morire in guerre ideologiche eimperialistiche o costretti a cercare lavoro allestero, discriminati non solo traricchi e poveri, ma anche per la razza, la religione e le opinioni politiche.Una comunità che avesse come valore supremo non più lo Stato, ma lapersona dell’uomo, e aiutasse questa persona a crescere nelle formazionisociali, nella famiglia, nella scuola, nelle associazioni, nelle professioni. Unacomunità ordinata nell’intreccio di diritti inviolabili che spettano alla personaumana e di doveri di solidarietà che i cittadini devono inderogabilmenteadempiere l’uno verso l’altro nella vita politica, economica e sociale. Unacomunità in cui tutte le istituzioni che si unificano nella parola Repubblicaoperano per rendere effettiva e non astratta la libertà e l’uguaglianza deicittadini. Insomma la Liberazione era la vita nuova per le nuove generazionidegli italiani. Ecco perché quella liberazione dai tedeschi e dai fascisti nonappariva che come premessa della Repubblica e della Costituzione. Quando il 2 giugno 1946 gli italiani e per la prima volta le italianevotarono per la Repubblica e per l’Assemblea Costituente, si fece fare undecisivo passo avanti alla Liberazione, non più apertura di una strada mainizio di un cammino. E dovremmo misurare ogni 25 aprile quanta distanzaabbiamo percorsa da quella partenza del 1945. La Liberazione è un esodoverso una terra promessa quale fu intravista e desiderata dai caduti di allora. Il 4 marzo 1947 in Assemblea Costituente Piero Calamandrei pronunciòun discorso le cui parole conclusive giova rileggere: “Io mi domando,onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questanostra Assemblea Costituente: se la sentiranno alta e solenne come noisentiamo oggi alta e solenne la Costituente romana, dove un secolo fa sedevae parlava Giuseppe Mazzini. Io credo di sì: credo che i nostri posterisentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata
    • 7veramente una nuova storia: e si immagineranno, come sempre avviene checon l’andar dei secoli la storia si trasfiguri nella leggenda, che in questanostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione repubblicana,seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri di cui i nomisaranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di queimorti, che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelleprigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nellesabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola aGramsci, fino ai giovinetti partigiani, fino al sacrificio di Anna MariaEnriquez e di Tina Lorenzoni, nelle quali l’eroismo è giunto alla soglia dellasantità. Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità,come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro cheoccorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sonoriservati la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare conla resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compitocento volte più agevole; quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste illoro sogno: di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tuttigli uomini, allenati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono a noii nostri morti. Non dobbiamo tradirli”. Ma, quinta riflessione, se la Liberazione è un nuovo cammino degliitaliani, abbiamo il dovere di ricordarne le tappe, oltre la Repubblica e laCostituente: il decennio degli anni Cinquanta, la Ricostruzione; il decenniodegli anni Sessanta, il miracolo economico; gli ani Settanta, gli anni dipiombo; gli anni Ottanta, la crisi della partitocrazia; gli anni Novanta, latransizione costituzionale. Perché intitolare tante e diverse fasi della storiarepubblicana alla Liberazione? Non certo soltanto per la banaleconsiderazione che senza l’uscita dell’Italia dal fascismo e dalla guerra lasequenza storica successiva non sarebbe stata possibile. Piuttosto perché queidecenni, in cui abbiamo schematizzato la distanza dei nostri giorni da quelli
    • 8della Liberazione, si caratterizzano per un diverso rapporto dialettico con lospirito della Liberazione. Costituzione, ricostruzione e sviluppo del Paesesono inveramento dei sogni e progetti di quanti vissero la lotta e la vittoriadella Liberazione per una società più libera e prospera e moderna. Gli annidella contestazione studentesca e poi del terrorismo stragista a destra ebrigatista a sinistra sono il segno di una eclissi dello spirito della Liberazionenell’animare una nuova politica di collaborazione tra le classi e i partiti chefino ad allora le avevano rappresentate. Freni derivanti dalle tensioniinternazionali tra Unione Sovietica e Stati Uniti d’America, istanze diemancipazione dei gruppi sociali che andavano mutando la morfologia dellasocietà senza più confini certi tra proletariato contadino ed operaio e cetimedi, investendo le strutture della famiglia e del matrimonio, e sollecitandorivendicazioni femministiche e giovanili, non trovavano risposte in unestablishment che paventando il collasso delle istituzioni cercava protezionein solidarietà occulte di lobbies o di logge massoniche mentre in parallelo siorganizzavano e operavano i gruppi clandestini dell’eversione. Lo spiritodella Liberazione ebbe ragione alla fine di quel decennio tragico che ebbe lecentinaia di assassinati dai terroristi tra i quali Moro e Bachelet, perl’isolamento in cui i cittadini e i lavoratori abbandonarono stragisti ebrigatisti senza farsene né suggestionare né intimorire e per la fermezza concui i partiti di governo e di opposizione reagirono dinanzi ai ricatti estremidei terroristi. A guardar bene anche quella fu, con modalità inedite, unacruenta lotta di liberazione. Negli anni Ottanta, la Repubblica dei partiti cominciò ad accusare unacrisi di rappresentanza democratica. Le si andava contrapponendo unaRepubblica dei cittadini, che evidentemente non si rispecchiavano più neipartiti che avevano espresso i comitati di liberazione nazionale e l’AssembleaCostituente e i Governi e i Parlamenti delle legislature repubblicane. Dietroquelle rappresentanze non c’erano più le classi dirigenti che avevano avuto
    • 9leader protagonisti della lotta antifascista e poi delle politiche economiche esociali della ricostruzione degli anni Cinquanta e dello sviluppo degli anniSessanta. Mentre si imputavano le insufficienze dei partiti alla Costituzionedel 1948 e si cercavano modelli di riforma della forma di Stato e di governo,scoppiava la questione morale sulla dilagante corruzione politico-amministrativa. Tangentopoli dava inizio alla decapitazione di un intero cetoparlamentare e di governo mentre le commissioni bicamerali della IX, XI enegli anni Novanta della XIII legislatura concludevano senza un nulla di fattoi loro lavori di progetto di revisione costituzionale. Lo scioglimento formaledi partiti di massa che avevano accompagnato l’evoluzione politica del paese,Democrazia Cristiana, Partito Socialista Italiano, Partito Comunista Italiano,segna, secondo una convenzione ormai acquisita dagli storici, politologi,politici e mass-media, la fine della I Repubblica. La incerta transizionecostituzionale si aggrava nella presente XIV legislatura con una revisione cheappartiene alla volontà della sola maggioranza di governo. L’ora presente è lapiù grave che il Paese vive dopo quel giorno della Liberazione di sessantaanni fa. In più i problemi della vita italiana non sono più prospettabili erisolvibili sulla lavagna delle questioni nazionali. Siamo nel contesto di unacostituzione europea; siamo in un processo di globalizzazione dell’economia;attraversiamo una fase di grande disordine internazionale con un terrorismofondamentalista islamico diffuso in ogni continente, con la organizzazionedelle Nazioni Unite che stenta a realizzare i suoi fini statutari a cominciare daquello di prevenire o sedare il flagello delle guerre; condividiamo con tutti ipaesi della terra i pericoli derivanti dall’aggravarsi delle alterazioniclimatiche e degli squilibri ecologici; siamo un territorio di sbarco e diinsediamento per flussi immigratori da paesi poveri dell’Asia e dell’Africa; lavita sociale è angustiata dai dilemmi della bioetica, insidiata dalla criminalità
    • 1organizzata, dalla devianza minorile, resa insicura dalla precarietà del lavoroe dalla emigrazione di capitali e imprese all’estero. Lo spirito della Liberazione che fu sogno e progetto di futuro dopo gliodi e le lotte per vincere il passato sembra smarrirsi nella complessità deifattori in campo in ogni parte del nostro orizzonte. Occorre oggi dotarsi di conoscenze e di virtù civili per affrontare comecittadini consapevoli delle proprie libertà costituzionali e del propri diritti eanche e di più dei propri doveri le difficoltà che nei sessanta anni trascorsierano riservate ai partiti, alla burocrazia, alla mano pubblica. Liberazionevuol forse significare nel secolo nuovo cittadinanza attiva, non solo nel dareinvestitura alla rappresentanza democratica ma anche nell’esercitare asussidio delle istituzioni ogni iniziativa utile al bene comune e alla pace. Chi ritenga troppo oneroso o utopistico investire di più nella buonavolontà dei cittadini che non nella attesa di buone scelte delle istituzioni,pensi a quel che rischiarono i partigiani, i soldati, i civili nella guerra diliberazione per preparare per noi le conquiste di quel migliore avvenire che,con ingratitudine o incoscienza, rischiamo di non sapere difendere..