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Fabio G. MoriL’arbitro improvvisato         nuovaoregina.net             2
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L’ARBITRO IMPROVVISATO                      Un racconto e frames d’immaginazioneSituazioni e personaggi di questo racconto...
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90 Capitolo VI      frame da Goethe              Andiamo in campo100 Capitolo VII      frame da Heroes (David Bowie)      ...
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INTRODUZIONESiamo alla seconda puntata.L’anno scorso scrissi un breve racconto dedicato alla Squadra ’96 edin particolare ...
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Il lettore, che già ringrazio per voler sopportare questa mia piccolapassione, che propongo, senza alcuna presunzione di a...
concretamente il contorto e prolisso pensare, proprio del nostromondo d’adulti.Questo ci fa rendere conto di quanto possia...
Questo racconto è dedicato a Mario Chiaramente, Tullio Gemelli,Attilio Roncallo, Alessio Ottaviani, Leo Torrente, ed a lor...
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"O Capitano! Mio Capitano!           Il nostro viaggio tremendo è terminato                 la nave ha superato ogni ostac...
La squadra 1996 stagione 2005/2006:In piedi da sin. Paolo Lucisano, Leonardo Farina,Saverio Palma, Christian Parissi, Fabr...
Alcune situazioni emotive sono descritte con una tale profondità eincisività che avrei atteso soltanto da un autore di pro...
Oltre al raggiungimento degli obiettivi principali, la Nuova Oreginariesce ad offrire ai ragazzi le stesse opportunità che...
vantarsi a scuola di essere nella rosa di una grande società, malavorando da dentro, vedendo la passione immensa di person...
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N.d.A. : Questo breve sproloquio è stato scritto la notte successiva aGenoa-Cosenza del 7 giugno 2003 quando una partita d...
Psichedelia di un AmoreDa parecchio tempo non lascoltavo.Così poco fa, ho pensato di mettermi su "tales from topographicoc...
canzoni rabbiose fino a perdere la voce e poi piangere pensando chenon sarebbe tornata mai più.Che gente, che sapeva sussu...
Trenta anni fa forse troppo giovane per sapere, credevo nellapsichedelia di ciò che ascoltavo e guardavo negli occhi di un...
Non ci sono cuori che battono per unillusione, non ci sono magliesudate, non ci sono quei due colori uniti, a quarti su un...
Camminando sul margineStiamo camminando sul margine del mondo.Stiamo muovendoci pericolosamente ondeggiandosul bordo estre...
Ci sono molte voci intorno a me e tutte rumoreggianoSembra si stia preparando unaltra rivoltaMa il Re Cremisi controlla e ...
Capitolo ILa pioggia“Che cosa useremo per riempire i vuoti spazi           dove di solito stavamo a parlare.            Co...
Sarà stata la serata piovosa, ma noia era la sola parola che mi venivain mente, mentre risalivo il traffico faticosamente,...
Naturalmente appena entrato nella galleria di Corvetto, la maledettabaracca mi salutò allegramente iniziando a gracchiare ...
Nel 1982, al quinto anno di studi, e poco prima degli esami dimaturità, che avrebbero battezzato lennesima generazione di ...
Al puzzo dei gas di scarico nessuno faceva più caso, tanton’eravamo impregnati dalla mattina alla sera, e ogni volta che i...
così lontane dai loro bisogni di sopravvivere ogni giorno ad unanatura selvaggia.E poi Cristoforo stesso, non è che fosse ...
Vecchi comunque si fa per dire, quando stiamo ragionando diragazzini sui dieci anni di età, mese più, mese meno, ma se par...
Forse erano gli stessi tiepidi discorsi fatti a giugno, quandochiacchierando alla fine delle ultime partite estive, fantas...
Capitolo II        I giorni migliori        "Noi prendiamo il meglio, dimentichiamo il resto  e a volte scopriremo che que...
Per il terzo anno seguivo la squadra con la carica di dirigenteresponsabile, e anche se magari poteva sembrare un po’ sunt...
Non ci credete vero, che in quegli occhi ci si possonotranquillamente leggere gli occhi dell’uomo che sarà?Eppure io ve lo...
credere vera, quando guardare il mondo ad occhi spalancati ti favedere i colori sui muri di pietra e non le mani aggrappat...
Dissi quasi piangendo che non mi era mai capitato di conoscere unasituazione così incredibile, e come faceva a tenere aper...
Come facevo a vedere la bellezza delle cose, a sentire in bocca ladolcezza di quel latte di mandorle calabrese, e credere ...
Non ho mai terminato quel sogno, non so quale bar dei due fossereale, quale realmente mi attendesse insidioso, quale dei d...
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Capitolo III        Tra noi"...ed il più grande conquistò nazione dopo nazione   e quando fu di fronte al mare si sentì un...
"Its no time to make a change                           just relax, take it easy           Youre still young, thats your f...
"Non è il momento di cambiare                  Rilassati, prendila con calma     sei ancora giovane questa è la tua colpa ...
Penso che sia talmente egoistico il nostro mondo d’adulti da privarcidella gioia di conoscere veramente i nostri figli, co...
L’eternamente bambino sopravvive soltanto in chi rimane altrettantoeternamente ingenuo, permeabile ad un mondo dove il buo...
Quante volte mi sono trovato a tirare un sermoncino ai miei figliperché fossero più seri, perché smettessero di ridere com...
Sapeva di incontrare avversari forti e motivati a mantenere lasupremazia quanto noi lo eravamo a cercare di ribaltare la t...
avrebbe pensato se un giorno fosse potuto andare a giocare proprionel suo Genoa, gli avevo una volta visto brillare gli oc...
Ho visto un padre mortificare senza vergogna un bambinoavversario fino a farlo piangere ed altri irretiti dall’agonismo, d...
silenziosamente una sorta di graduatoria tra loro dove ognuno deiquattro cercava di arrivare in cima.Così ogni volta dovev...
avuto il loro spazio e la loro soddisfazione, anche perché, sel’allenamento è importante ed è importante parteciparvi coni...
Dove le squadre in quelle immagini dalla posa studiata e consueta,dietro in piedi a braccia conserte, davanti accosciati e...
avevano quasi la parvenza di veri piccoli calciatori, e già le loromaglie, non erano più un assurdo saio informe, ma li ri...
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Capitolo IV    I vecchi guerrieri      “…tirai una freccia in cielo per farlo respirare      Tirai una freccia al vento pe...
Ettore era ancora uno dei quattro portieri della squadra, in seguitoavrebbe deciso di cambiare ruolo, forse curioso di pro...
In effetti, al massimo aveva condiviso il ruolo nella stagioneprecedente con mio figlio che, però aveva appena iniziato, e...
Se, come dicevo, nella stagione precedente aveva dato qualche segnodi stanchezza, arrivando perfino a dirmi che avrebbe vo...
Non ha paura di nulla, combatte come un leone inferocito, hasettemila polmoni e sta imparando a migliorare tutte le qualit...
gli altri magari ti aspettano al varco per colpirti quando proprio nonce la fai più.A quest’età diventa difficile farti ca...
dall’altra, ma non è che lo vidi troppo convinto ed ha continuato aguardare le fotografie un bel po’ prima di passare alla...
e riuscì a farlo dal secondo anno, quando il preparatore dei nostriportieri, accettò di metterlo alla prova una sera, con ...
posto di Ettore, per l’ultima e decisiva frazione di gioco, riflettendosulla sua poca esperienza, andò diritto dal Mister ...
corsa, ha pur fatto passi giganteschi nel migliorare la tecnica digioco e l’intelligenza tattica.L’allenamento continuo e ...
L’arbitro improvvisato
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  2. 2. Fabio G. MoriL’arbitro improvvisato nuovaoregina.net 2
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  4. 4. A Beatrice4
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  6. 6. L’ARBITRO IMPROVVISATO Un racconto e frames d’immaginazioneSituazioni e personaggi di questo racconto sono inventati, e non deveintendersi alcun riferimento a nomi, fatti e persone reali.Il racconto tuttavia è basato sui ricordi e gli avvenimenti legati alla verasquadra 1996 e chi potrà riconoscere se stesso, altre persone, fatti o luoghirelativi a quanto conosciuto, potrà considerare che quanto scrittodall’autore, è una rappresentazione romanzata della realtà.Il racconto è distribuito gratuitamente per la prima edizione, su supportoinformatico quale CD ROM, per numero duecento copie numerate a mano,e pubblicato on line su www.nuovaoregina.net grazie alla società sportivaA.S.D. Nuova Oregina Genova che ne detiene tutti i diritti, fatti salvicopyright di terze fonti citate nellindice dei frames utilizzati in apertura dicapitolo, e sarà disponibile in formato PDF, per quanti avranno voglia epiacere di leggerlo, pur sapendo che non ha alcuna pretesa letteraria, masemplicemente di diario, testimonianza e ricordo di una stagione insieme alleSquadre del 1996 e del 1997/98. Finito di scrivere e pubblicato settembre 2006 6
  7. 7. 7 Indice10 Introduzione16 Presentazione di Attilio Roncallo frame da O Capitano! Mio Capitano! (Walt Whitman)24 Psichedelia di un Amore28 Camminando sul margine30 Capitolo I frame da The Wall (Pink Floyd) La pioggia38 Capitolo II frame da The best of times (Styx) I giorni migliori46 Capitolo III frame da Forse non lo sai... (Roberto Vecchioni) frame da Father and Son (Cat Stevens) - originale - traduzione Tra noi60 Capitolo IV frame da Sand Creek ( Fabrizio De André) I vecchi guerrieri74 Capitolo V frame da Ala Bianca (Nomadi) …Ed i nuovi guerrieri 7
  8. 8. 90 Capitolo VI frame da Goethe Andiamo in campo100 Capitolo VII frame da Heroes (David Bowie) L’arbitro improvvisato120 Capitolo VIII frame da Comes a time (C.S.N. &Y.) Fischio finale126 Capitolo IX frame da La canzone del Maggio (Fabrizio De André) frame da Blowing in the wind (Bob Dylan) Il planetario della bambola russa134 Capitolo X frame da Selling England by the pound (Genesis) I denti del Lupo142 Capitolo XI frame da un detto ebraico I dimenticati148 Capitolo XII frame da Il mago dei sogni (Catherine Webb) Il Mago dei Sogni152 Risposte154 A luci spente 8
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  10. 10. INTRODUZIONESiamo alla seconda puntata.L’anno scorso scrissi un breve racconto dedicato alla Squadra ’96 edin particolare ad una bella vittoria giunta alla fine di una stagionetravagliata per risultati che non avevano premiato l’impegno deiragazzi.Questo secondo racconto ne diventa sostanzialmente il seguitoobbligato, un anno di distanza dal primo racconto, con in piùun’esperienza accresciuta, con protagonisti vecchi e nuovi, e da partemia con qualche rammarico per non aver potuto seguire sempre lasquadra come avrei voluto.Qualcuno potrà rimproverarmi per questo e non posso fare altro perora che dispiacermene sinceramente e con questo impegnarmi, se lasocietà vorrà rinnovare la fiducia nella mia mansione, a far sì checon la prossima stagione ritorni ed anzi sia accresciuto il rapporto distima e collaborazione con le famiglie dei ragazzi, che così tantobene hanno fatto in questi anni di intenti comuni e di passione perquanto di sano rimane nel gioco che una volta volevamo definirecome il più bello del mondo.I ragazzi quest’anno mi sono mancati molto, e le poche volte che hopotuto essere al loro fianco durante le partite, sono state per mefonte di molte riflessioni, dove i problemi, con un coinvolgimento alivello personale forse non da tutti sono stati notati, ma credo giustoritenere facciano parte della naturale evoluzione di una squadra, con 10
  11. 11. la relativa importanza che possono rivestire per ognuno di noiqualora interessato direttamente o qualora investito da un ruolo ditestimone inconsapevole.Il ruolo doppio, se non triplo che ci troviamo spesso a sostenere inalcuni momenti della vita sociale non agevola sicuramente le faciliscelte e la semplice convivenza.Scrivere questo racconto mi è costato in termini di fatica e tempopiù impegno del precedente.Questo nonostante il risultato siano il centinaio di pagine che potreteleggere, unitamente ad un paio d’esercizi in versi che aprono echiudono la storia.Si tratta quindi di un racconto breve, ma ognuna di queste pagine hacomportato maggiori riflessioni, ripensamenti e tagli successivi allaprima stesura.La scrittura del racconto è iniziata intorno alla fine di novembre ed èterminata in concreto, nove mesi dopo, per quello che a volte vienefatto assomigliare ad un parto, e pur essendo questa una definizioneveramente eccessiva, è quanto più vicino è immaginabile per ladifficoltà a tirar fuori da dentro qualcosa che non è solo un opera difantasia, ma racchiude anche un po’ di chi scrive e di coloro che locircondano.Certo immagino più agevole scrivere un trattato di fisica quantisticapiuttosto che raccontare la storia di sedici bambini che giocano acalcio, ognuno dei quali per me rappresenta una persona vera edesistente e non un personaggio tracciato da una matita colorata.Tra le righe del racconto vero e proprio ci saranno frequentementeaccenni e considerazioni che se prendono spunto dalla cronaca pursemi immaginaria, esulano però in parte dalla narrazione, peraffrontare alcuni temi che ho sempre considerato importanti. Alcuniconcetti, suggeriranno forse quanto espresso già né “La squadra del1996”, il precedente racconto, altri sono frutto delle esperienzeincontrate nel corso di questi anni, all’interno della società, delmondo del calcio giovanile, anni comunque molto belli se pure nonsemplici in particolare nella gestione delle risorse umane. 11
  12. 12. Il lettore, che già ringrazio per voler sopportare questa mia piccolapassione, che propongo, senza alcuna presunzione di avere la veritàin tasca e tanto meno di voler essere qualcosa di più di un sempliceesercizio di scrittura, vorrà pazientemente soffermarsi anche suquelle divagazioni, e potrà magari condividerle o rifiutarle, o ancorameglio e più semplicemente discuterle insieme.A novembre la squadra ’96 giocò due amichevoli in una sera controla Polisportiva Mandraccio, amici ed avversari di sempre, e sempresuperiori a noi per risultati.Quella sera per la prima volta m’improvvisai arbitro delle duepartite, e mister in assenza degli allenatori titolari.Era l’inizio vero della stagione, poiché la settimana successivasarebbe iniziato il campionato.Ai ragazzi sentii di dover dire soltanto di giocare come sapevoavrebbero saputo fare, e così, in mezzo al campo con loro, pure conun fischietto in mano, ebbi in regalo due delle più belle partite inassoluto per carattere, grinta, gioco e solidarietà tra compagni.Perdemmo uno a zero entrambe le partite, ma di nuovo, come dopoquella partita raccontata un anno fa, ebbi la certezza uscendo dalcampo che questi ragazzi avrebbero saputo darci molto, se moltoavessimo saputo dare loro in termini di insegnamento e fiducia.Alla fine della stagione ci troveremo tra le mani i risultati sempre ein ogni caso buoni del lavoro di tutti.Indipendentemente da quanto ottenuto la domenica sui campi digioco, sarà importante, infatti, rendere prezioso tesoro d’esperienzapositiva quanto avremo tutti saputo imparare, gli uni dagli altri: ibambini dagli allenatori e gli allenatori e la dirigenza dai bambini,così come i genitori e le famiglie dai loro figli e compagni.Anche loro comunque, con il loro impegno ed i loro sacrifici, ciinsegnano giorno per giorno qualcosa di più sull’essere ragazzi, sece lo fossimo dimenticati, e su come lavorare ancora meglio percommettere meno errori e non ripetere più quelli già commessi.Spesso la semplicità ed insieme la profondità del ragionamento di unragazzo di appena dieci, undici anni, scontra e sconfigge 12
  13. 13. concretamente il contorto e prolisso pensare, proprio del nostromondo d’adulti.Questo ci fa rendere conto di quanto possiamo essere distanti dainostri figli, pur amandoli e pur essendo disposti a nostra volta adinnumerevoli sacrifici per quello che ci ostiniamo a considerare illoro bene esclusivo, e che a volte, in particolare nella scelta e nellaprosecuzione di un’attività ludico-sportiva, richiama soltanto lenostre pur legittime, ma ormai distanti aspirazioni giovanili.In ogni caso non conta molto ciò che faranno o ciò che saranno ibambini di oggi, nel mondo del calcio.Spero per loro rimanga almeno un ricordo piacevole, ed una piccolagrande passione da rimettere in campo ogni tanto insieme agli amici,quelli di oggi, o quelli di un domani.Spero che a loro rimanga anche qualcosa dell’affetto che tutti noiabbiamo provato a trasmettere negli anni in cui abbiamo avuto lagioia di seguirli in quest’avventura e che non tutto vada perduto conil tempo.I nostri errori serviranno forse ad evitare i loro, pur con laconsapevolezza che dovranno e vorranno sbattere il capo contromolte difficoltà, crescendo giorno dopo giorno in una società chesembra solo apparentemente fatta in funzione dei giovani, ma èregno della superficialità e della preclusione, prima di trovarsimagari, da questa parte della penna, o di un fischietto da arbitroimprovvisato. 13
  14. 14. Questo racconto è dedicato a Mario Chiaramente, Tullio Gemelli,Attilio Roncallo, Alessio Ottaviani, Leo Torrente, ed a loro, i mieicuccioli di questa stagione: le Squadra 1996 e 1997/98 NicolòAiello, Fabio Ambrosino, Simone Benzi, Andrea Bosco, DavideCervini, Mattia Costa, Gloria Davico, Leonardo Farina, AndreaGuasco, Marco Impollonia, Paolo Lucisano, Simone Morello,Manuel Mori, Daniel Ochoa, Christian e Federico Parissi, SaverioPalma, Alessandro Piovesan, Matteo Pittiglio, Davide Pompa,Francesco Sanguineti, Giorgio Savalli Lopez, Andrea Scarpati,Riccardo Superbi, Luca Tarabotto, Marco Tonnicchi Bonfilio, aiMister Fabrizio Sgro, Alessio Quadro, Jose Parissi e Guido Baldini.Un ringraziamento particolare a Edu Ambrosino, Nuccio Aiello eJose Parissi che sono stati coinvolti da me in questa avventura,durata una sera, incredibilmente indelebile nella mia memoria macredo anche nella loro.Spero non dispiaccia loro di essere citati nel racconto con i loronomi reali: vorrei fosse un tributo tangibile all’amicizia che ho perloro e per quanto hanno dato pure con le loro energie, a questasquadra meravigliosa.A mia moglie, per il suo incoraggiamento:J <<…ma non hai proprio niente di più utile da fare?...>> J 14
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  16. 16. Presentazionedi Attilio Roncallo 16
  17. 17. "O Capitano! Mio Capitano! Il nostro viaggio tremendo è terminato la nave ha superato ogni ostacolo lambito premio è conquistato vicino è il porto, odo le campane tutto il popolo esulta occhi seguono linvitto scafo la nave arcigna e intrepida ma o cuore! Cuore! Cuore! O gocce rosse di sangue là sul ponte dove giace il Capitano caduto, gelido, morto O Capitano! Mio Capitano! Risorgi odi le campane risorgo per te è issata la bandiera per te squillano le trombe per te fiori e ghirlande ornate di nastri per te le coste affollate te invoca la massa ondeggiante a te volgono i volti ansiosi ecco Capitano! O amato padre! Questo braccio sotto il tuo capo! E solo un sogno che sul ponte sei caduto, gelido, morto Non risponde il mio Capitano le sue labbra sono pallide e immobili non sente il padre il mio braccio non ha più energia né volontà la nave è allancora sana e salva il suo viaggio concluso, finitola nave vittoriosa è tornata dal viaggio tremendo la meta è raggiuta esultate coste, suonate campane! entre io con funebre passo percorro il ponte dove giace il mio Capitano caduto, gelido, morto. Walt Whitman (O Capitano! Mio Capitano!) 17
  18. 18. La squadra 1996 stagione 2005/2006:In piedi da sin. Paolo Lucisano, Leonardo Farina,Saverio Palma, Christian Parissi, Fabrizio Sgro, Federico Parissi, Andrea Bosco,Nicolò, Aiello, Simone Morello, Manuel Mori - Acc. da sin: Davide Cervini, GloriaDavico, Andrea Guasco, Luca Tarabotto, Davide PompaA volte la vita ci presenta delle sorprese.Che Fabio fosse persona piena di ottime qualità e di dedizione allaNuova Oregina, già lo sapevo.Sapevo anche che è bravo a scrivere, per le innumerevoli mail che cisiamo scambiati, ma non sapevo che fosse così bravo a scrivere unracconto intero.Il lavoro di cui mi sto onorando di scrivere la presentazione, non èsolo il dettagliato racconto di unesperienza lunga due anni e di unepisodio particolare, di una partita, ma è lemozione di padre e didirigente di una società di calcio.Ma qui Fabio riesce a raccontarlo con una comunicativa che va benoltre quello che ci si aspetterebbe da chi non è abituato a scrivere permestiere. 18
  19. 19. Alcune situazioni emotive sono descritte con una tale profondità eincisività che avrei atteso soltanto da un autore di professione.Allo stesso modo mi sono sorpreso anni fa, quando avvicinatomialla Nuova Oregina, ho trovato un ambiente davvero diverso dalmondo del calcio che potevo immaginare.Mi sono lasciato coinvolgere nella gestione di questo gruppo,proprio perché già dai primi momenti ho capito che la societàponeva al primo posto il bambino: le sue esigenze, lo svilupposociale, le capacità aggregative e la capacità di offrire ai ragazzi unastrada per crescere sfruttando limmensa attrattiva dello sport e delcalcio in particolare.Questa non è una società sportiva finalizzata unicamente acapitalizzare calciatori e risultati, bensì a lavorare come supporto edausilio per le famiglie allo scopo di contribuire a formare i ragazzidi domani.Ho conosciuto persone eccezionali, che hanno dedicato il lorotempo e le loro risorse a questa società.Persone meravigliose che nel corso degli anni sono arrivate ed altrepersone meravigliose che se ne sono andate.Tante situazioni con un unico importantissimo punto fermo, che amio avviso rappresenta da solo lanima della Nuova Oregina: TullioGemelli.E presente da sempre, e più lavoro al suo fianco e più apprezzo ladedizione che ha per questo gruppo.Ha la capacità di coinvolgere la gente e di far lavorare assiemepersone che altrimenti avrebbero avuto poche occasioni diincontrarsi ed aggregare le rispettive capacità.Riveste ed affronta con modestia e competenza assoluta qualsiasiruolo occorra, e riesce nel contempo a delegare la fiducia di agire ecoordinare le attività agli altri, legittimandone le funzioni erendendo ognuno attore protagonista della vita sociale e decisionaledellassociazione. 19
  20. 20. Oltre al raggiungimento degli obiettivi principali, la Nuova Oreginariesce ad offrire ai ragazzi le stesse opportunità che avrebbero inqualsiasi altra squadra.Non ci manca nulla e spesso offriamo cose più gratificanti di quantosanno offrire altre società sportive.Iscriviamo le squadre ai tornei più importanti, offriamo il supportotecnico di due allenatori qualificati per ogni leva, allenamentispecifici per i portieri, campi a sette e ad undici giocatori, palestra edattrezzature ginniche, ci presentiamo alle partite con unabbigliamento decoroso ed uniforme, abbiamo una nostraassicurazione supplementare a coprire ogni possibile rischiod’infortunio dei ragazzi, abbiamo i palloni personalizzati con lostemma ed il nome della società, abbiamo un sito internet cha fainvidia a quello di società professionistiche, ogni atleta ha lapossibilità di usufruire di una sua e-mail personalizzata.Ci preoccupiamo di portare i ragazzi ad un ritiro precampionatodegno di una squadra di serie A, ed è già successo di portareragazzini di dodici anni a fare una tournee allaltro capo del globo, inEcuador ed alle Isole Galapagos, facendo parlare di noi giornali etelevisioni non solo locali ed italiane.Per questo, è con gran rammarico che talvolta vedo genitori chelasciano la Nuova Oregina per portare i loro ragazzi a giocare insocietà più blasonate.Sono i genitori, quasi mai i ragazzi a prendere questa decisione, edho quasi limpressione che noi, in quanto padri, non sappiamoresistere alla dolcissima tentazione di viziare i nostri ragazzi epensiamo che portarli dove cè la possibilità di vincere una partita inpiù, sia offrire loro il meglio, e per fare questo magari cisobbarchiamo ore di trasferimento ed abbandoniamo la sicurezza diuna società dove esiste un indiscusso valore morale e la tranquillitàdi un ambiente sano e protetto.Personalmente ho resistito alcune volte alle pressanti richieste dimio figlio, che avrebbe voluto forse talvolta sentirsi richiesto etrasferito come un calciatore professionista, o che avrebbe voluto 20
  21. 21. vantarsi a scuola di essere nella rosa di una grande società, malavorando da dentro, vedendo la passione immensa di persone comequella di cui vi state accingendo a leggere il racconto, vedendo miofiglio che cresce contento, che riesce a superare qualche piccoladelusione della vita con la stessa facilità con cui affronta unasconfitta e si prepara a vincere la prossima partita, credo di esseresulla strada giusta ed aver preso decisioni altrettanto giuste.State con noi e facciamo strada assieme. Diamo lopportunità ainostri figli di crescere insieme e di rafforzare la coesione del gruppo.Insegniamo loro un attaccamento a dei valori, lattaccamento allaterritorialità del quartiere, se è il caso.Se non molliamo, i risultati non tarderanno ad arrivare.Premiamo limpegno, dei ragazzi e degli adulti che li seguono inmodo completamente volontario.Se vedete delle cose che non vanno o che devono essere aggiustate,lavoriamo per cambiarle, ed arriveremo dove ognuno di noi, sonocerto, vuole arrivare: vedere i propri figli crescere con un carattereforte, sano, altruista ed in grado di gestire le cose della vita. Attilio Roncallo A.S.D. Nuova Oregina 21
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  23. 23. N.d.A. : Questo breve sproloquio è stato scritto la notte successiva aGenoa-Cosenza del 7 giugno 2003 quando una partita di calcio senzasignificato, che anzi sanciva lufficialità della retrocessione dei rossoblunella serie C1, divenne per quanti la vissero sugli spalti un evento diemozione indimenticabile ed irripetibile.So bene che ora lo leggeranno anche persone che non condividono lapassione sportiva per questi colori, ma, mentre agli amici genoani offroqueste righe sapendo di toccare facilmente i loro sentimenti, a tutti gli altrile regalo invitandoli a leggerle con gli occhi della fantasia,dellentusiasmo e del rispetto per lo sport, visto che nel racconto cheseguirà, protagonista sarà il calcio, sport dei bambini. 23
  24. 24. Psichedelia di un AmoreDa parecchio tempo non lascoltavo.Così poco fa, ho pensato di mettermi su "tales from topographicoceans" degli Yes. Un doppio album che fa data 1973.La musica mi fa mettere mano alla tastiera, e mentre su un pc scorrole immagini di ieri, sullaltro butto giù queste righe, che non hannoaltra pretesa che di aggiungere psichedelia a questa giornata.La prima cosa che ho scritto è stato il titolo.Insolito per me, che in genere scrivo e poi da quanto ho scritto o daquanto ho inteso, porto al mondo il nome da dare alla mia creatura.Psichedelia di un Amore, è quanto sento per questa gente, per quantiamici sconosciuti, immagini che sfocano appena finita una partita,volti che ho visto uguali e diversi, ridere, piangere, cantare odimprecare legati ad una ringhiera, avvinghiati ad una sciarpa,soffocati da una bandiera, accecati dai mille fumogeni colorati.Che gente, meglio gente che popolo.Il popolo si fa guidare.La gente è la guida, la fonte pulita d’ogni idea e d’ogni certezza.La gente che dei ricordi fa globuli rossi per il proprio sangue, nonperché viva di ricordi, ma perché non sei vivo senza avere ricordi esogni in cui credere.Che gente, che mentre cantava e urlava, negli occhi aveva tutte lelacrime del mondo perché colpita, ferita, umiliata.Asciugavamo quelle lacrime con le mani e ancora gridavamo eancora piangevamo ridendo perché capivamo di quanta storiastavamo costruendo le pagine.Maledizione, cero, e quelle lacrime sorridenti, erano le mie e le tuee di quello vicino che fumava una sigaretta dietro laltra, e di quellaragazza davanti con il grifone tatuato sulla schiena, che io guardavoe mi si confondeva negli occhi con quelli sulle bandiere.Quelle lacrime erano nelle risate di mio figlio, troppo piccolo percapire che andavamo giù, abbastanza grande per urlare quelle 24
  25. 25. canzoni rabbiose fino a perdere la voce e poi piangere pensando chenon sarebbe tornata mai più.Che gente, che sapeva sussurrare un canto immenso nella lingua deipadri, mentre il cuore di ognuno si stringeva in un rimpianto, e losguardo si spostava lontano, su di un campo che non aveva più erba,ma chi lo calpestava aveva la purezza dei campioni e il nomescolpito sulle colonne delleternità, scarpe goffe, pali di legno acingere il cielo di un portiere che per primo pronunciò il nomeglorioso del Vecchio Balordo.Che gente innamorata di un paio di colori vividi come il sangue diun cavallo imbizzarrito, mai domato dalla speculazione e dalle beffe.Si mescolano tra loro le emozioni, e mille sono che so solo d’averlevissute in tutti questi anni, portando dentro quelle di mio padre e deipadri di tutti noi, folli innamorati della luce di quei colori.Quanto ci fanno dire e pensare quei colori, perché forse troppobambini vogliamo rimanere, perché sappiamo che crescere citoglierà il vivido sapere di essere immortali.E allora navighiamo, gente di scorza dura, col cuore in mano e manoa mano con chi ci ha lasciato e non è vero che non cè più, nomi ditutti e nomi sconosciuti a tutti, fratelli di quel sangue che sa rivelareleternità dellamicizia.Che stadio ci vorrebbe per tenerli tutti quegli amici che ci guardanodal terzo anello, che stadio immenso, dove le luci non servono adaccendere ancora più il fulgore delle loro anime, buoni e cattivi magrifoni nella pelle.Un capitano avanti a tutti perché quel numero lo porta negli occhi esullanima, un sorriso accanto, sprezzante e sincero biondo guerrierodi battaglie lontane, e dietro ma accanto, nomi che inorgogliscono,vicende da libro di storia, il nostro libro.Scorre la musica nelle vene e brilla anchessa di colori immortali,volano le parole, che strano, preferirei carta e penna.Non ditemi sciocco se stasera vi stupirà ciò che leggete, forse loscrivo solo per me e solo per voi, datemi tempo di capire perchéamo. 25
  26. 26. Trenta anni fa forse troppo giovane per sapere, credevo nellapsichedelia di ciò che ascoltavo e guardavo negli occhi di unmusicista narciso, le parole di canzoni troppo intime per esserecondivise con altri.Mi riempiva il giorno di suoni, sapere che dietro langolo cera unamico con cui parlare di loro.Ricordo bambino al Pio, vedere giocare quegli uomini, di lororicordo soltanto che cera Spalazzi, e una volta giocammo con loro ecorsi a casa a raccontarlo a mio padre e toccavo il cielo.Corre il fiato di questa gente, che soffia vita verso questo cielo.Che gente, questa che cerca e non troverà certezze nelle notizie di ungiornale, e si domanda il perché delle cose.Che gente che sa camminare i sentieri difficili ritrovando la stradaper la felicità.Finisce una partita e di loro dimentico le facce, ma poi le ritrovoqui, disegnate nel rosso e blu dei colori di questo muro, e non sonon credermi amico e fratello di ognuno di loro.Silenzio.Ascoltate la maestosità di questo silenzio che vi avvolge.Abbandonate per un attimo tutte le parole e i rumori della città, eascoltate questo silenzio.E talmente così rumoroso che vi stordisce, questo silenzio.E talmente così pieno di voci che penserete di trovarvi nel mezzo diuno stadio.Non cè nulla.Non cè calcio, non cè polemica, non cè partita da giocare, non cisono punti in palio, non ci sono trofei alla birra o al sushi, non cisono ricorsi, non ci sono tar, covisoc, cga, figc, lnp, lnd, g, v, n, p, f,s, non ci sono medie inglesi e non ci sono arbitri, segnalinee egiocatori in mezzo a quel campo verde, non ci sono gemellaggi dafare e gemellaggi da rovinare.Non cè nemmeno un pubblico sugli spalti, non ci sono bandiere,striscioni, fumogeni, tamburi, sciarpe, voci, cori, insulti, risate epianti. 26
  27. 27. Non ci sono cuori che battono per unillusione, non ci sono magliesudate, non ci sono quei due colori uniti, a quarti su una casaccaantica, non ci sono quei grifoni dorati cuciti sulla pelle viva, non cisono palloni di cuoio pesanti da calciare, non ci sono nomi daricordare, Spensley, Abbadie, Corso, Meroni, Beccattini, Pruzzo,Damiani, Nela, Odorizzi, Manfrin, Onofri, Aguilera, Bortolazzi,Skuravy, Branco, Ruotolo, Torrente, Gorin, Signorini, e mille emille altri.Non ci sono lacrime da versare per fratelli morti in nome dellastupidità umana.Non ci sono storie da raccontare per dire io cero.Non ci sono i clamori e le lacrime di una sera di giugno e non cisono i clamori e le risate di unaltra sera di giugno.Cè solo quest’immenso magico irreale silenzio.E qui, in questa vacanza meravigliosa, nel silenzio di un raggio disole caldissimo, siedo qui, e scrivo.Mi manca la vita.Che facce che avete stasera.Dedicato a noi. FGM 27
  28. 28. Camminando sul margineStiamo camminando sul margine del mondo.Stiamo muovendoci pericolosamente ondeggiandosul bordo estremo di quanto conosciamo.Certo abbiamo conoscenza della nostra fiduciaabbiamo certezza della nostre certezzeQuanto sappiamo di ciò che ci controlla?il Re Cremisi ci sta sopra e nemmeno lo vediamo.Le sue lunghe dita aperte sulle nostre teste,e nemmeno lo vediamo.So d’essere vivo perché respiroma ho bisogno del Re Cremisi per sapere cosa fareQuando mi dicono ciò che non voglio sentirealzo spesso la voce e mi infurioma le orecchie del Re e gli occhi dei suoi consiglierisono chiusi da lembi di carne putrescenteSanno solo ordinarmi di tacere e di eseguirei loro capricci sono le mie banalitàQuanto denaro serve perchè i loro denti splendano nel solesui loro teschi minacciosi?Quante bocche hanno pagato perché parlassero per loro?Il Re vuole costruire un ponte ed il suo palazzodavanti alla mia spiaggia preferita e un recinto intornoperché io non possa più raggiungerlaper bagnarmi nel mio mare miglioreIl Re manda inviti col suo sigillo a tutti i notabiliperché sappiano che ciò che desidera è ciò che lui ordinaStanno sussurrandogli parole suadentiperché lui li guardi con il suo occhio più limpidoStanno sorridendogli intorno come scrofe in caloreperché hanno paura di lui e dei suoi soldati crudeliIo non voglio ubbidire ai suoi comandamentiNon è il mio Signore, non è il mio cavaliere, non sono io 28
  29. 29. Ci sono molte voci intorno a me e tutte rumoreggianoSembra si stia preparando unaltra rivoltaMa il Re Cremisi controlla e sorveglia i suoi poderiStiamo camminando sul margine del mondocercando un appiglio per non cadereStiamo muovendoci pericolosamente vacillandosul margine della realtà che ci piaceOgni cosa ha confini ed i colori mi trattengono il piantoStiamo armando il nostro braccioè più forte ora che siamo così tantiHo detto agli altri di non temereperché la mia spada ha poteri incredibiliPerché la mia voce spezzerà le catenedel Re Cremisi e della sua bandaStiamo camminando sul margine del mondoper riscriverne la storia di nostro pugnoPerché la storia ci appartienee quando abbiamo fame ci insegna ad alzare la voceStiamo muovendoci sul margine ed il Re se ne è accortoAvanziamo sul margine del mondo verso le armateSono in tanti stavolta e ci sorridono da lontanoe portano in giro la maschera con un espressione perbeneSono in tanti a muoverci controMa il Re preferisce restare nellombraCamminiamo ai margini delle certezze per farle a pezziStiamo arrivando per farle a pezziSta arrivando il tuo turno e ora tocca a teNon sarai più il Re CremisiDovrai camminare sui margini. FGM 29
  30. 30. Capitolo ILa pioggia“Che cosa useremo per riempire i vuoti spazi dove di solito stavamo a parlare. Come riempirò gli ultimi spazi? Come completerò il muro?” Pink Floyd (The Wall) 30
  31. 31. Sarà stata la serata piovosa, ma noia era la sola parola che mi venivain mente, mentre risalivo il traffico faticosamente, tra semafori pocointelligenti e un campionario completo di stupidi seduti dietro ad unvolante, evidentemente messi lì apposta dal poco stimato assessoreal traffico, per dimostrare l’utilità del trasporto pubblico neiconfronti di quello privato, dovendo d’altronde mandare avanti uncarrozzone da quaranta milioni di euro all’anno di perdite dibilancio.Nonostante il breve tragitto da compiere, era oltre mezz’ora che mitrovavo inchiodato dietro ad un furgone che mi impediva anche divedere i progressi della coda davanti a noi, cosa che mi rendevaancora più nervoso del solito, mentre cercavo di spostarmilentamente più all’esterno, per riuscire a sbirciare avanti, dopo ilmaledetto furgone, e vedere qualcosa di quello che stava oltre.Se quel tipo avesse guardato un attimo nello specchietto, avrebbecorso il rischio di vedersi fulminato dal mio sguardo e dalle pacatemaledizioni che gli stavo indirizzando.Far ginnastica con un piede sulla frizione non era il mio sportpreferito, e se non altro quello era il piede sbagliato, e potendoscegliere, avrei preferito un buon esercizio di “push and… push” sulpedale opposto, quello dell’acceleratore, ma visto che al momentonon era possibile fare altrimenti, me ne stavo sconsolatamenteabbandonato sullo schienale, una mano distratta sul volante, ed ilresto banalmente impiegato a far procedere centimetro dopocentimetro l’auto incolonnata nel traffico di una Genovapiovosamente spettrale.La radio teneva compagnia, e mi mandava gentilmente alcunevecchie, meravigliose canzoni pop degli anni settanta, e qualchecover inizio anni ottanta niente male, e questo, oltre ad evocarequalche emozione, risvegliava i ricordi di serate passate a sentiremusica e chiacchierare tra una birra e l’altra, insieme alla vecchiabanda di Coronata. 31
  32. 32. Naturalmente appena entrato nella galleria di Corvetto, la maledettabaracca mi salutò allegramente iniziando a gracchiare come unvecchio corvo sbalordito e mi costrinse a zittirla bruscamente.Dolcemente, girai parte delle mie maledizioni alla radio, chesopportò con estrema signorilità, degnandomi appena di una brevepernacchietta alla quale risposi con un’occhiataccia e con unamanata sul pulsante di spegnimento.Mi riservai di accenderla nuovamente tra una galleria e l’altra, e unpaio di canzoni ci stavano nei cento metri tra una galleria e l’altra, epoi ero disposto a perdonare l’aggeggio infernale, se non avesserinunciato a tenermi compagnia in mezzo a quel casino insuperabile.Un pezzo d’asfalto lungo dieci metri quella sera sembrava unadistanza da balzo iper spaziale, e come al solito, quattro gocce dipioggia mettevano su più confusione che una mezza alluvione: nonc’era un cane senza auto per la strada.Ero in ritardo, ma non potendo farci nulla non me ne preoccupavopiù di tanto, e dopo poco avrei comunque svoltato verso le alture,lasciando quella che da sempre era una delle strade più intasate, peruna molto più tranquilla, salendo da Piazza della Nunziata, verso ilCarmine e l’Albergo dei Poveri, che faceva da collegamento tra ilcentro e la Circonvallazione a Monte.Il ritardo lo avrei recuperato rapidamente, e avrei fatto in tempo asbrigare le ultime faccende della giornata, prima di passare allascuola ed attendere l’uscita di mio figlio.Fermo dietro quel furgone, osservavo distrattamente il passaggiodella gente sui marciapiedi ancora lucidi per la pioggia leggeradurata tutto il giorno, e le luci delle prime insegne accese iniziavanoa colorare della loro fosforescenza le sottili superfici increspatedelle piccole pozze d’acqua sull’asfalto irregolare.Un quadro irreale e fantastico, dipinto da decine di mani e tratto daldisegno abbozzato da qualcuno che se esisteva, nessuno potevanemmeno immaginare.Il dio degli elettrotecnici forse c’è davvero, cercare per credere. 32
  33. 33. Nel 1982, al quinto anno di studi, e poco prima degli esami dimaturità, che avrebbero battezzato lennesima generazione di peritielettrotecnici, assieme ad alcuni complici sghignazzanti,componemmo e trascrivemmo sulla lavagna, per la gioia delling.Salvini, addirittura la "preghiera dellelettricista" che recitava più omeno così:Ampere nostro che sei nei cavidacci oggi il nostro Volt quotidianoe non ci indurre in Alta Tensionema liberaci dalle Correnti Parassite.OhmNon ho parole, e mi vergogno così tanto da farvela leggere, cosìpotrete prendermi in giro per la giusta pena del contrappasso.Stavo pensando che anche quei colori avevano una loro stranabellezza, confusi ed effimeri, senza di loro il grigio avrebbecomunque prevalso su tutto, smorzando ancora di più i toni di unpomeriggio autunnale come tanti altri.A volte il passaggio di qualche persona rompeva il gioco delle lucinell’acqua, e le ombre lunghe ma attenuate dalle molte fonti di luce,si staccavano dal suolo per infrangersi sulle fiancate delle auto e suicofani surriscaldati.Le luci erano blu, verdi e rosse, e tutte insieme formavano migliaiadi altri colori, sfumature di scintille nell’aria un po’ grigia di rientrodal lavoro.Scenari da filmaccio di fantascienza, se non fosse che il desiderio diun elicottero qualsiasi, di una macchina volante, di un astronave chemi permettesse di levarmi sopra quella massa di ferro, vernice,plastica ed imbecilli, mi riportava facilmente al presente del mioincedere metro dopo metro con la velocità di un fante sceltodell’esercito delle lumache. 33
  34. 34. Al puzzo dei gas di scarico nessuno faceva più caso, tanton’eravamo impregnati dalla mattina alla sera, e ogni volta che ilpassaggio di un autobus pungeva le mie narici con la sua zaffatanera, mi trovavo a ricordare quando tornavamo in città al rientrodalle vacanze. Ci trovavamo di colpo nell’odore che cancellava in un attimo iprofumi della campagna ed il salmastro degli spruzzi di mare che pertanti giorni ci aveva sfiorato.Amavo la mia città, anche se forse la parola amore era un po’ troppoper definire quel senso d’appartenenza e d’identificazione in quellagente, in quelle colline basse, ed in quel lanciarsi in un attimo nelmare scuro di quel golfo antico, che sembrava dover essere stato lapatria d’ogni marinaio ed il punto di partenza d’ogni esplorazione ecommercio.Anche il vecchio Cristoforo, benché per la traversata più famosadella storia avesse preso il largo da tutt’altro porto, adimmaginarselo, sembrava di vederlo scendere da quelle calate versola sua caravella, e volgere un ultimo sguardo alla città ed allaLanterna, prima di affrontare il mare aperto verso le colonne, ritto efiero sul castello di prora del suo legno.Dubito ancora che con quei tre gusci di noce sia arrivato dove dissedi essere arrivato, ma forse dire che fu questione di fortuna, puòancora dipendere dai punti di vista.Non che i risultati di quella traversata fossero infatti stati cosìpositivi per tutti, a partire da chi abitava già dall’altra partedell’Atlantico, e si era trovato da un giorno all’altro a dividere lapropria terra con quegli strani uomini dalla zucca di ferro venuti dachissà dove, così pronti a rubare loro ogni cosa possedessero, oro,terra, perfino le donne, uccidere ed imporre con la violenzadellarroganza prima, solo con la violenza più tardi, un nuovo credoin qualcosa di così diverso ed incomprensibile dai loro dei disempre, mostrando delle verità che non riuscivano a comprendere, 34
  35. 35. così lontane dai loro bisogni di sopravvivere ogni giorno ad unanatura selvaggia.E poi Cristoforo stesso, non è che fosse stato il primo ad arrivarefino a là, ma forse il primo a tornare per dire di essere finito daqualche parte navigando sempre dritto davanti al naso.Bene o male anche lui fece in fondo la fine che meritava, solo,povero, dimenticato dal mondo dei potenti, e gettato in catene in unascomoda due metri per due.Questi, molti altri pensieri strampalati mi giravano per la testa inquel pomeriggio piovoso, nel chiuso dell’abitacolo della mia auto, arilento nel traffico e diretto verso gli impegni più leggeri ma nonmeno importanti della serata.Una serata da trascorrere insieme a mio figlio ed insieme allasquadra di calcio, impegnati in un paio di partitelle amichevoli, unasgambata del venerdì contro gli amici-avversari di sempre, tanto perprepararsi alla seconda di campionato.Ovviamente parlo del campionato Pulcini non di serie A.Campionato che era iniziato com’era finito il precedente, unasconfitta dietro l’altra, ed un’incomprensibile poca voglia dimostrare quella grinta che in allenamento non mancava.C’era anche l’aggravante dei progressi tecnici invisibili alla luce deidue anni e mezzo passati sul campo a lavorare, e con la sola deboleattenuante d’alcuni nuovi arrivi, ragazzi potenzialmente in gamba,ma ancora poco abituati ad un vero campo da gioco, e quindi pocodisciplinati a mantenere le posizioni dettate dal mister, ed ancormeno pronti all’intesa con i compagni più vecchi della squadra.Vostro Onore, pesiamo bene aggravanti e soprattutto attenuanti, sevogliamo giudicare questi ragazzi, e se possibile diamo loro un’altrapossibilità.Grazie Vostro Onore i miei ragazzi ed il mio editore le sonoeternamente riconoscenti. 35
  36. 36. Vecchi comunque si fa per dire, quando stiamo ragionando diragazzini sui dieci anni di età, mese più, mese meno, ma se parlodella mia squadra, non posso fare a meno di vederli come una verasquadra di calcio, quasi che non sia importante la differenza di etàdai calciatori adulti, ed il colore delle maglie, sempre troppo grandiper loro, non sia quello di una piccola società di quartiere, invece diquello delle illustri casacche sempre al centro delle cronachesportive televisive.Che importa e a chi importa, quando in quella squadra c’è tuo figlio,e quando i suoi compagni ormai fanno parte anche della tua vita, eda loro dedichi con entusiasmo una bella fetta del poco tempo libero,ripagato sostanziosamente dai sorrisi di una ventina di bambinirigorosamente assorti nella felicità di sentirsi protagonisti di frontealle piccole platee di genitori e nonni fuori delle recinzioni di uncampetto scalcinato.Mi è capitato ultimamente di guardarmi in faccia con il mister dellasquadra 1997/98 durante una partita, e sconsolatamente confidarciquanto fosse impossibile capire perché stavamo appassionandoci esoffrendo più per quei bambini che davano vita a tutto fuorché aduna partita di calcio, piuttosto che alle sorti del nostro Grifone chein quello stesso momento stava giocandosi una promozione e di cuinon sapevamo assolutamente nulla.Eppure mi rendo conto che ti prende, vedere sul campo quelleminiature cariche di orgoglio e di voglia di strafare, di emulare leazioni viste in tv la sera prima.I bambini c’insegnano come vivere ancora giovani dentro il cuore, elo fanno con le loro mille sbucciature, con le lacrime per il pallonepreso sul muso, con quei gol incredibili ed improbabili, ai qualiesulti come un pazzo.D’accordo, comunque si era soltanto ai primi di novembre, e tempoper crescere e recuperare ce ne sarebbe stato a bizzeffe, magari nonavremmo vinto il campionato, ma certo non si poteva dichiararepersa la stagione prima di iniziarla, e poi comunque andasse quellasarebbe stata un’esperienza importante per l’anno successivo. 36
  37. 37. Forse erano gli stessi tiepidi discorsi fatti a giugno, quandochiacchierando alla fine delle ultime partite estive, fantasticavamosulle possibilità di crescita dei ragazzi dal punto di vista tecnico, esull’assoluta impossibilità di ripercorrere il calvario che avevamoappena finito di scalare.Magari stava nell’ordine naturale delle cose, visto che se esistevanosquadre che vincevano, dovevano altrettanto esistere squadre cheperdevano.Peccato trovarsi spesso dalla parte sbagliata di questo bellissimoconcetto.La scorsa stagione abbiamo raccolto molto meno di quantoavremmo meritato, per aver giocato le partite migliori contro lesquadre più quotate e per aver sciupato parecchio, troppo.E se questo in qualche modo ci puniva giustamente, perché unasquadra vincente nel calcio, a qualunque livello non può e non devepermettersi di sciupare occasioni più del lecito, se vuole almenotrovarsi alla fine del campionato in un dignitoso centro classifica.Se quel dannato furgone si fosse deciso a fermarsi, o almeno fossesprofondato in un crepaccio, avrei potuto vedere che cosa miaspettava ancora sulla strada, prima di riuscire a mettere la frecciaper svoltare sulla strada della salvezza.E se il pallone avesse trasformato per una volta i suoi esagoni neri intanti numeri esatti, e sulla ruota della fortuna fossero usciti queinumeri, si poteva sperare in qualcosa che infilasse tutto dentro unbussolotto, scuotesse bene, e lasciasse cadere i dadi facendoci finireper una volta nella metà sorridente di un teorema assai pocomatematico. 37
  38. 38. Capitolo II I giorni migliori "Noi prendiamo il meglio, dimentichiamo il resto e a volte scopriremo che questo è il meglio di sempre... I momenti migliori sono quando io sono solo con te...pioggia e sorrisi, faremo di questo un mondo per due..." Styx (The best of times) 38
  39. 39. Per il terzo anno seguivo la squadra con la carica di dirigenteresponsabile, e anche se magari poteva sembrare un po’ suntuosocome appellativo, per uno che in fondo doveva occuparsi dicompilare distinte di gara e portare sul campo borsate di maglie ecesti di borracce per l’acqua, vi assicuro che a volerlo fare per benedovevi perderci la testa e dedicarci qualcosa di più che un po’ ditempo libero.Dovevi dedicarci passione, tanta passione, ed ancora passione, tenutainsieme da un mucchio di tempo spesso sottratto al resto dellafamiglia e disponibilità continua nei confronti di società, genitori esoprattutto ragazzi.Io c’ero finito tirato per i capelli da un paio d’amici, i quali, nonappena il loro indicatore di livello di sopportabilità per quello stiledi vita era arrivato ad inchiodarsi oltre la zona rossa, mi avevanoimbesugato con moine varie ed ambigue richieste del tipo “…così cidai una mano…”, per poi svanire senza nemmeno la nuvoletta difumo non appena ebbi oltrepassata la soglia della sede.Una volta sbattuta la testa al buio contro quello spigolo, avevo peròvolentieri scelto di metterci dentro tutta la passione che avevo, equesta, con il passare del tempo non aveva faticato a diventaretalmente intensa da spaventarmi anche e farmi temere che la zuccatacontro lo stipite dell’ingresso di quella segreteria, l’avessi presadavvero e ne fossi ancora intontito.Mi spiegate come si fa a non innamorarsi di una squadra di ragazziniche hai visto iniziare a prendere a calci un pallone, quando avevanosei anni, e ci hai passato insieme ore di gioia e delusioni?Mi sapete dire come si fa a non mettersi al collo la sciarpa di quellasquadra, quando di ognuno di quei bambini hai imparato a conoscereperfino come si fa il nodo alle scarpe?Avete mai deciso in una sera d’estate di vincere una partita eguardato negli occhi il vostro capitano alto un metro e trentacentimetri nel consegnargli la fascia? 39
  40. 40. Non ci credete vero, che in quegli occhi ci si possonotranquillamente leggere gli occhi dell’uomo che sarà?Eppure io ve lo firmo anche e vi dico che potete provare se aveteabbastanza fegato, perché poi non vi sarà per niente facile tirarvenevia.Pioveva ancora: una sottilissima parete di meravigliosi diamanti dirugiada che scendevano dal cielo sul parabrezza, subito cancellati dalcrudele schiaffo della spazzola.Eppure riuscivo ad intravedere dentro ad ogni goccia il volto di unodei miei ragazzi, e mi sembrava in quel momento di vederli allineatiper il saluto al pubblico, ma eravamo in un grande stadio, e i visifuori della rete non erano quelli dei loro genitori, ma purriconoscendone ognuno, si confondevano in migliaia e migliaia divolti e di colori, i nostri colori.Davvero era pericoloso starsene in coda nel traffico, se riuscivo avedere nella pioggia ciò che potevo credere fosse il nostro futuro eforse invece soltanto i sogni ad occhi aperti di un pazzo alla guida diuna squadra di pazzi.Futuro e presente fatti di istante dopo istante a formare uno dopol’altro i nostri giorni migliori.I giorni migliori sono quando noi crediamo in noi, ed in quanti sonoal nostro fianco, quando la nostra pelle si fa così dura da non poteressere graffiata dalla vita, quando siamo capaci di far nostro il cielooltre l’ultima stella e senza tremare stringiamo nelle mani il nostrodestino.I giorni migliori per quei ragazzi credo fossero proprio quelli cheattraversavamo insieme, loro giovani entusiasti, noi meno giovanima non certo meno entusiasti, e non contavano i risultati incerti dipartite da non essere considerate nemmeno degne di un vero arbitro,con la divisa gialla e tutto il resto a posto.I giorni migliori sono quelli dell’età dei miei figli, quando puoicredere a qualunque cosa, e nessuna favola è troppo impossibile da 40
  41. 41. credere vera, quando guardare il mondo ad occhi spalancati ti favedere i colori sui muri di pietra e non le mani aggrappate allesbarre, la bellezza di un paesaggio d’Africa ed i suoi leoni fieri redella savana, e non le mosche sugli occhi di chi muore di fame lungouna strada di speranza senza fine, lo scintillio di un astronauta allaconquista dello spazio, e non il fumo tetro degli incendi di unbombardamento in una guerra ingoiata dallindifferenza.Già, vivere l’avventura del calcio a dieci anni ti fa sentire in ognicaso un eroe, e sei pietra e sei leone, sei astronauta e sei campione, ele emozioni si amplificano enormemente dentro il tuo cuore: se ungol faceva la differenza tra la gioia ed il pianto, era peròmeraviglioso vedere con quale facilità quelle emozioni scorrevanoin pochi minuti senza lasciare apparente traccia dietro di loro.Davanti agli occhi un sogno ricorrente, di quelli che spesso fai adocchi aperti, ma che rimangono a martellarti la testa, pienid’assurdità e di motivi per ripensarci su.Nel mio sogno, un giorno mi ero trovato a passare per caso davantiad unosteria malfamata, ed avendo sete, decisi di entrare.Fui accolto da uno straccio lanciatomi davanti a me sul banconedalloste, una persona davvero sgradevole, che fingendo di pulire, main realtà ungendo ancora più con quella pezza schifosa che aveva inmano, mi apostrofò malamente, con una voce sgraziata,chiedendomi che cosa volessi.Chiesi un latte di mandorle, perchè ne venivo dalle vacanze inCalabria ed avevo ancora in bocca il gusto stupendo di quellabevanda e lui mi mise davanti un bicchiere mezzo vuoto di pessimovino, nero come un cuore dannato e fetido di una cantina ammuffita.Alle mie cortesi rimostranze, mi apostrofò ancora più malamentedicendomi che quello era ciò che passava la casa, e se non mi andavabene, peggio per me.Sputò per terra dietro al banco con un rumore orribile della gola, e cistrascicò sopra un piede, sulla faccia una smorfia di sfida.Dissi allora che non mi sembrava giusto. 41
  42. 42. Dissi quasi piangendo che non mi era mai capitato di conoscere unasituazione così incredibile, e come faceva a tenere aperto un localeservendo solo quello che voleva lui, per tutti, quel bicchiere mezzovuoto di amaro cancarone color vomito di cane ubriaco.Mi rispose allora che i tempi erano duri, e che lui non aveva nessunavoglia di far nulla perchè migliorassero.D’altra parte, mi disse, quasi rabbonito dalla mia reazione, che possoaspettarmi dai miei clienti?Con quelle facce, con quella voglia di morte che hanno addosso, civuol tutta che mi paghino questo.E poi, mi disse, pensavo davvero che in altri locali potevano offrimidi meglio?La vita è tutta qui caro signore, mi disse, e se lei non la sa viverecome la viviamo noi, è solo perchè lei, se lo lasci dire, è un poveroilluso, lei ha le fette di salame sugli occhi, lei non sa vedere la realtà,lei è un sognatore.Si trattenne a stento dallo sputare di nuovo a terra, tirò su col naso eguardandomi deglutì chissà quale bestia.Riluttante a farsi vedere dagli altri avventori, tirò fuori di sotto ilbanco una fotografia e me la mostrò.Lo ritraeva molto più giovane e sorridente, di fianco ad una bellaragazza, al collo entrambi avevano una catenina con la metà di uncuore dargento.Ai polsi avevano dei bracciali di cuoio scuro, mi disse, con suimpressa grande, la scritta “PACE”.Soffiandomi quelle parole vicino allorecchio, potei sentire lodorenauseante del suo alito mentre spiegava: una volta credevo inqualcosa, credevo nellamore di una donna e la amavo, lei mi halasciato per un altro.Credevo anche nella gente, era la mia vita, e lo sarebbe ancora, mami ha deluso troppo, non ho più fiducia, mi ha tradito troppe volte.Uscii da quel tanfo di vecchio e di rassegnazione, e m’incamminaipensieroso.Forse quelloste non aveva tutti i torti in fondo. 42
  43. 43. Come facevo a vedere la bellezza delle cose, a sentire in bocca ladolcezza di quel latte di mandorle calabrese, e credere davvero chenon fosse anche quello, altro che cancarone sofisticato?Quasi senza accorgermene, entrai in un altro locale, mi avvicinai albanco distrattamente e chiesi il mio latte di mandorle.Volgendo intorno lo sguardo, vidi solo visi sorridenti, espressionioneste, e in quel bar, laria profumava di pulito, e i discorsi che sifacevano intorno ai tavolini, erano diversi e pacati, solo a volteappena più accentuati forse dalla passionalità di chi esponeva.Parlavano di donne, di calcio e di politica, ma lo facevano in fondoserenamente.Nessuno aveva ragione, ma tutti avevano ragione, e le pacche sullespalle si sprecavano, erano tutti grandi amici.Il mio bicchiere con il latte di mandorle era lì, di fianco a me sulbancone, dove il barista, un uomo dolce e sorridente, lo avevaposato, senza dire nulla.Forse vide la mia espressione sbalordita, mentre osservano la gentedentro il locale.Delicatamente mi posò una mano sul braccio dicendomi: <<mi scusisignore, sa, la stavo osservando.Mi sembra di capire dalla sua espressione che lei ne viene dal localequi vicino... >>Lo guardai senza rispondere, ma gli sorrisi debolmente.<<Vada, mi disse, vada anche lei, la stanno aspettando.>>M’incamminai piano, poi più rilassato, mi sedetti al tavolino piùvicino, dove un uomo dallespressione seria ma simpatica, si era giàalzato, ed aveva avvicinato una sedia per farmi posto.Posai il bicchiere sul tavolino, e poi, guardando bene in faccia unoper uno i miei compagni di viaggio, dissi: <<allora ragazzi, di cheparliamo oggi?>>Vorrei che questo fosse lo stesso bar frequentato dai miei miglioriamici. 43
  44. 44. Non ho mai terminato quel sogno, non so quale bar dei due fossereale, quale realmente mi attendesse insidioso, quale dei due uominidiversi eppure così simili tra loro, intendesse mettermi in guardiadallillusione dellaltro.La pioggia continuava a cadere leggera, e quando svoltai verso lacollina, i volti d’alcune persone alla fermata del bus s’illuminaronodei fari della mia auto, così mi ricomposi sul sedile ed azzerai i mieipensieri strani schiacciando sull’acceleratore come schiacciare unmozzicone sull’asfalto.Mentre la luce dei fari fendeva debolmente la prima oscurità, unaltro me stesso voltava pagina e sorrideva.Si cominciava. 44
  45. 45. 45
  46. 46. Capitolo III Tra noi"...ed il più grande conquistò nazione dopo nazione e quando fu di fronte al mare si sentì un coglione perchè più in là non si poteva conquistare niente ed io ti ho sollevato figlio per guardarti meglio perchè non parli e io sto a guardarti finché rimango sveglio..." Roberto Vecchioni (Forse non lo sai...) 46
  47. 47. "Its no time to make a change just relax, take it easy Youre still young, thats your fault theres so much you have to know Find a girl, settle down, if you want you can marry Look at me, I am old, but Im happy I was once like you are now, and I know that its not easy To be calm when youve found something going on But take your time, think a lot, Why, think of everything youve got For youve still be here tomorrow but your dreams may not How can I try to explain, when I do he turns away again Its always been the same, same old story From the moment I could talk I was ordered to listen Now theres a way and I know that I have to go away I konw I have to go Its not time to make a change, Just sit down, ake it slowly Youre still young, thats your fault Theres so much you have to go through Find a girl, settle down, If you want you can marry Look at me, I am old, but Im happy All the times that I cried keeping all the things I knew inside Its hard, but its harder to ignore it If they were right, Id agree but its them you know not me Now theres a way and I know that I have to go away I know I have to go I know I have to go" -----47
  48. 48. "Non è il momento di cambiare Rilassati, prendila con calma sei ancora giovane questa è la tua colpa Hai ancora molte cose da conoscere trovare una ragazza, sistemarti, se vuoi puoi sposarti Guarda me, sono vecchio, ma sono felice Una volta ero come sei tu ora, e so che non è facile rimanere calmi quando hai trovato qualcosa che va ma prenditi tutto il tempo, pensa a lungo Perché, pensa a tutto quello che hai avuto Per te sarà ancora qui il domani, ma forse non i tuoi sogni Come posso provare a spiegare, quando lo faccio, si volge altrove di nuovo E sempre la stessa vecchia storia Dal momento in cui potevo parlare mi fu ordinato di ascoltare Ora cè una strada e so che devo andarmene So che devo andare Non è il momento di cambiare Siediti, prendila con calma sei ancora giovane, questa è la tua colpa Ci sono ancora molte cose da affrontare trovare una ragazza, sistemarti, se vuoi puoi sposarti Guarda me, sono vecchio, ma sono felice Tutte le volte che ho pianto, tenendo tutto dentro di me E dura, ma è anche dura ignorare tutto Se avevano ragione, ero daccordo, ma sono loro che tu conosci, non me Ora cè una strada e io so che devo andarmene So che devo andare" Cat Stevens (Father and Son)48
  49. 49. Penso che sia talmente egoistico il nostro mondo d’adulti da privarcidella gioia di conoscere veramente i nostri figli, coinvolti dalladebole scusa dei nostri impegni e dei nostri grandi problemi.A volte diventa così difficile parlare con loro perché anche quandolo facciamo siamo in realtà assorti nei nostri pensieri, preoccupatidella nostra vita quotidiana fatta di lavoro e di piccole e grandibattaglie, e sottovalutiamo i sentimenti di coloro, così importantiper noi da chiamarli figli.Sottovalutiamo molto spesso il raziocinio, i sentimenti e la capacitàd’adattamento alle situazioni dei nostri giovanissimi interlocutori,liquidandoli troppe volte con la scontata e superficiale motivazionedelle “cose da grandi”, mentre il loro bisogno di sapere, d’esserespugna davanti ad un mare infinito di nozioni e conoscenza daacquisire, ci spaventa a tal punto da fuggirne precipitosamente ogniqual volta dovremmo essere invece capaci di svolgere il nostrocompito di genitori, educatori, insegnanti guida in quelle che invecesono “cose di vita” per ogni persona su questa terra.Vederli su un campo di calcio correre sgambettando dietro ad unpallone in fondo non è altro che rivedere noi stessi bambini e tentaredi riappropriarci di quegli anni che ci sono stati rubati troppo infretta dal tempo che passa.Spesso, fingiamo di cancellare, mentendo a noi stessi, con questopuerile comportamento le nostre delusioni, le nostre difficoltà.Scaricare su di loro piccoli calciatori le nostre passioni migliori opeggiori davvero rischia d’essere il nostro tentativo di rivalsa versoquanto non siamo stati capaci d’essere o non abbiamo avuto lapossibilità di fare, alla loro età.Mi accorgo che spesso un breve viaggio in auto solo con uno deimiei figli, magari proprio mentre lo sto accompagnando a giocareuna partita, diventa occasione di dialogo, opportunità per scoprirnepiccole angolature del carattere, piccoli cambiamenti che anche inlui inevitabilmente il tempo produce, muovendosi verso la maturitàma anche verso la perdita di quel giocoso mondo che viene così benerappresentato dalla favola di Peter Pan. 49
  50. 50. L’eternamente bambino sopravvive soltanto in chi rimane altrettantoeternamente ingenuo, permeabile ad un mondo dove il buonoprevale di solito sul cattivo e dove l’immaginifico è reale quanto lepersone che si muovono al suo interno, in fondo prigioniericomunque di se stessi e di un limitato territorio, al di fuori del qualenulla ha più i colori della mente, ma soltanto il grigio uniforme dellavita ordinariamente vissuta.E così, alla ricerca dell’Isola Che Non C’è ed al tentativoimmensamente impossibile di rimanere all’ancora entro qualcunadelle sue baie più accoglienti, dedichiamo tutti i nostri anni più bellied ingenui, sovente portandoci al fianco amici fidati che perderemoper strada, ed ancora più spesso aggrappandoci alle ali sottili di unafatina libellula che crediamo ci guidi proteggendoci dal nemico diturno.Lorologio del coccodrillo del tempo scandisce le sue ore anche pernoi, per quanto la nostra fantasia ci prolunghi lagonia restituendociogni tanto allapprodo dellIsola.Moriremo crescendo, è vero, dimenticando tutto ciò che siamo statiper arrivare a quell’età dove delle persone che ci stanno intornocapiremo meglio il lato più cattivo, dimenticando il piacere di ridereper il solo gusto di ridere, e dimenticando la fiducia negli altri, soli,arcigni, avari custodi dei sogni che non abbiamo fatto in tempo asognare.Vivremo pur avendo inconsapevolmente ucciso in noi le certezzedella nostra esistenza infantile, certi ora, invece, di altrettante veritànon certamente più piacevoli, nemmeno più spiacevoli, e tanto menodiversamente desiderabili, semplicemente consone al nostro comuneed improbabile regolamento di vita civile da prigionieri sul vascellofantasma di un Capitan Uncino eternamente in fuga dall’inevitabilerintocco della sua mezzanotte.Pensare cosa esista di più bello del sorriso di un bambino èimpossibile, se pure affermarlo ricade nella retorica. 50
  51. 51. Quante volte mi sono trovato a tirare un sermoncino ai miei figliperché fossero più seri, perché smettessero di ridere come i pazzi,per poi rendermi conto magari proprio mentre parlavo, dell’assurditàdi quanto stavo dicendo: proibire ad un bambino di ridere èimpossibile ed in fondo ingiusto.Per fortuna loro si dimenticano subito dei rimproveri, etranquillamente riprendono dopo pochi secondi le loro risate.Quel giorno, superato il traffico del venerdì avevo raggiunto casa epreparata rapidamente la borsa con l’occorrente per la partita di miofiglio.Staccarlo dal televisore si rivelò un’impresa come il solito ardua, maalla fine, aperta la porta di casa e chiamato al piano l’ascensore, luimi raggiunse, chiudendosi la porta alle spalle non senza un lievesospiro di sconforto.Salì in auto al mio fianco, un piccolo strappo alle regole che gliconcedevo solo in quelle occasioni, quando mi piaceva saggiarne unpochino l’umore, e magari dargli gli ultimi (inascoltati) consigli perla partita.Sapevo che quel giorno, come tutti i suoi compagni, era moltocaricato dalla prospettiva della doppia sfida, perché si affrontavanogli amici-rivali di sempre, contro i quali non si era mai riusciti a farerisultato positivo, e così ogni volta che ci incontravamo con loro, sitrattava di una sorta di rivincita continua, sempre più spesso giocatacon agonismo e grinta, poche volte con lucidità e bel gioco.Mi raccontava di una giornata di scuola mai come tutte le altre, consempre nuove cose da scoprire ed imparare, entusiasta della storiadegli Egizi e dello studio dei primi cenni sul come è fatto il nostrouniverso, con la Terra, il suo satellite la Luna, il Sole che sembravaimpossibile che fosse così grande se sembrava così piccolo, lamatematica, una sua piccola passione.Iniziò dopo poco a chiedermi se davvero avremmo giocato duepartite contro di loro, e se pensassi avremmo vinto, stavolta. 51
  52. 52. Sapeva di incontrare avversari forti e motivati a mantenere lasupremazia quanto noi lo eravamo a cercare di ribaltare la tendenzastorica.Parlava un po’ a testa bassa, come spesso faceva quando dentro di sepensava di voler dire qualcosa d’importante, ed era così alla ricercadelle parole giuste per propormi i suoi ragionamenti.Non era timido, affatto, ma dotato di quella sensibilità che albambino fa rendere consueto pensare e vedere più lontano di unadulto, non possedendo del tutto i termini per spiegare.Sapevo che anche per lui era importante quel momento di confronto,noi due soli nel traffico, la radio in sottofondo, parole da scambiarcitra uomini e qualche sorriso per non pensare troppo alla gara cheandavamo ad affrontare.Lui ha scelto il ruolo di portiere, ed è questo l’inizio del secondoanno che copre questo ruolo, il terzo anno da che iniziò a giocare alcalcio, senza realmente essersi mai troppo interessato di pallone ecalciatori, fatta salva qualche sera passata allo stadio a vederegiocare il nostro vecchio Genoa, passione-malatia-maledizione cheho trasmesso ai miei figli, e dalla quale non si può guarire.Non credo sia destinato a divenire un fuoriclasse nel calcio, nonm’interessa molto, non penso di crescere in casa campioni, comequalche, troppi, genitori restano fin troppo a lungo convinti, finoalla delusione dell’arrivo dell’adolescenza, quando cambianoradicalmente gli interessi, e spesso al pallone si riserva ormaisoltanto una parte marginale della propria esistenza.Quello che reputo importante è che i miei bambini possano crescereeducati anche allo sport, il calcio in questo caso, ma non soltanto,perché le regole e l’educazione sportiva prendano una parteimportante nel loro essere uomini di domani, orfani di Peter Pan maprobabilmente altrettanto nostalgici di me della scintillante fantasiadi un mondo di immaginazione.Lui, ha spesso affermato che da grande però, non vorrà mai fare ilcalciatore, preferisce occuparsi d’altre cose più interessanti, non socome dargli torto, e anche se stuzzicandolo con la domanda di cosa 52
  53. 53. avrebbe pensato se un giorno fosse potuto andare a giocare proprionel suo Genoa, gli avevo una volta visto brillare gli occhi per unattimo, pensavo che se fosse diventato un discreto portiere, sisarebbe saputo divertire in qualche piccola squadra o con gli amicidelle partitelle serali.Bene, il discorso andrebbe anche per molti altri che ho avutooccasione di vedere, non solo nelle nostre squadre, ma anche in tantealtre di tante altre società.In tre anni ho visto soltanto due, forse tre bambini, che ora, esottolineo ora, mostravano i segni di una bella predisposizione alcalcio, movenze da futuri campioni, numeri da lasciare spalancati gliocchi.Due o tre bambini tra centinaia in qualche decina di squadre diragazzini di tutta la città.Probabilmente quegli stessi bambini non avranno mai lasoddisfazione, se così si può considerare, di calcare grandi campi,ma resteranno nell’oblio della periferia sportiva, o rinunceranno unavolta cresciuti, tornando magari a calpestare un’area di rigore soloquando avranno dei figli da accompagnare su di un campo di calcio.Sento spesso affermare che sono i genitori la rovina del calciogiovanile.Anche se a volte questa idea l’ho condivisa per le tante scene stupideche ho visto ai margini dei campetti, credo sia in parte ingeneroso edin parte eccessivo non considerare naturale l’entusiasmo provato dachi vede i propri bambini giocarsi una partita, un campionato, unrisultato, comunque in una qualsiasi competizione.Eccessivo e folle senz’altro è non capire che di fronte ai propri figlici sono altri bambini come loro, a volte seduti allo stesso bancodella stessa scuola per molte ore al giorno, anche amici fuori da quelcampo, da quel breve momento, in cui avversari e mai nemici siconfrontano in un gioco. 53
  54. 54. Ho visto un padre mortificare senza vergogna un bambinoavversario fino a farlo piangere ed altri irretiti dall’agonismo, dare inescandescenze per un rigore negato a loro favore mentre vincevanododici a zero.Ho visto insultare e minacciare con astio un giovane arbitro smarritonel proprio ruolo d’educatore e giudice.Ho visto anche madri trasfigurare urlando al proprio bebè di falciarel’avversario e pur silenziose, pensare troppo sonoramente per nonudirle, se fosse possibile spezzargli una gamba: qualche altra madrein quello stesso momento ed altrettanto rumorosamente pensava lostesso a parti invertite.Per loro forse la punizione più giusta sarà ciò che penserà di questeesaltazioni e di loro stessi, genitori, il loro figlio, quando se nonadesso, ma più cresciuto, si troverà a cercare un modello da imitarenella sua vita d’adulto.Chissà perché, ma qui mi ritorna in mente un vecchio film con unmagnifico Vittorio Gasmann, il film era “I mostri” credo, eGasmann impersonava un padre impegnato a mostrare la vita alfiglio, facendo di tutto per insegnargli il peggio ai danni delprossimo, con la strafottenza e la presunzione del furbo io e scemitutti gli altri.Il film finiva con la fotografia di quel padre, ammazzato per quattrosoldi dal figlio, sulla prima pagina di un giornale.Mio figlio quella sera aveva voglia di giocare ed aveva voglia divincere la sua partita personale.Avere in squadra ben quattro portieri voleva dire giocarsi unadiscreta competizione tra loro, per chi avrebbe ricoperto un ruolo diprimo piano in quella stagione.D’altra parte, se pure i bambini sapevano che tutti avrebbero giocatola loro fetta di campionato, era evidente in ognuno di loro la vogliadi primeggiare agli occhi dell’allenatore e dei compagni, stabilire 54
  55. 55. silenziosamente una sorta di graduatoria tra loro dove ognuno deiquattro cercava di arrivare in cima.Così ogni volta dovevo cercare di spiegare che un gol in più o inmeno preso rispetto al compagno di turno, non era così importante edeterminante, e che d’altro canto, le partite si vincono e si perdonoinsieme a tutta la squadra.Meriti e colpe si possono sempre suddividere con i compagni, congli allenatori e con i dirigenti, mai sono da riferire ad un sologiocatore per quanto determinante nel singolo episodio.Cercai di fargli capire ancora una volta che nel calcio gioca tutta unasquadra, e che nella squadra contano addirittura anche coloro chenon giocano una partita.Arrivare primi od ultimi in un campionato, coinvolge dal primoall’ultimo giocatore della rosa, per quanto bene o male quello stessogiocatore possa aver fatto durante tutto l’anno, e feci l’esempio diun giocatore in serie A, che appena arrivato in una nuova squadra siinfortuna seriamente, tanto da non poter giocare per tutta la stagione.Ebbene, dissi, anche lui darà comunque il suo contributo a ciò chesaprà fare la squadra, e sarà un contributo anche in incoraggiamentoed impegno nel recupero dall’infortunio.Se la squadra vincerà lo scudetto, o se sarà retrocessa, sarà anche permerito o demerito suo, nonostante il fatto di non aver giocatomagari neppure un minuto in tutto l’anno.Quell’anno avevamo in rosa ben sedici bambini, alcuni dei qualiappena arrivati e magari più digiuni dello stare in campo rispetto aicompagni che già giocavano da noi da almeno due anni.Iniziava ad essere un discreto numero, nonostante fossero troppopochi perché consentano ancora di preparare una squadra perl’esordio ad undici giocatori, a cui, però mancavano ancora un paiodi stagioni, e ci sarebbe stato tempo per portare la rosa ad almenouna ventina di bambini prima di allora.Ognuno di quei sedici avrebbe disputato le sue partite, magariqualcuno più bravo, n’avrebbe fatte più di altri, ma tutti avrebbero 55
  56. 56. avuto il loro spazio e la loro soddisfazione, anche perché, sel’allenamento è importante ed è importante parteciparvi conimpegno, è la partita della domenica quella che maggiormentestimola la voglia di fare dei ragazzi, e tutti vogliono esserviprotagonisti.Ed è anche il bello di una realtà di quartiere come nel caso dellanostra società, che consente a tutti i ragazzi, indipendentemente dallaloro forza e del loro talento nel contesto assoluto di una stagione, diesprimersi comunque, grosso modo con gli stesso tempi di impiegoin campo di ogni altro compagno anche più bravo.Questo consente al giocatore meno dotato o comunque più inritardo nell’apprendimento del suo ruolo, di guadagnare fiducia in sestesso mettendo in pratica quanto appreso negli allenamenti, ed allostesso tempo costringe anche i migliori a non ritenersiindispensabilmente superiori agli altri, ed a moltiplicare gli sforzi diapprendimento e miglioramento per non perdere il passo rispetto aicompagni.Fiducia e stimolo mi piacciono quali criteri di educazione ad unosport di squadra come il calcio.Occorre indubbiamente anche un grosso sforzo di comunicazione trale varie parti della squadra, ed un’identità d’obiettivi conclamata, inparticolare tra la dirigenza sportiva e gli istruttori, perché nonvadano dispersi in inutili e dannosi conflitti interni i vantaggi e gliintenti positivi di questa filosofia di approccio al calcio giovanile.Mentre parlavo con mio figlio, scorrevo mentalmente nomi e ruolidei suoi compagni, come avere davanti un album di figurine, diquelli tutti pieni di calciatori famosi, con l’immagine della perfettarovesciata in copertina, con la grafica del pallone che vola verso laporta, con tutti i colori del mondo, i tabellini, le brevi biografie, gliscudetti, coppe, trofei e storia dei campionati.Ma dove i calciatori hanno tutti il sorriso impenitente di un bambinodagli occhi grandi e poco più di dieci anni. 56
  57. 57. Dove le squadre in quelle immagini dalla posa studiata e consueta,dietro in piedi a braccia conserte, davanti accosciati e tutti con unsorriso sicuro e fiero, hanno invece le pose un po’ scomposte edirridenti di una banda di scalmanati attorno a qualche adulto ches’intuisce più spaesato di loro.In ognuno di quei calciatori, con tante diverse sfumature, potevitrovare quell’aria un po’ canzonatoria di chi ti guarda lato obiettivodella macchina fotografica, e sa di avere il mondo in tasca e la vitadavanti.Ecco, mi piacerebbe presentarveli tutti uno per uno perché più avantipossiate riconoscerli quando anche senza nominarli, ve li troveretetra le righe ad essere protagonisti di un azione, in quelle due partiteraccontate in questa storia.Non saranno queste, fotografie fredde delle persone cheincontreremo più avanti.Andando a rileggere quanto raccontato in precedenza su parecchi diloro, già protagonisti dei miei ricordi messi su carta, ne riconoscoalcuni tratti, ma allo stesso tempo mi rendo conto di quanto lorosiano cambiati e cresciuti, tanto da essere spesso bambinicompletamente diversi da quelli che descrivevo nemmeno due annifa.Per alcuni sono cambiati i ruoli, per altri il carattere ha subito quellelievi modifiche che nel corso degli anni li porterà ad essere uominiveri, e sin da ora riesco a vederne i tratti di adulti, ognuno con le suequalità e di suoi difetti, ma ognuno devo dire, ragazzo e uomo lealeed aperto, così come oggi bambino leale, allegro e giocoso.Certo li ho visti crescere diventando ragazzini, mentre prima avevidavanti bambini che ti facevano quasi tenerezza a vederli correredietro a quel pallone sempre troppo grande per loro, e sempre troppodifficile da controllare come fosse una zanzara impazzita.Inoltre, ci sono state occasioni, come al raduno dell’anno scorso,quando a rivederli dopo soli tre mesi, alla ripresa della stagione, misembrò di avere davanti altre persone, tanti erano cresciuti in fretta,tutti: avendoli lasciati a giugno, me li ritrovavo a settembre che 57
  58. 58. avevano quasi la parvenza di veri piccoli calciatori, e già le loromaglie, non erano più un assurdo saio informe, ma li ricoprivanocome vere divise da gioco, pur sul fisico spesso ben poco massicciodi bambini da scuola elementare.Mi piacerebbe presentarvi tutta la banda di quest’anno, protagonistadi questa storia di un giorno, che potrebbe tradursi come al solito instoria di una stagione intera.Ci sono i ragazzi che formano il nucleo storico della squadra, quelliche da ormai tre anni vestono la nostra maglia e sudano sul nostrocampo, e ci sono i nuovi compagni, i ragazzi arrivati alla fine dellascorsa stagione, od all’inizio di questa presente.Qualcuno si riconoscerà certamente e forse penserà non appropriatociò che legge di se stesso, ma di ognuno credo sia giusto che io dial’immagine che porto con me, a volte certo suffragata soltanto dallesfumature che ho vissuto in questi anni o mesi in loro compagnia, avolte talmente distante dalla realtà perché volutamente idealizzata darendere il personaggio diverso dal vero e fine alla storia: per tutti,indistintamente, un grande affetto. 58
  59. 59. 59
  60. 60. Capitolo IV I vecchi guerrieri “…tirai una freccia in cielo per farlo respirare Tirai una freccia al vento per farlo sanguinareLa terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek…” Fabrizio de Andrè (Sand Creek) 60
  61. 61. Ettore era ancora uno dei quattro portieri della squadra, in seguitoavrebbe deciso di cambiare ruolo, forse curioso di provare l’altrolato del pallone, ma sapeva sempre essere al suo posto, spiritodall’apparenza indolente, ed invece sensibile a tutto ciò che locircondava, soffriva della sopraggiunta concorrenza, ma ne facevaun’arma a suo favore nell’impegno e nella serietà del ruolo.Da sempre era “il portiere”, e tutti ricordavamo che nel primo anno,si era in pratica imposto di non ammalarsi mai, nemmeno unraffreddore, nemmeno una leggera influenza, per essere sempre tra ipali, ed era riuscito a non saltare nemmeno una partita,consentendoci allora di giocarle tutte, ed anche di vincerne conqualcuno di quelli che i commentatori amano chiamare i ”veriinterventi prodigiosi”.Da non crederci, la maglia gialla come un talismano, sempreindossata su quei lunghi pantaloncini neri, e se un tempo lui cispariva quasi dentro, indossava almeno un paio di taglie in più,adesso era cresciuto abbastanza da riempirla veramente, con il suostare tra i pali sempre tranquillo e sicuro pure con quell’ariaciondolona che ti faceva sempre temere di vederlo sonnecchiareappoggiato ad uno dei pali.I suoi guanti, anche quelli gialli, ed anche quelli sempre troppograndi per lui, coprivano le mani ben sicure su tutti i palloni, e levedevi muoversi quasi a contrappeso del corpo quando l’avversariolo puntava e lui quasi immobile, preparava il balzo, il tuffo chearrivava quando non te lo aspettavi più, convinto come ti lasciavache non si sarebbe mai mosso dalla sua linea di porta, ultima LineaMaginot.Quando a volte, specie nella stagione estiva, indossava anche una“bandana” gialla, al posto del consueto cappellino per ripararsi dalsole, sembrava voler assomigliare ad un pirata, comandante del suovascello, della sua area di rigore.Non diceva ancora nulla, ma si capiva che pativa dell’arrivo deglialtri portieri, che lo mettevano ora in una stretta competizione, dopodue anni da titolare fisso. 61
  62. 62. In effetti, al massimo aveva condiviso il ruolo nella stagioneprecedente con mio figlio che, però aveva appena iniziato, e da luipoteva solo imparare.Tecnicamente Ettore era bravo nella parata sia su tiri da lontano chenelle uscite, mentre doveva migliorare listinto sugli interventiravvicinati, e sui calci piazzati, sui corner in particolare.Anche sui lunghi rinvii dalla difesa avversaria, a volte sembravapoco reattivo, e specialmente nei primi minuti di gara bisognavatenerlo bene attento, in quanto mostrava una preoccupantepropensione a non accorgersi della gara iniziata.Scaldato il motore, rappresentava una buona sicurezza, e sebbenesempre poco plateale, sapeva effettuare splendide parate salvando lasua rete quando ormai credevi la frittata fatta.Qualche mese dopo Ettore avrebbe cambiato ruolo per scelta, eavrebbe ricominciato a divertirsi come un tempo tra i pali.Gianni, la mia vecchia roccia della difesa, dopo un periodo un po’complicato, aveva ripreso fiducia in se stesso, e tornava a dominaregli avversari con il suo fisico importante, e con i suoi interventipuntuali, di rado fallosi, affinando sempre più il controllo di palla,cosa che gli consentiva di recuperare, gestire ed impostare l’azione,senza buttare via palloni nella nostra metà campo.A volte ancora in difficoltà quando si trovava davanti avversari piùesili di lui, certi trottolini bassi e veloci che ancora non avevaimparato a frenare proprio con il fisico superiore, ma che spesso silasciava scappare esitando nell’intervento o lasciandogli troppospazio di manovra, forse ancora per paura di far male all’altro.Quando però trovava avversari con cui era necessario mettere lacompetizione sul piano della forza, sembrava galvanizzato, e senzamai una parola di troppo gli si appiccicava addosso inesorabile espalla contro spalla, petto contro schiena, faceva valere la sua forzascatenando spesso gli applausi del pubblico e l’ammirazione deicompagni. 62
  63. 63. Se, come dicevo, nella stagione precedente aveva dato qualche segnodi stanchezza, arrivando perfino a dirmi che avrebbe voluto cambiaresport, era comprensibile, visto che forse si accorgeva lui stesso dellasua difficoltà a fronte di piccole belve scattanti, lui che della potenzaera il re, avrebbe forse dovuto sacrificare tra qualche anno la gioiadella forchetta, per le gioie del calcio, arrivare a quella condizioneideale dove qualche piccolo sacrificio avrebbe potuto portarlo, ma adieci anni fa ridere pensare di dire a un bambino di mangiare conmoderazione, e mi viene in mente quando da bambino io stessovenivo chiamato “forchetta”.Già invece me lo vedevo tra altri dieci anni, anche meno, in forma epossente torreggiare al centro della difesa della nostra primasquadra.Un giorno che sapevo di trovarlo particolarmente giù di morale, nelsuo periodo grigio, lo presi da parte, lui mise su una faccia dascocciato come spesso in quei giorni.Parlando chiaro, gli dissi che la domenica successiva, volevo chegiocasse al meglio, e la finisse di far finta di non interessarsi dellacosa, sapevo che la sua era una mascherata, e che lui a dispetto di unapparenza perfino irridente nei nostri confronti, pativa molto diquella situazione.A chi la voleva raccontare, quella delle arti marziali ed altrebaggianate del genere, quando tutti vedevano gli occhi tristi, quandousciva dal campo dopo una prova mal riuscita, dopo una partitagiocata in affanno.Miracolosamente, mi guardò dicendomi solo che per lui andavabene, e mi avrebbe fatto vedere che ci teneva.Fece una discreta gara, penalizzata forse ancora un pochino dallapaura di sbagliare, ma senza mai tirare indietro il piede, senza farsiprendere in giro dagli avversari, giocando a testa alta, senza pensaread altro che alla squadra.Diego sta diventando sempre di più il giocatore vero che avevo vistoin un bambino di sette anni. 63
  64. 64. Non ha paura di nulla, combatte come un leone inferocito, hasettemila polmoni e sta imparando a migliorare tutte le qualità chegià possiede naturalmente.Il coraggio no, quello non ha bisogno di migliorarlo, anzi, volesse,potrebbe venderne a qualche avversario che a ben vederlo spesso sene intimorisce.Nel colpo di testa diventa padrone assoluto della sua area di rigore edel centrocampo sui rinvii del portiere avversario, trovando semprela posizione giusta per far ripartire la propria squadra, sfruttando ilcontropiede immediato, sfruttando la sua velocità e quella diqualche compagno sulle ali, o il dribbling devastante di altri.Sorridente e scherzoso, in allenamento come in partita èconcentratissimo ed impegnato.Sono ormai un ricordo lontano i ripetuti richiami a mantenere ilcorpo ben posizionato nell’atto di calciare la palla, e spesso sfruttala sua potenza di tiro, quando si trova sulla trequarti o al limitedell’area, dopo una delle sue discese devastanti.Nella struttura fisica è quanto di più simile ad un vero giocatore sipossa vedere sui campi delle giovanili alla loro età, tralasciandocerte piccole grandi incongruenze che donano un età anagraficafittizia a giovanotti cresciutelli.A dispetto di un sorriso aperto e sincero, di una voglia incredibile discherzare, lui sa immedesimarsi fortemente nella gara, dimenticandotutto e tutti fuori del campo, per trasformarsi nel vero condottierodella sua squadra, e dove c’è da lottare, dove c’è da soffrire, correree vincere i duelli, state sicuri che troverete lui, pronto a battersi suogni pallone sino a rubarlo agli avversari travolgendoli con la suaforza cinetica ed il suo coraggio.Spesso paga negli ultimi minuti delle partite, l’inevitabile stanchezzaper aver dato tutto, proprio tutto, anche nei momenti in cui la garapotrebbe essere gestita tatticamente in modo più tranquillo, e questo,può ancora essere un difetto da eliminare, migliorando però nontanto il gioco individuale, quanto la capacità di squadra diorganizzarsi al meglio per non buttar via energie preziose, quando 64
  65. 65. gli altri magari ti aspettano al varco per colpirti quando proprio nonce la fai più.A quest’età diventa difficile farti capire di risparmiare le energie, didosarle al meglio per arrivare in fondo senza essere completamentesfiatato.In effetti, spesso abbiamo pagato l’irruenza sua e di qualche altrogiocatore, proprio negli ultimi minuti, buttando via occasioni d’oroe lasciandoci battere da avversari più freschi e sornioni, quasi maitroppo superiori a noi per forza tecnica.Diego diventerà probabilmente il vero leader della squadra, se sapràgestirsi al meglio, senza pensare di essere un campione, ma vivendoal meglio le capacità naturali che ha, e migliorando quelle acquisitecon l’allenamento.Per ora resta incredibile vederlo volare da una parte all’altra delcampo come un folletto onnipresente in ogni zona, il viso rossodella corsa e della gioia.Simone e Roberto sono i due gemelli della squadra.Non nel senso di gemelli del gol, anche se spesso ci hanno abituato agioire delle loro prodezze e delle loro reti, ma proprio nel senso chesono fratelli e gemelli, quasi identici, al punto che mi viene in menteun buffo aneddoto da raccontarvi.Quando ad inizio della scorsa stagione andai presso l’ente dipromozione del campionato che dovevamo affrontare, la UISP per ilTorneo Tanganelli, per richiedere i cartellini di tesseramento per lasquadra, l’impiegato un po’ smarrito si rigirava tra le mani le duecoppie di fotografie dei gemelli, sapete, le tipiche foto formatotessera, chiaramente distinguibili per me che conoscevo i bambini,certo meno per lui che deve aver pensato ad uno scherzo.Dopo parecchi secondi d’indecisione, ecco che mi dice: <<vabbè,una o l’altra tanto fa lo stesso…>> no, gli dico io che non fa lostesso, mica è un’offerta speciale prendi due paghi uno, sonopersone, due, fratelli, ma mica la stessa persona, e intanto gliriordinavo le foto appaiandole, Simone da una parte e Roberto 65
  66. 66. dall’altra, ma non è che lo vidi troppo convinto ed ha continuato aguardare le fotografie un bel po’ prima di passare alla prossima,sempre continuando a brontolare da solo e senza guardarmiridacchiare della sua perplessità, del resto abbastanza legittima egiustificata.Giocano in ruoli molte volte diversi, perché comunque diverse sonole loro attitudini, anche se entrambi corrono da matti, sulle loro leveall’apparenza esili, ma tutte nervi e velocità, potenza ed agilità.Tagliano il campo forsennati ma pronti al numero incredibile, alpassaggio smarcante, o al tiro improvviso che sorprenda il portiereavversario.Se non eccedessero a volte in qualche colpo di tacco da infartomagari al limite della nostra area, sarebbero perfetti, tutto cuoreanche loro, e questa devo dire che è senz’altro una dellecaratteristiche di tutta la squadra.Lo scorso anno i ragazzi spesso si facevano prendere dallo sconfortoappena sotto di un gol, con il risultato di perdere partite chepotevano anche essere ribaltate, e tornare in campo la voltasuccessiva con la certezza di buscarle, prendendo di solito reti neiprimissimi minuti di gara.I gemelli si cercano in campo, si trovano spesso, realizzando ancheazioni bellissime, e proprio gli scambi tra loro rappresentano spessoil fulcro della nostra manovra, chiudendo il triangolo con un altroprotagonista che vedremo più avanti.Crescendo, anche loro hanno, entrambi, la buona probabilità didiventare davvero bravi, e spero che la loro abilità rimanga a lungoal servizio di questa squadra, dei colori che hanno dimostratosempre d’amare, portandoli addosso non solo in occasione dellepartite o degli allenamenti ma stretti al cuore come cosa propria.Mattia come vi dicevo, è mio figlio, anche lui portiere, dopo unprimo anno d’esperienza a ricoprire diversi ruoli, dall’attaccante aldifensore, tutto sommato senza grandi risultati, mentre in testa avevasoltanto di potersi finalmente infilare i guanti da estremo difensore, 66
  67. 67. e riuscì a farlo dal secondo anno, quando il preparatore dei nostriportieri, accettò di metterlo alla prova una sera, con esiti abbastanzasoddisfacenti da fargli dire che pure con molto impegno necessario,con l’assiduità agli allenamenti e la passione, il bambino potevaprovare a diventare ciò che più gli piaceva.Il giorno dopo ebbe la sua prima maglia da portiere: scelse unmagnifico arancio e nero, il numero uno sulla schiena.Lo penalizzava forse un pochino la statura non ancora altissima,confrontandola con quella d’altri piccoli portieri della sua stessa età,e una certa propensione alla svagatezza, alla gioiosa giocosità, che,in particolare durante gli allenamenti, lo portava a distrarsifacilmente, impegnato magari di più a sostenere uno scherzo conqualche compagno pure giocherellone, che a guardar palla.Per contro, era tutto preso dal ruolo non appena dall’allenamento sipassava alla competizione, e così, in partita, sfoggiava spesso unaconcentrazione da fare invidia, ed assumeva un’aria tutta seriapersino buffa a vedersi.Corrucciato anche, quando per lui il sorriso era il primo gesto dimattino al risveglio, e l’ultimo la sera prima di addormentarsi.Simpaticamente, il suo preparatore, lo sfida prima della partita conuna scommessa, sempre uguale, ma che ha sortito buoni effetti,dicendogli che non riuscirà a rinviare il pallone oltre la metà campo,e lui gli sorride ma ha imparato così a sferrare certi calcioni allapalla da vincere sempre questa sfida, e nello stesso tempomigliorando le sue capacità in un ruolo che decisamente ècomplicato e ricco di responsabilità.Il ruolo del portiere richiede, infatti, una maturazione più lungarispetto ad altri ruoli, oltre che una struttura fisica appropriata e unlavoro in allenamento molto differenziato.Sebbene mi sia difficile ora qui descriverne gli intendimenti e la granvoglia di diventare davvero bravo, che lui provava, non posso farealtro che ricordare la gran prova di ponderatezza che mi diededurante un partita della scorsa stagione, quando, mentre eravamosotto di un gol e dopo l’intervallo sarebbe toccato a lui entrare al 67
  68. 68. posto di Ettore, per l’ultima e decisiva frazione di gioco, riflettendosulla sua poca esperienza, andò diritto dal Mister per dirgli che forsesarebbe stato meglio non far uscire Ettore e tentare di pareggiare lapartita, e che a lui non sarebbe importato di non giocare, se per lasquadra fosse stato importante.Il mister lo guardò come ad un marziano e dicendogli che non se neparlava proprio lo spedì subito in campo, dove lui sfoggiò imbattutouna prestazione memorabile per poi correre a farsi intervistare dalgiornalista presente per il giornalino sportivo del calcio giovanile,tutto orgoglioso nonostante la sconfitta di misura, per essereriuscito a non prendere altri goal in quella che era una delle sueprimissime uscite come portiere.Conoscendo la sua determinazione nel sostenere il ruolo che hascelto, spero che crescendo un pochino capisca inevitabilmente che ilmiglioramento tecnico è frutto non soltanto dell’impegno in partita.Il miglioramento personale in uno sport, qualsiasi esso sia, è dovutosoprattutto all’apprendimento continuo ed alla serietà sul campo diallenamento.C’è un patto silenzioso tra noi due, e devo assicurare che negliultimi mesi lo sta mantenendo davvero, togliendosi qualche bellasoddisfazione anche a fronte di quanti hanno avuto dubbi sul suoattaccamento al ruolo.Paola è la nostra piccola principessa, ma guai a pensare che sia unamascotte per la squadra.Lei della squadra fa parte ormai da tre anni, e nulla al mondopotrebbe distoglierla dai suoi compagni, dai suoi amici.L’impegno nel migliorare e nell’apprendere che lei ha dimostrato inquesti anni, è semplicemente incredibile, ed, infatti, i progressi cheha fatto nel gioco sono il risultato della sua grandissima serietà eforza di volontà.Se qualche volta ancora, pur molto meno che in passato, risultafrenata da una predisposizione atletica non eccellente, che staaffinando crescendo, nello sviluppo muscolare che la penalizza nella 68
  69. 69. corsa, ha pur fatto passi giganteschi nel migliorare la tecnica digioco e l’intelligenza tattica.L’allenamento continuo e la maturazione fisica più precoce rispettoai compagni maschi l’aiutano nel progresso atletico, mentre unaspiccata intelligenza le facilita l’apprendimento.Parecchi suoi compagni faticano a comprendere meccanismi tattici,sia pure semplici quanto lo possono essere quelli insegnati aibambini, mentre per lei sembra naturale imporre il gioco con untocco delicato e preciso.E’ stupefacente vederla spalle alla porta distribuire ai compagnipalloni su palloni, con un tempismo ed una precisione incredibili,oppure andare in pressing su avversari anche a volte ben più grandi egrossi di lei, ma ostinatamente rincorrerli ed ostacolarli sino aprendere palla e favorire un nostro contropiede spesso messo arealizzazione da un suo lancio preciso.Più di una volta inoltre, si è fatta trovare pronta in azioni d’attaccosottoporta, e puntuale, con un colpo di testa o un calcio di giro benfatto, ha risolto in gol meravigliosamente.Ricordo un episodio della fine della scorsa stagione, quandoarrivammo alla fine di una delle partite del Trofeo Aldo Gastaldi, sulnostro campo, ed erano previsti i calci di rigore per assegnare unulteriore punto in classifica.Quando il portiere avversario, che già aveva beccato durante lapartita, si trovò davanti lei, pronta sul dischetto, si voltò verso i suoicompagni di squadra in maglia rossa, e abbastanzaintempestivamente sghignazzando se ne uscì con un commento avoce alta del tipo: <<adesso figuriamoci se mi faccio fare gol da unafemmina…>>Certo mancava solo la promessa di appendere gli scarpini ed i guantial chiodo prematuramente nell’evenienza avversa.Senza dire una sola parola, ma con un malizioso sorrisetto sullelabbra, Paola prese una brevissima rincorsa, e, lasciando il poverinopiantato per terra, piazzò il pallone esattamente all’incrocio dei pali, 69

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