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Allenamento in altitudine
 

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    Allenamento in altitudine Allenamento in altitudine Document Transcript

    • ASPETTI FISIOPATOLOGICI DELL’ALLENAMENTO IN ALTITUDINE ED ESPERIENZE DI STAGES “IN QUOTA”.AUTORI :Enrico REGGIANIMedico dello Sport (già Membro del Consiglio Nazionale FMSI)Ex-Direttore Scuola di Specializzazione in “Medicina dello Sport”-Università di GenovaEx-Presidente della storica Società atletica Trionfo LigureFabrizio ANSELMOTecnico specialista Mezzofondo e Docente in Educazione fisica e motoriaLaureato in Scienza e Tecnica delle Attività fisiche e sportive-UN. BORGOGNA-DigioneMaitrise in “Ricerca scientifica e prestazione”ABSTRACTPer molti mezzofondisti e fondisti, l’allenamento “in quota”continua ad essere una “pratica”periodica vissuta con “applicazione e dedizione”.La ricerca scientifica ha ormai definito in diverse settimane l’adattabilità dei meccanismi dicompenso del nostro organismo per “ottimizzare” uno stage di allenamento in altitudine.Le varie esperienze di “stage” compiute negli anni, rappresentano comunque un modello diconfronto ed una sorta di “archivio storico” per successive comparazioni e correlazioni.PAROLE CHIAVE : allenamento, altitudine, bio-climatologia, acclimatazione, deacclimatazioneINTRODUZIONEStudi specifici sugli aspetti fisio-patologici dell’allenamento in altitudine, vennero intrapresiseriamente solo quando la Città del Messico (2300 mt s.l.m.) ottenne l’organizzazione dei GiochiOlimpici del 1968.In verità, testi e riviste specializzate, con trattazioni sui principali aspetti inerenti le baropatie, eranocensiti già da tempo.Fu tuttavia l’occasione di questa imponente manifestazione che richiamò l’attenzione di tecnici emedici sportivi sui problemi relativi l’acclimatazione alle medie altitudini e, soprattutto, al trainingsvolto in determinate circostanze ambientali.Vennero effettuate numerose ricerche per risolvere due quesiti fondamentali : quanto sarebbevariata la performance atletica in altitudine e quale fosse il periodo ottimale di acclimatazione perconseguirvi il miglior risultato sportivo. In seguito a queste esperienze, condotte per lo più in centridi allenamento “montani” (St. Moritz, Colorado Springs, Font Romeu, Macolin, Livigno,Sestrière,ecc.), alcuni ricercatori compresero che era possibile migliorare le prestazioni compiute in pianuradopo un soggiorno di allenamento in altitudine.
    • Ciò parve trovare conferma nelle leggendarie imprese di atleti quali Keino e Yfter,memorabili“pionieri”della stirpe di corridori degli altipiani di Kenya ed Etiopia. La storia, tuttavia, proseguesino ai giorni “nostri”passando da El Guerrouji, che ha costruito i propri successi in quota adIfrane(MAR), sino ad arrivare all’etiope Kenenisa Bekele che periodicamente “staziona” aSt.MoritzE’ importante sottolineare che i “benefici” dell’allenamento in quota non sono unanimementecondivisi dalla “Comunità scientifica; malgrado ciò, le esperienze effettuate e lo svolgimento dimeetings e manifestazioni sportive in località “elevate” (Città Messico, Bogotà, ColoradoSprings,Sestrière), permettono di definire almeno tre obiettivi fondamentali dell’allenamento inaltitudine: a) migliorare la performance in pianura b) preparare l’atleta a competere estemporaneamente in altitudine c) preparare l’atleta a gareggiare in altitudine per “medio/lunghi” periodi di soggiorno (Olimpiadi, Campionati Mondiali o Continentali)Per produrre la formulazione di un adeguato programma di allenamento è necessario conoscere consufficiente chiarezza la fisio-patologia degli adattamenti acuti e cronici (acclimatazione)all’altitudine, in ordine alle caratteristiche fisiche ambientali ed ai riflessi che esse hanno sullaprestazione.”BIOCLIMATOLOGIA E FISIOPATOLOGIA DELL’ALTITUDINE:ASPETTI METODOLOGICI DELL’ALLENAMENTOAMBIENTE FISICO IN ALTITUDINEOccorre precisare che, in tema di allenamento e competizioni sportive, si fa riferimento ad altitudinia “media-quota” (comprese tra i 2000 mt ed i 4000 mt), riservando la fisiopatologia delle “alte”quote alla medicina del lavoro e degli ambienti speciali (montanari, aviatori, minatori, ecc.).DENSITA’ dell’ARIA. Tra le variabili fisiche ambientali bisogna soprattutto considerare la densitàdell’aria, la quale diminuisce progressivamente con l’altezza a causa della ridotta pressioneatmosferica. Questo aspetto consente ai corridori di incontrare una minor resistenza (che a Città delMessico, ad esempio, è inferiore del 24% rispetto al livello del mare) a parità di velocità dimovimento. Risulta essere il fattore principale del conseguimento in altitudine dei numerosi primatidi gare di velocità.FORZA DI GRAVITA’. Analoghi vantaggi è possibile ottenerli nei salti e nei lanci per laconseguente riduzione della forza di gravità; la quale risulta essere inversamente proporzionale alquadrato della distanza dal centro della terra. Si evince perciò che il peso dei “gravi” (il corpo stessodell’atleta oppure l’attrezzo che egli sta lanciando) possa risultare minore che a livello del mare.TEMPERATURA E UMIDITA’ dell’ARIA. La temperatura ambiente diminuisce con l’altitudine dicirca mezzo grado ogni 100 mt e può comportare problemi di termoregolazione.Anche il grado di umidità dell’aria si riduce rapidamente, raggiunge ndo all’incirca la metà dei suoivalori a 2000 mt ed ¼ a 4000 mt.. Ne consegue una minore azione di filtro dei raggi UVA conpossibili danni alla cute ed alle mucose esposte (labbra, congiuntive).PRESSIONE PARZIALE DI OSSIGENO (pO2). Il fattore ambientale più importante èrappresentato dalla pressione parziale dell’ossigeno (pO2), alla quale sono da ricondurre i maggiori
    • effetti, tanto negativi quanto positivi, dell’attività sportiva in altitudine.Tra gli effetti negativi vasicuramente rimarcato lo scadimento della performance nelle discipline di resistenza.. Alcuni datistatistici rivelarono che ai G.O. del Messico, il cosiddetto “regresso” variava da -3% sino a 8% inrelazione al corrispettivo primato mondiale nelle gare di “durata” superiori a 4 minuti . Questoeffetto dell’altitudine è da imputare alla diminuzione della massima potenza aerobica (VO2max) edel massimo debito di ossigeno lattacido.EFFETTI EMATO-FISIOLOGICIGli effetti positivi della permanenza in condizioni di bassa tensione di ossigeno , sarebbero daricondurre all’aumento del contenuto in emoglobina e globuli rossi del sangue e, quindi,dell’inerente capacità di trasporto d’ossigeno, paragonabili a quelli che conseguono adun’emotrasfusione.Prima di approfondire gli aspetti fisio-patologici dell’altitudine è necessario conoscere la struttura ela funzione degli elementi costitutivi del sangue.EMATOCRITOPer quanto concerne le funzioni di trasporto, riveste estrema importanza la particolarità che ilsangue sia composto per il 56% da plasma (parte liquida consistente in siero e fibrinogeno) e per ilrestante 44% da cellule corpuscolari (globuli rossi, bianchi e piastrine).Questo rapporto, conosciuto come valore ematocrito (Hct), viene mantenuto costante il più a lungopossibile dall’organismo, anche nel lavoro strenuo e protratto. Normalmente, l’Hct possiede valoricompresi tra il 45% ed il 50% del volume totale del sangue. Quando questo valore aumenta,accresce pure la viscosità del sangue stesso e condiziona il flusso sanguigno del torrentecircolatorio. Il flusso varia inversamente e la resistenza direttamente proporzionale al variare dellaviscosità del sangue.Alcuni esperimenti effettuati su ciclisti in Israele, hanno dimostrato che in condizioni di estremasollecitazione fisica si possa addirittura giungere ad una diluizione del sangue; questo perchè i corpicellulari cedono acqua al sangue medesimo. Quando aumenta la componente corpuscolare( persottrazione di acqua o per moltiplicazione cellulare), il fenomeno crea condizioni circolatoriesfavorevoli ed iper-affaticamento cardiaco.ERITROCITI (GLOBULI ROSSI)L’aumento del numero delle cellule riguarda soprattutto gli eritrociti, corpuscoli necessari altrasporto dei gas respiratori. Hanno solitamente un diametro di 7Um circa e per offrire unasuperficie più ampia possibile, presentano al centro un particolare avvallamento (tipica forma a“pasticca”). Poiché 1 mm3 ne contiene dai 4,5 ai 5,5 milioni circa (attorno ai 4,5/5 nella donna e5/5,5 nell’uomo) cinque litri di sangue possono contenere 25 miliardi di eritrociti. Questi rilieviassicurano uno scambio di gas sufficientemente rapido.Gli eritrociti sono privi del nucleo cellulare,dal momento che lo “perdono”nella fase di maturazioneallo stadio reticolocita (di rilevante importanza, poichè se ne effettua il conteggio per valutare lacapacità di formazione degli eritrociti).La costituzione dei globuli rossi avviene nel midollo rosso delle ossa piatte; essa è attivata dallasecrezione di un particolare ormone (eritropoietina : :EPO) prodotto da fegato e reni ed è favoritada sostanze vitaminiche quali l’acido folico e la cianocobalamina (vitamina B12). La vita mediadegli eritrociti è limitata a circa 120 giorni; quelli “invecchiati” vengono fagocitati dalle celluleendoteliali di milza e fegato e sostituiti da nuovi eritrociti prodotti dal midollo osseo (se ne calcolauna produzione quotidiana di circa 200 milioni). Questi due processi acquisiscono rispettivamente
    • la denominazione di emocateresi ed eritropoiesi; la “distruzione” di globuli rossi aumenta anche nelcaso di intense sollecitazioni fisiche.EMOGLOBINAPer poter ”fissare” la massima quantità possibile di O2, gli eritrociti sono costituiti per il 34% daemoglobina (Hb), sostanza ematico-proteica. Questa percentuale può subire qualche variazione,perciò, oltre a rilevare il contenuto di Hb (di norma, pari a 15-16 gr nell’uomo e 14-15 gr/100 ml disangue nella donna), è utile riscontrare anche la percentuale di Hb del singolo eritrocito (Hb-e).L’ossigeno (O2) è quasi totalmente trasportato dall’emoglobina (Hb) presente negli eritrociti,datoche in 100 ml di sangue soltanto 0.3 ml di (O2) sono disciolti liberamente nel plasma (contro i19/20 presenti in totale).La quantità di (O2) nel sangue è determinata dalla pressione parziale diossigeno (pO2), dalla quantità di (Hb) presente e dall’affinità dell’(Hb) per l’ (O2). Particolarmenteimportante è la curva di dissociazione dell’ (O2) dall’ (Hb); poichè descrive la percentuale disaturazione in (O2) della (Hb) .A pressioni parziali di ossigeno superiori a 100 mm Hg , l’emoglobina tende alla saturazione.Quando i muscoli sono attivati, il consumo di (O2) aumenta (facendo cadere la tensione parziale di(O2)) e incrementando il gradiente pressorio fra il sangue dei capillari ed i tessuti; questo determinaun aumento dell’apporto di (O2).Tre sono i più importanti fattori che modificano le caratteristiche della curva di dissociazione dell’(O2): la pressione parziale dell’anidride carbonica (CO2) ed il “ph”, la temperatura e laconcentrazione di 2,3 -difosfoglicerato (DPG). Un indice basilare di queste modificazioni èrappresentato dalla( p50), cioè dalla (pO2) alla quale l’(Hb) è saturata per la metà. Tanto più altarisulta la (p50), tanto minore sarà l’affinità dell’emoglobina per l’ossigeno e quindi maggiore saràl’ossigeno ceduto al tessuto muscolare.EFFETTI PARTICOLARI DELLA PRESSIONE PARZIALE DI ANIDRIDE CARBONICA(pCO2), DEL “ph” E DELLA TEMPERATURA SULLACURVA DI DISSOCIAZIONEDELL’OSSIGENO.Parallelamente all’incremento della (PCo2), la curva di dissociazione dell’ossigeno perl’emoglobina, si sposta verso destra. Questo rilievo sta a significare che, a parità di tensione parzialearteriosa di ossigeno (paO2), l’incremento della pressione parziale di anidride carbonica(pCo2)ematica, aumenta il grado di desaturazione dell’emoglobina favorendo il rilasciodell’ossigeno.Nel caso di attività motoria intensa, vengono prodotte notevoli quantità di anidride carbonica (Co2),le quali agiscono sulla curva di dissociazione facilitando la cessione di ossigeno ai muscoli .Inoltre,l’anidride carbonica stessa, interviene nel rilasciare il tono degli sfinteri pre-capillari, facilitando ilflusso ematico distrettuale e conseguendo un ulteriore miglioramento del trasporto di ossigeno altessuto muscolare.In altra analisi, l’acidità aumenta il rilascio dell’ossigeno da parte dell’emoglobina, conducendo unabbassamento del “ph”con conseguente spostamento della curva di dissociazione verso destra.Laridotta affinità dell’ (Hb) per l’ (O2) è determinata dal fatto che la deossiemoglobina lega gli ioniidrogeno più attivamente dell’ossiemoglobinaDa queste considerazioni appare evidente quanto segue : - la regolazione del trasporto e della cessione di ossigeno ai muscoli in attità, è modulata da meccanismi chimico- fisici semplici ed efficaci, - il coefficiente di utilizzo dell’ossigeno, anche in condizioni di elevata attività muscolare, non raggiunge mai il 100 %. Questa rilevazione riscontra che una parte dell’(O2) rimane
    • presente nel sangue refluo dalle masse muscolari. Ciò, tuttavia, non può avere valore assoluto, poiché nelle masse muscolare potrebbero essere presenti degli “shunt” artero- venosi atti a convogliare direttamente il sangue arterioso nel circolo venoso refluo , senza desaturarlo in ossigenoEFFETTO DELLA CONCENTRAZIONE DI 2.3-DIFOSFOGLICERATO NEGLIERITROCITIGli eritrociti umani mantengono la loro omeostasi mediante la glicolisi , processo bio-chimicomediante il quale il glucosio viene enzimaticamente convertito a 2.3-difosfoglicerato (DPG).Il tuttoavviene attraverso una serie di trasformazioni chimiche : da glucosio-6-fosfato a 3-fosfogliceraldeide, successivamente a 1,3-difosfoglicerato e infine a DPG (2,3-difosfoglicerato).La concentrazione del DPG è assai elevata negli eritrociti, ove espleta un’importante funzionefisiologica influenzando l’affinità dell’emoglobina per l’ossigeno legandosi alle catene betadell’emoglobina.La presenza di DPG favorisce la dissociazione dell’ossigeno (O2) dall’ossiemoglobina (HbO2)efacilità la cessione dell’ossigeno ai muscoli.Il ruolo del DPG nella regolazione dell’ “affinità”dell’emoglobina per l’ossigeno è di fondamentale importanza. In assenza di DPG , l’(Hb) ha una(p50) =1 mm Hg ; in tali condizioni l’emoglobina rilascerebbe nel muscolo una quantitàassolutamente esigua di ossigeno.Il ruolo dinamico del DPG si evidenzia bene qualora si verifichino situazioni ipossiche tissutali; se,ad esempio la (paO2) scende alla metà del valore normale si evidenzia uno spostamentocompensativo della curva di dissociazione dell’ (Hb), in quanto la concentrazione endoglobulare diDPG provoca un aumento della capacità del sangue a cedere ossigeno indipendentemente dallavariazione del numero dei globuli rossi. Un analogo problema si prospetta nel cosiddettoadattamento “in quota”, in quanto salendo dal livello del mare a quote più elevate si ha unacondizione ipossica con variazioni rapide della concentrazione globulare di DPG.Nel caso di permanenza a 4500 mt di quota , in due giorni circa, si incrementa la concentrazione diDPG da 4,5 a 7 mM, cui fa ovviamente riscontro una diminuzione dell’affinità dell’emoglobina perl’ossigeno. Anche in questo caso la (p50) si innalza facilitando la cessione dell’ossigeno ai muscoli.Naturalmente, questa regolazione compensativa operata dal DPG, è rapida nel comparire come èaltrettanto rapida nel ristabilire la pregressa situazione, quando il soggetto ritorna a livello del mare.Da tutto ciò è possibile dedurre che le condizioni di trasporto e di ossigenazione del sangueinfluiscono sulla concentrazione di DPG, le cui variazioni inducono un rapido e adeguato compensonella cessione dell’ossigeno ai tessuti periferici.METABOLISMO DEL FERROLa molecola di emoglobina è prevalentemente proteica (gruppo Eme-porfirinico) e contiene ferro;questo minerale le conferisce la capacità di legare con l’ossigeno. L’organismo umano possiedeuna quantità media di 4 gr. di ferro, del quale 2/3 sono utilizzati dall’emoglobina per le propriefunzioni di trasporto. Il fabbisogno quotidiano varia da 1 a 3 mg, purtroppo soltanto una minuscolaparte del ferro degli alimenti viene assorbita (il ferro-Eme, relativo a emoglobina e mioglobina puòessere assorbito per circa il 30%, il ferro di origine vegetale invece per il 10 % o meno). Nel sanguesi combina con una proteina specifica: la transferrina; essa trasporta il ferro dal tubo digerente aidepositi e da questi al midollo osseo, nel quale viene utilizzato per produrre emoglobina. Una partedel ferro dell’organismo (1 gr. circa) funge da riserva ed è accumulato nelle cellule endoteliali delreticolo endoteliale, in particolare del fegato (principale organo di deposito), del midollo osseo edella milza. Il ferro di deposito è presente sotto due forme : ferritina ed emosiderina; il ferro deiparenchimi si trova distribuito nei vari tessuti,costituendo il componente “attivo” degli enzimiossidativi e del sistema dei citocromi mitocondriali, indispensabili per la respirazione cellulare(ciclo di Krebs/glicolisi aerobia).
    • Molti atleti, in particolare quelli che praticano discipline aerobiche, presentano valori emoglobinicie carenze di ferro inferiori alla media; ragion per cui sarebbe opportuna una somministrazionesupplementare di ferro in forma adeguata.LA FUNZIONE CARDIO-RESPIRATORIA NEL “LAVORO” SPORTIVOL’attività dell’apparato locomotore, vale a dire il lavoro muscolare dinamico, induce una serie dimodificazioni respiratorie, cardio-circolatorie e metaboliche. Prima di valutare gli effettifisiopatologici della funzione respiratoria in altitudine è necessario considerare la funzione che gliapparati (respiratorio e cardio-circolatorio) svolgono durante l’attività fisica in normali condizionidi pressione parziale di ossigeno (pO2).Innanzi tutto, è utile rilevare il comportamento correlato di alcuni parametri respiratori e cardio-circolatori quando si effettuano lavori muscolari di entità metabolica elevata.La fig. 2 rappresenta una delle relazioni fondamentali tra consumo di (O2) e ventilazione polmonaredurante il lavoro muscolare; relazione che è abbastanza lineare entro limiti piuttosto ampi diimpegno energetico.E’essenziale sottolineare, ad esempio, che un lavoro “implicante” 3 litri/minuto richiede unaventilazione di aria di circa 60 litri/minuto. Questo rapporto è molto importante poiché consente dirisalire sommariamente dalla ventilazione all’ipotetico consumo di ossigeno; esso si mantieneefficace sino a che, con l’accumulo di acido lattico, la ventilazione non permette più una relazionecostante col consumo di (O2).L’eccessiva ventilazione non si rivela di particolare utilità perché il rifornimento di ossigeno aitessuti viene limitato dalla massima portata cardiaca. La ventilazione polmonare, tuttavia, puòancora aumentare anche quando sia stato raggiunto il limite della regolazione circolatoria.La fig.3 “riflette” il comportamento della frequenza cardiaca in funzione del consumo di ossigenoin prove di intensità metabolica crescente.Anche in questo caso, si può notare una certa linearitàdella relazione; fino a consumi di (O2) di circa 2,5 lt/min., cui corrisponde una f.c. di 160 bt/min..E’ risaputo che oltre le 160/180 pulsazioni l’accorciamento della diastole cardiaca non consente piùil riempimento delle cavità ventricolari, ragion per cui il volume/min. non migliora ma addiritturadecresce.Sono stati compiuti numerosi studi pure sulla gittata cardiaca, sempre in rapporto al consumo di(O2).E’ scientificamente noto, come la gittata cardiaca rappresenti il fulcro della situazioneemodinamica nel corso dell’esercizio muscolare in conseguenza delle aumentate richiesteperiferiche; l’aumento della G.C. è abbastanza proporzionale al consumo di ossigeno.E’ interessante rilevare come la G.C. possa aumentare parallelamente all’incremento dell’intensitàdel “lavoro”, toccando valori 4/5 volte superiori a quelli di riposo..E’ importante anche notare comela gittata sistolica rimanga pressoché costante (dopo un iniziale aumento) malgrado l’incremento dellavoro; la F.C: possa risentire del carico di lavoro aumentando notevolmente e come la differenzaartero-venosa di (O2) possa aumentare fino a raddoppiare (con un andamento concordante con lagittata sistolica e discordante con la gittata cardiaca.Tutto ciò è scientificamente acclarato inerentemente lavori di impegno metabolico intenso e breve;se ne può quindi dedurre che il massimo lavoro “esercitabile” in un dato periodo di tempo, vienelimitatodalla massima quantità di (O2) che l’atleta può assorbire per minuto e dal massimo debito di(O2) che è capace di contrarre. Entrambi questi fattori risentono della capacità dell’organismo ditrasportare l’ossigeno e cederlo ai tessuti; ne consegue perciò che è soprattutto a carico della F.C. ladeterminazione del raggiungimento del massimo debito di ossigeno.Anche la diminuzione della gittata sistolica, derivante dall’insufficiente riempimento diastolico,implica una catena di eventi fisio-patologici che conducono al quadro della fatica acuta e delle suemanifestazioni cliniche.
    • Fortunatamente,l’allenamento modifica le risposte organiche e permette l’instaurarsi di unaomeostasi cardiocircolatoria che si dimostra particolarmente efficace ed economica nellecondizioni particolari dello sforzo.In sintesi, il fabbisogno di ossigeno, relativo ad un determinato lavoro muscolare, tende a diminuireper varie ragioni: - a causa dell’utilizzo più efficace e razionale dei muscoli, per l’eliminazione di movimenti “estranei”e per la maggior efficienza meccanica dei muscoli stessi - - per l’aumento della quantità di debito di ossigeno raggiungibile.Attraverso l’allenamento specifico aerobico, è possibile incrementare il massimo consumo diossigeno (VO2 max) del 20% e oltre; questo aumento, è conseguenza degli adattamenti centrali eperiferici che si realizzano nel soggetto allenato.Tra gli aspetti principali dell’adattamento organico va evidenziata una minore distanza tra capillaree sito di ossidazione, oltre ad una maggior tensione di (O2).Questo particolare permette unamaggiore estrazione dell’ossigeno stesso (nel muscolo allenato) ed un aumento della differenzaartero-venosa di (O2).. Anche il miocardio risponde agli effetti del training con un minor consumodi ossigeno basale.Un ulteriore aspetto riguarda la regolazione della frequenza cardiaca e della gittata sistolica : diquesti parametri è utile ricordare l’instaurarsi a riposo della cosiddetta bradicardia e l’aumentorelativo della gittata, che consentono di ottenere incrementi di notevole portata. St Moritz: uno dei luoghi preferiti per la preparazione in altitudine
    • LA FUNZIONE RESPIRATORIA IN ALTITUDINEPer funzione respiratoria si intende l’insieme dei processi fisiologici che consentono alle celluledell’organismo di effettuare il proprio metabolismo ossidativo.Si compone di 5 fasi essenziali : 1) ventilazione polmonare 2) diffusione alveolo-capillare dei gasrespiratori 3) trasporto dei gas nel sangue 4) diffusione emato-tessutale 5) respirazione cellulare.Tutte queste tappe sono influenzate dall’altitudine e dipendono dal livello della pressione parziale diossigeno (pO2). Essendo costante la % di ossigeno dell’aria atmosferica (21% circa), la suapressione parziale si riduce ascendendo in misura proporzionale alla diminuzione della pressioneatmosferica.Consensualmente, si riducono le pressioni di (O2) nell’aria alveolare, nel sangue e nei tessuti.Questa ridotta disponibilità di ossigeno aziona tutta una serie di meccanismi di compenso e diadattamento, volti a preservare le capacità metaboliche e ossidative dell’organismo.VENTILAZIONE POLMONARE L’esposizione acuta ad una ridotta (pO2) (50/60 mm Hg, quale si riscontra attorno ai 3500 mt) noninduce modificazioni evidenti della ventilazione polmonare a riposo. Dopo alcuni giorni dipermanenza in altitudine, si osserva invece una iper.ventilazione a riposo anche a quoterelativamente basse . acclimatazione ventilatoria .Nel corso dell’esercizio fisico la risposta ventilatoria risulta molto più marcata che a livello delmare, indipendentemente dal periodo di tempo trascorso in altura.L’iper-ventilazione comporta numerosi effetti negativi, soprattutto per l’atleta in allenamento: a) sensazioni di disagio respiratorio b) aumento della “richiesta” respiratoria e della percentuale di consumo di ossigeno assorbito c) accumulo di acido lattico con inferiore tolleranza allo sforzoDIFFUSIONE ALVEOLO-CAPILLARE.La velocità di diffusione dell’ (O2) attraverso la membrana alveolo-capilare è espressione delladifferenza di pressione parziale del gas tra aria alveolare e sangue venoso e della capacità didiffusione polmonare per l’ (O2). Questa, a sua volta, dipende dalla superficie e dallo spessore dellamembrana alveolo-capillare e da un coefficiente di diffusione per l’ossigeno (che traduce lamaggiore o minore facilità con cui il gas attraversa la membrana stessa).Nel soggetto acclimatato all’altitudine non sono state riscontrate variazioni della capacità didiffusione polmonare, né a riposo né “sotto sforzo”.L’anello critico della catena di trasporto dell’ossigeno non è tuttavia rappresentato dalla capacità didiffusione polmonare, quanto piuttosto dall’interazione di quest’ultima con la capacità di trasportodel sangue.In altitudine, il sangue si trova, per un buon lasso di tempo, in transito nei capillari polmonar i nellaparte “ripida” della curva di dissociazione dell’ossiemoglobina. In questa condizione vi sonorilevanti variazioni della percentuale di saturazione dell’emoglobina che conseguono a differenzerelativamente minime di pressione parziale di ossigeno (pO2); la solubilità effettiva dell’ossigenonel sangue perciò aumenta.Ulteriori vantaggi nella diffusione alveolo-capillare di ossigeno derivano dall’incremento dei valoriemoglobinici , questo aspetto è maggiormente evidenziato nei soggiorni in altitudine di variesettimane.TRASPORTO EMATICO.
    • Il trasporto di ossigeno nel sangue dipende dal prodotto scaturito tra la solubilità del gas e la gittatacardiaca. (gittata sistolica x frequenza cardiaca). E’ normale che in altitudine, nel corsodell’esercizio fisico, il cuore tenda a compensare ogni diminuzione del contenuto arterioso di (O2)mediante un semplice incremento della frequenza cardiaca.Alle altitudini che interessano l’allenamento atletico non sono state registrate variazionisignificative della F.C. massima, né della gittata cardiaca massima sotto sforzo.EFFETTO NETTO DELL’ALTITUDINE SUL TRASPORTO DI OSSIGENO.Il trasporto netto di (O2) in altitudine è determinato dalla combinazione delle variabili fisiologichecardiache e respiratorie; alle quote-medie è possibile prevederne una caduta immediata del 15 %circa, emendata in parte con l’acclimatazione dall’aumento della concentrazione di emoglobina nelsangue.L’EQUILIBRIO ACIDO-BASICO IN CONDIZIONI DI IPOSSIALa maggior parte dell’anidride carbonica (CO2) prodotta dal metabolismo cellulare, circola nelsangue sotto forma di bicarbonati , che entrano a far parte dei “sistemi-tampone” che mirano aproteggere l’organismo dalla acidosi (riserva alcalina). In particolare, il ph del sangue è funzionedel rapporto tra concentrazione di bicarbonato e di anidride carbonica.In condizioni di ipossia acuta, la pressione parziale dell’anidride carbonica (pCO2), può diminuire acausa dell’iperventilazione ( che provoca un” lavaggio” del gas dall’organismo).Per qualche tempo,per contro, non si rimarcano sensibili variazioni della concentrazione di bicarbonato. Ne consegueun incremento del ph ematico (alcalosi respiratoria) con eventualità di ritenzione compensatoria dicloruri e, particolarmente, di lattato,con relativo aumento della lattacidemia basale e consequenzialeriduzione della tolleranza allo sforzo.Successivamente, nel corso della fase di acclimatazione, l’alcalosi respiratoria viene compensata dauna accresciuta eliminazione di bicarbonato per via renale con conseguente riduzione della riservaalcalina e del ph , con rientro a valori pressoché normali (7.4). Le conseguenze metaboliche diquesta riduzione della riserva alcalina sono molto importanti per l’atleta acclimatato a causa dellariduzione del potere-tampone del plasma nei confronti dell’acido lattico prodotto dal lavoroesaustivo.ALTRI EFFETTI DELL’ACCLIMATAZIONE ALLE MEDIE ALTITUDINI.EMOGLOBINA.Un aumento del contenuto di emoglobina (per unità di volume del sangue), costituisce il piùimportante adattamento alla permanenza prolungata in altitudine. Ciò consente che una maggiorquantità di ossigeno sia trasportata dal sangue per una data pressione parziale del gas.In altri termini, la pressione arteriosa dell’(O2) può scendere a valori inferiori rispetto ai soggettinon acclimatati, lasciando immutato (in comparazione al livello del mare) il trasporto di (O2) aitessuti.L’aumento del contenuto emoglobinico rende progressivamente “meno necessari”i primitivimeccanismi adattativi dell’iperventilazione e della tachicardia nell’esercizio submassimale.La capacità di trasporto di ossigeno si sviluppa nel corso di parecchie settimane, anche in rapportoal progressivo instaurarsi di una policitemia. A questo proposito, è necessario ricordare comel’iniziale aumento dei globuli rossi sia dovuto in realtà ad una “emo-concentrazione” dadisidratazione.
    • Solo in seguito ad un paio di settimane (almeno) di permanenza in quota, la massa eritrocitariaaumenta veramente per l’accresciuta secrezione di eritropoietina (stimolo ormonale alla produzionemidollare di globuli rossi) innescata dalle condizioni di ipossia.Il risultato finale della acclimatazione include un aumento del “conteggio” eritrocitario (circa unmilione per mm3 di sangue), un aumento dell’ematocrito (3/5 %) ed un incremento dei livelliemoglobinici (2/4 gr per 100 ml di sangue). Un altro possibile effetto dell’acclimatazione alle mediealtitudini consiste in una minore affinità dell’emoglobina per l’ossigeno, causata dall’aumento del2,3-difosfoglicerato negli eritrociti.VOLUMI CIRCOLATORI :E’ già stato trattato il capitolo inerente la precoce diminuzione del volume plasmatico, che sisviluppa progressivamente durante i primi giorni di soggiorno in altitudine. L’“emo-concentrazione” comporta alcuni inconvenienti connessi con l’aumento della viscosità del sangue erelative conseguenze emodinamiche; la performance naturalmente scade, soprattutto negli sforziprotratti Questa problematica tende a diminuire dopo alcune settimane anche senza adeguatiinterventi di reidratazione.ADATTAMENTI TESSUTALI.-Secondo alcuni ricercatori, l’acclimatazione comporta una accresciuta capillarità muscolare legataad un aumento del contenuto di mioglobina, di cui sarebbe espressione una maggior capacità didiffusione dell’ossigeno al tessuto contrattile. La concentrazione muscolare di enzimi glicolitici rimane apparentemente immutata anche dopomesi di permanenza in altitudine. L’utilizzo dell’acido lattico risulta intensificato dallo sviluppo delsistema NADH-ossidativo; questi adattamenti tessutali favoriscono la re-sintesi dei legami- fosfatoaltamente energetici in seguito alla contrazione muscolare.CONSEGUENZE DELL’ALTITUDINE SUL METABOLISMO ENERGETICOIl metabolismo subisce notevoli alterazioni a causa dell’ipossia, sia a riposo che sotto sforzo.L’ipossia comporta una riduzione dei processi ossidativi e, in maniera apparentemente paradossale,anche di quelli anaerobici.MASSIMA POTENZA AEROBICA –Il VO2 max (massimo consumo di ossigeno) diminuisce con l’altitudine in ragione del (- 7%) circaogni 1000 metri in individui non acclimatati. I fattori che determinano la minor potenza aerobicasono da ricondurre alla pO2 (pressione parziale di ossigeno) dell’aria inspirata, cui però sioppongono con l’acclimatazione, l’aumento della concentrazione di emoglobina nel sangue e dellaviscosità del sangue stesso, secondaria all’incremento del valore ematocrito.MASSIMA CAPACITA’ LATTACIDA –La capacità di contrarre un elevato debito di O2 è un elemento essenziale della prestazione nellegare su brevi distanze, le quali attingono una parte rilevante del fabbisogno energetico da fontianaerobiche.
    • Dopo uno sforzo massimale in ipossia acuta la concentrazione ematica di lattato è paragonabileall’incirca a quella determinata a livello del mare. Successivamente l’acclimatazione, il livellomassimo di lattato tollerabile si riduce in conseguenza della minor concentrazione di bicarbonatidel sangue, secondaria all’iperventilazione.La massima capacità lattacida appare dunque compromessa dalla riduzione del cosiddetto potere“tampone” dell’organismo.Si instaura così la comparsa precoce dei sintomi della fatica e lanecessità di protrarre il periodo di recupero inerente esercizi di elevata intensità.MASSIMA CAPACITA’ e POTENZA ALATTACIDA –Sono espressione, rispettivamente, della quantità di fosfati altamente energetici (particolarmentefosfocreatina :PC) e della relativa rapidità di utilizzo.Si estrinsecano, quindi, nell’attitudine asostenere sforzi sovramassimali di elevata intensità e di breve durata; entrambe non paionomodificate dall’acclimatazione.EFFETTI DELLA DEACCLIMATAZIONEL’accresciuta concentrazione di emoglobina e l’eventuale poliglobulia ( se il soggiorno è statosufficientemente prolungato), sarebbero in grado di aumentare significativamente (5% circa) il VO2max (riferito a soggetti allenati) dopo il ritorno a livello del mare, nel caso in cui le condizioni diidratazione e di equilibrio acido-base fossero state ristabilite.Il vantaggio che l’atleta ne può trarre è “reale” ma assolutamente transitorio. La concentrazione diglobuli rossi ed il tasso di emoglobina scendono rapidamente dopo il ritorno in pianura; il “tutto” acausa di una aumentata eritro-cateresi, di una ridotta eritropoiesi e dall’espansione stessa delvolume plasmatico.L’intero beneficio di una lunga permanenza in altitudine potrebbe quindi essere dissipato dopo solo2/3 settimane.PATOLOGIA DA ALTITUDINELe peculiari caratteristiche dell’altitudine, oltre a promuovere gli adattamenti funzionalidell’organismo legati all’acclimatazione, possono anche essere causa di specifici quadri clinici.MAL DI MONTAGNAUn inadeguato adattamento all’altitudine può manifestarsi con la comparsa dei sintomi del mal dimontagna acuto : cefalea da sforzo e/o a riposo; insonnia notturna con sonnolenza diurna; anoressia;nausea e vomito; sensazioni di debolezza.Circa il 50% delle persone che superano i 3000 mt di altezza lamenta alcuni dei disturbi citati, chespesso vengono frettolosamente riferiti ad affaticamento e turbe digestive. In qualche caso, riferitosoprattutto al “gentil sesso”, dopo 6/8 ore di di permanenza in quota, possono manifestarsi edemilocalizzati al volto, alle mani ed alle caviglie.L’origine del “mal di montagna” e degli edemi “localizzati” è in gran parte ignota. E’ certamenteimportante una predisposizione individuale, così come l’eccessiva rapidità nell’ascensione, fattore“attivante” le problematiche connesse alla patologia minore da altitud ine.Ad esempio, quando si
    • prevede una permanenza prolungata al di sopra dei 3000 mt, l’ascensione non dovrebbe superare i300 mt al giorno per consentire un adattamento corretto all’altitudine.Nel caso del “mal di montagna”, il comportamento da adottare è correlato alla gravità dei sintomi;nei casi più eclatanti è necessario far scendere il soggetto di almeno 1000 mt, somministrandogliossigeno. Le forme lievi possono essere trattate con la somministrazione di una terapia sintomaticae col riposo, sino alla scomparsa della sintomatologia. Gli inibitori dell’anidrasi carbonica(acetazolamide) offrono un rimedio più specifico; sfortunatamente il loro effetto diuretico riduce ilvolume plasmatico (già compromesso dalla disidratazione), peggiorando ulteriormente la capacitàdi prestazione.EDEMA POLMONARE –Fortunatamente raro (meno dell’ 1% dei casi) ma spesso letale, l’edema polmonare da altitudine simanifesta generalmente di notte dopo una giornata di intenso esercizio fisico. Si presenta con lacomparsa di dispnea (“fame d’aria”), tosse secca, cianosi, espettorato schiumoso. A questi sintomi,si accompagnano spesso debolezza profonda , cefalea, torpore sino a giungere, nei casi limite,addirittura al coma.La patologia si manifesta dopo almeno 36/72 ore di permanenza oltre i 3000 mt di quota; iprincipali fattori responsabili sembrerebbero l’eccessiva rapidità dell’ascensione (ipossia acuta), ilfreddo e l’esercizio intenso.La terapia più efficace consiste nell’immediato trasporto del soggetto a quote inferiori,nell’ossigeno-terapia e nella somministrazione di un potente diuretico.Il “metodo” più sicuro per prevenire il mal di montagna e l’edema polmonare è quello diraggiungere lentamente ed a tappe successive l’altitudine desiderata.FUNZIONALITA’ CARDIACA –Nella statistica specifica, non sono stati rilevati episodi coronarici in atleti che si allenavano inambienti di “Media-Montagna”; viceversa, sono numerosi i riscontri riferiti ad anomalie elettro-cardiografiche “a riposo” (ripolarizzazione precoce, ritmi ectopici atriali e nodali) o “sotto sforzo”(extra-sistoli ventricolari).E’ bene tuttavia considerare che, pure a livello del mare, lo sforzo massimale porta il cuore vicinoall’anossia (diminuzione di O2), essendo virtualmente completata l’estrazione dello stesso O2 dalcircolo coronario.Dobbiamo perciò considerare che, se un atleta sceglie di lavorare con lo stesso impegno in unallenamento “in quota”, il rischio di anossia miocardica inevitabilmente aumenterà. Nel contempo,il lavoro del cuore si intensifica anche per l’aumento della pressione arteriosa sistemica (secondarioall’ambiente ipo-barico ed alla vasocostrizione), della pressione arteriosa polmonare (ipossia) e perla maggior viscosità del sangue (poli-globulia); l’eccitabilità del miocardio è invece stimolata einfluenzata dalle catecolamine.IPOSSIA CEREBRALE –Questo tipo di manifestazione, può comparire al termine di ogni prova aerobica; tra i sintomi piùrilevanti quelli relativi ai “difetti”del campo visivo (scotoma centrale negativo) alterazioni dellapercezione cromatica e disturbi della coordinazione.La forma acuta di queste patologie induce a sospettare un edema cerebrale (in particolare se ci siallena a quote elevate); tuttavia nella maggior parte dei casi i sintomi regrediscono rapidamentedurante la fase di recupero.
    • L’ATTIVITA’ SPORTIVA IN ALTITUDINELe istanze che il “Mondo” sportivo pone a medici e tecnici specializzati, riguarda almeno tre aspettidell’attività agonistica correlata all’altitudine : a) la competizione occasionale (in altitudine) b) la competizione “differita e/o prolungata” (sempre in altitudine) c) la competizione a livello del mare dopo un soggiorno di allenamento in altitudineIIl primo quesito trova una risposta nella fisiopatologia dell’ipossia acuta mentre per gli altri due casiè necessario indagare sui fenomeni biologici legati all’acclimatazione ed alla deacclimatazione.GARE OCCASIONALI IN ALTITUDINE –Nel momento in cui si prevede di disputare una competizione in altitudine ma con una permanenzadi breve durata, sarebbe necessario programmare il calendario nel rispetto degli eventi checonseguono ad una esposizione acuta all’ipossia.Da risultanze scientifiche, è possibile affermare che il momento migliore per gareggiare si possacollocare tra le 48 e le 72 ore successive all’arrivo. Questa opportunità dovrebbe consentireall’atleta un discreto recupero dei disagi relativi al viaggio ed il superamento degli incipienti effettidel mal di montagna.; parrebbero invece di minor rilevanza i decrementi della capacità tampone delsangue e dell’ipovolemia.Secondo il parere di autorevoli specialisti (nel campo della Medicina applicata), occorrerammentare che l’assunzione di inibitori dell’anidrasi carbonica, giova ai sintomi del mal dimontagna, ma è sfavorevole alla performance atletica ( già compromessa dalla riduzione del volumeplasmatico).CAMPIONATI E/O GIOCHI SPORTIVI IN ALTITUDINE –Quando il calendario prevede un lungo periodo di permanenza in altura, parte della preparazioneatletica dovrebbe compiersi in situazioni ambientali analoghe a quelle della Sede dellaManifestazione. Si pongono, in questi casi, i problemi relativi all’allenamento in altitudine, chedeve basarsi sulla conoscenza delle risposte dell’organismo durante il periodo di acclimatazione.Durante il periodo di acclimatazione suddetto ( a condizioni ambientali di media-altitudine) haluogo uno scadimento degli indici di rendimento del lavoro atletico rispetto ai dati rilevati inpianura. Il grado di questa discrepanza cresce di pari passo con l’aumento della durata edell’intensità dell’esercizio fisico.Il peggioramento delle prestazioni è prevalente nei primi 10 giornidi permanenza in quota ed è rapportato con le descritte modificazioni delle funzioni respiratoria ecardiovascolare (tachicardia, riduzione del VO2 max, aumento pressione arteriosa, ecc.) e delcontrollo metabolico (iper-lattacidemia e riduzione capacità di recupero).I processi fisiologici di acclimatazione si sviluppano gradualmente e, poco per volta, le prestazionitornano ad avvicinarsi a quelle ottenibili in pianura. Intorno al 20°/23° giorno, tendono anormalizzarsi le risposte funzionali all’attività di sforzo; è stimabile che al termine del periodo diacclimatazione la capacità di “lavoro” raggiunga l’ 80/90% di quella che gli atleti stessipossedevano in condizioni basali. Appare quindi ragionevole pensare che sia possibile ottenerevalidi risultati sportivi anche in condizioni di media-altitudine, a condizione che un regime ditraining razionale sia condotto nell’arco di un adeguato e sufficiente periodo di acclimatazione.GARE IN PIANURA SUCCESSIVE AD UNO STAGE IN ALTITUDINELe molteplici esperienze effettuate comportano risultanze statisticamente similari; vale a dire che ilritorno in pianura è spesso seguito da una fase di 3/5 giorni di mediocre capacità prestativa
    • aerobica, che tende a migliorare a partire dal 7° giorno di rientro e per toccare l’apice attorno al15°, mantenendosi elevata sino al termine del primo mese all’incirca.Se la permanenza in altitudine è stata sufficientemente protratta, con l’ausilio funzionale degliadattamenti fisiologici, è proprio intorno alla 2a/3a settimana che si otterrebbero le miglioriprestazioni in discipline prettamente aerobiche.Le ragioni del primitivo scadimento dellaperformance, dopo il ritorno in pianura, possono essere numerose; oltre ai disagi eventuali relativi alcambiamento di ambiente o addirittura al fuso orario, va annoverata la necessità di consentire aisistemi-tampone dell’organismo di recuperare i valori normali.In aggiunta, è assolutamenteindispensabile che i muscoli vengano ri-allenati a livello del mare, cioè a pieno carico di ossigeno,perché possano compiutamente esprimere il potenziale acquisito in altitudine. Infatti, l’allenamentoin ipossia migliora le capacità di utilizzazione dell’O2 ma è altrettanto vero che la quantità massimadi O2 utilizzata dal muscolo in quota è comunque inferiore ai valori medi rilevati in pianura.Ciò èstato dimostrato anche da parziali peggioramenti delle prestazioni pure dopo un lungo periodo diacclimatazione.In breve, in altitudine migliorano progressivamente le strutture destinate all’utilizzo dell’ossigeno(emoglobina, ematocrito, enzimi muscolari, ecc.), senza tuttavia poter essere completamenteimpiegate. Per ottenere le migliori prestazioni è perciò necessario che al soggiorno/allenamento inquota, possa far seguito un ulteriore periodo di pianificazione specifica a livello del mareL’ALLENAMENTO IN ALTITUDINENel corso degli anni vi sono state molte esperienze ed osservazioni sul “metodo”di condurre unperiodo di allenamento in altitudine.Dal momento che molti atleti hanno ottenuto miglioramenti in seguito ad un soggiorno in quota eche altri atleti, abitualmente residenti in altura, hanno tratto vantaggi a gareggiare a livello del mare,si è giunti alla considerazione che l’inserimento stagionale di un periodo di preparazione inmontagna sia effettivamente “benefico”ai fini del miglioramento delle prestazioni aerobiche.Teoricamente, il vantaggio che può derivare da un allenamento a media-altitudine, specie per ifondisti, è rappresentato dallo stimolo che l’ipossia esercita sulle strutture cardio-vascolari e sullacapacità di consumo dell’ossigeno.Schematicamente, possono essere opportunamente adottate tre particolari tipologie : a) soggiorno/allenamento a quote relativamente alte (3500/4000 mt), che espone costantemente l’atleta all’azione stimolante di una rimarchevole diminuzione di pO2; questa opzione tuttavia limita notevolmente lo svolgimento di sedute di lavoro impegnativo; b) soggiorno/allenamento a quote relativamente basse (1800/2300 mt) in cui, a fronte di uno stimolo ipossico meno rilevante (anche in condizioni di “riposo”), consente lo svolgimento di allenamenti più gravosi; c) soggiorno in alta-quota (sopra i 3500/4000 mt) ma con esecuzione di sedute di training ad altitudini inferiori (1800/2000 mt). Questo “sistema”, riassume i vantaggi dei due precedenti, eliminandone gli inconvenienti.E’ utile rammentare che sono tutt’ora oggetto di studio e sperimentazione altre metodiche diallenamento in condizioni di ipossia; ad esempio quelle che si avvalgono dell’uso di miscelerespiratorie impoverite di ossigeno o di camere ipobariche, ove poter ricreare (in laboratorio) lecondizioni ambientali della altitudine richiesta.L’utilizzo di queste metodi implica altresì unacondizione di “soglia” psicologica particolare, oltre ad apparire eticamente discutibili.L’allenamento in altitudine , nonostante la “credibilità scientifica” delle premesse teoriche ed ilfavore riscosso presso i tecnici sportivi, presenta pure alcuni aspetti quanto meno opinabili.Innanzi tutto la lunga durata del soggiorno in quota, che dovrebbe superare almeno tre settimane eche, secondo eminenti autori russi (Letunov in particolare), dovrebbe protrarsi sino a 3 mesi per le
    • discipline prettamente aerobiche.In secondo luogo, la transitorietà dei benefici derivantidall’aumentata capacità di utilizzare ossigeno, fenomeno che dovrebbe indurre a ripetere più volte(nel corso della stagione) gli stages in altitudine. Il ricorso a questi “richiami”, ovvero a questaripetizione periodica dei soggiorni, facilità ovviamente il processo di acclimatazione.Queste considerazioni pongono altrettanto il problema del rapporto “costi economici-benefici”, dalmomento che non tutte le società e/o Federazioni possono permettersi l’onere di mantenere perlungo tempo in montagna gli atleti ed il loro staff. Un altro limite potrebbe essere riferito allanecessità di modificare la pianificazione-atletica, riducendo i carichi di lavoro e prolungando iperiodi di recupero; infine, le problematiche inerenti gli effetti della poliglobulia, scopo biologicofinale dell’allenamento in altitudine, che potrebbero innescare differenti variabili emodinamiche.SELEZIONE E CONTROLLO MEDICO –Una selezione accurata degli atleti è premessa indispensabile per lo svolgimento di una efficientepartecipazione allo stage di allenamento in altitudine.Essa dovrà essere effettuata in base allecondizioni di salute , al grado di forma fisica ed alla natura delle risposte fisiopatologiche inerentil’ipossia.L’importanza dello stato di forma è evidenziata dal fatto che, quanto maggiore è il grado diallenamento, tanto minore è l’influenza negativa dell’altitudine sulle capacità di prestazione. Le variazioni degli indici di funzionalità dei sistemi ed apparati organici, sono meno pronunciaterispetto a quelle osservabili a livello del mare nei soggetti poco allenati. Ne consegue che, pereffetto di un buon grado di allenamento, si possono produrre sforzi di elevata intensità anche amedia-altitudine, senza che la funzionalità dell’organismo ne tragga pericolosi squilibri.E’ pure evidente che anche le condizioni generali di salute possano giocare un ruolo preminente nelcondizionamento della capacità e, soprattutto, della rapidità dell’adattamento all’altitudine.Logicamente, l’atleta che possiede un livello basso nei valori di emoglobina, necessiterà di un lassodi tempo maggiore per sviluppare i cosiddetti meccanismi di compenso, particolarmente negli atletiche già a livello del mare manifestano tendenzialmente alcune forme di anemia .L’adozione di idonei protocolli di indagine medica è utile tanto per la pianificazione individuale deiregimi di allenamento quanto per la valutazione dinamica delle risposte adattative dell’organismo.Le indagini clinico-strumentali dovranno essere rivolte allo studio delle risposte funzionali cardio-respiratorie all’ipossia ed all’allenamento programmato.Alcuni esami, semplici ed efficaci, sono rappresentati dalla registrazione mattutina della frequenzacardiaca e della pressione arteriosa, dalla risposta a test funzionali dinamici (es.: skip rapido “sulposto” per 15”) e dall’esecuzione di ECG a riposo e “sotto sforzo”.La relativa stabilità degli indici funzionali raccolti in condizioni di ipossia ( a riposo e sotto sforzo),è caratteristica degli atleti con una elevata tolleranza individuale alla carenza di ossigeno. Ladeterminazione di questa “resistenza” individuale all’ipossia e ad altri fenomeni climatico-ambientali relativi la media-altitudine, assume un notevole valore prognostico riferente le qualitàdell’atleta nell’affrontare il soggiorno di allenamento in quota.. Essa si basa su segni soggettivi edobiettivi di adattamento all’esposizione acuta in condizioni di ipossia , sul lavoro muscolare svoltoin altitudine e sul rendimento del lavoro stesso.TOLLERANZA ALL’IPOSSIA –La valutazione della tolleranza individuale determina indiscutibilmente la selezione per gli stages eper le competizioni in altitudine.
    • Nella definizione : “tolleranza all’ipossia”, si comprende la capacità di un organismo di resistere aifattori sfavorevoli dell’ambiente esterno, grazie alla ri-organizzazione di tutte le proprie funzioni(molecolare, cellulare, degli organi e dei sistemi) e della loro regolazione neuro-umorale.La conoscenza dei meccanismi fisiopatologici della acclimatazione e l’applicazione di appropriatimetodi di indagine, hanno permesso di rilevare tre principali tipologie di tolleranza all’ipossia.Nel primo caso, si osserva una vivace risposta compensatoria dell’organismo : aumento emoglobinae numero eritrociti; aumento velocità di produzione acido lattico e della sua eliminazione, aumentodi alcune attività enzimatiche cellulari. Questo tipo di adattamento è rilevabile negli atleti il cuistato generale non cambia durante il soggiorno in altitudine; le risposte fisiologiche all’eserciziofisico sono adeguate al grado di ipossia e la capacità di compiere un lavoro muscolare in quota èelevata.Il secondo tipo di adattamento si caratterizza per una tolleranza ipossica ancora soddisfacente macon risposte cardio-respiratorie più pronunciate di quanto lo stimolo richiederebbe.Il terzo tipo di tolleranza all’ipossia mostra segni di inibizione funzionale più che di adattamentoattivo : depressione dell’emopoiesi, riduzione dell’attività metabolica, inibizione della glicolisi,diminuzione dell’escrezione di creatinina, ecc. Questo tipo di risposta si accompagna ad unoscadimento delle condizioni generali dell’atleta e rende impossibile lo svolgimento dell’allenamentoin altura.Vi sono considerevoli differenze individuali nella capacità di compiere il lavoro muscolare incondizioni di carenza d’ossigeno; è importante rilevare che un ampio range del livello di tolleranzaall’ipossia si registra anche negli atleti di valore assoluto.La tolleranza è determinabile anche in funzione dell’età; lo stress provocato dall’altitudine richiedeuna necessaria prudenza nel programmare periodi di allenamento in quota a giovani sportivi chevivono abitualmente in pianura. L’accesso a stages di allenamento superiori a 2500/3000 mt, dovràessere prudenzialmente consentito solo ad atleti che abbiamo compiuto il 16° anno di età. Talvolta,ai giovani all’esordio nel training in altitudine, sarebbero più utili alcune escursioni (anche a quotepoco più elevate), in luogo di vere e proprie sedute di allenamento.OSSERVAZIONI RIASSUNTIVELe modificazioni biologiche indotte dall’ambiente a media altitudìne, implicano particolari rischi senon si effettua una corretta acclimatazione. .L’allenamento fisico intenso, infatti, potrebbeimpegnare l’organismo al di là delle sue possibilità fisiologiche di risposta.E’ molto importante, se non decisivo, possedere un elevato grado di allenamento, un buon stato disalute ed un equilibrio organico “funzionale”, per consentire congrui processi di adattamentoall’esercizio fisico in quota.La tolleranza individuale all’ipossia è un parametro fondamentale per la selezione degli atleti daavviare al soggiorno di allenamento in altitudine; i risultati dei controlli medici periodici servono daguida alla pianificazione individuale del programma di allenamento.
    • La durata critica del periodo di acclimatazione è di circa 10 giorni per gli atleti ben preparati; nelcorso di questa fase, l’allenamento dovrebbe essere costituito essenzialmente da sedute di capacitàaerobica (corsa lenta). L’assenza di disturbi soggettivi non significa che si possa essere realmente“pronti” per il vero lavoro allenante; la relativa instabilità delle funzioni organiche potrebbecondurre, a causa di sforzi inadeguati, ad un peggioramento delle condizioni di salute degli atleti.Un periodo di allenamento “normale”, dovrebbe durare almeno3/4 settimane (o anche più, per lediscipline aerobiche). All’inizio di questa fase è necessario porre attenzione a tutta la “gamma” diesercitazioni che possono comportare la creazione di un debito di ossigeno lattacido, la cuitolleranza è ridotta dalla diminuzione del potere-tampone dell’organismo.Anche sulla scorta delle risposte individuali, l’intensità del lavoro dovrà essere minore e le pause direcupero più ampie rispetto al training in pianura.Il ritorno a “livello del mare”, è solitamente seguito da una decina di giorni di scarso rendimentoatletico. Nel corso della 2a/3a settimana, si assiste tuttavia al miglioramento delle prestazioni che, intaluni casi, si sono dimostrate superiori a quelle ottenute prima del periodo di allenamento in quota.La spiegazione fisiopatologica di questo fenomeno presenta punti acclarati (aumento di emoglobina,ematocrito, VO2 max) ed altri più oscuri, legati soprattutto agli effetti emodinamici dellapoliglobulia.“ESPERIENZE EFFETTUATE IN SOGGIORNI DI ALLENAMENTO IN ALTITUDINEAd un capitolo prettamente teorico, in cui sono stati presi in esame i rilievi bioclimatologici efisiopatologici, fa seguito una seconda parte “pratico-sperimentale, nella quale si evidenziano leesperienze effettuate nel campo dell’atletica leggera da mezzofondisti e fondisti di “buon spessore”.METODO SPERIMENTALE DEI SOGGIORNI
    • I diversi soggiorni di allenamento, sono stati svolti in località di “media-altitudine” dell’arco alpinoitaliano,francese ed elvetico (Livigno, Courmayeur, St. Moritz, Riederalp, Les Deux-Alpes), pressoalberghi o alloggi locati nell’area cittadina.Non sono state prese in considerazione le eventualità di soggiorni isolati in baite o rifugi poiché il“fattore socializzante” esterno (integrazione con l’ambiente, usi e abitudini delle varie località) èstato ritenuto fondamentale per il mantenimento del miglior equilibrio psico-fisico.Nonostante ciò, nulla si vuol togliere alla valenza di esperienze “isolate” con atleti “evoluti”eparticolarmente motivati da obiettivi di spessore internazionale. Tra queste, potremmo storicamentecitare il soggiorno sperimentale del 1977 a Courmayeur (AO), stagione in cui alcuni maratoneti(Massimo Magnani, Franco Ambrosioni e Gabriele Barbaro) vivevano stabilmente alla quota dei(quasi) 3400 mt del Rifugio Torino (M.Bianco), salvo scendere “a valle” per svolgere gliallenamenti specifici.O ancora, la spedizione messicana (1979) guidata dal Prof. Lenzi c/o il Rifugio Tlamacas sulvulcano Popocatepetl (mt 3950) coi vari G.Bordin, M.Marchei, O.Pizzolato, A.Solone, A.Bocci,L.Pimazzoni.Questo genere di soggiorni ha tuttavia prodotto risultati alterni e discutibili, probabilmente a causadell’altitudine troppo elevata. Nell’esperienza italiana, gli stages a quote elevate, sono stati“dismessi” dopo l’approccio negativo subito da Franco Fava (primi anni ’80) ai 4000 mt dellacatena andina boliviana.Attualmente, da qualche anno, riscuote successo il “mal d’Africa”….Tanto il responsabile federaleGigliotti (Africa del Sud-Ovest/.Campo base Windhoek-mt 1650) quanto i Managers più blasonati(Rosa Jr. e De Madonna in Kenya) propongono ed organizzano stages periodici nel Continente“nero”.Per altro, in tempi di crisi economica, località quali Livigno (stage federale Maratona e Corsa inMontagna),St.Moritz (“singoli” e società “private”) e Sestrière (in fase di “rilancio”), continuano ariscuotere un notevole credito presso campioni ed utenza media.VERIFICA DEGLI EFFETTI DEL SOGGIORNO/ALLENAMENTO IN QUOTAGli elementi di verifica sono stati vari ed eterogenei, nel corso degli anni gli strumenti tecnologici ele apparecchiature sono notevolmente evolute, ragion per cui si va dal semplice refertoematochimico, supportato dalla monitorazione cardiaca, sino ai più sofisticati test funzionali “dacampo” quali il “Conconi” ed il “Brue-Leger”In alcuni soggetti, è stato rilevato il controllo quotidiano (carotideo e radiale) delle pulsazionicardiache ( a riposo e dopo lo sforzo) e la rilevazione bi-giornaliera della pressione arteriosa (pre epost esercizio fisico).L’esame emocromocitometrico, unito ad altri parametri ematochimici inerenti l’indicazione dellafunzionalità del trasporto di ossigeno (ferritina, transferrina, sideremia,ecc.), è stato utilizzato qualeveicolo utile per la correlazione tra i periodi pre e post soggiorno in altitudine.MANIFESTAZIONI FISIO-PATOLOGICHE RISCONTRATE DURANTE ISOGGIORNI/ALLENAMENTONei primissimi giorni di permanenza in quota sono state mediamente accusate cefalee e sensazionivertiginose di lieve entità; in particolare dopo le sedute di allenamento specifico.Da rilevare anche turbe del sonno (nei primi giorni) e , in qualche caso, conati di vomito (inconcomitanza con sforzi presumibilmente eccessivi in rapporto all’altitudine).I sintomi elencati sono comuni a diversi soggiorni effettuati; generalmente questi disturbi sonoandati scomparendo dopo 4/5 giorni di permanenza..Alla maggior parte degli degli atleti, partecipanti ai soggiorni/allenamento, sono stati somministratipreparati a base di vitamine, aminoacidi, ferro e sali minerali.
    • ADATTAMENTI VERIFICATI DURANTE I SOGGIORNI IN QUOTADa rilevare, segnatamente, variazioni della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa.In taluni casi, è stato riscontrato un modesto aumento della pressione arteriosa in condizioni diriposo ( dopo 3-4 giorni di soggiorno) ed un aumento significativo successivamente l’eserciziofisico.Gli atleti, in genere, hanno mostrato in altitudine una diminuzione della frequenza cardiaca massima“sotto sforzo” rispetto agli allenamenti condotti in pianura. La frequenza cardiaca “a riposo”,rilevata al risveglio mattutino, è risultata essere, durante la prima settimana di soggiorno, superioredi circa 8-10 pulsazioni/min. rispetto ai valori abituali.Nei giorni successivi, si è verificato un progressivo decremento di tali valori, fino quasi araggiungere le frequenze abituali tra il 12° ed il 16°(20°) giorno di permanenza.E’ necessario rammentare che le considerazioni emerse dai vari soggiorni, si riferiscono sempre adaltitudini “Medie” (1700/2000mt circa)ADATTAMENTI VERIFICATI AL RITORNO IN “PIANURA”La concentrazione emoglobinica nel sangue degli atleti non è particolarmente variata rispetto aivalori consueti; vi è anzi da sottolineare, in qualche caso, una leggera diminuzione (probabilmentedovuta all’intensità degli allenamenti).Lo stesso appunto si può notificare a carico di eritrociti edematocritoQuasi tutti gli stages considerati hanno coinciso, al ritorno in pianura, con l’ottenimento dellemigliori prestazioni personali o con risultati di notevole rilievo.La frequenza cardiaca massima, rilevata al rientro, si è “normalizzata” nell’ambito dei primi giornisui valori riscontrati precedentemente il soggiorno.