Giorno della memoria
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testi scritti dai ragazzi di IIIA Ist. Compr. San Vito, San Vito Romano (RM), in occasione della Giornata della Memoria del 27 gennaio 2012

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    Giorno della memoria Giorno della memoria Document Transcript

    • Noi non dimentichiamoGiornata della Memoria 27 Gennaio 2012 Classe IIIa a.s. 2011-12 Istituto Comprensivo “San Vito Romano”
    • “Auschwitz non è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia:sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l’indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti alprincipio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto,una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea”. Primo Levi da “L’asimmetria e la vita”
    • Quelle che state per leggere sono le riflessioni che noi,ragazzi di IIIa, abbiamo scritto dopo aver commemoratola Giornata della Memoria: letture, video, fotografie,musiche, tutto ci è servito per ricordare il dolore che èstato e che è segnato nella storia.Qualcuno di noi si è immedesimato in un deportato,provando sulla propria pelle le sofferenze e le umiliazionefino ad allora solo lette o viste; qualcun altro ha scrittodelle riflessioni; altri tra noi hanno dato voce ai lorosentimenti coi versi di poesie; altri infine…hanno chiestoscusa.A voi, lettori e a noi, scrittori: perché ri-cordiamo,riportiamo al cuore il senso profondo e sacro della dignitàumana I ragazzi di IIIA
    • Ho compiuto un viaggio Di Cecilia Bernardini “Ho compiuto un viaggio una volta, non era ciò cheesattamente mi aspettavo.E’ stata una corsa contro il tempo, giorno dopo giorno. Miavevano detto che mi avrebbero portato in un postoperfetto, rispettava tutte le mie aspettative da come me lodescrivevano così con le valigie piene di ricordi, sonoandato. In questo viaggio eravamo tanti, ci chiedevamoansiosi dove saremmo arrivati. Strano, non capivo, alcuninon volevano partire, ma venivano fatti salire a forza, con laforza di uomini armati, con un grosso casco sopra la testa eurlavano e il loro urlo ancora lo ricordo, è rimasto come unmal di testa che non vuole lasciarmi, come una melodiaforte e incancellabile. I bambini, le famiglie che venivanoaddirittura prese a calci, contanta violenza e i pianti, quelli agran voce di quelli più piccoli edeboli che esprimevano tutto illoro dolore e la loro voglia discappare, eppure era solo un
    • viaggio, perché portavano tutti?L’idea che mi ero fatto stava pian piano perdendo il suovalore, quando davanti ai miei occhi sconcertati ho visto unalto palo, no anzi tantissimi pali cui erano legati fili spinati,sembrava una gabbia, una maledetta gabbia che ha portatovia nel vento migliaia di uomini. Ora era arrivato il mioturno come quello di tanti altri bambini e uomini e donnemai più liberi, l’avevo capito, ho odiato essere un ebreo.Volevo solo avventurarmi nel viaggio di cui mi avevanoparlato insieme a mio figlio, e invece è stato un incubo, dacui credo che non mi risveglierò più.Ho visto la morte.Una volta ho visto una donna con una bambina di quattroanni, o forse più piccola, essere divise: la donna cercava diliberarsi dalla forza dei soldati per raggiungere la piccolache piangeva spaesata con il suo orsetto in mano. Urlava ilnome della mamma, mentre cadeva a terra, sfinita dalpianto esattamente come era successo con mio figlio. Loavevano fatto con la rabbia, la stessa rabbia che avevaaccatastato morte persone come me, colpevoli...colpevoli dicosa? di essere innocenti? Di essere come siamo, menoperfetti? Ma chi di voi è perfetto? Intanto però ora toccavaad altri. Nessuno di voi può descrivere le sensazioni cheabbiamo provato, la disperazione di donne che venivano
    • spogliate davanti agli uomini per cosa? Donne picchiate,sottoposte a esperimenti sulla loro pelle, donne forti e donnedeboli. Volevano solo riabbracciare i loro piccoli, volevano la loro dignità. E noi, gli uomini, ci sentivamo schiacciati, con un cuore fallito, erano in troppi e non potevamo fare niente per le nostre famiglie. Prima ci permettevano di riabbracciarci,poi non ho saputo più niente di mio figlio. Ho visto ibambini, diventare numeri, disperarsi, morire. Come si fa asottoporre a tutto questo i bambini? Quanto può arrivare inbasso la mentalità umana? Maledetti. E’ stata quasi la mortedove speravo di non arrivare mai. Intorno una cerchia disoldati dallo sguardo dritto in un solo punto, mentre piccolipiangevano e si inginocchiavano urlando con tutta quellaforza che ancora avevano, con la forza di chi non ce la fapiù, di un bambino che non diventerà uomo per il semplicefatto di essere ebreo.Tu, nazista, dov’è la tua sensibilità?E poi quel maledetto giorno in cui ci hanno tagliato i capelli,lo ricordo come fosse ieri, tutto è un ricordo di ieri. Adalcuni li strappavano, siamo persone anche noi, sai, nazista?Il dolore, era quello che non sopportavo. Non volevosoffrire per qualcosa che non avevo fatto!!!! I giorni
    • passavano e vedevo morire le persone, quelle più disperate.Ci avevano tolto tutto, la dignità per me è tutto. Erodiventato anoressico, ero diventato uguale agli altri: era lacosa che mi faceva piangere più di tutte, uguali ma perché?Non avevo più nessuna forza. Mi inginocchiavo ai loropiedi. Ero pronto per morire anche io.Un desiderio di riscatto, non c’era più.HO ODIATO ESSERE EBREO, noi eravamo la “razza”inferiore, inferiore a cosa? A chi? C’è un senso di inferioritànel cuore di quegli animali, perché si ricordano così, comeuna grossa nube nera che ha intossicato migliaia e migliaiadi persone. Come un branco di insensibili ed è dir poco, chehanno lasciato un segno indelebile, terribile nella storia, masoprattutto nei cuori di ebrei spogli. Sentire senza sosta lavoce di quegli assassini nella testa, tutte le immagini che miintrappolano la mente di pensieri, e la rabbia di essermisentito inferiore , sono riusciti a impossessarsi del miocorpo, della mia mente.Ero ancora giovane, mi hanno tolto la vita in quel momento;il futuro. Come si può arrivare a tanto mi chiedo ora?Eravamo nelle mani di uomini? Non posso pensare aibambini morti: avevano strappato il loro “domani”, bambinisorridenti, ma solo prima di questo viaggio. Ci chiamavano,li chiamavano “sporchi ebrei”... è questo il vostro essere
    • perfetti? Il RISPETTO, non c’è mai stato , ci consideravatecome degli oggetti, ma anche noi siamo persone conun’anima, con un modo di pensare. E i bambini con qualementalità crescono?Prima di questo viaggio, avevo insegnato a mio figlio alottare per ciò in cui credeva, gli avevo detto di nonascoltare le voci degli altri, di essere forte. Ora non so dov’è,spero ancora nel giorno in cui mi venga a bussare alla porta e dire “Papà sono sano e salvo”. Dovevo proteggerlo, penserà che l’avrò abbandonato, chissà. Io non l’ho abbandonato, io lo porto nel cuore, voglio che lo sappia. Piange ancora il mio cuore, è il pianto di sempre, ilpianto che mi ha fatto perdere tutto. Ho odiato essere ebreo,per colpa loro.Sono sopravvissuto fisicamente, ma la mia anima nonsopravviverà mai. L’unica forza che mi rimane è farconoscere al mondo intero questa fetta della storia cosìpiena di atrocità fatta dall’uomo sull’uomo. “
    • O bambino Di Daniele Giustiniani O bambino, tu che non hai mai avuto uninfanzia, tu che non hai mai giocato, ma hai sempre sofferto. O bambino, mi hai fatto capire molte cose, mi hai fatto capire la crudeltà delle persone, che si sono arrabbiate con te, senza un motivo, solo per il gusto di farlo... Mi dispiace,mi dispiace per la crudeltà a cui ti hanno sottoposto, Mi dispiace.
    • Che orrore Di Marta Trinchieri Che orrore, ci hanno derisi. Hanno calpestato la nostra dignità. Ci hanno trattato come bestie, forse peggio! che orrore, ci hanno preso in giro, ci hanno strappato la vita nei modi più orrendi! ci hanno marchiato a vita! che orrore,hanno testato su di noi qualsiasi diavoleria. Per loro non eravamo esseri umani. Noi eravamo ebrei, degni solo di sofferenza!
    • che orrore,è indescrivibile cho che sono stati capaci di fare! godevano nel massacrarci! i loro volti cinici e insofferenti, dimostravano lodio verso di noi! Ad Auschwitz Dio non cera! sfruttati, umiliati,calpestati. uccisi senza dignità bambole, ecco cosa eravamo! ad Auschwitz anche Dio ci abbandonò, perchè?
    • Riflettendo oggi Di Flavia MercuriIl rispetto è figlio del sapere; la paura è figlia del non sapere.Così inizio la mia riflessione, con un aforismo, perché se non si ha rispetto diuna persona o una cosa, non si può vivere.Se si cerca sul vocabolario la parola rispetto si trova:1. Sentimento di stima, di considerazione che si prova verso qualcuno.2. Riconoscimento dei diritti di qualcuno.Tutto ciò che dovrebbe accadere nel mondo. Tuttavia, anche se la vita ciinsegna che essere diversi è bello, ci sono persone che esprimono senza pudoreil loro non rispetto. Un esempio, Adolf Hitler che perseguitò ebrei, gruppietnici, sociali e politici. Riuscì a togliere all’uomo la dignità, il nome, i beni, gliaffetti, il rispetto, la vita.Il proprio rispetto inizia quando finisce quello del prossimo. Rispetto...questa parola può anche essere vista come sinonimo di educazione: ai bambini, una delle prime cose che viene insegnata è, appunto, il rispetto, come nella poesia “I bambini imparano quello che vivono” in cui è scritto: “Se i bambini vivono con l’incoraggiamento imparano ad essere sicuri di se”. Evitare di dare o fare agli altri ciò che non sivorrebbe ricevere è un insegnamento molto antico e presente in più religioni.Il rispetto è una forma di fiducia. Agire in modo corretto. Non intaccare lalibertà altrui.Su internet, ho scritto: Cos’è il rispetto per te? Un uomo ha risposto: Se dicotutti i miei pensieri ad una persona, significa che la rispetto, ovvero che laritengo intelligente e in grado di capirmi. Se mi reprimo e taccio, non è che
    • abbia tanta fiducia nelle sue capacità mentali". Allora mi chiedo: che rispetto èquello di tacere, perché immagino che si risenta per un nonnullaimmaginandolo pieno di pregiudizi? Che rispetto è quello di non aprirsiallaltro, ritenendolo inferiore?Concludo scrivendo solamente RISPETTO, così, in stampato grande, perchéquesta parola ne vale più di mille.
    • VI CHIEDO SCUSA… di Guglielmo RuggeriVi chiedo scusa,per quello che vi hanno fatto,perché vi hanno deportati,perché vi hanno uccisi.Vi chiedo scusa,perché non hanno avuto rispetto di voi,perché vi hanno trattato da popolo inferiore,perché hanno distrutto i loro fratelli.Vi chiedo scusa Ebrei,perché gli europei non sapevano quello che facevano..
    • Come ogni sera Di Elisa Carrarini e Costanza TestaCome ogni sera, tornavo dalla mia passeggiata pomeridiana.L’aria fresca era rilassante, rigenerava i miei sensi. Infilavo lachiave nella serratura e giravo due volte, per evitare chequalcuno rubasse quelle ultime cose che mi erano rimaste, dopoessermi spogliata della mia dignità. Non avevo più nulla ormai.La casa era vuota, cupa. Forse era la mia immaginazione, macominciavo ad udire voci straniere; percepivo un odoresgradevole di morte; il gelo colpiva improvvisamente il miogracile e,ormai, attempato corpo; sentivo sulla lingua l’amarapaura di quegli interminabili anni che sembravano secoli. Nonpotevo permettermi di ricordare, il mio cuore non avrebbesopportato tutta quella sofferenza. Con un rapido gestoaccendevo la luce. E di colpo tutte quelle sensazioni svanivano nelnulla. Come ogni sera, alle sette in punto, preparavo la mia cena e mangiavo, come non avessi mai mangiato. Ringraziavo il Signore del pane che,
    • anche quella sera, mi aveva donato.Ma, nella mia lunga e interminabile vita, c’erano stati dei giorni incui di pane non ne avevo neanche una briciola. Quei giorni chehanno reso la mia lunga e interminabile vita senza senso.Come ogni sera, infilavo il mio caldo pigiama notando,in ogniminimo dettaglio, che la mia pelle era sempre più secca eraggrinzita. Un segno della mia sofferenza, ormai sfocato, eraancora impresso sul braccio destro, oltre che nella miaanima…ma che dico?!? Io un’anima non ce l’ho più, mi è statarubata tanti anni fa.Quel numero, quelle lettere, tanti significati, tanti ricordi, tantodolore. Si, è stampato ancora nella mia mente.A156B8.Cosi mi chiamavano ad Auschwitz. Non avevo più un nome,un’identità, una diversità. Ero diventata una delle tante. Avevo lostesso pensiero, la stessa bellezza, le stesse abitudini di tutte lemie compagne della baracca numero 8.Quel giorno, quel maledetto giorno, ci presero con la forza,costringendoci a lasciare le nostre adorate case. Ci permiseroanche di preparare una valigia, come se fossimo diretti in luogo divacanza.
    • Ma non era cosi.Ci fecero salire su un carro. Eravamo stretti, quasi non sirespirava. Non sapevamo quale fosse il nostro destino.Il viaggio durò sei giorni. Alcuni deimiei compagni di viaggio, nonsopravvissero a lungo. Non cidiedero cibo né acqua. Eravamotrattati come bestie, anzi, le bestieerano trattate meglio di noi. Ci costringevano a lottare per avereuna goccia di acqua in più per dissetarci. Ci costringevano adodiarci.Le porte si aprirono. Scesi da quella specie di carro per bestiamee cominciai a guardarmi intorno. Mi convinsi del tutto che nonera un luogo di vacanza. No, non lo era affatto.Il cielo era grigio, neanche il sole aveva il coraggio di guardare coni suoi occhi quello che vedevo io. Dalle ciminiere usciva un fumonero, di cui percepivo l’odore in lontananza. Udivo le voci disoldati che parlavano in tedesco. Ordinavano agli altri deportatidi darsi una mossa, o forse parlavano a me, ma non me necuravo. Ero intenta ad osservare, a bocca aperta quello chesarebbe stato il mio inferno. Non cera un filo d’erba, un fiore, unarbusto per abbellire un simile panorama. Quale sarebbe stato ilmio destino? Come sarei uscita da quell’incubo? In quale modosarei riuscita a sopravvivere? L’unica cosa che in quel momento
    • riuscii a pensare era “Dov’è la mia casa? Dove sono i miei cari?Dov’è la natura, la vita? Non c’è nessuno qui ad aiutarmi. Vogliomorire!” Mi separarono da mio marito e dai miei figli. Non sapevo dove fossero diretti, non riuscivo a chiedere ai soldati se fossero morti. Volevo continuare a sperare di rivederli, dopotutto la speranza è sempre l’ultima a morire. Se avessi visto i loro corpi bruciare non sarei riuscita a sopravvivere. Ci tolsero con la forza le nostre valigie epresero anche i nostri vestiti. Ci fecero indossare un’uniformebianca a strisce grigie. Si appropriarono di tutti i nostri beni. Nonavevamo più nulla. Ci rasarono tutti i capelli. Ci toglievano lalibertà, la dignità, la vita.Cos’è che avevamo fatto di male a queste persone, noi ebrei?Qual era il motivo di tanta crudeltà? Avevamo forse peccatocontro i signori d’Europa? No, cercavano solo un pretesto per illoro fallimento. Quegli uomini erano solo dei vigliacchi. Forse noiebrei puzzolenti avevamo distrutto qualche piano europeo?Eravamo così d’intralcio per la società?I giorni passavano e, nel giro di una settimana, molte compagneandavano al lavoro senza più tornare. Le speranze di riavere lanostra vita diminuivano giorno dopo giorno.
    • Dovevo, in qualche modo uscire da quell’orrore che stavovivendo. Dovevo testimoniare la tragica vita ad Auschwitz.Dovevo sopravvivere.Una o due volte a settimana ci dividevano in gruppi, uomini edonne, conducendoci nello studio del Dottor Mengele, cheselezionava le donne che erano ancora in grado di lavorare. Senzaesitazioni spediva tutte le altre nelle camere a gas o nei fornicrematori.Dalle ciminiere si levavanoincessantemente colonne difumo nero. EvidentementeMengele provava divertimento epiacere nel vedere con i suoiocchi persone che bruciavanovive.Pur vivendo in un incubo, volevo continuare a vivere. Tuttivolevano vivere. Per non essere considerate inutili e senza forzein quel maledetto campo che tutti, ormai, conoscevano come“Campo di sterminio”, ci tingevamo il viso pallido e smilzo congocce di sangue che fuoriusciva dai tagli che ci procuravamo sulledita per apparire più colorite.Le notti all’interno della baracca non passavano mai. Sembravache il tempo si fermasse. In quelle notti d’inverno, la temperaturaarrivava tranquillamente sotto lo 0. La mia migliore amica Gotimori. Non sapevo più con chi parlare, con chi scaldarmi durantela notte. Nei “letti” spesso dormivamo in tre o in quattro persone,
    • per riuscire a superare la dura e interminabile notte. Il gelopassava attraverso le fessure della porta, penetrandomi nellevene.Quel gelo, ancora oggi, scorre nel mio sangue e mi perfora ilcuore quando ripenso al mio atroce passato.Come ogni sera, mi rintanavo nel mio letto caldo. Pregavo ilSignore di passare una notte tranquilla senza gli incubi che ogninotte infestavano la mia mente. Spegnevo la luce e speravo disvegliarmi anche l’indomani mattina.
    • Ricordo Di Tiberio Carp Ricordo quel periodo di sofferenza di disprezzoda parte di esseri come noi nostri fratelli Ricordo momenti di solitudine per aver perso la casa la famiglia e il nostro esser persona Ricordo i miei cari entrar uomini dalla porta della camera a gasuscire poi fumo dal camino
    • dei fornivolando verso quel dio che non li aiutò Ricordo le urla dei bambini che col cuor pieno di paura cercano la loro madre la mano dolce che li coccolò che li abbracciò e che gli diede una speranza RICORDO
    • Lettera dal passato Di Ilaria TolomeiCara professoressa,le scrivo per raccontarle un viaggio verso il male che vorreinon fosse mai accaduto. Un viaggio che per un ragazzo comeme sarebbe il peggiore degli incubi. Non è come vedere unfilm pauroso con gli amici o con chiunque altro. E’ un filmche si vive veramente. Porterò sempre con me un dolore chemi avvolge l’anima. Essendo un ragazzo, non mi sarei maiaspettato dove mi avrebbero portato. Mi ricordo ancora leparole di mia madre: - Non preoccuparti, andiamo solo un po’di giorni via, via di qui.Non ero sicuro che dicesse la verità, ma zitto e con lo sguardopieno di lacrime, la abbracciai. Era una situazione maiaccaduta prima, almeno per me. Ero abituato ad andare ascuola con i miei amici, il pomeriggio tornare a casa e faresubito i compiti e poi.. Via! A giocare di fuori con mia sorella.Facevamo di tutto, cose tra fratelli. Eravamo tutti, ma propriotutti. E’ impossibile che non mi abbiano mai detto di questoviaggio, eppure sono abbastanza grande per capire certe situazioni. C’era qualcosa che non quadrava… Forse il papà avrà avuto qualche problema con il lavoro, ma no, che dico! Se saremmo andati a fare una vacanza ce lo avrebbero detto e,
    • magari, avremmo deciso insieme dove andare. Eravamo inuna delle tante carrozze del treno, un treno che trasportavaanimali, bestie. Noi non siamo mica bestie. C’erano troppepersone in quella carrozza. Tutti piangevano, si lamentavanoe urlavano.Cominciai a capire che non stavamo affatto andando invacanza. Era impossibile. Chi va in vacanza guarda semprefuori dal finestrino con l’ansia di arrivare il prima possibile,oppure chiede in continuazione ai genitori quanto mancasseper poter arrivare. Questa non è una vacanza, è un incubo.Passavano le ore e nelle piccole finestre, la luce del sole erasempre più fioca, fino a scomparire. Una voce urlò: -Siamoarrivati!Le porte si aprirono e la gentecominciava a scendere dal treno.Gli anziani non riuscivano ascendere, perché era troppoalto, allora questi uomini con ladivisa li spingevano, facendolicadere per terra. Perché mai portare dei ragazzi in questoposto? Pensavo continuamente che ci avrebbero fattostudiare da pazzi, o magari, saremmo stati i loro servi. Nonvedevo scuole, non vedevo case, ma soltanto baracche eun’altissima rete spinata. A cosa serviva? Per non far scapparechi o cosa? Era una gabbia, di sicuro. Un faro era puntatocontro di noi accecandoci gli occhi. Stavano dividendo i figlidalle madri, gli uomini dalle donne. Non volevo separarmi damia madre. Per ora non c’era da preoccuparsi, c’era mia
    • sorella con me. Uomini, donne e anziani venivano fattispogliare e portati in una grande stanza. I soldati lirassicuravano dicendo che era soltanto una doccia. Non c’eracosa peggiore di questa. Cominciavano ad urlare, cercando difuggire, ma i soldati gli puntavano contro il fucile,costringendoli ad entrare nella doccia. Era l’ultima volta chevidi mia madre. Mio padre lo vedevo lavorare, stanco non cela faceva più. Doveva fingere di star bene, altrimenti sarebbemorto anche lui. Mia sorella ed io eravamo rinchiusi in unabaracca insieme ad altri bambini.Avevo visto la morte. I bambinipiccoli venivano fatti uccidere,perché non avrebbero avuto laforza per lavorare. Mia sorellapiangeva, ma la rassicuravodicendole che un giorno saremmo scappati, oppure chequalcuno ci avrebbe salvato. Avevamo dei vestiti puzzolenti,sporchi e rigati di bianco e di celeste. Sul braccio avevamo unnumero strano, un tatuaggio. Alcuni soldati ci portavano delbrodo. Uno per pranzo e uno per cena. Mia sorella ed ioeravamo costretti lavorare come tutti gli adulti, presto ciavrebbero ucciso. Una sera uscii per andare a prenderedell’acqua. Dovevo stare attento. Se mi avrebbero preso, cosasarebbe successo? Mi avrebbero ucciso con un colpo difucile? Riuscii ad arrivare sano e salvo alla baracca. Mentretornavo con il secchio pieno d’acqua sentii un odore alquantostrano. Una fossa piena di calce e con persone morte. Nonavrei voluto vederlo. Il mio cuore mi usciva fuori dal petto, il
    • mio respiro sempre più affannato. Ad un tratto vidi unqualcosa di strano, forse la libertà. Mi avvicinai sempre di piùe vidi un buco nel filo spinato. Andava oltre il campo dilavoro. Il secchio cadde e mi bagnai i piedi, ma subito corsi damia sorella. Con le lacrime negli occhi la portai con me e cosìriuscimmo ad essere liberi per sempre.Non so come sono riuscito a ricordare questo, eppure l’hofatto. Non tornerò mai più in Italia, forse per un saluto a lei eai miei compagni. Resterò ad abitare da mia zia, sperando chelei ci cresca come una madre. Spero che riuscirai ad averequesta lettera e a capire quanto dolore ho provato a perderemia madre. La mia richiesta è: aiuta i miei compagni adiventare dei veri esseri umani. La lettura, la scrittura,l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere lepersone più umane.
    • “Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come unfungo. Esso ’sfida’ come ho detto, il pensiero, perché ilpensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale”. Hannah Arendt (1906-1975), “La banalità del male”