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Filosofie ellenistiche

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  • 1. Le filosofie ellenistiche A cura di Stefano Ulliana
  • 2. Panoramica
    • Politica, società e cultura nell'età ellenistica.
    • 3. Stoicismo.
    Da Encarta. Regni ellenistici.
  • 4. Il contesto generale.
    • Politica e società. Dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.) il suo Impero si divide nei cosiddetti regni ellenistici (Macedonia, Egitto, Asia). L'estensione dell'orizzonte culturale e politico greco ai territori orientali determina di riflesso una modificazione dello stile di vita e dei rapporti istituzionali e socio-economici delle popolazioni soggette, influenzate da una sorta di universalismo religioso e politico di stampo orientale, insieme ascetico ed assolutistico. La vita democratica delle p ó leis perde o riduce la propria potenza ed il proprio radicamento popolare, in favore di forme di governo monarchico di tipo assolutistico ed orientaleggiante. Il cittadino, attivo e libero, viene sostituito dal suddito, passivo ed ossequiente nei confronti di un potere assoluto e totale.
  • 5.
    • Sorgono nuovi centri abitati, che rapidamente si sviluppano (per es. Alessandria d'Egitto), mentre le vecchie città della Grecia vedono decadere il proprio potere economico e la propria influenza politica. Rifioriscono i centri dell'Asia minore (Pergamo, Antiochia, Rodi). La facile acquisizione di grandi masse di schiavi trasforma le modalità produttive, orientandole verso forme molto regolamentate ed eterodirette. Viene così a mancare il sostegno di quel ceto medio cittadino – liberi contadini ed artigiani, commercianti – che costituiva il nerbo sociale delle costituzioni democratiche greche. L'accumulo e la concentrazione delle ricchezze e dei poteri favorisce, insieme al formarsi di un deciso clientelismo di natura burocratica (appaltatori, speculatori, grandi mercanti), il relativo impoverimento e la decadenza delle iniziative economiche diffuse. L'aristocrazia terriera rimane però sempre il centro di riferimento economico e politico della vita delle città greche.
  • 6.
    • Si assiste ad un aumento vertiginoso dell'inflazione e del costo dei beni necessari alla vita, con effetti negativi ulteriori sull'impoverimento generalizzato. La società si stratifica ed i diversi ceti cominciano a separarsi, a contrapporsi, originando vasti fenomeni di malcontento e di distacco nei confronti della partecipazione alla vita politica ed istituzionale. I temi ed i problemi della politica e della vita pubblica vengono sostituiti da orizzonti culturali tesi alla costituzione di strutture concettuali e pratiche rivolte all'autonomia della vita individuale, secondo forme a volte difensive, a volte di pura e semplice reazione.
  • 7.
    • La cultura e la scienza. Di fronte alla decadenza della vita civile e politica generale gli intellettuali del tempo presero due possibili vie: il ripiegamento, appunto, verso problematiche di tipo etico-esistenziali (scuole filosofiche ellenistiche), oppure la rincorsa verso esiti scientifici specialistici, non più in grado di cogliere l'aspetto universale attraverso il particolare studiato (dotti alessandrini). Così mentre l'universale concreto della civiltà greca classica – creativo e dialettico - si trasforma nell'universale astratto e gerarchico della civiltà ellenistica, la potenza universale diviene potere – politico, economico, sociale, scientifico - elargito dall'alto e dall'alto giustificato e sviluppato (mecenatismo istituzionale). Esempio concreto di questa nuova disposizione istituzionale è la creazione – grazie all'azione combinata dei Tolomei, di Demetrio Falereo e del peripatetico Stratone di Lampsaco - del centro culturale di Alessandria d'Egitto, con la propria sterminata Biblioteca ed il proprio rinomato centro di ricerche specialistiche o Museo (dotato di osservatorio astronomico, giardino zoologico, orto botanico e sale anatomiche).
  • 8.
    • Il rapido e quasi impetuoso sviluppo delle discipline scientifiche particolari si accompagna però ad una accentuata divisione del lavoro e ad una sua specializzazione spinta. Le diverse discipline scientifiche perdono la possibilità di un proficuo e reciproco scambio creativo, abbandonando il proprio radicamento con l'orizzonte filosofico comune, che a propria volta si depotenzia, riducendosi alla trattazione astratta dei problemi interpretativi legati ai dati scientifici altrove ed in altro modo raggiunti ed acquisiti, o autolimitandosi alle tematiche etico-esistenziali. Scienza e filosofia si separano, fissando reciproci confini d'uso e di competenza. Ciò trova conferma nella stessa diversa localizzazione dei principali centri di ricerca filosofici (Atene) o scientifici (Alessandria d'Egitto).
  • 9.
    • Alla separazione di fatto fra filosofia e scienza si accompagnò un altro fenomeno collegato al procedere irruente della specializzazione disciplinare: la concentrazione sul fattore teorico comportò, anche per ragioni socio-economiche, il depauperamento delle esperienze legate alle applicazioni tecniche. La concentrazione delle ricchezze e della proprietà dei mezzi di produzione e distribuzione in poche mani, la struttura gerarchica e stratificata della società ellenistica, l'organizzazione e la divisione del lavoro su base essenzialmente schiavistica, la conseguente assenza di un'immagine civile di progresso e di liberazione dalle fatiche umane, ostacolò l'eventuale elaborazione di una civiltà delle macchine. In più il distacco delle discipline teorico-contemplative ed il disprezzo rivolto all'utile manualità delle operazioni concrete accentuò questa voluta impotenza.
  • 10.
    • Le conseguenze sul piano civile e politico non si fecero attendere. L'alienazione del potere in generale determinò una fortissima riduzione della partecipazione e della finalizzazione ideale delle attività umane, singole e collettive. L'elaborazione e la costruzione specialistica del sapere non fece eccezione a questa tendenza, richiudendosi all'interno dei problemi teorici ed espellendo ogni giustificazione sociale e politica della propria attività, che non provenisse dalla funzione protettiva e retorizzante del mecenate di turno. Mentre gli scienziati diventano gli strumenti dell'abbellimento conoscitivo della corte regale, i letterati si trasformano nei suoi laudatori eruditi. La stessa filosofia diventa strumento di corte.
  • 11.
    • Il bisogno di filosofia e le scuole. Anche la filosofia diventa uno strumento finalizzato alla valorizzazione della nuova immagine di civiltà e di vita, soprattutto quotidiana. Le classi sociali più elevate cominciano ad avere bisogno di uno strumento risolutore dei problemi esistenziali quotidiani, di una specie di prontuario psicologico capace di fornire le spiegazioni d'orizzonte generali, all'interno delle quali possano ergersi i precetti etici capaci di indirizzare una vita serena e giusta (felice e virtuosa), oltre le difficoltà quotidianamente emergenti. Per questo le argomentazioni prevalenti cominciano ad essere rivolte al modo grazie al quale l'uomo riesce a fuggire il dolore e a ricercare la felicità, attraverso forme autonome di autoregolazione. Il potere e la potenza, che sono sfuggiti altrove, rientrano nella capacità che l'individuo assegna a se stesso ed alla propria funzione d'autonomia di ritrovare la pace e la quiete, in un mondo segnato dalle sofferenze sociali ed esistenziali. Il tema della sofferenza diventa il problema principale delle diverse correnti filosofiche.
  • 12.
    • Il compito del filosofo diventa quello consolatorio, così simile a quello della religione. Egli si propone di condurre gli uomini alla salvezza personale: liberandoli dalla convenzioni e dalle falsità del vivere insieme (cinici), dalle false credenze (stoici), dalle superstizioni e dai falsi timori degli dei e della morte (epicurei), dall'arroganza delle dottrine dei dogmatici (scettici).
    • 13. L'auto-isolamento del saggio trova corrispondenza nella fortificazione della propria dottrina, che diventa insegnamento degno di una difesa assoluta e spassionata, quasi appunto fosse un credo grazie al quale l'individuo potesse – escludendo tutte le altre posizioni eretiche – salvare se stesso, la propria anima e la propria vita. In questo modo l'autoritarismo esterno diventa settarismo filosofico, mentre le diverse scuole divinizzano la figura del proprio fondatore, come se fosse un taumaturgo regale, destinato per i benefici prodotti al riconoscimento ed al plauso universale.
  • 14.
    • Orientalismo e cosmopolitismo. La divinizzazione della figura del capo-scuola, entità quasi divina nella potenza conoscitiva e nella risoluzione dei problemi esistenziali, è naturalmente una certa inevitabile conseguenza dell'orientalismo, che il potere politico ha preso come modello per l'esercizio e la realizzazione di se stesso. Nello stesso tempo l'universalismo imperiale ha come propria immagine ridotta, all'interno delle diverse scuole filosofiche, una caratteristica positiva: quella legata ad un forte grado e ad un ampia misura di cosmopolitismo. È l'intera umanità conosciuta – non più solo i cittadini di una singola città greca o l'intera Ellade - ad essere il destinatario del messaggio di salvezza delle diverse scuole filosofiche.
  • 15.
    • Le scuole filosofiche.
    • 16. Stoicismo. Atene, Zenone di Cizio.
    • 17. Epicureismo. Atene, Epicuro.
    • 18. Scetticismo. Influenza della scuola accademica platonica e di altre scuole filosofiche greche.
  • 19.
    • L'evoluzione delle diverse scuole filosofiche. L'espandersi del dominio romano in Oriente ed, in particolare, in Grecia determinò la progressiva trasformazione degli esiti speculativi delle diverse scuole filosofiche. Il desiderio di trovare un'ideologia comune capace di fondare il consenso delle genti e delle diverse popolazioni che erano soggette alla repubblica romana piegò gli interessi speculativi verso un generale ecletismo , all'interno del quale venivano fusi elementi presi dalle diverse correnti filosofiche (accademismo, peripatetismo, stoicismo).
    • 20. Il primato pragmatico dell'orientamento ideologico romano comportò successivamente il progressivo inaridirsi delle ricerche teoriche, con il declino delle scuole scientifiche di Alessandria. Nello stesso tempo il passaggio e la trasformazione imperiale delle istituzioni politiche romane
  • 21.
    • facilita lo slittamento verso un'ulteriore spoliticizzazione della speculazione filosofica, che all'esito etico-esistenziale ora accompagna un forte sincretismo magico-religioso, teso a rifondare l'orizzonte ideologico dominante, utilizzando una ipotetica trasmissione e tradizione della sapienza orientale antica prima ai Greci (cfr. gli scritti ermetici, Numenio di Apamea e Plutarco, della fine del I sec. d.C.) e poi ai Romani, ultimi eredi di una forma di civiltà fondata su di un universalismo gerarchico ed autoritario, fortemente segnato da un accentuato moralismo e da una spiccata tendenza alla ricerca della salvezza individuale e collettiva (appunto di tipo magico, rituale e religiosa). Comincia in tal modo a formarsi quell'ambito generale di aspettative, che farà da ricettacolo e da incubatore alle nuove religioni provenienti dall'Oriente (cristianesimo incluso).
  • 22. 1. La Stoa.
    • Zenone di Cizio (Cipro) fonda intorno al 300 a.C. la scuola stoica ad Atene, profondamente influenzato dal pensiero socratico platonico. I suoi successori furono: Cleante di Asso , Crisippo di Soli , Zenone di Tarso e Diogene di Seleucia , Antipatro di Tarso .
    • 23. La scuola stoica viene considerata come la continuatrice e la perfezionatrice degli insegnamenti della scuola cinica, con delle oscillazioni però piuttosto evidenti fra chi valutava la scienza indispensabile per acquisizione della virtù e della felicità e chi invece ne disprezzava i contenuti e gli scopi, l'utilità.
    • 24. Come nella relazione aristotelica fra atto e potenza, così gli stoici vedevano nella relazione fra virtù e suo esercizio il compito principale della filosofia.
  • 25.
    • Il rapporto con la perfezione si articola seguendo un'apertura triangolare, che pone ai propri vertici la parte naturale, quella morale e quella razionale. In questo modo la stessa filosofia – perseguimento di questo rapporto perfetto – si divide e si distingue in: fisica , etica e logica .
    Logica Etica Fisica
  • 26.
    • Il termine e la parte razionale dell'intero corpo filosofico ricerca, scopre e compone alcuni principi di natura logica e di determinazione generale dei contenuti di conoscenza. A seconda che i discorsi siano continui o divisibili (dialogici) la logica si distingue in retorica o dialettica (scienza di ciò che è vero e di ciò che è falso o di ciò che non è né vero, né falso). Se il discorso divisibile considera solo le parole, allora verrà chiamata grammatica ; se invece considera le cose espresse dalle parole stesse, i significati (rappresentazioni mentali, proposizioni relative, ragionamenti, sofismi), allora essa prende il nome di logica vera e propria. In questo modo la logica stoica prende in considerazione prima gli elementi del discorso, i concetti, poi la loro combinazione nelle argomentazioni.
  • 27.
    • Pensare e giudicare sono utili all'uomo come strumenti di risoluzione dei propri problemi quotidiani e come metro per l'azione. Ma pensare e giudicare devono essere fondati su un'unità di misura, un criterio, che possa rendere il vero ed allontanare il falso, separandoli. È l'impressione oggettiva insieme alla sua comprensione intellettuale l'atto reale e vero che può iniziare, sviluppare e portare a completa determinazione la rappresentazione catalettica (kat á lepsis ) o concettuale. Assentire, dissentire, sospendere il proprio giudizio sono forme del giudicare, ovvero del portare la propria mente a convalidare affermazioni o negazioni espresse tramite le proposizioni.
  • 28.
    • La forma della precedente apertura è lo spazio ed il tempo della mente umana e dell'anima. All'interno di essa compaiono gli oggetti concettuali (segni dall'esterno o modificazioni dell'interno), che si imprimono o si esprimono sull'anima come su di una tabula rasa . La ripetizione conforme e frequente delle stesse impressioni conduce la mente a concepire il concetto, anticipando – prolessi ( pr ó lepsis ) – la possibile ripresentazione del medesimo oggetto nella medesima situazione, con i medesimi attributi o le medesime caratteristiche ( communes notitiae ). Di fronte all'individualità del reale ecco dunque comparire l'universalità del concetto. A fianco della formazione naturale dei concetti, sta la loro costruzione artificiale, grazie all'istruzione ed al ragionamento.
  • 29.
    • Ciò che compare all'interno dello spazio e del tempo animato della mente e viene determinato dall'intelletto viene in prima battuta inquadrato secondo quattro categorie semplici: ciò che costituisce la sostanza o soggetto; la qualità , il modo d'essere e la relazione . Ciò che compare alla e nella mente è poi letteralmente disteso e distribuito fra due estremi : superiormente il concetto di essere o di qualcosa di indeterminato, inferiormente quello di individuo determinato . In questa griglia e grazie a questa rete di relazioni ciò che compare realmente e veritativamente sta come segno o significato (lekt ó n ) per un insieme di soggetti realmente esistenti nel mondo reale ( vs. l'essenza aristotelica).
  • 30.
    • In questo modo si attua una triplice separazione relativa, una relazione, fra segno presente nella mente o significato (incorporeo), realtà esterna o cosa (corporea) e suono espresso per comunicarla (parola corporea).
    • 31. Ciò che viene poi espresso e comunicato con le parole ed i discorsi può essere progressivamente costruito: un'unità particolare è l' enunciato ( ax í oma ) , ovvero la proposizione linguistica di senso compiuto, che può essere soggetta ad un giudizio di verità o di falsità (per es. X è P). Più proposizioni combinate costituiscono un'argomentazione, un ragionamento.
  • 32.
    • Nella logica stoica la successione del discorso viene verificata immediatamente con un'evidenza, che non risulta divisa e spezzettata fra le proposizioni stesse (come invece succedeva nella logica aristotelica). Ora l'evidenza della premessa balza subito in avanti come evidenza della conclusione, in un tipo di relazione immediata ( ragionamento anapodittico , non dimostrativo o anap ó deiktos ), che tiene insieme necessariamente i due termini della stessa. La logica stoica utilizzava cinque modalità principali ( figure o tropi ), alle quali ricondurre per la verifica tutte le argomentazioni possibili. Esse erano:
  • 33.
    • 1. Se è giorno c'è luce. Ma è giorno, dunque c'è luce.
    • 34. 2. Se è giorno c'è luce. Ma non c'è luce, quindi con può esserci il giorno.
    • 35. 3. Non può essere insieme giorno e notte. Ma è giorno, quindi non è notte.
    • 36. 4. O è giorno o è notte. Ma è giorno, quindi non è notte.
    • 37. 5. O è giorno o è notte. Ma non è notte, quindi è giorno.
    • 38. Come nella logica aristotelica anche nella logica stoica v'è differenza fra correttezza formale del ragionamento – concludenza – e verità delle proprie affermazioni. Differente è poi l'uso logico dell'evidenza e l'uso dimostrativo delle affermazioni, atto a costruire ed elaborare la dottrina per implicazione necessaria (risalire dall'indizio alla causa). Ciò comporta la reificazione della relazione.
  • 39.
    • Quando si assiste alla reificazione della relazione di implicazione logica si evita di solito la contraddizione: solo in questo modo infatti ciò che viene inteso nella relazione coincide con ciò che la relazione stessa pone e dispone (ricorda l'unità di impressione e comprensione nella rappresentazione catalettica). In alcuni casi però è possibile costruire dei ragionamenti, che fanno leva invece su di una contraddizione apparentemente insuperabile e che quindi impedisce l'instaurarsi di quell'unità. In questo caso – ed è il caso dei paradossi o discorsi insolubili - l'intenzione e la disposizione si sdoppiano e si contrappongono, dando origine a due diverse possibilità opposte di affermazione.
  • 40.
    • Fra i paradossi o discorsi insolubili rimasti famosi, quello del Mentitore è forse il più celebre: Epimenide cretese proclamava che tutti i cretesi erano bugiardi; ma allora, diceva il vero oppure il falso, Epimenide? Altri paradossi famosi – del Sorite (o mucchio di grano), del Calvo , dell' Uomo velato , del Cornuto – giocano sull'impossibilità di individuare e tenere fermo il limite fra affermazione e negazione. Il Dilemma del coccodrillo ruota con maggiore finezza e profondità attorno allo spazio superiore ed oscuro della negazione e della sua verificazione positiva. Qui la contraddizione insanabile fra movimento dell'intenzione e movimento della posizione provoca un distacco ed una separazione, che scioglie e fa scomparire la mediazione e la sua virtù discriminatrice ( vs. Aristotele).
  • 41.
    • In questo modo gli Stoici, attraverso la critica esplicita al concetto aristotelico di materia come immaginazione razionale, che trascorre fra gli opposti ed estremi, per porre la giusta determinazione – unità di forma e materia individuale – preparano il campo per l'edificazione della propria costruzione metafisica e fisica. Che sarà costituita in primo luogo da un orizzonte e da un'architrave divino e provvidenzialistico, determinante e poi da un L ó gos , che pervade l'intero spazio di un Universo ordinato, come espressione implicita e nascosta della triangolazione principale. Un L ó gos quindi triadico.
  • 42.
    • La fisica stoica. La posizione ontologica della scuola stoica fa leva sulla tradizione del concetto platonico di azione (Platone, Sofista ): l'essere è nella relazione aperta dalla presenza e sussistenza di un'azione. Per questo non possono non sussistere due diversi ed opposti – correlati - principi, l'uno attivo e l'altro passivo. Il principio attivo è la ragione determinante e ordinante divina; il principio passivo la materia. Il primo sembra assumere la funzione di una forma immanente all'apertura triangolare primitiva (come, appunto, principio determinante ed ordinante, causa e principio o fine); il secondo è materia immanente come indeterminato – onnideterminabile.
  • 43.
    • L'unità e la fusione fra il principio superiore razionale ed il principio inferiore materiale forgia l'ordine universale: lo scopo ed il fine che tutto conduce a perfezione. In questo senso l'Universo è organismo complesso dotato di parti variabili ed interconnesse, in se stesso completo e compiuto, quindi immutabile e necessario, nelle sue determinazioni e relazioni, nei suoi fatti ed accadimenti e nelle sue diverse e molteplici forme emergenti, produttive (ragioni seminali).
    • 44. Da se stesso Dio svolge come fuoco o soffio caldo e vitale (pnéuma) e ragione seminale universale tutte le altre ragioni seminali specifiche e produttive, che conducono l'unità indifferenziata della materia alla diversificazione massima ed alla reciproca distinzione della forme viventi e animate. Anima del mondo, Dio conserva, alimenta, accresce e sostiene lo sviluppo di ogni essere esistente, traguardandolo ai suoi fini e perciò riunendolo all'unità della propria ragione d'orizzonte superiore.
  • 45.
    • Lo svolgimento nel tempo e nello spazio dell'insieme di fatti e relazioni ordinate ed intelligenti, che svolgono la vita dell'Universo, ha un inizio ed una fine (anno grande del mondo). Alla fine del ciclo si assiste ad una distruzione totale ( apocatastasi ), al ritorno ad una situazione indifferenziata ed al ricominciamento ( palingenesi ) delle medesime determinazioni e relazioni, in una ripetizione senza fine. In ciò sussiste il ciclo eterno ed immutabile del destino, la cui fine ed il cui inizio sono consaputi perfettamente solo dalla sapienza divina. Il filosofo, esperto della mantica, riesce solo a prevedere parzialmente il succedersi degli eventi e lo sviluppo limitato delle relazioni esistenti.
  • 46.
    • Ciò che per gli esseri limitati e finiti vale come necessità e invariabilità ha invece il valore complessivo della bontà provvidenziale globale, che tutto guarda, scruta, discrimina e tutto decide per il meglio dell'insieme stesso. Per questo il bene di un essere non può essere disgiunto dal male di quell'essere stesso o di un altro, e viceversa, secondo una logica di complementarietà, che non fa che ribadire l'aspetto e la caratterizzazione dialettica della posizione stoica. Un comune sforzo per tenersi e distinguersi reciprocamente e scambiarsi gli effetti positivi reciproci delle proprie comuni azioni e passioni è ciò che contraddistingue e caratterizza la vita degli estremi e contrari, degli opposti stoici, grazie ai quali l'Universo viene retto nella giustizia da una suprema sapienza.
  • 47. materia ragione ordine scopo o fine SCHEMA FISICA STOICA Dall'unità l'aria e l'umido, poi i quattro elementi ...
  • 48.
    • L'antropologia stoica. L'anima dell'uomo è parte per filiazione dell'anima del mondo, dell'ordinamento e dell'organizzazione vivente dell'Universo. Essendo in relazione attiva con il corpo è della stessa materia dello stesso, sia che vi si congiunga come alla nascita, sia che vi si separi, come al momento della morte. Essa è fuoco, soffio caldo vivificante e sostenente: alla morte ed alla disintegrazione del corpo rientra nell'anima del mondo.
    • 49. L'anima è divisa in otto parti: la ragione (con funzioni direttive), i cinque sensi (con funzioni di interazione con il mondo corporeo), l'apparato vocale e linguistico (con funzioni di comunicazione umana), l'apparato riproduttivo.
  • 50.
    • È il principio egemonico – la ragione – a produrre e controllare, orientare e dirigere, tutte le altre parti dell'anima, in una specie di catena e di sviluppo successivo discendente (destino o heimarméne ). Il sapiente è libero, perché capace di autodeterminarsi ( autopragh í a ). Ma la sua autodeterminazione è adeguazione all'ordine ed alla necessità provvidenziale del cosmo. Se tale ordine si esprime attraverso cause prime, perfette ed assolute, e cause seconde, vicine e concomitanti, il sapiente riesce a modificare il proprio atteggiamento in relazione a queste ultime, giovandosi della loro conoscenza.
  • 51.
    • L'etica stoica. Ogni essere tende a attuare o conservare se stesso in armonia con l'ordine perfetto del mondo ( oikéiosis ), grazie agli strumenti dell'istinto e della ragione. L'uomo deve scegliere i mezzi necessari per attuare l'accordo pieno con la natura vivente ed animata (vivere secondo natura). Per fare questo deve ricongiungersi con il proprio principio egemonico – la ragione – e così sviluppare la propria vita in modo armonico e fecondo. Questa necessità di ricongiunzione si esprime attraverso l'adesione all'aspetto impositivo o indicativo della ragione: il dovere (kathékon) . Il sapiente sa riconoscere il dovere retto, mentre gli altri essere mortali i doveri intermedi.
  • 52.
    • Ciò che viene indicato od imposto dal dovere diviene oggetto di educazione e conformazione. La sua acquisizione stabile e sempre eguale a se stessa nelle più diverse situazioni e contingenze costituisce la potenza e l'atto della virtù . In questo modo la scienza del sapiente - la conoscenza dell'ordine razionale e necessario della natura vivente ed animata – diventa la sua stessa virtù: l'applicazione costante del dovere retto. Come la ragione, così la virtù si espande a costituire parti diverse di se stessa: è temperanza , quando deve limitare i desideri; è fortezza , quando deve superare gli ostacoli; è saggezza , quando può calcolare razionalmente fra i compiti migliori da eseguire; è giustizia , quando deve distribuire i beni con onestà e correttezza.
  • 53.
    • Essere esclusi dal retto dominio della ragione significa precipitare nell'irrazionalità dei comportamenti viziosi. Essere intemperanti, vili e incapaci di scegliere il meglio, perché corrotti e disonesti. Se l'opposto della virtù è dunque il vizio , le cose che restano fra i beni ed i mali costituiscono gli indifferenti o adiaphor á (vita, salute, piacere, bellezza, ricchezza, gloria, ...). Fra gli indifferenti vi sono poi cose, che meritano di essere scelte – preferibili - e cose che non lo meritano affatto: beni e preferibili costituiscono così insieme i valori , contributi ad un vita conforme a ragione.
  • 54.
    • Se l'animale è guidato dall'istinto e l'uomo dalla ragione, tutto ciò che interferisce con le indicazioni di questi due organi direttivi è di ostacolo al raggiungimento naturale ed ordinato della propria perfezione. Nel caso particolare dell'uomo l' emozione ( p á thos ) interferisce con ed ostacola la ragione, perché con i turbamenti dell'animo ai quali dà luogo confonde e porta nell'oscurità i retti fini, che devono invece essere chiari e distinti, per poter essere felicemente perseguiti. Il piacere o dispiacere per il bene o male presente o futuro – rispettivamente la letizia , l' afflizione , la brama o il timore – contrastano infatti, con le loro operazioni naturali e le opinioni alle quale danno luogo, la chiarezza e la lucidità della mente, impedendole la visione e la tranquillità, necessaria per la visione stessa e per l'adesione a ciò che la ragione manifesta.
  • 55.
    • Il saggio sapiente stoico sostituisce la brama con la lucida e calma volontà , la letizia con la gioia tranquilla della propria condizione naturale e razionale, allontana il timore con la prudenza della precauzione , scaccia del tutto l'afflizione ed il suo peso, perché vive consapevole della necessità del tutto. Dopo essersi distinto ed aver separato da sé i turbamenti delle emozioni, il saggio sapiente stoico potrà vivere nello stato della più tranquilla apatia , od indifferenza all'operosità delle emozioni stesse. Esse infatti sono state sradicate nelle proprie funzioni di disturbo dal proprio animo.
  • 56.
    • L'equivalente collettivo del dovere individuale è la necessità universale, che si impone alla natura umana in virtù della generale razionalità: essa è la giustizia nella veste della legge naturale. Essa compone un diritto inalienabile, superiore a qualsiasi atto di legislazione positiva dei diversi popoli e dei diversi stati. Se quindi unica è la giustizia, unica la legge naturale, unico il diritto naturale stesso, unica sarà pure la comunità umana, oltre ogni divisione e barriera prestabilita (essere cittadino del mondo o cosmopolitismo).
  • 57.
    • L'evoluzione della scuola stoica. Grazie all'influenza di Panezio di Rodi lo stoicismo riesce a penetrare nell'ambiente culturale romano, comunque attento alla fedele custodia delle proprie tradizioni civili e ideologiche. Il primo intellettuale e politico romano che decide di tradurre i concetti filosofici delle diverse scuole greche è Marco Tullio Cicerone (106 – 43 a.C.). Influenzato dal platonismo – ricorda il Somnium Scipionis nel De Re publica – il retore e dossografo romano accetta l'immortalità e la libertà dell'anima umana, riconosce la presenza in essa di alcune fondamentali idee innate e sceglie perciò di scagliarsi contro il casuale meccanicismo atomistico epicureo, che comunque riporta nei suoi testi. Fra questi devono essere ricordati: De legibus , Academica , De finibus , Tuscolanae disputationes , De natura deorum .
  • 58.
    • Nella progressiva trasformazione religiosa della speculazione filosofica un posto di prim'ordine viene occupato dalla figura e dal pensiero di Lucio Anneo Seneca (4 – 65 d.C.), prima maestro e poi consigliere dell'imperatore Nerone. L'influenza del semitismo stoico – manifesto nella fede nella presenza di una Legge, di un potere e di un comando divini, assoluti e necessari – e la sua composizione con l'orizzonte ideologico e politico imperiale costringe la figura del filosofo romano a trovare libertà all'interno della sfera privata dell'individuo, con un antropocentrismo positivo fortemente accentuato ed una filantropia espressa con grande e profonda apertura solidaristica. Il ritorno dell'uomo a se stesso, con l'allontanamento da una realtà esterna preda della violenza, della sopraffazione e della corruzione, l'introspezione e la riflessione soggettiva, l'adesione al principio della propria coscienza, costituiscono tutti dei fattori grazie ai quali l'uomo sapiente e saggio scaccia da se stesso tutte le passioni insane ed inutili, per ritrovare la fonte profonda ed ideale del bene e della virtù.
  • 59.
    • Autore di numerosi testi poetici, letterari e filosofici – Dialoghi , De providentia , De ira , Quaestiones naturales , De consolatione , De vita beata , De brevitate vitae , De beneficiis , De clementia, Lettere a Lucilio – Seneca utilizza le proprie conoscenze naturali per combattere l'opinione volgare ed il timore degli dei e del futuro. Il predominio di Dio, se da un lato definisce la nostra piccolezza di esseri umani, dall'altro garantisce la presenza in noi stessi della sua volontà manifesta, a noi resa consapevole grazie alla retta condotta dell'anima (razionale, irrazionale e concupiscibile). Il corpo è infatti – molto platonicamente ancora – la prigione e la tomba dell'anima stessa. Il pessimismo senechiano – espresso del resto anche nelle sue tragedie – viene allora contemperato dalla legge divina dell'amore universale. Volontà divina in noi manifesta, essa conduce rettamente i nostri comportamenti e plasma le nostre abitudini, permettendoci di acquisire la virtù e la felicità, oltre le difficoltà e le tragedie della vita quotidiana.
  • 60.
    • Vicino a Seneca per il senso di religiosità del proprio pensiero, Epitteto (50 d.C. - ) afferma la comune paternità divina nei confronti dell'intero genere umano, rammentando la sua presenza nell'interiorità dell'anima umana. Una presenza che muove l'uomo stesso alla libertà della propria virtù, ottenuta grazie all'obbedienza al precetto divino dell'amore universale. In questo modo tutto ciò che non è in suo potere, perché determinato estrinsecamente da Dio stesso, dal destino, dagli altri uomini o dalla variabilità e contingenza delle condizioni esistenti, perde la propria carica dirompente e passionale, consentendo all'animo umano di riconquistare insieme a se stesso – i propri moti spirituali, l'opinione, il sentimento, il desiderio, l'avversione - anche la propria dignità e tranquillità.
  • 61.
    • L'imperatore Marco Aurelio (121 – 180 d.C.) chiude la serie delle figure dei filosofi stoicizzanti, presenti ed operanti nel periodo di espansione dell'Impero romano. Nei suoi Soliloquia egli dialoga nella propria anima con le tendenze suscitate dalla propria adesione al solidarismo stoico. Partecipe dell'intelligenza universale l'uomo può con la sua parte egemonica partecipare del consiglio divino, della sua volontà nascosta, non immediatamente e volgarmente evidente. Ritirandosi in se stesso e allontanandosi dalle sirene del mondo esterno, l'uomo ritrova nella più profonda intimità con se stesso la fonte di ogni bene, la rivelazione dell'amore fraterno ed universale. In questo modo egli si ricongiunge con l'orizzonte intelligente divino, oltre tutte le mutazioni e le trasformazioni che la dialettica delle forze naturali ed umane continuamente risospingono sulla scena del mondo.