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    Il bio in cifre Il bio in cifre Document Transcript

    • La FIRAB – Fondazione Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica /www.Firab.it - è ancora oggi lunico esempio in Italia di soggetto di ricercainteramente dedicato alla ricerca in agricoltura biologica e biodinamica. I quattrosoci fondatori sono: AIAB, Associazione Italiana Agricoltura Biologica,lAssociazione per l’Agricoltura Biodinamica, la Legambiente e la UILA, sindacatoagroalimentare della UIL. Nella sua base associativa, inoltre, conta i più importantisoggetti imprenditoriali del movimento biologicoe biodinamico. FIRAB è attiva condiverse attività di ricerca ed è punto di riferimento per quanto riguarda la ricercadel privatosociale nel settore del biologico e del biodinamico.FIRAB2012Il BIO in cifre(dati 2011 e 1° semestre 2012)
    • 2IL BIO IN CIFRE(DATI 2011 E 1° SEMESTRE 2012)1. Introduzione................................................................................................................................... 32. Il bio in Europa e nel mondo ............................................................................................................ 52.1 La produzione mondiale bio..................................................................................................... 52.2 Il mercato mondiale bio ........................................................................................................... 93. Il bio in Italia................................................................................................................................. 103.1 La Produzione bio in Italia...................................................................................................... 114. La domanda.................................................................................................................................. 204.1 La domanda estera di prodotti biologici Made in Italy.............................................................. 214.2.1 Indagine sulle esportazioni di prodotti biologici nei mercati comunitari.................................... 224.2 Inquadramento della domanda interna................................................................................... 295. La domanda nei canali di vendita in Italia........................................................................................ 305.1 Vendite Bio in alcuni canali distributivi (GDO, Negozi Specializzati e altri canali) ........................ 314.1.2 Grande Distribuzione............................................................................................................. 314.1.2 Negozi specializzati ............................................................................................................... 325.2 Vendite Bio in canali distributivi alternativi.............................................................................. 324.2.1 Gruppi d’acquisto.................................................................................................................. 334.2.2 Siti e-commerce.................................................................................................................... 344.2.3 HoReCa ................................................................................................................................ 344.2.4 Mercatini.............................................................................................................................. 374.2.5 Aziende con spaccio aziendale............................................................................................... 375.3 Indagine sulla vendita diretta di prodotti biologici ................................................................... 38Il Report è stato chiuso a settembre 2012
    • 31. INTRODUZIONEIl biologico, negli ultimi anni, ha conquistato uno spazio sempre più importante, sia sul mercatointerno nazionale che sui mercati internazionali, contribuendo ad accrescere il valore a livellomondiale del marchio Made in Italy.Nel bio, l’Italia riveste un ruolo di primaria importanza: con oltre 48mila operatori impegnati nellaproduzione biologica per oltre un milione di ettari di terreno, il mercato del biologico italiano valeoltre 3 miliardi di euro, facendo dell’Italia una delle protagoniste del settore a livello mondiale edin particolare a livello europeo (si colloca al quarto posto, dopo Germania, Francia e Regno Unito).Peraltro, in un momento in cui la crisi economica e il diminuito potere dacquisto da parte deiconsumatori ha prodotto un calo dei consumi alimentari convenzionali (-2 %), nel 2011, il biologicocontinua a crescere, mettendo a segno una crescita dell’8,9 % a livello tendenziale per i consumidomestici, secondo quanto rilevato dall’Ismea/GFK-Eurisko.Probabilmente tra i fattori chiave del successo, c’è il richiamo ai valori di naturalità e salubritàinsiti nel biologico che ben si sposano con la crescente sensibilità del consumatore verso i temi ditutela della salute e dell’ambiente.I consumatori bio si nutrono in modo più sostenibile e rispettoso delle risorse e ciò sta ormaiavvalorando l’idea, tra gli esperti, che una gestione economica eco-sostenibile e una cultura delconsumo, volta ad una gestione equilibrata delle risorse, che usi alimenti prodotti in modobiologico, potrebbe essere la strada giusta da intraprendere per supportare lalimentazionemondiale.Sembra, infatti, sempre più prendere piede l’idea, una volta ad appannaggio di pochi idealisti, chela cultura sostenibile del biologico può diventare una soluzione nutrizionale al problema dellafame mondiale.Peraltro, mentre la crisi economica nel nostro Paese ha portato a un’evidente riduzione deiconsumi generali, alimentari inclusi, i prodotti biologici sembrano essere, al contrario, sempre piùrichiesti.Tutto ciò sembra delineare un comparto che, da produzione di nicchia, sta sempre più occupandospazi rilevanti in ambito produttivo e fasce sempre più ampie del mercato agroalimentare, inparticolare di quello biologico europeo: l’Italia è tra i principali Paesi esportatori di prodotti bio,con vendite stimate di circa 1 miliardo di euro.Il settore sconta, però, delle enormi potenzialità che sono ancora inespresse: considerando che ladomanda nazionale pro-capite, con acquisti medi annui di circa 25 euro a persona, indica unapenetrazione ancora troppo bassa, sul fronte del mercato interno, per i prodotti biologici,soprattutto se confrontata con 153 euro/anno della Svizzera e con 142 euro/anno dellaDanimarca. Si pensi che la Germania, principale mercato europeo per i prodotti biologici, presentauna spesa pro-capite di prodotti biologici di 74 euro/anno, sulla base degli ultimi dati pubblicatidalla Fibl/IFOAM, “The World of Organic Agriculture: Statistics and Emerging Trends 2012 e cheanche Austria, Svezia, Francia, Paesi Bassi e Belgio hanno una spesa pro-capite di prodotti biologici
    • 4più alta dell’Italia, nonostante il nostro Paese rivesta un ruolo di primo piano nel mercato biomondiale.Da queste cifre si evidenzia come l’agricoltura biologica in Italia, pur rivestendo un ruolo diprimaria importanza, sia nel quadro agricolo nazionale che per il giro d’affari del comparto, conforti incrementi nelle vendite nella grande distribuzione e nel commercio specializzato, con ilrafforzarsi sempre di più di canali di vendita alternativi, dalla vendita diretta a quella on line,registrando in crescita anche la ristorazione bio e le mense scolastiche che usano almeno in parteprodotti biologici, presenta però una base di consumo nazionale ancora ristretta, derivante ancheda uno scarso livello informativo sia dei consumatori che di altri operatori della filiera.Peraltro, a fronte di tale successo, il settore sembra scontare l’interesse di alcuni speculatorimalintenzionati, come si è visto nella truffa legata a false certificazioni e fatturazioni di iniziodicembre 2011, emersa con l’inchiesta della Guardia di Finanza di Verona, denominata ‘Gatto congli stivali’, speculatori che hanno visto, nella crescente domanda e nel prezzo maggiore al quale iprodotti biologici sono venduti rispetto ai prodotti da agricoltura convenzionale, prospettive difacili guadagni.E questo tipo di situazioni non possono che portare una serie di criticità e problematiche alleprospettive di mercato, in particolare nei mercati esteri, dove l’attenzione dei consumatori e deimezzi di informazione è molto alta, con il rischio di erodere, nel lungo periodo, il primato delnostro Paese.Ma ancora di più, non sono da sottovalutare le ripercussioni sul mercato interno in termini dicredibilità e reputazione del bio italiano, in una situazione in cui, a fronte della crisi, ilconsumatore italiano, pur attuando delle strategie di riduzione del consumo, in generale su diversilivelli, sembra operare delle scelte in modo consapevole e esperienziale, concedendosi di“comprare bene” e scegliere sulla base della qualità e della sostenibilità.I dati ci confermano tale atteggiamento, con una crescita a livello congiunturale dei consumidomestici di prodotti confezionati e di ortofrutta sfusa, in tutta Italia ed in quasi tutti i canalidistributivi, e una dinamica strutturale che sta vedendo la crescita degli operatori dellatrasformazione ed il rafforzamento delle aziende che trasformano nella propria azienda ciò checoltivano.Quindi situazioni in cui potrebbe essere incrinata l’immagine di reputazione e credibilità delbiologico italiano, sia all’estero, in particolare in Germania, principale mercato di sbocco per inostri prodotti biologici, sia a livello nazionale, non possono che amareggiare gli operatori delbiologico, soprattutto quelle aziende oneste, sane e capaci che si impegnano seriamente permetterlo in pratica.Sembra ormai evidente che, per dare forza e fiducia agli operatori del settore, è necessariooperare delle azioni di sensibilizzazione e informazione, divulgazione e comunicazione sulbiologico per far conoscere meglio ai consumatori le caratteristiche dei prodotti, quali quelle disicurezza, valore nutritivo, basso impatto ambientale, maggiormente calati verso la sostenibilità adiversi livelli.Non sono pochi gli esempi di operatori che lavorano con responsabilità e rispetto delle regole eche si siano visti riconoscere i loro sforzi e i loro impegni verso la qualità dei prodotti,genuinamente biologici, con una filiera bio garantita al 100% italiana, controllata e fortementeresponsabilizzata, ampliando il loro portafoglio clienti e consolidando una fidelizzazione ulterioredi quelli già in essere.
    • 5È importante che i consumatori siano informati su come l’agricoltura biologica contribuisca allaprotezione delle nostre risorse naturali, alla biodiversità e al benessere degli animali e su comeessa favorisca lo sviluppo delle aree rurali e, soprattutto, sia una risposta al bisogno umano di“relazione”, di fare scelte di acquisto con maggiore capacità critica, più consapevoli, individuandoquale cardine per lo sviluppo, la sostenibilità sociale, culturale, economica e ambientale.Ma la creazione di un clima di reciproca fiducia che permetta relazioni di scambio di mercatoconsolidate e continue, si può realizzare solo in condizioni in cui rivesta una particolareimportanza la completezza e la simmetria informativa.Le azioni di sensibilizzazione, promozione e di informazione sul biologico dovrebbero interessareogni tipo di consumatore, ma anche gli attori più a valle della filiera, quali dettaglianti, laristorazione, e altri stakeholder interessati al fine di comprendere che “comprare bene”, significadiventare un gestore equilibrato delle risorse.Ciò significa veicolare il valore intrinseco ed estrinseco, di cui i prodotti biologici sono portatori;ma, soprattutto, ciò significa che è importante veicolare il messaggio che, attraverso unaagricoltura biologica, si ha anche una forte valenza etica, sociale e ambientale ma anche una forteconnotazione esperenziale, consapevole, relazionale e valoriale dei consumi di prodotti biologiciche fa della qualità, tra i primi criteri di selezione da parte dei consumatori.Le azioni di promozione e informazione potrebbero rendere più “accessibile” il prodotto bio a tuttiandando a erodere quella barriera culturale e di prezzo che probabilmente è ancora troppo sentitain Italia, tanto da far avere una posizione di secondo piano al consumatore italiano di prodottibiologici rispetto a quello d’Oltralpe.Per tale motivo, le azioni di informazione dovrebbero interessate non solo il consumatore finalema anche il consumatore intermedio biologico, ad esempio quello della ristorazione, chedovrebbe, attraverso queste, avere maggiore consapevolezza del proprio ruolo di “promotore”,possedendo buone capacità di comunicazione nel sapersi relazionare con la clientela, seppuremantenendo sempre alta la propria capacità manageriale, cogliendo il vantaggio competitivo chepuò nascere dalla capacità di comunicare efficacemente con il mercato, e dall’altro, di sapercogliere le informazioni che da esso provengono.I segnali positivi ci sono: sul fronte interno, good news sia nell’aumento delle famiglie acquirenti,sia nell’aumento della penetrazione, con indicazioni di scelta per un maggiore assortimento diprodotti bio, e sul fronte estero, nell’aumentata richiesta sui mercati internazionali di prodottibiologici Made in Italy; tutto ciò concorre a che indicare che il consumatore ha chiara la direzioneda prendere in termini di consumi e che le azioni di informazione e di comunicazione devono saperveicolare tale orientamento a “comprare biologico”.2. IL BIO IN EUROPA E NEL MONDO2.1 La produzione mondiale bioNel mondo, oltre 37 milioni di ettari risultano coltivati con metodo biologico e rappresentano circalo 0,9% delle superfici agricole complessive mondiali nel 2010, sulla base dei più recenti dati
    • 6pubblicati da Fibl/Ifoam1; l’Europa con 10 milioni di ettari detiene il 27% della superficie agricolautilizzata (SAU) bio a livello globale (figura 1 e 2).Figura 1: Superfici coltivate a bio nei diversi continenti nel 2010 (in milioni di ettari).OceaniaEuropaAmericaLatinaAsiaNordAmericaAfrica12,110,08,42,82,71,1Milioni di ettariFonte: Fibl/IFOAM, “The World of Organic Agriculture: Statistics and Emerging Trends 2012”Dopo una continua crescita che si protrae da cinque anni, nel 2010 l’estensione dei terreni bio alivello mondiale si è mantenuta agli stessi livelli del 2009, sulla base degli ultimi dati disponibili.Ciò è il risultato di due andamenti contrastanti: al calo registrato nei paesi asiatici e americani si ècontrapposto l’incremento delle superfici destinate alla coltivazione biologica nei paesi europei, inparticolare di quelle francesi (+168 mila ettari), polacche (+155 mila ha) e spagnole (+126 mila ha).Nel complesso, l’Europa ha aumentato di 0,8 milioni di ettari (con una variazione positiva del 9%)la quota di terreno agricolo bio.1Willer, Helga and Kilcher, Lukas (Eds.) (2012) The World of Organic Agriculture - Statistics and Emerging Trends 2012.Research Institute of Organic Agriculture (FiBL), Frick, and International Federation of Organic Agriculture Movements(IFOAM), Bonn.
    • 7Figura 2: distribuzione percentuale delle superfici coltivate a bio per continenti nel 2010 (inmilioni di ettari).Oceania33%Europa27%AmericaLatina23%Asia7%Nord America7%Africa3%Fonte: Fibl/Ifoam, “The World of Organic Agriculture: Statistics and Emerging Trends 2012”I ¾ della superficie mondiale biologica sono detenuti da dieci Paesi: Australia, Argentina, Statiuniti, Brasile, Spagna, Cina, Italia, Germania, Uruguay e Francia destinano circa 27 milioni di ettariall’agricoltura biologica (dati Fibl/Ifoam).Le aziende biologiche risultano essere circa 1,6 milioni nel 2010, in calo dell’11% rispetto al 2009, afronte di una forte contrazione del numero di operatori bio indiani.L’India è leader indiscussa per numero di produttori bio con oltre 400 mila unità; l’Uganda conmeno di 200 mila produttori, Messico ed Etiopia al di sotto dei 130 mila; a seguire Tanzania, Perù,Turchia, Italia e Spagna, in ordine decrescente.I più recenti dati Fibl/IFOAM registrano complessivamente in Europa 280 mila produttori bio nel2010, cresciuti dell’8% rispetto al 2009. L’Italia primeggia tra i Paesi dell’UE a 27.Il 64% delle superfici agricole coltivate a biologico a livello mondiale sono costituite da prati epascoli permanenti, come riportato in figura 3; i seminativi rappresentano il 17% del totale deiterreni agricoli biologici e coprono una superficie di circa 6,1 milioni di ettari, registrando un +6%rispetto al 2009.Una pari quota di crescita ha interessato anche le colture permanenti che hanno raggiunto i 2,7milioni di ettari alla fine del 2010.Dominano, tra i seminativi, le superfici coltivate a cereali biologici ed è l’Europa che detiene i 3/4dei terreni seminativi, circa 4,1 milioni di ettari, seguita dal Nord America e dall’America Latina.
    • 8Sulla base degli ultimi dati pubblicati da FIBL/IFOAM, l’Italia occupa una posizione di assolutorilievo a livello mondiale, quale produttore di cereali biologici, collocandosi al terzo posto nellagraduatoria mondiale dei Paesi produttori (figura 4).Figura 3: Uso della Superficie Utilizzata Biologica (SAU) a livello mondiale (dati relativi alla finedel 2010, %)Pascolopermanente64%Seminativi17%Aree coltivatecon colturepermanenti +seminativi11%Colturepermanenti7%Altre areeagricole1%Fonte: Elaborazioni Firab su dati Fibl/Ifoam, “The World of Organic Agriculture: Statistics and EmergingTrends 2012”Figura 4: I primi 15 Paesi produttori di cereali bio (2010)27.37031.33735.19047.49657.41861.20076.46895.569102.274125.899133.465166.082194.974207.191367.420ArgentinaFinlandiaGreciaKazakhstanRegno UnitoBrasileSveziaAustriaPoloniaFranciaUcrainaSpagnaItaliaCanadaStati UnitiFonte: elaborazioni Aiab/Firab su dati Fibl/Ifoam
    • 92.2 Il mercato mondiale bioContinua a crescere il mercato mondiale di prodotti biologici, che nel 2010 ha oltrepassato i 59miliardi di dollari, circa 44,5 miliardi di euro, in crescita del 7,7% rispetto al 2009, secondo quantoriportato da Fibl/IFOAM, nell’ultimo rapporto “The World of Organic Agriculture: Statistics andEmerging Trends 2012”.E nonostante la crisi economico finanziaria abbia fortemente contratto sia i volumi del commerciointernazionale che il potere d’acquisto dei consumatori, il bio sembra, non solo mantenere quotedi mercato, ma anzi evidenziare una inarrestabile crescita.Le previsioni sono, peraltro, molto buone, con l’attesa di tassi di crescita elevati a fronte dellaripresa dei consumi nei Paesi già usciti dalla fase di crisi economica.LEuropa è il secondo mercato bio del mondo dopo gli USA; statunitensi ed europei ricopronooltre il 95% della spesa bio mondiale.Gli acquisti domestici di prodotti alimentari bio negli Stati Uniti, pari a circa 20,2 miliardi di euro,rappresentano, nel 2010, il 45% degli acquisti domestici complessivi mondiali, secondo OrganicMonitor; segue la Germania, Paese leader europeo, con 6 miliardi e Francia con 3,4 milioni di euro,come evidenziato nella figura 5.Nel complesso, il mercato del bio in Europa vale circa 19,6 miliardi di euro nel 2010, in crescita del7,7% rispetto al 2009, nonostante la crisi economico-finanziaria.Figura 5: Distribuzione percentuale degli acquisti domestici di prodotti bio per Paese nel 2010(%)Stati Uniti45%Germania14%Francia8%RegnoUnito4%Canada4%Italia3%Svizzera3%Altri19%Fonte: Elaborazioni Firab su dati Fibl/Ifoam, “The World of Organic Agriculture: Statistics and EmergingTrends 2012”È la Svizzera a presentare la maggior spesa pro-capite di prodotti biologici, con 153 euro/anno,sulla base degli ultimi dati pubblicati dalla Fibl/IFOAM, “The World of Organic Agriculture:Statistics and Emerging Trends 2012”.Segue la Danimarca con 142 euro/anno e il Lussemburgo con 127 euro/anno.
    • 10Anche Austria, Svezia, Germania, Francia, Paesi Bassi e Belgio sono tra i primi Paesi Ue che hannola più alta spesa pro-capite di prodotti biologici, mentre l’Italia, nonostante stia registrando untrend favorevole per le vendite dei prodotti biologici, dal punto di vista della spesa pro-capite, èfuori dalla graduatoria delle top ten mondiali ed europee, con acquisti di circa 25 euro/anno perpersona.Figura 6 – La spesa procapite in Europa0 20 40 60 80 100 120 140 160FranciaCanadaStatiUnitiGermaniaSveziaLiechtensteinAustriaLussemburgoDanimarcaSvizzera5257657486100118127142153Consumo pro capite €/annoFonte: Fibl/Ifoam, “The World of Organic Agriculture: Statistics and Emerging Trends 2012” (dati relativi allafine del 2010)3. IL BIO IN ITALIAIn questo scenario, sia europeo sia mondiale, l’Italia riveste un ruolo di primaria importanza: conoltre 48mila operatori impegnati nella produzione biologica per oltre un milione di ettari diterreno, il mercato del biologico italiano vale circa 3 miliardi di euro, facendo dell’Italia una delleprotagoniste del settore a livello mondiale (al sesto posto nella graduatoria mondiale per quantoriguarda le vendite in valore) ed in particolare a livello europeo (si colloca al quarto posto, dopoGermania, Francia e Regno Unito).Un settore quindi che presenta numeri strutturali di un certo rilievo, anche se nel 2011 (ma anchenegli anni precedenti) presenta delle oscillazioni di aziende e superfici (per il 2011, in crescita leprime ed in calo le seconde), forse anche da attribuire all’andamento dei contributi comunitarilegati al settore.Peraltro, in un momento in cui la crisi economica e il diminuito potere dacquisto da parte deiconsumatori ha prodotto un calo dei consumi alimentari convenzionali, nel 2011 il biologicocontinua a crescere, mettendo a segno una crescita dell’8,9 % a livello tendenziale per i consumidomestici, secondo quanto rilevato dall’Ismea/GFK-Eurisko.
    • 11Il settore sconta, però, delle enormi potenzialità che sono ancora inespresse: considerando che ladomanda nazionale pro-capite, con acquisti medi annui di circa 25 euro a persona, indica unapenetrazione ancora troppo bassa, sul fronte del mercato interno, per i prodotti biologici,soprattutto se confrontata con la Germania, principale mercato europeo per i prodotti biologici,con una spesa pro-capite di prodotti biologici di 74 euro/anno, sulla base dei dati pubblicati dallaFibl/IFOAM. Il dato, poi, dovrebbe far riflettere se confrontato con i 153 euro/anno della Svizzerae i 142 euro/anno della Danimarca di spesa pro-capite di prodotti biologici.Le potenzialità ci sono ed i fattori chiave del successo, come il richiamo ai valori di naturalità esalubrità insiti nel biologico che ben si sposano con la crescente sensibilità del consumatoreverso i temi di tutela della salute e dell’ambiente, andrebbero curati maggiormente e veicolaticon attenti piani di comunicazione.3.1La Produzione bio in ItaliaIn Italia, al 1° gennaio 2012 si contano 48.269 operatori del settore cresciuti dell’1,3% rispetto al2010 (tabella 1).Nel dettaglio, si registrano 37.905 produttori esclusivi, 6.165 preparatori (comprese le aziende cheeffettuano attività di vendita al dettaglio), 3.906 che effettuano sia attività di produzione che ditrasformazione, 63 importatori esclusivi, 230 importatori che effettuano anche attività diproduzione o trasformazione, sulla base dei dati Sinab.A fronte del calo di 774 aziende agricole (-2% rispetto al 2010), sono aumentate 573 aziende ditrasformazione (+10%) e ben 778 aziende che affiancano alla produzione primaria anche attività ditrasformazione (+25%).Si registra inoltre una crescita degli importatori del 43% e di più scarsa entità quella dei produttoriagricoli con annessa attività di trasformazione e d’importazione (figura 7).Tabella 1: Operatori del settore biologico nel 2011ProduttoriesclusiviPreparatoriesclusiviImportatoriesclusiviProduttori/PreparatoriProd /Prep / ImpOperatori Bio al31/12/2011Var. %2011/10Peso %2011SICILIA 6.636 526 2 295 10 7.469 -10,1 15,5CALABRIA 6.471 214 1 425 4 7.115 5,4 14,7PUGLIA 4.166 464 6 441 4 5.081 -4,5 10,5EMILIA R. 2.465 816 10 266 45 3.602 1,8 7,5TOSCANA 2.278 499 10 728 21 3.536 8,7 7,3LAZIO 2.461 366 1 168 5 3.001 1,1 6,2SARDEGNA 2.124 72 2 71 3 2.272 14,5 4,7MARCHE 1.758 228 0 133 8 2.127 1,4 4,4PIEMONTE 1.323 396 3 231 24 1.977 1,6 4,1CAMPANIA 1.475 288 0 128 5 1.896 8,3 3,9VENETO 932 640 12 194 33 1.811 8,8 3,8ABRUZZO 1.263 200 3 143 3 1.612 2,0 3,3LOMBARDIA 700 642 4 126 34 1.506 11,3 3,1TRENTINO 1009 294 4 145 7 1.459 7,0 3,0BASILICATA 1.178 98 1 71 0 1.348 -3,9 2,8UMBRIA 942 145 2 223 6 1.318 -0,2 2,7FRIULI V.G. 268 119 0 40 5 432 10,8 0,9LIGURIA 210 111 1 56 11 389 -1,8 0,8MOLISE 177 36 1 16 2 232 20,8 0,5V. AOSTA 69 11 0 6 0 86 6,2 0,2TOTALE 37.905 6.165 63 3.906 230 48.269 1,3 100,0Fonte: Elaborazioni Firab su dati Sinab
    • 12Tale andamento denota un settore che sembra essere maggiormente orientato al mercato, con unaumento della consistenza dei trasformatori (figura 1).Figura 7 – Numero di operatori bio, nel 2010 e 2011.38.6795.592443.12822037.9056.165633.906230ProduttoriesclusiviPreparatoriesclusiviImportatoriesclusiviProduttori/PreparatoriProd / Prep /ImpN° operatori bio2010 2011Fonte: Elaborazioni Firab su dati SinabDomina la Sicilia e le regioni del Sud Italia come numero di operatori, prevalentemente produttoriagricoli, mentre l’Emilia Romagna conta un rilevante numero di aziende di trasformazione.Dagli anni ’90 si è registrata una crescita continua, pur con andamenti oscillanti nell’ultimodecennio, sia in termini di aziende sia in termini di superficie destinata alla coltivazione di prodottibiologici (figure 8 e 9).Nel 2001 si è raggiunto il picco massimo con 60.509 aziende biologiche e 1.238 migliaia di ettari disuperficie coltivata.Il calo dei tre anni successivi, sia del numero di aziende impegnato nella produzione sia dellasuperficie utilizzata, ha avuto uno stop nel 2005, quando è stata rilevata di nuovo una crescita coni produttori che hanno quasi sfiorato le 50 mila unità e la SAU di nuovo sopra il milione di ettari.La riapertura dei bandi dei Piani di Sviluppo Rurale PSR che si è avuta molte Regioni hasicuramente influenzato la crescita del settore in termini di numero di operatori e di superficidestinate al bio.Il trend positivo è poi proseguito nel 2006, oltrepassando le 51 mila aziende bio e quasi toccando i1,15 milioni di ettari di terreni coltivati in modo biologico, facendo collocare l’Italia ai primissimiposti nella graduatoria europea sia per superfici che per numero di produttori bio.Nei quattro anni successivi, si sono registrati progressivi cali per il numero di aziende, finoall’inversione di tendenza registrata recentemente, nel 2011, in cui le aziende hanno oltrepassatole 48,2 mila unità.L’estensioni dei terreni hanno invece avuto un andamento altalenante: lievissima crescita nel2007, calo nel 2008 fino a portarsi a 1 milione di ettari, crescita ancora nel biennio successivo, epoi un lievissimo assestamento fino a sfiorare 1,1 milioni nel 2011.
    • 13Figura 8 – Numero di operatori bio, dal 1990 al 2011010.00020.00030.00040.00050.00060.0001990199119921993199419951996199719981999200020012002200320042005200620072008200920102011Fonte: Elaborazioni Firab su fonti diverseFigura 9 – SAU bio in migliaia di ettari, dal 1990 al 201102004006008001.0001.2001.4001990199119921993199419951996199719981999200020012002200320042005200620072008200920102011Fonte: Elaborazioni Firab su fonti diverseDal punto di vista produttivo l’Italia ha la leadership in Europa per numero di operatori nelbiologico (figura 10).
    • 14Figura 10: Distribuzione degli operatori bio tra Italia, Germania, Francia e Spagna (2010)Spagna20%Italia34%Germania24%Francia22%Fonte: elaborazioni Firab su fonti diverseNel 2011 si conferma la leadership del Sud per quanto riguarda la produzione primaria, con Sicilia,Calabria e Puglia, tra le regioni con maggiore presenza di aziende agricole biologiche, cherappresentano circa il 40% del totale dei produttori agricoli bio (tabella 2).Mentre per il numero di aziende di trasformazione impegnate nel settore la leadership spettaallEmilia Romagna; in ogni caso, oltre un terzo delle aziende di trasformazione si trova in EmiliaRomagna, Veneto e Lombardia. Non dimentichiamoci che l’Italia è leader a livello mondiale nellaproduzione di confetture e marmellate biologiche.Infine, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto sono rappresentative per numero di importatoriesclusivamente dediti al settore.Quindi il Sud domina in numerosità di aziende agricole, mentre il Nord per aziende ditrasformazione.Tabella 2: Operatori del settore biologico (2000 - 2011)2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011Sicilia 9.616 12.649 9.835 8.410 6.785 8.451 8.110 7.524 6.988 7.417 8.311 7.469Calabria 8.384 7.938 6.360 4.382 4.211 4.178 6.811 6.963 6.640 6.554 6.749 7.115Puglia 6.758 6.834 5.883 4.621 3.373 6.109 5.664 4.987 5.093 6.280 5.319 5.081Emilia Romagna 4.606 5.105 4.988 4.719 4.026 4.050 3.898 3.801 3.525 3.449 3.540 3.602Toscana 1.619 2.248 2.599 2.736 2.720 2.841 2.865 2.589 2.931 2.970 3.252 3.536Lazio 2.320 2.640 2.638 2.776 2.808 2.818 2.761 2.674 2.909 2.971 2.969 3.001Marche 1.736 1.938 1.918 1.813 2.190 2.762 2.700 2.822 2.687 2.288 2.097 2.272Sardegna 8.285 7.886 6.669 4.762 1.831 1.602 1.417 2.060 2.620 1.351 1.985 2.127Piemonte 2.996 3.574 3.593 3.024 2.223 2.726 2.522 2.244 2.211 2.237 1.946 1.977Campania 1.779 1.960 2.029 1.730 1.290 1.433 1.528 1.460 1.721 1.716 1.751 1.896Veneto 1.249 1.668 1.775 1.705 1.592 1.551 1.526 1.548 1.558 1.553 1.665 1.811Abruzzo 639 1.057 1.117 1.123 1.065 1.499 1.434 1.290 1.500 1.523 1.580 1.612Basilicata 434 689 1.601 1.678 2.036 4.937 4.898 4.680 4.155 3.352 1.402 1.348Trento e Bolzano 526 650 723 777 831 862 946 1.199 1.492 1.220 1.364 1.459Lombardia 1.225 1.425 1.522 1.528 1.291 1.339 1.337 1.329 1.232 1.262 1.353 1.506Umbria 837 1.033 1.366 1.350 1.419 1.482 1.517 1.501 1.379 1.346 1.321 1.318Liguria 277 383 454 471 444 449 416 399 406 404 396 432Friuli Venezia Giulia 226 302 365 377 378 398 378 371 371 375 390 389Molise 479 510 447 422 374 293 260 753 153 162 192 232Valle dAosta 13 20 20 69 78 79 77 82 83 79 81 86TOTALE 54.004 60.509 55.902 48.473 40.965 49.859 51.065 50.276 49.654 48.509 47.663 48.269Fonte: elaborazioni Firab su dati SINAB
    • 15Per quanto riguarda le superfici agricole utilizzate (SAU) a bio o in conversione, nel 2011 siregistra un lievissimo calo del 1,5% rispetto al 2010, scendendo a 1.096.889 ettari, come riportatoin tabella 3.Principalmente dedicata soprattutto alla coltivazione di seminativi, oltre 474 mila ettari di cereali,legumi secchi, piante da radice, colture foraggere, e ai prati e pascoli, che rappresentano insieme il73% della superficie ad agricoltura biologica nel 2011 (figura 11).Seguono le superfici a coltivazioni permanenti, come i frutteti da zona temperata e subtropicale, ipiccoli frutti, la frutta in guscio, gli agrumi, ma soprattutto quella coltivata ad olivicoltura eviticoltura, con 141.568 ha di oliveti e 52.812 ha di vigneti, una estensione che porta l’Italia tra imaggiori produttori al mondo.Tabella 3: Superficie Agricola Utilizzata (SAU) biologica nel 2011Totale 2011Var. %11/10TOTALE COLTURE 1.096.889 -1,5Cereali 184.111 -5,6Colture proteiche, leguminose, da granella 21.445 -16,3Piante da radice 1.838 8,4Colture industriali 16.024 7,8Colture foraggere e altre coltivazioni da seminativi 261.136 32,0Ortaggi* 23.405 -16,2Frutta** 23.237 4,7Frutta in guscio 27.839 1,3Agrumi 21.940 -6,3Vite 52.812 1,0Olive 141.568 0,6Altre colture permanenti 7.543 -85,6Prati e pascoli (escluso il pascolo magro) 182.060 -4,1Pascolo magro 93.531 -5,2Terreno a riposo 38.400 -12,5Fonte: elaborazioni Firab su dati SINABDominano, tra i seminativi, le superfici coltivate a cereali biologici: sulla base degli ultimi datipubblicati da FIBL/IFOAM, l’Italia occupa una posizione di assoluto rilievo a livello mondiale, qualeproduttore di cereali biologici, collocandosi al terzo posto nella graduatoria mondiale dei Paesiproduttori (figura 12).
    • 16Figura 11: Uso della della SAU biologica in Italia nel 2011 (%)Seminativi44%Ortaggi*2%Frutta**5%Agrumi2%Vite5%Olive13%Pratiepascoli***29%*Seminativi (cereali incluso riso, legumi secchi, piante da radice come le patate, colture industriali comesemi oleosi di girasole, coltureforaggere come fieno)**Ortaggi freschi, meloni, fragole, funghi coltivati***Colture permanenti (frutta da zona temperata e subtropicale, piccoli frutti, frutta in guscio, agrumi, viteolivo e altre colture permanenti)Fonte: elaborazioni Firab su dati SIinabFigura 12: I primi 15 Paesi produttori di cereali bio (2010)27.37031.33735.19047.49657.41861.20076.46895.569102.274125.899133.465166.082194.974207.191367.420ArgentinaFinlandiaGreciaKazakhstanRegno UnitoBrasileSveziaAustriaPoloniaFranciaUcrainaSpagnaItaliaCanadaStati UnitiFonte: elaborazioni Firab su dati Fibl/IfoamInfine, se operiamo un confronto tra i dati del biologico con quelli dell’agricoltura in generale,basandoci sugli ultimi dati rilevati dal Censimento Generale dellagricoltura dellISTAT, emergeancora di più come, in un periodo di crisi, si registri una crescita della quota di aziende che siconverte al bio, come si può vedere nella tabella 3.
    • 17Tabella 3: Incidenza in % della SAU bio sulla SAU agricola totale e del n° aziende bio sul totaledelle aziende in Italia nel 20102000 20107,9 8,62000 20102,1 2,6Peso % N° aziende bio (dati Sinab) su Totaleaziende agricole (dati Istat)Peso % SAU bio (dati Sinab) sulla SAU agricolatotale (dati Istat)Fonte: Sinab, IstatL’Italia è da diversi anni ai primi posti della graduatoria europea per le aree coltivate a bio, inparticolare per la coltivazione di ortaggi, cereali, agrumi, uva e olive, superando, dal 2000, ilmilione di ettari di superfici agricole utilizzate (SAU) in agricoltura biologica, con la sola eccezionedel 2004 in cui si è portata al di sotto del milione di ettari di superficie coltivata (figura 13).Figura 13: SAU bio (2000 - 2011)9001.0001.1001.2001.300MigliaiadiettariFonte: elaborazioni Forab su diverse fontiPer quanto riguarda la zootecnia biologica, si conferma anche nel 2010 la maggior consistenza dinumero di capi allevati negli avicoli, a seguire negli ovini e bovini (figura 14).
    • 18Figura 14: Zootecnia bio (2007 - 2011)Bovini Suini Ovini Caprini Pollame EquiniApi (innumerodi arnie)Altrianimali2011 193.675 32.436 705.785 72.344 2.813.852 9.548 99.260 1.7512010 207.015 29.411 676.510 71.363 2.518.830 9.563 113.932 2.0892009 185.513 25.961 658.709 74.500 2.399.885 8.597 103.216 2.9482008 216.476 34.014 1.007.605 83.411 2.157.201 9.903 102.280 2.5012007 244.156 26.898 859.980 93.876 1.339.415 8.325 112.812 1.9260500.0001.000.0001.500.0002.000.0002.500.0003.000.000N°dicapiZootecniabiologicaFonte: elaborazioni Firab su dati SinabPer quanto riguarda l’acquacoltura biologica, ancora mercato di nicchia all’interno del settorebiologico italiano, ma con grandi potenzialità e di particolare interesse soprattutto sotto il profilodella sostenibilità ambientale, i dati forniti dal MiPAAF e dagli OdC, ci mostrano una consistenza di20 impianti di acquacoltura al 31/12/2011 (figura 15).Con il Regolamento CE n.710/2009 del 5 agosto 2009, lUnione Europea, nell’introdurre le“modalità di applicazione relative alla produzione di animali e di alghe marine dellacquacolturabiologica”, ha voluto porre una maggiore attenzione verso unacquacoltura il più possibilesostenibile per rispondere alle esigenze contrastanti della domanda crescente di prodotti ittici daparte dei consumatori e della diminuzione delle risorse naturali della pesca, impoverite da decennidi sfruttamento fuori controllo. Ciò ha significato per gli acquacoltori europei ed italiani lapossibilità di occupare gli spazi creati da questo mercato dalle forte valenze ecosostenibili.Alla definizione del Regolamento sull’acquacoltura biologica si è arrivati attraverso un complessonegoziato tra i vari portatori d’interesse. Peraltro, recentemente si sta procedendo ad unarevisione del Regolamento CE n.710/2009, per raggiungere una struttura legislativa ancora piùcompleta ed equa, che spiani sempre di più la strada allo sviluppo dell’acquacoltura biologica inEuropa e a livello mondiale.Il regolamento n.710/2009 affronta tutti gli aspetti dellallevamento degli animali dacquacoltura(pesci, ma anche crostacei, molluschi ecc.): dallorigine degli animali alle norme di allevamento,dalla riproduzione allalimentazione, dalle norme specifiche per alcun animali, come i molluschi,agli aspetti della profilassi e dei trattamenti veterinari, un aspetto particolarmente delicato inacquacoltura.
    • 19Figura 15: Impianti di acquacoltura bio nel 2011 (numero, %)Calabria; 1; 5%Puglia; 3; 15%Toscana;1; 5%Sardegna; 3;15%Marche; 6; 30%Veneto; 4; 20%Trentino AltoAdige; 1; 5%Friuli VeneziaGiulia; 1; 5%Fonte: Bio in cifre, Sinab 2011L’acquacoltura biologica punta ad offrire pesce e altri prodotti ittici che siano ecologicamente,economicamente e socialmente sostenibili.Dal 1 luglio 2010, con l’entrata in vigore della normativa, lacquacoltura biologica si è affacciata sulmercato italiano, in particolare sul piano produttivo e commerciale, nell’ottica di andare acostruire una valida alternativa a pratiche di pesca e acquacoltura condotte in modo nonsostenibile.In Europa, sono localizzate la maggior parte delle unità produttive anche se sono spesso costituiteda piccoli allevamenti di carpe e trote (di pochi ettari) spesso con valenza di attività adintegrazione del reddito. Il prodotto principale dell’acquacoltura biologica europa è il salmoneAtlantico, seguito da spigole ed orate, da salmonidi (trota iridea, trota fario, salmerini) e carpe.Anche sotto il fronte della domanda, in Europa, sembra esserci un interesse crescente da parte deiconsumatori, sempre più attenti ai prodotti ottenuti con metodi ecosostenibili e biologici.Le discrete potenzialità della domanda, sul fronte estero, non sembrano però essere comparabilisul mercato interno, ancora poco sensibilizzato sotto il profilo del consumo ittico biologico.Per lItalia, quindi, quello dellacquacoltura biologica dovrebbe essere un settore da sostenere evalorizzare maggiormente, anche per dare una riqualificazione, grazie alla certificazione biologica,a impianti di acquacoltura già esistenti, creati su una vecchia concezione convenzionaledell’allevamento, che non sempre faceva propri i concetti di benessere animale e sostenibilitàambientale.
    • 204. LA DOMANDAIl biologico, negli ultimi anni, ha conquistato uno spazio sempre più importante, sia sul mercatointerno nazionale che sui mercati internazionali, contribuendo ad accrescere il valore a livellomondiale del marchio Made in Italy.I consumatori bio si nutrono in modo più sostenibile e rispettoso delle risorse e ciò sta ormaiavvalorando l’idea, tra gli esperti, che una gestione economica eco-sostenibile e una cultura delconsumo, volta ad una gestione equilibrata delle risorse, che usi alimenti prodotti in modobiologico, potrebbe essere la strada giusta da intraprendere per supportare lalimentazionemondiale.Sembra, infatti, sempre più prendere piede l’idea, una volta ad appannaggio di pochi idealisti, chela cultura sostenibile del biologico può diventare una soluzione nutrizionale al problema dellafame mondiale.Peraltro, mentre la crisi economica nel nostro Paese ha portato a un’evidente riduzione deiconsumi generali, alimentari inclusi, i prodotti biologici sembrano essere, al contrario, sempre piùrichiesti.Tutto ciò sembra delineare un comparto che, da produzione di nicchia, sta sempre più occupandospazi rilevanti in ambito produttivo e fasce sempre più ampie del mercato agroalimentare, inparticolare di quello biologico europeo: l’Italia è tra i principali Paesi esportatori di prodotti bio,con vendite stimate di circa 1 miliardo di euro.Il settore sconta, però, delle enormi potenzialità che sono ancora inespresse: considerando che ladomanda nazionale pro-capite, con acquisti medi annui di circa 25 euro a persona, indica unapenetrazione ancora troppo bassa, sul fronte del mercato interno, per i prodotti biologici,soprattutto se confrontata con la Germania, principale mercato europeo per i prodotti biologici,con una spesa pro-capite di prodotti biologici di 74 euro/anno, sulla base degli ultimi datipubblicati dalla Fibl/IFOAM, “The World of Organic Agriculture: Statistics and Emerging Trends2012. Il dato, poi, dovrebbe far riflettere se confrontato con i 153 euro/anno della Svizzera e i 142euro/anno della Danimarca di spesa pro-capite di prodotti biologici.Da queste cifre si evidenzia come l’agricoltura biologica in Italia, pur rivestendo un ruolo diprimaria importanza, sia nel quadro agricolo nazionale che per il giro d’affari del comparto, conforti incrementi nelle vendite nella grande distribuzione e nel commercio specializzato, con ilrafforzarsi sempre di più di canali di vendita alternativi, dalla vendita diretta a quella on line,registrando in crescita anche la ristorazione bio e le mense scolastiche che usano almeno in parteprodotti biologici, presenta però una base di consumo nazionale ancora ristretta, derivanteprobabilmente anche da uno scarso livello informativo sia dei consumatori che di altri operatoridella filiera.Peraltro, a fronte di tale successo, il settore sembra scontare l’interesse di alcuni speculatorimalintenzionati, come si è visto nella truffa legata a false certificazioni e fatturazioni di iniziodicembre 2011, emersa con l’inchiesta della Guardia di Finanza di Verona, denominata ‘Gatto congli stivali’, speculatori che hanno visto, nella crescente domanda e nel prezzo maggiore al quale iprodotti biologici sono venduti rispetto ai prodotti da agricoltura convenzionale, prospettive difacili guadagni.
    • 21E questo tipo di situazioni non possono che portare una serie di criticità e problematiche alleprospettive di mercato, in particolare nei mercati esteri, dove l’attenzione dei consumatori e deimezzi di informazione è molto alta, con il rischio di erodere, nel lungo periodo, il primato delnostro Paese.Ma ancora di più, non sono da sottovalutare le ripercussioni sul mercato interno in termini dicredibilità e reputazione del bio italiano, in una situazione in cui, a fronte della crisi, ilconsumatore italiano, pur attuando delle strategie di riduzione del consumo, in generale su diversilivelli, sembra operare delle scelte in modo consapevole e esperienziale, operando delle strategiedi concessione che vanno dal “comprare bene” e scegliere sulla base della qualità e dellasostenibilità.I dati ci confermano tale atteggiamento, con una crescita a livello congiunturale dei consumidomestici di prodotti confezionati e di ortofrutta sfusa, in tutta Italia ed in quasi tutti i canalidistributivi, e una dinamica strutturale che sta vedendo la crescita degli operatori dellatrasformazione ed il rafforzamento delle aziende che trasformano nella propria azienda ciò checoltivano.A fronte del basso livello della spesa nazionale pro-capite, il bio italiano ha visto indirizzare inaparte della produzione bio sui mercati esteri, mercati che presentano un consumatore molto piùinformato sul rapporto tra agricoltura e rispetto dell’ambiente, meglio propenso a scegliereprodotti biologici maggiormente sostenibili.Sulla base di un’indagine svolta da Tns per una ricerca di Eurobarometro2, volta a conoscere lepercezioni e le esperienze degli europei (Ue27) sia sul rapporto tra agricoltura e preservazionedell’ambiente naturale e rurale, sia sul la conoscenza dei marchi di qualità da parte delconsumatore Ue, è emerso che la quasi totalità degli intervistati indica che la qualità (96%) e ilprezzo (91%) contano di più quando fanno la spesa e una maggioranza significativa (71%) stimache anche l’origine del prodotto sia importante.Nella Ue, nel suo complesso, sembra quindi emergere un orientamento del consumatore verso ilrispetto dell’ambiente e di principi etici e solidali. Mentre, secondo Tns, in Italia sembra che ci siaancora un’elevata quota di chi non conosce le produzioni di qualità che vengono svolte in rispettodell’ambiente e secondo dei principi maggiormente sostenibili quali quelli dell’agricoltura bio.4.1 La domanda estera di prodotti biologici Made in ItalyL’Italia, abbiamo già visto, mostra un andamento molto soddisfacente, con un mercato delbiologico in crescita che, secondo le ultime stime di Organic Services, si aggira attorno ai 3,5 mldeuro, rendendola una delle protagoniste del settore a livello mondiale.L’Italia nasce nel bio come paese esportatore e anche gli ultimi dati ci confermano la rilevanzadelle esportazioni per il mercato del bio italiano. Una parte significativa della produzione bio,soprattutto quella di indubbia eccellenza e con una spiccata unicità tanto da far vincere ad alcuneimprese italiane premi prestigiosi nei concorsi internazionali dedicati ai prodotti biologici, vieneindirizzata all’estero: l’Italia è tra i paesi leader nelle esportazioni di prodotti biologici.2http://ec.europa.eu/agriculture/survey/index_en.htm
    • 22Per lo più vengono indirizzate in tutti i paesi d’Europa, negli Stati Uniti e in Giappone, marecentemente stanno emergendo nuovi sbocchi nei paesi dell’Est europeo e in alcuni paesi asiatici,primo tra tutti il mercato cinese.Non sono solo i grandi marchi del bio Made in Italy ad affacciarsi allestero, ma vi sono anche unamiriade di piccoli produttori che nel nostro Paese faticano a trovare dei canali di vendita.E le prospettive possono definirsi, nonostante il periodo di crisi economica, assai valide, comeriportato nell’indagine ISMEA/FIRAB sull’export dei prodotti italiani bio nel mercato internodellUnione Europea3, anche presentata nel corso dell’ultima edizione (2012) della più importanteFiera del biologico europea, il “Biofach” di Norimberga.Tale indagine si è resa necessaria in quanto si è in assenza di fonti informative istituzioni: i datistatistici ufficiali relativi alle esportazioni dei prodotti dell’agroalimentare dall’Italia verso i varimercati di destinazione, forniscono l’aggregato senza distinzione di metodo produttivo, conprodotti ottenuti da agricoltura tradizionale insieme con i prodotti ottenuti da agricolturabiologica.4.2.1 Indagine sulle esportazioni di prodotti biologici nei mercati comunitariIn assenza di fonti informative istituzionali, la raccolta di informazioni è avvenuta impiegandostrumenti di rilevazione diretta, ed in particolare un’indagine campionaria cui si è affiancatal’analisi di specifiche esperienze di rilievo grazie ad alcuni casi di studio e allo svolgimento di unfocus group.La raccolta dati è stata svolta tramite interviste telefoniche, interviste face to face, anche inoccasione di fiere internazionali del settore, interviste tramite e-mail agli operatori del settore, cheoperano in agricoltura biologica, sia come produttori, sia come trasformatori, in modo esclusivo omisto, e che vendono stabilmente almeno una parte della produzione all’estero.Si è proceduto alla somministrazione di un apposito questionario su un campione ragionato di 100imprese; parte dei questionari, relativi a 50 aziende, sono stati compilati tramite interviste face toface, somministrati anche a imprese presenti a fiere internazionali per avere ulteriori informazionisulla domanda estera nei principali Paesi di destinazione del nostro export.Questa indagine è stata condotta presso un campione ragionato di 100 aziende del compartobiologico con forte orientamento all’esportazione.Le aziende intervistate sono in prevalenza imprese di trasformazione, nel complessorappresentano il 48% del campione e una quota consistente è composta da aziende di produzioneagricola, il 42% del campione (figura 16).3ISMEA (2012) - Report economico finanziario IV volume: Prodotti biologici, prodotti Dop e Igp,posizionamento prodotti a denominazione presso Gdo. Ipsoa.Marzo 2012.
    • 23Figura 16: Attività prevalente delle aziende esportatrici intervistate4235132 2 17Fonte: Ismea su dati FirabLa Sicilia ha maggior concentrazione di aziende agricole, mentre sono maggiormente distribuite inEmilia Romagna, Veneto e Lombardia le aziende che svolgono attività di trasformazione,confermando anche qui quanto registrato dal Sinab rispetto alla distribuzione del numero dioperatori sul territorio nazionale relativamente ai preparatori esclusivi.Il campione presenta una concentrazione dei molini per la farina biologica e pastifici in EmiliaRomagna, per il lattiero-caseario in Lombardia e Emilia Romagna, ma anche la Sardegna con i suoipecorini tipici, per il vino in Veneto e per l’olio, Puglia e Calabria.Per quanto riguarda le conserve e le marmellate, sono maggiormente trattate in Emilia Romagna ein Lombardia, laddove è alto il peso delle imprese di trasformazione biologiche, con elementi dieccellenza per alcune produzioni.La tipologia principale di prodotto venduto all’estero è l’ortofrutta (24%), seguita da olio, vinomiele; incidenza minore prodotti da forno e pasta (figura 18).I mercati principali all’interno dell’Unione Europea sono quelli consolidati di Germania, Francia eGran Bretagna, ma anche quelli di Danimarca, Paesi Bassi, Austria, Belgio e quelli emergenti deiPaesi Scandinavi.La Svizzera spicca tra gli europei non Ue.USA e Giappone sono i Paesi Terzi consolidati, mentre Cina, Federazione Russa, America Latina (inparticolare Brasile e Argentina) sono i mercati emergenti extra europei (figura 19).
    • 24Figura 18: Tipologia principale del prodotto venduto all’estero (%)Altro18%Frutticoli12%Orticoli12%Olio12%Vino12%Miele6%Altricereali6%Prodotti daforno5%Pasta5%Caseari3%Carni Trasformate3%Panetteria3%Riso3%Fonte: Ismea su dati FirabFigura 19: Mercati di destinazione delle all’estero (%)Germania42%Francia14%Gran Bretagna8%Danimarca6%Svezia6%Svizzera2%U.S.A2%Giappone1%Altri (Area Euro)13%Altri paesi6%Fonte: Ismea su dati FirabIl Paese leader per le esportazioni di prodotti biologici italiani è da sempre quello tedesco, Paeseche ha il più alto fatturato europeo per il settore biologico, con 5,8 miliardi di euro nel 2009cresciuti a 5,9 miliardi di euro nel 2010, nonostante il freno causato dalla crisi economicofinanziaria.Che cosa esportano le nostre aziende in Germania? Principalmente è l’ortofrutta, sia fresca chetrasformata, che assume una posizione di rilievo nelle nostre esportazioni.
    • 25La Germania importa l’80% della frutta fresca; una bella fetta proviene dall’Italia, in particolaremele, soprattutto dal Sud Tirolo, e agrumi dalle terre della Sicilia.Ma anche kiwi, pere, pesche, nettarine, e soprattutto molti ortaggi tra cui carote, pomodori,zucchine e cavolfiori.Anche l’uva da tavola biologica è diventata una voce importante per l’export verso la Germania.Peraltro, sembra che i grandi volumi trattati dai maggiori clienti tedeschi consentano unabbattimento dei costi, tale da potere avere prezzi competitivi per il consumatore e remunerativiper il produttore.Leadership italiana per numero di produttori ma anche una maggiore presenza di trasformatoridenotano un mercato che ha grandi potenzialità di espansione all’estero, laddove la domanda èmolto alta per prodotti di qualità e a contenuto di servizio, in particolare per quanto riguardal’ortofrutta, sia fresca che soprattutto trasformata.In Italia, la presenza di imprese agroindustriali bio di maggiori dimensioni economiche è in EmiliaRomagna, Veneto e Lombardia.In Lombardia, ad esempio, vi è una azienda leader (in valore) delle vendite di confetture in Italia eche esporta sempre di più anche all’estero. Tra le aziende “storiche” al BioFach, degna di nota èBrio S.p.A., società commerciale di riferimento nel panorama nazionale ed europeo dell’ortofruttabio. Un Gruppo che ha più di vent’anni di esperienza nel biologico ed è specializzato sulla GDO esull’export e leader nazionale sulla ristorazione collettiva. Poi Canova s.r.l., la società checommercializza il prodotto biologico a marchio Almaverde Bio, offre sul mercato dallortofruttafresca alle verdure e frutta di IV gamma, alle zuppe, ai minestroni e al purè. Oltre queste le figuredi spicco nel panorama commerciale del comparto ortofrutticolo bio, vi sono, poi, una miriade direaltà aderenti al Marchio Garanzia AIAB che offrono una qualità costante e un rapporto direttocon la produzione. Tra i Paesi Ue di destinazione, la Germania resta un punto di riferimentofondamentale dellexport nellortofrutta biologica, seguono Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi,Danimarca e Austria mentre emergono sempre più i Paesi scandinavi. Tra i paesi europei extra Ueè sempre rilevante l’export verso la Svizzera.È così tanto in crescita il settore che anche i colossi del convenzionale hanno puntato sullaproduzione biologica per ampliare e diversificare la loro attività, vendendo la loro linea bio sotto ilmarchio ad ombrello Almaverde Bio.L’ortofrutta bio Made in Italy in Germania, pur soffrendo la competizione con altri Paesi Ue, comela Spagna e i Paesi Bassi, e per la frutta fresca, anche con Paesi del Centro e Sud America, comeCosta Rica e Ecuador, ha sempre attirato i consumatori tedeschi.La Germania è un mercato che offre diverse possibilità di posizionare i nostri prodotti biologici, siaperché la moderna distribuzione ha fatto scelte molto significative sul biologico, sia perché i negozispecializzati sono molto evoluti, sia perché la domanda interna è in forte crescita e la produzioneagroalimentare biologica tedesca non sembra in grado di soddisfare tale richiesta.Per la vendita all’estero nei mercati comunitari, le aziende intervistate utilizzano prevalentementedistributori finali, in particolare sono prevalenti i buyer GDO e il dettaglio specializzato, secondoquanto indicato dagli operatori intervistati nel 2011 (figura 20).
    • 26Figura 20: Canali di vendita all’estero delle aziende esportatrici intervistateAltroVendita on lineCooperativa/ConsorzioHO.RE.CA.Industria di trasformazione con sede…Intermediari commercialiDistributore finale313443550Fonte: Ismea su dati FirabCome sappiamo, in questi ultimi anni, pur in un momento di debolezza congiunturaleinternazionale, il settore bio è in espansione anche grazie ad una crescente consapevolezza suiproblemi ambientali e di sicurezza alimentare da parte dei consumatori.Ecco perché, secondo uno studio dell’ICE, anche nel periodo della crisi economica, il consumatoreche sceglie per la prima volta di acquistare un prodotto biologico, rimane poi un cliente fidelizzato.Le aziende storiche del bio che indirizzano una parte delle loro vendite sui mercati esteri, scelgonosoprattutto il commercio alimentare al dettaglio, mentre le imprese che si sono affacciate almercato estero negli anni più recenti, utilizzano i distributori finali della Grande Distribuzione; inparticolare stanno emergendo i maggiori gruppi di discount, che, in Germania, sono in grado dicondizionare tutta la grande distribuzione, con una quota che ha raggiunto il 55% del mercato.Le aziende che accedono al canale della GDO estera sono perlopiù aziende “modello”, soprattuttoaziende ortofrutticole, olivicole, viticole o di trasformazione che, al di là delle dimensioni più omeno elevate, riescono a garantire qualità e assortimenti grazie a capacità imprenditoriali deiconduttori.Molte volte si tratta di realtà produttive che fanno “rete” tra produttori aumentando in questomodo le aree coltivate, differenziando le produzioni, offrendo prodotti più rispondenti al gusto deiconsumatori esteri.Il rapporto diretto con le catene di punti vendita del dettaglio specializzato estero è invecemaggiormente scelto dalle imprese che hanno un rapporto commerciale di lunga data, soprattuttocon la Germania.Sono spesso imprese ortofrutticole, a carattere cooperativo o di consorzio, ma anche aziende digrandi dimensioni che scelgono, oltre al canale della GD, anche questo del commerciospecializzato considerato per certi versi più flessibile rispetto alla GDO sia per i tempi di consegnache per questioni di carattere fiscale e amministrativo.
    • 27Si può operare, inoltre, con un intermediario commerciale, importatore estero o esportatoreitaliano, utilizzato dal 35% degli intervistati; quello che emerge in ogni caso è che l’aziendadifficilmente può vendere in modo diretto senza un intermediario.In Germania, infatti, le catene della grande distribuzione preferiscono rapportarsi con unimportatore che risolva eventuali questioni, di carattere anche fiscale. Da considerare, peraltro,che - in Europa - il peso della grande distribuzione è nettamente superiore che in Italia.Inoltre, dalle interviste è emerso che la maggior parte delle piccole aziende che voglionoposizionare all’estero il loro prodotto, hanno bisogno prima di tutto di farsi conoscere dai clienti,soprattutto quelli del mercato tedesco, che ancora oggi è tra i primi acquirenti, ad esempio dellanostra ortofrutta biologica. Per questo diventano importanti le occasioni fieristiche, come quellache si tiene a Norimberga ogni anno, il BioFach.In ogni caso, per quanto riguarda i mercati del Nord Europa, in particolare quello tedesco, èquanto mai necessario per l’azienda rivolgersi ad un consulente, che fornisca loro le indicazioninecessarie per muoversi nel mercato di destinazione del loro export. Il cliente tedesco è moltopignolo, anche sotto il profilo fiscale, e attento ad ogni fase del processo produttivo, al punto cheuna azienda di pecorino toscano ha dichiarato che hanno verificato direttamente la produzioneandando in loco in azienda.Peraltro, le opportunità che offre il mercato tedesco sembrano essere ancora alte e in crescita,come ha dichiarato Christoph Soika della SCS Consulting, al biofach 2011, in un incontro sulleopportunità di questo mercato per le piccole e medie imprese italiane. Ha parlato anche dellacriticità di tale mercato, non per la qualità del prodotto, né per il prezzo, ma per la logistica.Fattore importante soprattutto nel settore ortofrutticolo, che presenta fasi molto critiche, chevanno dall’assicurare il mantenimento della cosiddetta “catena del freddo” alle attività ditrasporto e stoccaggio dell’ortofrutta. Ed è proprio l’elemento dello stoccaggio che crea non pochiproblemi nell’esportazione dei prodotti ortofrutticoli freschi, a fronte della mancanza dipiattaforme di stoccaggio dei prodotti da parte di alcune grandi catene della Grande Distribuzione.Di questo ne fanno le spese soprattutto le piccole imprese, diversamente dalle grandi imprese cheesportano notevoli quantitativi di ortofrutta fresca, con una organizzazione molto attenta equalificata nella logistica.E nelle aziende più piccole si esprime nella capacità di associarsi, consorziarsi o, in ogni caso,riunirsi tra produttori sotto un unico marchio ad ombrello. Oppure nel caso degli agriturismi, ilfattore multifunzionalità, che diventa un’altra possibilità per aprire questo mercato.Sembra essere, quindi, la cultura d’impresa che caratterizza una miriade di produttori più attivinel mercato, che hanno portato innovazioni all’interno della azienda, con una maggioreprofessionalità, a fronte anche di una mentalità aperta, di un livello culturale medio alto emediamente appartiene ad un cambio generazionale nella conduzione dell’azienda, tuttiprofondamente motivati e consapevoli per la scelta fatta in agricoltura biologica, dotati digrande sensibilità ecologica ed etica, grande disponibilità all’associarsi e a cooperare insieme,nonché di notevoli capacità di comunicazione che si traducono in abilità commerciali.Come anche diverse piccole-medie imprese nazionali che producono prodotti tipici di qualità,come olio, vino, pasta, conserve, formaggi, ma anche ortofrutta e alimenti “high quality italianmeal” con uno spiccato Made in Italy, che presentano quote di mercato considerevoli rapportateal flusso di prodotto venduto.
    • 28Il tutto denota un settore che presenta una discreta propensione all’export, mostrando una certadistanza dal settore agroalimentare nel suo complesso. Questo ha portato anche i colossi delconvenzionale a penetrare nel mercato del bio, ampliando e diversificando la loro attività anchenella produzione biologica, beneficiando così dell’effetto traino del bio sulla loro lineaconvenzionale.Le aziende più promettenti sembrano essere quelle che hanno realizzato un processo diintegrazione fra le diverse componenti del sistema, dall’agricoltura biologica all’industria ditrasformazione, capaci di rapportarsi con la distribuzione e di adattarsi ai rilevanti mutamenti delladomanda alimentare; ma anche quelle che hanno risposto a favore di un miglioramento dellacompetitività dell’impresa in relazione all’internazionalizzazione, con l’aggregazione delle imprese,sotto forma di cooperative, consorzi, associazioni, società.Ciò che emerso dall’indagine è che gli operatori stanno sempre più indirizzandosi verso il “farerete”, individuando nell’associarsi di imprese una serie di vantaggi, non solo organizzativi estrutturali, ma anche legati alla commercializzazione, grazie alle numerose iniziative a carattereinformativo e pubblicitario, alla partecipazione a fiere internazionali, tutte operazioni che sonovolte al posizionamento del marchio ed alla conoscenza dei prodotti.Dall’indagine è emersa anche un’elevata propensione da parte delle aziende alla ricerca di nuovisbocchi commerciali.Il grosso degli sforzi sembra al momento concentrarsi sui paesi emergenti, in particolare Russia,Cina, India e Brasile, quelli che in questa fase, a giudizio degli operatori, riservano le miglioripotenzialità di crescita (figura 21).Figura 21: I nuovi mercati esteri di destinazione futuri (%)U.E.17%Cina12%Usa11%Russia8%Giappone6%Brasile6%Paesi Scandinavi4%Canada3%Altri33%Fonte: Ismea su dati FirabDiversi operatori stanno cercando di entrare nei mercati dell’Est europeo, come la Polonia,considerati molto promettenti in termini di crescita del consumo di prodotti biologici.Figura 21b: Le attese di vendita per i prossimi anni (in % sul totale)
    • 29Aumenterà55%Rimarrà stabile9%Diminuirà3%Non so33%Fonte: Ismea su dati FirabPer quanto riguarda le aspettative del mercato (figura 21b), le aziende intervistate, sembranoabbastanza ottimiste ed il loro clima di fiducia sembra più ottimistico nei confronti del mercatoestero di quanto sia verso il mercato interno. Il trend delle vendite è segnalato in crescita permolte delle merceologie quelle che presentano mercato estero dell’alimentazione biologica.Ovviamente la domanda estera è maggiore nei Paesi che presentano la spesa pro capite piùelevata in Europa, come la Svizzera, Austria, Danimarca e Svezia. Dall’indagine è emerso, quindi,che il mercato del bio italiano gode, oltre frontiera, di buona salute e che il settore non starisentendo della crisi, continuando anzi a crescere, grazie anche a prezzi stazionari, posizionati sulivelli medio-alti rispetto ai principali competitor.4.2 Inquadramento della domanda internaI consumi di alimenti biologici in Italia rappresentano una quota attorno al 2-3% sul totale dellaspesa alimentare, per una valore di mercato stimato di circa 3 miliardi di euro.Sul fronte interno, da molti anni, si registra una crescita dei consumi domestici di biologico,secondo le rilevazioni Ismea: l’incremento della spesa domestica in prodotti biologici confezionatinel 2011 e nella prima metà del 2012 è stata del 9% circa in valore, nel 2011 e +6,1% nei primi seimesi del 2012.Questo incremento, pur denotando un settore con grandi potenzialità, si confronta però con unadomanda nazionale pro-capite che rileva ancora una penetrazione piuttosto bassa di prodottibiologici: una spesa medio annua di circa 25 euro, sulla base dell’ultimo dato Fibl/Ifoamdisponibile, colloca il nostro Paese tra quelli in cui la base di consumo di prodotti bio è ancoraristretta.In ogni caso tale andamento positivo, che si protrae ormai dal 2005, diventa di particolare rilievorapportato al trend dei consumi alimentari nel complesso, registrato nel 2011, che è risultato incalo del 2% circa.
    • 30Continua ad essere prevalente nel Nord Italia, mentre il Centro ed il Sud rivestono ancora un pesominore. Permane quindi ancora lo squilibrio tra luoghi di produzione e luoghi di consumo, fattoreche caratterizza storicamente il bio.Ortofrutta, prodotti lattiero – caseari, uova e alimenti per la prima colazione si confermano anchenel 2011 le referenze più acquistate dai consumatori, incidendo nel complesso per i ¾ sul totaledegli acquisti bio (fonte Ismea).Il consumatore tipo di prodotti biologici sembra essere prevalentemente del Nord Italia, inparticolare dell’area occidentale della penisola, è in famiglie poco numerose, il responsabile degliacquisti è più o meno giovane e ha livelli di istruzione e di reddito alti.Sempre dalla rilevazione Ismea emerge che gli alto e medio acquirenti contribuiscono all’acquistodi biologico per un 70%, mentre i basso acquirenti e gli occasionali per il restante 30%. Peraltro, trail 2010 e 2011 non vi sono state grandi variazioni della quota dei diversi profili, se non per crescitadegli alto acquirenti (fonte: Ismea).Oltre agli acquisti è aumentata la quota delle famiglie che consumano prodotti biologici ed èanche cresciuta la penetrazione del bio confezionato della Grande Distribuzione passata dal 71,5%nel 2010 al 75,5% nel 2011, a dimostrazione che il comparto ha un potenziale interessante. Seconsideriamo latteggiamento verso il biologico, la valenza salutista e i valori intrinseci dei prodottibio sono vincenti; c’è da dire che il ricorso anche ad un più ampio assortimento ha giocatopositivamente per la crescita.5. LA DOMANDA NEI CANALI DI VENDITA IN ITALIALa crescita del mercato italiano di prodotti biologici si sta registrando diffusamente in tutti i canalidi vendita da molti anni.In un periodo storico in cui l’incertezza sembra guidare la prudenza nelle spese, in cui il senso diristrettezza economica porta le famiglie a rimodulare le proprie scelte muovendosi sia sulla scaladei prezzi sia nei diversi format distributivi, il biologico sembra stia rappresentando una dellerisposte vincenti, anche nel mettere in atto dei comportamenti più consapevoli, maggiormenterispettosi verso le risorse, senza però perdere di vista la cura per se stessi, scegliendo prodottisicuri e di qualità.L’incidenza del consumo di prodotti bio sul totale agroalimentare è di difficile stima.I dati Fibl-Ifoam indicano una quota di mercato bio al consumo tra il 2 ed il 2,5% del totale invalore, rappresentato dalle vendite al dettaglio in negozi specializzati, Grande Distribuzione,vendite dirette delle aziende agricole (soprattutto ortofrutta, olio e vino), gruppi dacquisto,mercatini e door to door.Canali interessanti e in pieno sviluppo anche l’ho.re.ca., con in primis la ristorazione, di rilievoquella scolastica che sta prendendo sempre più piede nei diversi Comuni d’Italia.
    • 315.1 Vendite Bio in alcuni canali distributivi (GDO, Negozi Specializzati ealtri canali)Nel mass market gli acquisti passano prevalentemente attraverso la Grande Distribuzione, limitatoil peso dei discount (per quanto questo format sia in crescita), e del dettaglio tradizionale nonspecializzato. Una fetta consistente delle vendite è realizzata dai negozi specializzati, dal normaltrade e dal food service.Le strategie per la diffusione del biologico sono particolarmente legate ai brand, in quanto il brandè riconoscibile e permette di identificare un ampio paniere di prodotti da agricoltura biologicacommercializzati nel largo consumo.Per le insegne il biologico rappresenta un fattore differenziante di rilievo; accoppiato alla marcacommerciale è importante tenendo conto che la comunicazione è un punto debole del settore4.Ciò fa comprendere il perché cresce la quota degli acquisti nella GDO: l’accoppiamento bio emarca commerciale è un valore che diventa direttamente percepibile dal consumatore.Inoltre, la forte presenza di single ed il diffondersi di un nuovo modello familiare soprattutto alnord, stanno indirizzando verso un maggior consumo di alimenti fuori casa e verso prodotti legatialle nuove modalità di fruizione dei pasti che portano a cucinare molto più velocemente. Lamaggior richiesta di alimenti con servizi incorporati (IV e V gamma) conferma tale andamento.Da considerare, però, che il differenziale di prezzo rispetto al convenzionale sembra essere ancorail limite alla maggiore penetrazione del bio. Questo forse spiega la forte crescita della venditadiretta di prodotti biologici, che oltre a rinnovare un rapporto diretto con il produttore in unaottica di maggiori garanzie di qualità e di sicurezza, permette di acquistare ad un prezzo piùconveniente.4.1.2 Grande DistribuzioneSulla base dei dati forniti dall’Ismea5, l’andamento dei consumi domestici di prodotti biologiciconfezionati nella GDO è in continua ascesa ormai dal 2005.Restando sui dati più recenti, si può osservare che, anche nel 2011 e nella prima metà del 2012, gliacquisti di biologico confezionato hanno continuato la loro ascesa, con un +9% circa in valore nel2011 e un +6,1% nel primo semestre 2012.La tendenza del 2011 è dipesa in modo particolare dagli aumenti fatti registrare dai prodottilattiero-caseari, le uova, i biscotti, i dolciumi, gli snack e le bevande analcoliche.4Mark Up (2009) - La crescita del biologico richiede investimenti in comunicazione. Un mercato di nicchia regolato dadinamiche avulse dai trend correnti di consumo. Rubrica Grocery. Mark Up 184, dicembre 2009.5Ismea (2012) - Le tendenze degli acquisti di prodotti biologici e l’evoluzione del profilo del consumatore. SANA.Bologna, 10 settembre 2012
    • 32Nel primo semestre 2012 continuano a crescere in prevalenza le stesse categorie, in particolare lebevande analcoliche, i biscotti, dolciumi e gli snack (+26,1%) ed in misura minore i derivati del lattebio (+9,5%).In discreto rialzo la pasta, il riso ed i sostituti del pane (+9%), mentre le uova nei primi sei mesidell’anno in corso cedono un 6,4% dopo l’ottimo incremento del 2011.Molto più contenuto nel 2012 l’incremento per l’ortofrutta fresca e trasformata (+1%) che rimanela categoria bio più consumata nel 2011, con un peso sul totale bio pari a poco più del 30% (datiIsmea).Sulla base dei dati forniti dall’Ismea, gli acquisti di prodotti biologici certificati nel canale dellaGDO, che copre meno del 50% dei consumi, hanno subìto nel 2010 un incremento considerevolesuperando la soglia dei 500 milioni di euro.4.1.2 Negozi specializzatiPer quanto riguarda il canale dei punti vendita specializzati in soli prodotti biologici, i cui dati nonsono oggetto di rilevazione da parte di ISMEA, la FederBio6indica che tale canale di vendita segnaregolarmente performance superiori alla GDO facendo registrare nel 2010 una media dal 15%(negozi indipendenti) al 20% (punti vendita affiliati in franchising).I negozi specializzati, secondo quanto riportato sul rapporto di BioBank (TuttoBio 2012) sonopassati dai 1.132 del 2009 ai 1.212 del 2011, con una crescita del 7%.Peraltro, continua in modo costante il processo di aggregazione e qualificazione dei negozi bio cheormai tocca il 65% dei punti vendita in Italia.I negozi si concentrano soprattutto al Nord con 792 punti vendita, pari al 65,3% del totalenazionale, mentre al Centro si trovano 256 negozi (21,1%) e 164 tra Sud e Isole.La lombardia mantiene saldamente il primato per numero assoluto di negozi bio con 206 puntivendita, seguita dal Piemonte e Veneto.La valle d’Aosta guida la classifica per densità, con 7 negozi bio ogni 100 mila abitanti, contro lamedia nazionale di 2.Seguono il trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia.5.2 Vendite Bio in canali distributivi alternativiAccanto ai tradizionali canali di vendita, si stanno sempre più rafforzando altre forme dicommercializzazione, cosiddette alternative, in particolare il modello della filiera corta, in cui siprivilegia il rapporto diretto tra consumatore e produttore.La vendita diretta, nella varietà enorme di esempi che vanno dal farmer market al box scheme,rappresenta per il bio un vero e proprio fenomeno sociale in continua crescita, come si evince daidati riportati sull’ultimo rapporto di BioBank (Tutto Bio 2012).Sono i gruppi d’acquisto solidale gli instancabili protagonisti della progettualità e dellasperimentazione verso nuovi stili di vita nel 2011. La Regione Umbria, prima in Italia, li riconosce, li6FederBio al SANA 2012. Presentazione FederBio 2012.pdf documento on line su www.federbio.it
    • 33tutela e li incentiva. I produttori li corteggiano e creano per loro listini ad hoc. Nell’ultimo trienniosono cresciuti del 44%, e si avvicinano ai 900, con almeno altrettanti gruppi informali.Anche la vendita diretta in azienda non conosce sosta, con oltre 2.500 spacci nel 2011, il 16% inpiù del 2009. A trainare la crescita sono soprattutto quelli aperti da aziende agricole, ad un ritmodoppio rispetto a quelli aperti dagli agriturismi.In controtendenza si registra il segno meno per i mercatini (-5%), soffocati dalla burocrazia efrenati dalla preferenza dei produttori per lo spaccio in azienda.Le aziende agrituristiche crescono del 10% e diventano sempre più perno di molteplici attività,coinvolgendo diverse fasce di pubblico con diversi interessi, ma resta fondamentale l’attivitàdidattica con le scuole.Segna un + 27% anche l’e-commerce, con nuovi siti aziendali che cercano un filo diretto con iconsumatori.In fermento anche la ristorazione (+17%). Crescono le formule più veloci, più libere e menocostose, come caffetterie, bistrot, gastronomie, gelaterie e frutterie, ma soprattutto il bio diventatrainante in nuovi ambiti, mai toccati prima.Nonostante i conti siano sempre più difficili da far quadrare, aumentano i Comuni che introduconoportate, piatti e menù bio nelle scuole. Sono più di 1.100 le mense scolastiche rilevate, con unbalzo del 33% in tre anni.In sintesi, ecco l’andamento delle sette tipologie di operatori del biologico prese in esame dalRapporto Bio Bank 2012, per numero assoluto nel triennio 2009-2011:• Gruppi d’acquisto solidale +44% (dai 598 del 2009 agli 861 del 2011).• Mense scolastiche +33% (da 837 a 1.116).• E-commerce +27% (da 132 a 167).• Ristoranti +17% (da 228 a 267).• Aziende con vendita diretta +16% (da 2.176 a 2.535).• Agriturismi +10% (da 1.222 a 1.349).• Mercatini -5% (da 225 a 213).Sulla base di quanto riportato da Bio Bank 2012, forniamo un breve approfondimento.4.2.1 Gruppi d’acquistoI gruppi d’acquisto solidale continuano a lievitare, anno dopo anno, sulla base dei dati pubblicati inTutto Bio 2012.Praticano l’agricoltura “relazionale” grazie ai rapporti diretti con i coltivatori ed alla garanziad’acquisto preventivo di una certa quantità di prodotti, sperimentano la “certificazionesemplificata”, aprono negozi al dettaglio all’insegna della filiera minima, investono nelfotovoltaico, ispirano la nascita dei gruppi acquisto terreni per avviare aziende agricole biologiche.Nel 2011, Bio Bank ne ha censiti 861, contro i 742 del 2010, con un’ulteriore crescita del 16%. Maalmeno altrettanti sono i gruppi informali.
    • 34I gruppi dacquisto solidale sono veri e propri luoghi di condivisione e di scambio per praticare unostile di vita più consapevole.Sono 35 i Gas che hanno cessato l’attività nel corso dell’ultimo anno, spesso per problemiorganizzativi, ma oltre 150 quelli che l’hanno iniziata. In pratica a fronte di un Gas che chiude, cene sono più di quattro che aprono.Ma i Gas informali sono almeno altrettanti. Una realtà largamente presente al nord, che ne contaben 528, oltre il 60% del totale, seguito dal centro con 239 (27,8%), e da sud e isole con 94 gruppi(10,9%).La Lombardia resta ampiamente la regione leader per numero assoluto con 213 Gas, pari al 25%del totale, seguita a distanza da Toscana ed Emilia-Romagna. Il Trentino-Alto Adige, tallonato daValle d’Aosta e Toscana, guida ancora la classifica per densità con più di tre Gas ogni 100.000abitanti.Oltre il 60% dei Gas è concentrato al nord, per un totale di 528. Segue il centro con 239 (27,8%),mentre tra sud e isole operano 94 gruppi (10,9%).I gruppi d’acquisto solidale sono la tipologia più dinamica, tra le otto prese in esame dal Rapporto.Con il più elevato tasso di crescita, continuano infatti a guidare l’andamento dell’ultimo triennio.Dai 598 rilevati nel 2009, sono infatti passati agli 861 del 2011, con un ulteriore balzo in avanti del44%.4.2.2 Siti e-commerceLa ricerca di canali diretti di vendita passa anche per la grande rete.Sono 167 i siti di e-commerce attivi a fine 2011, rispetto ai 152 del 2010, con un incremento del10%. In gran parte sono siti di aziende che propongono solo prodotti bio (54 siti), oppure moltiprodotti bio (23) o alcuni prodotti bio (31). Crescono i siti dei negozi bio (31) e quelli di e-commerce vero e proprio (22), scendono i siti di e-commerce convenzionale con reparto bio (6),sulla base dei dati pubblicati in Tutto Bio 2012.Al nord sono attivi 74 siti, il 44,3% del totale. Seguono sud e isole con 54 (32,4%) e centro con 39(23,4%).Le tre regioni leader per numero assoluto sono l’Emilia-Romagna, con 23 siti, seguita da Sicilia con19 e Lazio con 17. La Basilicata ha invece l’indice più elevato per densità: 0,9 siti ogni 100.000abitanti, contro la media nazionale di 0,3. Seguono Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige.Continuano ad aprire nuovi siti di e-commerce, segnando una crescita del 27% nell’ultimo triennio,interessante ma inferiore a quella del triennio 2008-2010. Passano quindi dal secondo al terzoposto. Erano 132 nel 2009 sono arrivati a 167 nel 2011.4.2.3 HoReCaCon Ho.re.ca. s’intende quel settore commerciale che si riferisce allindustria alberghiera, alleimprese che preparano e servono alimenti e bevande (ristoranti, bar, caffè).Acronimo di Hotellerie-Restaurant-Café (ma la terza parola viene a volte identificata con Catering,o altre similari), viene ormai utilizzato per indicare il canale commerciale della bevanda e dellaristorazione, o il canale commerciale alberghiero.
    • 35Per HoReCa ci siamo riferiti alle attività dellospitalità e della ristorazione, sulla base delletipologie prese in esame da Bio Bank, come agriturismi bio, ristoranti bio e mense scolastiche bio,sulla base dei dati disponibili.Figura 22: L’evoluzione del numero dei canali distributivi per Ho.re.ca.2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011Ristoranti bio 171 177 174 199 228 246 267Agriturismi bio 804 839 1002 1178 1222 1302 1349Mense bio* 647 658 683 791 837 872 1116*l numero si riferisce ai Comuni in cui sono presenti mense scolastiche bio.Fonte: elaborazione Firab su dati BioBankCrescono le formule più veloci, più libere e meno costose, come caffetterie, bistrot, gastronomie,gelaterie e frutterie, anche se ancora costituiscono numeri di nicchia.RistorantiCrescono più dell’8% i ristoranti bio in Italia: dai 246 del 2010 sono infatti passati ai 267 del 2011. Ilcensimento Bio Bank comprende ristoranti, pizzerie, self-service, fast food, bar, tavole fredde,take-away, gastronomie e locali specializzati come pasticcerie, gelaterie, frutterie, sulla base deidati pubblicati in Tutto Bio 2012.In assenza di una normativa europea, il criterio adottato da Bio Bank per la selezione è la quantitàdi ingredienti bio utilizzati in cucina, che deve essere almeno del 70%.Prevalente la cucina vegetariana indicata da 145 attività, seguita da quella tipica e tradizionale,macrobiotica, vegan, allergie e intolleranze ed etnica.La Lombardia guida la classifica per numero assoluto con 65 ristoranti, oltre il 24% del totale.Seguono Emilia-Romagna e Lazio. Nettissima la concentrazione al nord, dove si trovano 168ristoranti, pari al 62,9% del totale, seguono il centro con 76 (28,5%) e sud e isole con 23 (8,6%).Le Marche hanno sempre l’indice più elevato per densità con 1,5 ristoranti ogni 100.000 abitanti,oltre il triplo della media nazionale, pari allo 0,4. Seguono Emilia-Romagna e Valle d’Aosta.I ristoranti, per Bio Bank, si confermano al quarto posto nel 2011, passando dai 228 del 2009 ai267 del 2011.Quello che però non emerge nella rilevazione, ma si sta presentando all’orizzonte, è che la veranovità, degli ultimi anni, è data dall’ingresso del biologico in tante realtà convenzionali, più che peruna scelta salutistica e ambientale, soprattutto per la qualità e l’eccellenza delle materie prime diproduzione biologica.Tra i casi più eclatanti quello di Ikea, la multinazionale svedese dell’arredamento, che nei ristorantidei suoi 19 punti vendita in Italia utilizza già il 12% di materie prime bio sul totale degli acquisti. Oquello di Eataly, tempio dell’enogastronomia italiana, che nei suoi ristoranti-negozi utilizza epropone il 10-15% di materie prime e di prodotti bio. O ancora il caso delle gelaterie Grom, trentain Italia e cinque in giro per il mondo, dove il biologico incide già per il 40%.
    • 36Figura 23: Ristoranti bio2011 Var. %11/10Var. %11/09Ristoranti bioLombardia 65 32,7 35,4Emilia Romagna 47 2,2 20,5Lazio 27 -6,9 0,0Marche 23 4,5 4,5Toscana 21 -44,7 31,3Totale Ristoranti bio 267 8,5 17,1Fonte: elaborazione Firab su dati BioBank 2012AgriturismiIn crescita anche le aziende bio che offrono ospitalità nel segno della multifunzionalità, comeindicato sull’Annuario del biologico, Tutto Bio 2012, anche se i numeri sono ancora contenuti. Allaproduzione agricola di base hanno infatti affiancato nel tempo la trasformazione delle proprieproduzioni, la vendita dei prodotti freschi e trasformati nello spaccio aziendale, l’attività didatticacon bambini e ragazzi delle scuole fino all’accoglienza turistica vera e propria con ristorazione epernottamento. Un mondo che si muove intorno e dentro l’azienda, secondo i giorni e le stagioni,coinvolgendo diverse fasce di pubblico con diversi interessi.Gli agriturismi bio censiti da Bio Bank hanno raggiunto quota 1.349 nel 2011, contro i 1.302 del2010, con un incremento che si avvicina al 4%. Un’offerta concentrata nel centro Italia con 591operatori, il 43,8% del totale, seguono il nord con 457 realtà (33,9%) e sud e isole con 301 (22,3%).Al primo posto per numero assoluto resta sempre la Toscana, regina incontrastata dell’ospitalità infattoria, seguita da Emilia-Romagna e Marche.Nella classifica per densità si confermano al primo posto le Marche con 11 realtà ogni 100.000abitanti, contro la media nazionale di 2,2. Seguono Umbria a quota 10,5 e Toscana a quota 7.Scendono dalla quinta alla sesta posizione gli agriturismi, con un incremento del 10%, passandodai 1.222 del 2009 ai 1.349 del 2011.Mense scolasticheNonostante la crisi, sulla scelta del biologico nelle scuole non si torna indietro. Anzi, un nuovoimpulso dovrebbe ora arrivare dall’adozione dei criteri ambientali minimi, da parte delle pubblicheamministrazioni, per lacquisto di prodotti e servizi nel settore della ristorazione collettiva e nellafornitura di derrate alimentari. Lo prevede il decreto sugli “appalti verdi” pubblicato il 21settembre 2011 sulla Gazzetta Ufficiale.E la cosa assume ancora più rilievo, dato che si tratta di un canale commerciale importante per lematerie prime bio, con un giro d’affari stimato intorno ai 275 milioni di euro, sulla base dei datipubblicati in Tutto Bio 2012. Il censimento Bio Bank, grazie alla preziosa collaborazione delleaziende di ristorazione che ci hanno segnalato l’impegno di tanti piccoli comuni, ha rilevato infatti1.116 mense bio nel 2011, rispetto alle 872 del 2010, con una crescita del 28%. Fortissima laconcentrazione al nord con 765 realtà, pari al 68,5% del totale.
    • 37Dal censimento Bio Bank del 1996, la Lombardia sorpassa per la prima volta l’Emilia-Romagna allaguida della classifica, per numero assoluto di mense bio, con 193 realtà, pari al 17,3% del totale. Alterzo posto il Veneto.Il Trentino-Alto Adige si conferma prima per densità, con più di 6 mense ogni 100.000 abitanti,contro una media nazionale di 1,8. Seguono Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna.Il numero delle mense bio comprende il numero dei comuni che hanno scelto di introdurre in tuttoo in parte prodotti bio nelle scuole pubbliche e il numero delle scuole private che hanno optatoper il bio. Le cucine sono molte di più e ancora di più sono i luoghi di refezione. I pasti giornalierisono invece arrivati a 1.111.000, contro i 1.053.000 del 2010 (+5,5%), sulla base dei dati pubblicatiin Tutto Bio 2012. Un dato sottostimato, poiché sono 180 le mense che non hanno dichiarato ilnumero di pasti o che sono in fase di censimento. Il numero dei pasti giornalieri comprende quellicon l’intero menù bio, con molti prodotti bio, con alcuni prodotti bio o con una sola portata bio.Salgono dal sesto al secondo posto le mense, passate dalle 837 del 2009 alle 1.116 del 2011, conuna crescita del 33%.4.2.4 MercatiniSi svolgono soprattutto nei centri storici dei piccoli comuni, nelle piazze o lungo le vie del centro,ma anche sotto i porticati o nelle gallerie di antichi palazzi, nei parchi o nei giardini di scuole eparrocchie, presso monasteri o abbazie, nei mercati coperti o nei centri sociali.Sono i mercatini del biologico e della biodiversità, sulla base dei dati pubblicati in Tutto Bio 2012.Bio Bank ne ha censiti 213 con un calendario già programmato per il 2012, in leggera flessione (-4%) rispetto ai 222 del 2011. Hanno chiuso i battenti 33 mercatini o non sanno ancora se e quandopotranno ripartire. In particolare, quelli organizzati in collaborazione con i comuni risentono di unquadro di incertezza, ma spesso sono in difficoltà le associazioni che li promuovono osemplicemente l’iniziativa non ha suscitato l’interesse atteso. Ma resta una certa vivacitàd’iniziativa, se è vero che sono 24 i mercatini che iniziano o riprendono la loro attività.Dei 213 mercatini bio, promossi da associazioni, comuni, pro-loco e consulenti, 22 sono mercatinidella biodiversità tra vecchi semi, frutti antichi e animali perduti, sulla base dei dati pubblicati inTutto Bio 2012.I mercatini bio sono concentrati soprattutto al nord che ne conta 145 (68%), mentre al centro sene trovano 49 (23%), e tra sud e isole solo 19 (9%).L’Emilia-Romagna resta la regione leader per numero assoluto, con 36 mercatini, pari al 17% deltotale nazionale, seguita da Lombardia e Veneto. Sempre l’Emilia-Romagna, quest’anno con laValle d’Aosta, guida la classifica per densità, con quasi 0,8 mercatini bio ogni 100.000 abitanti,contro la media nazionale di 0,4. Seguono le Marche a quota 0,7.Segno meno per i mercatini (-5%), che registrano lievi contrazioni da qualche anno e scendonoquindi dal settimo all’ottavo posto. Erano infatti 225 nel 2009 e sono scesi a 213 nel 2011.4.2.5 Aziende con spaccio aziendaleSempre più produttori scelgono la vendita diretta.Sono infatti 2.535 gli spacci aziendali rilevati nel 2011 da Bio Bank.
    • 38Di questi, 1.351 sono presso aziende agricole (contro i 1.280 del 2010) e 1.184 presso agriturismi(erano 1.141 nel 2010).A trainare la crescita sono però gli spacci delle aziende agricole, saliti del 120% negli ultimi cinqueanni, mentre negli agriturismi, dove la vendita diretta copre già l’88% delle realtà, lo spazio disviluppo è più ridotto ed il ritmo dimezzato (+60%).Al nord si trovano 1.179 operatori (46,5% del totale), al centro 718 (28,3%), tra sud e isole 638(25,2%).Al primo posto per numero assoluto si conferma l’Emilia-Romagna con 391 realtà, pari al 15,4%,seguita da Toscana con 335 e Veneto con 255.Rapportando gli spacci ai residenti troviamo al primo posto per densità le Marche con 11,6 spacciogni 100.000 abitanti, poi da Umbria con 10,4 e Toscana con 8,9, contro la media nazionale di 4,2.Sulla scia della filiera corta sono in crescita anche i gruppi d’offerta che consegnano frutta everdura a domicilio, ma anche altri prodotti freschi e trasformati. Sono infatti passati dai 28 del2010 ai 33 del 2011, secondo quanto rilevato da Biobank.La vendita diretta continua la sua marcia (+16% nel 2011), anche se a ritmo meno sostenuto (+25%nel 2010), slittando dal terzo al quinto posto come incremento.5.3 Indagine sulla vendita diretta di prodotti biologiciPer svolgere un maggiore approfondimento sull’argomento, l’Ismea ha incaricato l’Aiab di svolgereun’ indagine sulla vendita diretta – realizzata nella primavera/estate del 2011 – che ha coinvoltoun campione ragionato di 362 aziende agricole che svolgono attività di vendita diretta, nelle suediverse forme: dalla vendita diretta aziendale al mercato del contadino, dai punti vendita collettiviai GAS, dalle consegne a domicilio alle sagre locali, dall’e-commerce alla raccolta diretta inazienda, attraverso la realizzazione di interviste approfondite che hanno consentito di raccogliere,relativamente al 2010, informazioni di natura economico strutturale delle aziende ed approfondireil tema della vendita diretta, sia relativamente alle modalità di vendita diretta scelte, sia alledinamiche che interessano il settore, sia agli scenari di sviluppo futuro previsti per la venditadiretta, sino ai vantaggi concreti per i consumatori.I risultati sono stati pubblicati dall’Ismea sull’ultimo Report economico finanziario7, dedicato ai“Prodotti biologici, prodotti Dop e Igp, posizionamento prodotti a denominazione presso Gdo”.Quello che è emerso dall’indagine è che la filiera diretta può essere una valida risposta a percorsialternativi di sbocco finalizzati sia a ridurre l’incremento dei prezzi lungo la catena distributiva delprodotto, sia a ridurre la presenza di squilibri nei rapporti di scambio, sia nel voler creare un nuovomodello di sviluppo basato sul rispetto ambientale, sulla diversificazione dei processi produttivi,sulla sinergia tra biologico e naturalità, tra tradizione e innovazione, tra consumatori e produttori.Ma vediamo nel dettaglio i risultati salienti dell’indagine.7ISMEA (2012) - Report economico finanziario IV volume: Prodotti biologici, prodotti Dop e Igp,posizionamento prodotti a denominazione presso Gdo. Ipsoa.Marzo 2012.
    • 39Le aziende intervistate svolgono prevalentemente attività di produzione vegetale, il 42% deltotale, come riportato in figura 22, e un terzo quella di trasformazione; molti operatori, inoltre,coltivano e trasformano in azienda ciò che producono.Tale dato si spiega nella tipologia delle aziende che operano prevalentemente nel canale didistribuzione diretto (produttore-consumatore), caratterizzato anche da tanti piccoli e mediproduttori agricoli, recentemente indeboliti dalla crisi economica, in modo maggiore rispetto allegrandi aziende, che hanno trovato nella vendita diretta un forte mezzo di sostentamento.In questi casi, si tratta di agricoltura biologica di piccola scala, dimensionata sul lavoro contadino esull’economia familiare, prevalentemente orientata all’autoconsumo e alla vendita diretta,fondata peraltro su una scelta di vita più attenta ai valori della tutela dell’ambiente, dellasolidarietà e della giustizia.O ancora le molte aziende agricole biologiche di maggiori dimensioni che hanno annesso alla parteagricola anche quella dell’agriturismo dove in cucina si preparano e servono piatti di prodottibiologici del loro orto e la loro carne bio. Molti altri, oltre all’ospitalità in agriturismo o comefattorie didattiche o come cooperative sociali che svolgono, tra l’altro, attività di recupero e diriabilitazione per una serie di soggetti più fragili e deboli, hanno visto nella pluri-attività l’unicostrumento adatto per mantenere la vitalità economica e sociale delle loro aziende agricole.Se analizziamo i dati solo dal punto di vista della distribuzione di frequenza delle aziende campionenelle classi di fatturato, emerge che, nel 2010, il 52% delle aziende dichiara un fatturato entro i 20mila euro, il 39% non superiore ai 50 mila euro, mentre il 23% oltre i 50 mila ma non superiori ai100 mila annui, il 26% tra i 100 mila euro e i 200 mila euro, il 7% si colloca nella fascia superiore,tra i 200 mila euro e i 300 mila euro, infine, il 34% supera i 300 mila annui (figura 24).Figura 24: Distribuzione delle aziende campione per classi di fatturato (%)050100150200N.AziendeClassi di fatturatoFonte: Ismea su dati Aiab
    • 40L’ortofrutta risulta essere la categoria merceologica più venduta in filiera diretta, sia fresca chetrasformata in azienda, soprattutto in conserve, passate di pomodoro, marmellate, mostarde,confetture, sughi e salse varie (figura 25).Se esaminiamo la localizzazione geografica delle aziende agricole del campione relativamente allediverse tipologie di prodotto offerte in vendita diretta, le aziende ortofrutticole sono diffuse lungotutto il territorio italiano.La Sicilia, ma anche altre regioni del Sud Italia e del Centro presentano aziende checommercializzano soprattutto il fresco, sia della frutta che della verdura. Mentre nel Lazio,nell’Emilia Romagna e nella Lombardia si registra la maggiore incidenza di aziende che coltivano etrasformano in azienda le loro produzioni ortofrutticole.È emerso, inoltre, dall’indagine che il maggior numero di aziende intervistate ricade nella fascia divendita che destina quasi tutta o tutta la sua produzione in filiera diretta.Sembra quindi che l’azienda utilizzi tutte le strategie messe in campo dalla vendita diretta: lospaccio aziendale anche sviluppato in un’ottica attrattiva per il consumatore, annettendovi anchestrutture ricettive per l’alloggio e la ristorazione, l’individuazione di punti a maggioreconcentrazione dell’offerta con un maggiore potere contrattuale, l’attuare diverse formeaggregative (associazioni e gruppi di acquisto che mettono insieme consumatori e produttori),innovare l’azienda sotto il profilo della multifunzionalità, fornendo una diversificazione dell’offertache possa abbracciare una domanda sempre più attenta al biologico, alla qualità, alla tutela socialee ambientale.Le aziende del campione vendono i loro prodotti biologici prevalentemente tramite lo spaccioaziendale, segue per importanza la vendita diretta tramite Gruppi d’Acquisto, con una impresa sutre che utilizza tale canale distributivo, e il mercato del contadino con il 27% circa di aziendeinteressate. Il canale Ho.Re.Ca. viene scelto da una azienda su dieci.Riguardo alle dinamiche della vendita diretta nel 2010 esse risultano decisamente positive: il 56%circa degli intervistati dichiara di registrare una crescita del proprio business.Figura 25: Distribuzione dei prodotti venduti dalle aziende campione (%)Frutticoli21%Orticoli19%Caseari7%Carni fresche etrasf.8%Miele5%Olio12%Vino8%Pane e pdt daforno1%Altro19%Fonte: Ismea su dati Aiab
    • 41(figura 26).Tra gli intervistati che hanno registrato un incremento delle vendite, l’incremento medioponderato è risultato dell’11%.Analizzando i dati del campione, ma non ponderati, prevale il segno positivo tra l’1 e il 5%, rispettoal 2009, per il 55% circa degli intervistati che hanno registrato un aumento di vendite nel 2010.Da un punto di vista economico, la convenienza del prezzo dei prodotti acquistati in venditadiretta è stata ed è ancora oggi un punto di forte attrazione per i consumatori.Il campione di aziende intervistato ha tenuto molto a puntualizzare su tale variabile dei prezziesibiti in vendita diretta, definendoli molto più bassi di quelli che si trovano nelle altre forme dicommercializzazione più diffuse, come ad esempio la Grande distribuzione.In ogni caso, il campione di aziende che ha risposto a tale domanda ha indicato prevalentementeuna stabilità nelle quotazioni medie dei prodotti biologici venduti in filiera diretta, nel 2010.Le aziende intervistate, alla domanda su quale canale di vendita diretta ritengono maggiormentecalato ad una domanda del consumatore, maggiormente attenta agli alimenti sani e naturali, equindi anche ai prodotti biologici, hanno risposto prevalentemente con i Gruppi d’Acquisto,seguito dai mercatini (da considerare che gli operatori hanno tenuto a precisare quelli biologici enon i farmer’s market in generale che pur presentando prodotti a forte valenza territoriale edecosostenibile, non sono però sempre certificati biologici) e dalla vendita diretta aziendale.Tra i canali interessanti e ritenuti dagli operatori da sviluppare maggiormente anche l’HoReCa, conin primis la ristorazione, che permette di arricchire con prodotti biologici freschi e di qualità idiversi menù proposti.Ma mostrano interesse anche le formule più veloci, più libere e meno costose, come caffetterie,bistrot, gastronomie, gelaterie e frutterie; tutto concorre a mostrare un settore come il bio chediventa trainante in nuovi ambiti e che ispira maggiore fiducia da parte degli operatori.Relativamente agli scenari futuri che si prospettano per tale canale di vendita, la maggior partedelle aziende del campione è stato concorde nel dichiarare una crescita di tale canale di venditanei prossimi anni.In ogni caso, la vendita diretta, a detta degli intervistati, sembra che presenti maggiori margini dicrescita rispetto ai canali più tradizionali del dettaglio, a fronte dellevoluzione del comportamentodei consumatori, sempre più attenti alla provenienza e sicurezza dei prodotti alimentari, allasostenibilità ambientale dei processi di produzione e distribuzione e al sostegno dell’economialocale, seppure con una particolare attenzione al prezzo.In ogni caso, pur con un peso ancora non rilevante dal punto di vista dei fatturati generati, il canaledi vendita diretta sta crescendo in modo talmente considerevole, molto di più e con ampi marginirispetto a quello tradizionale, come sembra emerso dall’indagine Ismea, confermando ciò chenegli ultimi anni viene indicato dai dati Biobank.Il presente Report è stato chiuso a settembre 2012.