Il calendario del popolo  - Primavera araba
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La Primavera Araba è una stagione carica di aspettative ma anche di pericoli. Dalle strade di Tunisi a Piazza Tahrir, dal deserto libico alle acque del Mediterraneo, le rivoluzioni iniziate nel 2011 ...

La Primavera Araba è una stagione carica di aspettative ma anche di pericoli. Dalle strade di Tunisi a Piazza Tahrir, dal deserto libico alle acque del Mediterraneo, le rivoluzioni iniziate nel 2011 sono un evento epocale che Il Calendario racconta attraverso straordinarie immagini e inediti punti di vista, provenienti da tutto il mondo. Il tema centrale è il grande sforzo di comprensione che spetta all'Occidente di fronte alla lotta degli shabab, i giovani arabi: una battaglia dagli esiti ancor oggi imprevedibili, tra i quali la Democrazia non è purtroppo il più scontato.

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    Il calendario del popolo  - Primavera araba Il calendario del popolo - Primavera araba Presentation Transcript

    • Piazza di Sant'Egidio, 9 00153 Roma tel.: 06.58334070 / 06.58179056 € 9.00 http://calendariodelpopolo.blogspot.com Il Calendario Del Popolo @CalenDelPopolo www.flickr.com/photos/calendariodelpopolo primavera araba n°755 / 2012 primavera araba 2012 Il Calendario del Popolo www.calendariodelpopolo.it www.sandrotetieditore.it Poste Italiane Spa - Spedizione in a.p. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27-02-2004 n. 46) art. 1, comma 1, Aut. C/RM/44/2011 In caso di mancato recapito si prega di restituire al Mittente CMP Romanina detentore del conto. € 9.00 Linda sutto - La primavera non bussa Alain Gresh - Il cammino della libertà Alessandro Politi - La rivoluzione araba al punto di svolta Vittorio Ianari - La vittoria sulla paura Vincenzo Mattei - L'utopia di Tahrir Farid Adly - La maledizione del petrolio Botros Fahim Awad hanna - Il dialogo mancato Said chaibi - La Primavera in me Ayachi hammami - La battaglia di Tunisi David sorani - La diffidenza di Israele Mehmet paÇaci - In principio Ankara Barbara meo evoli - Vista da Caracas Marc innaro - Democrazie e comunicazione Mario sai - La Primavera del Lavoro Stefano volpicelli - Transiti mediterranei Roberto ciccarelli - Che cos'è il Quinto Stato? Sergio bellucci - Internet delle cose Roberto livi - Il nuovo corso a Cuba Alessandro politi - Sopravvivere al futuro numero 755/2012 La Primavera Araba è una stagione carica di aspettative ma anche di pericoli. Dalle strade di Tunisi a Piazza Tahrir, dal deserto libico alle acque del Mediterraneo, le rivoluzioni iniziate nel 2011 sono un evento epocale che Il Calendario racconta attraverso straordinarie immagini e inediti punti di vista, provenienti da tutto il mondo. Il tema centrale è il grande sforzo di comprensione che spetta all'Occidente di fronte alla lotta degli shabab, i giovani arabi: una battaglia dagli esiti ancor oggi imprevedibili, tra i quali la Democrazia non è purtroppo il più scontato. 755 Rivista di Cultura fondata nel 1945
    • la primavera non bussa di Linda Sutto Immergo il dito indice nell’inchiostro rosso. Tra un istante − piccolo, quasi insignificante − lo appoggerò su un foglio e lascerò la mia identità impressa, come una grande conquista. Guardo il mio polpastrello tingersi e diventare il disegno che stamperò sul mio primo voto. In fila con me altre centinaia di persone, con la suggestione d’avere tra le mani − in questo gesto, quasi da nulla − la possibilità di scegliere. L’inchiostro scivola sulle minuscole linee della mia pelle, osservo attentamente: ogni piccolo solco mi sembra d’improvviso uno dei passi che mi hanno condotto qui. Seguo il colore spargersi veloce, non lo perdo di vista un secondo, come se potesse riportarmi all’inizio di tutto e dirmi chi sono oggi. Come se potessi trovarci scritta una spiegazione a quel che è successo, una spiegazione da dare almeno a me stesso. Ogni minuscola linea è una storia. Il rosso vi scorre sopra, come fossero piccoli fiumi, o le strade del Cairo, che si riempivano fino a non essere più strade, ma folla, non un ammasso di persone, ma un popolo unito, energia pura, un’onda che straripava, traboccava da un cuore all’altro, trascinando con sé i sentimenti di tutti, anche miei. Nascosti seppelliti e repressi da generazioni, forse, erano nell’aria, erano nel fondo, nello stomaco… 1
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    • da dove venivano? È complicato per me comprendere come sia accaduto esattamente. Fu come se d’improvviso la rabbia e la miseria non fossero più capaci di nascondersi, iniziarono a uscire attraverso gli sguardi, attraverso la voce, e attraverso i corpi; e mentre le strade si riempivano cambiavano, al riconoscersi occhi negli occhi, la paura, la frustrazione, la rabbia, si trasformavano in un groviglio informe e adrenalinico; fino a essere qualcosa di nuovo, ancora più forte: Speranza. Travolgeva chiunque le capitasse a tiro, una valanga di emozioni cieca e implacabile, una freccia scoccata con precisione, pronta a conficcarmisi nel cuore, senza chiedere permesso. Se voi mi chiedeste cos’è la primavera, io risponderei che sono le mie gambe che tremano, il mio volto che suda, che è quell’orda di sentimenti che mi si è rovesciata addosso, mi è entrata nel sangue, e ha iniziato a trasformarlo. Io ero un militare. Mi hanno insegnato ad amare l’ordine, ad amare il mio sovrano. Ho servito il mio popolo, e ne ero contento, mi sembrava che potesse essere bene. Forse quello che realmente sentivo era coperto dalla polvere della rassegnazione, dimenticato per il bisogno. Pensavo che difendere l’ordine costituito mi avrebbe reso onorevole di fronte alla famiglia, alla mia comunità e a Dio. Così mi avevano insegnato, ed era così necessario crederci, che vissi per anni senza chiedermi se fosse giusto o meno. Fu quando la gente cominciò a scender per le strade che iniziai a esser pervaso da una confusione endemica, sotterranea e inarrestabile. La piazza cantava, la piaz- 3
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    • za ruggiva, migliaia di occhi, mani, sogni, respiravano assieme: era un animale vivo, che si muoveva verso di me. Io in quel momento sono muscoli, fibre, nervi tesi. Io militare, sono lo Stato, l’ordine, la dittatura. Io sono un ragazzo di venticinque anni, nato a Tunaydah, figlio di un panettiere, cresciuto tra la sabbia e le lucertole, arruolato perché alto e sano, perché nella vita si fa ciò che si deve, perché è un ordine. Io, davanti alla mia gente, in quella piazza, non so più chi sono, chi il mio popolo, chi il mio nemico. Il mio compito era difendere la mia terra, non colpire i miei fratelli. Desidero, d’improvviso e da sempre, smettere di dover obbedire. In quest’attimo in bilico tra ciò che sono e ciò che posso – che forse voglio – quel che credo – quel che non potrei – barcollo di fronte alla folla che urlando reclama Giustizia sociale! Libertà! Dignità! Possibilità… Desidero esser capace di pensare autonomamente. Mi sembra di non aver mai fatto qualcosa del genere, di non esser mai stato così libero – così solo – di fronte a un pensiero, a una scelta. è una sensazione terribile, e affascinante. Il mio corpo vibrava, le loro voci mi attraversavano, mischiandosi segretamente ai miei pensieri. Padre, capirai il perché? Potrai comprendere questo? Non sono una persona coraggiosa, tremavo. Madre, perdona se questo ti provocherà dolore e angoscia. La valanga sfrenata degli umori della folla mi entrava dentro. Dio, mi giudicherai secondo quale Legge? Gridano “Libertà, Libertà”, che cos’è Dio? Che cos’è giusto? Quale verità devo difendere? Avrei voluto che qualcuno lo avesse fatto al mio posto, ma per ri- 5
    • 6 spondere, c’ero solo io, metà uomo, metà soldato. Quando diedero l’ordine di caricare non potei muovermi: fu il mio corpo a rifiutarsi d’obbedire. Sono caduto spinto dagli altri, quasi senza comprendere cosa stesse succedendo, sono rimasto a terra e ho atteso il caos. Poi sono scappato, lungo le strade del Cairo in fiamme, giù per le periferie di baracche, tutta la notte ho camminato, fino a dove non c’erano che palme da dattero, fino a che l’alba del giorno dopo mi ha sorpreso e, con le prime luci del giorno, ho scoperto d’essere un altro: un disertore. Per giorni mi sono nascosto, ho bruciato la mia divisa dove nessuno potesse vedere. Qualche chilometro più in là qualcuno moriva, in nome chi di una cosa, chi dell’altra. Per settimane il mio animo fu tormentato. Per sempre è cambiato il mio destino. Questa battaglia non s’è vinta né per mio merito né per mio coraggio. Non sento di aver contribuito a “fare la Storia”, semplicemente non potevo uccidere i miei fratelli. In queste vicende mi ci sono trovato dentro, così come mi son trovato gettato nella vita, venticinque anni fa, in un villaggio di sabbia e vento. L’unica differenza è che questa volta, quasi per caso, ho scoperto di poter scegliere da che parte stare. Inciampando. Se la mia scelta sia stata quella giusta non lo so ancora dire, perché da quella volta ho perso le poche risposte che mi permettevano di sopravvivere, in cambio di una quantità infinita di domande che non mi lasciano dormire la notte. Con gli occhi sbarrati nel buio mi chiedo: in fondo che cosa abbiamo vinto? Questa libertà di cos’è fatta, dov’è, a cosa serve? Allora apro il Corano e prego. Ma ogni notte le domande ricominciano: chi sarò agli occhi dei miei figli, un eroe o un colpevole? Non sarebbe stato meglio lottare per qualcosa che avesse anche una qualche consistenza e si potesse masticare sotto i denti? Che cos’è la democrazia, allora, è questo? Quest'inchiostro rosso sulle mie dita? I funzionari dell’ufficio elettorale mi richiamano alla realtà, io riemergo dalle mie impronte digitali colorate con un’aria probabilmente un po’ stupida, un po’ sconvolta. Mi consegnano il pezzo di carta su cui votare, e mi abbandonano, una volta ancora, da solo con le mie decisioni. Allora eccomi qui, voto. Mi sento quasi bene a vedere le mie impronte lì, impresse. E se la mia conquista, la nostra conquista, non fosse altro che quest’illusione di star meglio per aver lasciato il proprio segno da una parte anziché dall’altra? Per oggi basta domande, ya salam, mi concedo il piacere di credere.
    • SOMMARIO 1 La primavera non bussa di Linda Sutto 9 Editoriale di Sandro Teti di Redazione 12 Introduzione Il cammino della libertà 14 La rivoluzione araba al punto di svolta di Alessandro Politi 18 La vittoria sulla paura di Vittorio Ianari 20 L'utopia di Tahrir di Vincenzo Mattei 24 La maledizione del petrolio di Farid Adly 29 di B. F. Awad Hanna 32 Il dialogo mancato La primavera in me 36 La battaglia di Tunisi di Ayachi Hammami 38 La diffidenza di Israele di David Sorani 43 In principio Ankara di Mehmet Paçaci 44 Vista da Caracas di Barbara Meo Evoli 47 Democrazie e comunicazione di Marc Innaro 51 La primavera del lavoro di Mario Sai 58 Transiti mediterranei di Stefano Volpicelli 68 Schede Paesi 69 Glossario 70 Che cos'è il Quinto Stato? di Roberto Ciccarelli 73 Internet delle cose di Sergio Bellucci 75 Il nuovo corso a Cuba di Roberto Livi 77 Sopravvivere al futuro di Alessandro Politi 79 Il popolo del Calendario 80 Elenco Sostenitori / Librerie 10 di Alain Gresh (intervista) (intervista) di Said Chaibi (intervista) (intervista) (intervista)
    • Direttori Giulio Trevisani dal 1945 al 1969 Carlo Salinari dal 1969 al 1977 Comitato dei Garanti Zhores Alferov Piero Beldì Sergio Bellucci Luciano Canfora Franco Cardini Luciana Castellina Dario Coletti Guido Fanti Franco Ferrarotti Carlo Ghezzi Margherita Hack Emilio Isgrò Milly Moratti Diego Novelli Piergiorgio Odifreddi Mauro Olivi Leoluca Orlando Moni Ovadia Valentino Parlato Piercarlo Ravasio Guido Rossi Sergio Serafini Nichi Vendola Franco della Peruta dal 1977 al 2010 Art Director Laura Peretti Capo redattore Tommaso De Lorenzis Coordinatore editoriale Paolo Bianchi Redazione Ulderico Iorillo Serena Tudisco Impaginazione Antonio Maglia Ufficio Stampa Daniela Primerano Lorenzo Chiavetta Ufficio Abbonamenti Teresa Colistra Blog e Social Network Tommaso Sabatini Proprietà editoriale © Nicola Teti & C. Editore 8 Direttore Responsabile Sandro Teti Archivio Digitale Piero Beldì Direzione, Redazione Amministrazione Piazza di Sant’Egidio, 9 Roma 00153 C.F. / P. IVA 00935990150 Tel.: 06.58179056 06.58334070 Fax: 06.233236789 info@calendariodelpopolo.it info@sandrotetieditore.it www.calendariodelpopolo.it www.sandrotetieditore.it ISSN: 0393-374 Distribuzione: JOO Distribuzione Stampa: Tipografia Facciotti Prezzo: € 9,00 Rivista Periodica Registrata presso il tribunale di Milano n.159 del 9/7/1948 Modalità pagamento: Bollettino Postale Versamento su c.c.p. n. 1005911076 intestato a Teti s.r.l. BONIFICO BANCARIO CC intestato a Teti s.r.l. Codice IBAN: IT81Z0100503214000000015958 Periodico associato all’Unione Stampa Periodica Italiana Il Calendario del Popolo è socio del Coordinamento Riviste Italiane di Cultura Fotografie Le immagini sono di Luca Sola (Terni 1977) fotogiornalista che collabora con prestigiose testate nazionali e internazionali. Si è interessato alle problematiche legate al mondo del lavoro in Italia. Dopo un’impegno pluriennale in Palestina e in Israele, ha seguito sin dagli inizi gli sviluppi della Primavera Araba vivendo e lavorando in Egitto e in Libia durante tutto il 2011. Attualmente Al Cairo sta portando a termine il suo ultimo reportage sulla transizione politica dell’Egitto. Ringraziamenti Mario Castaldo Emiliano Chiusa Marisa Minoletti Teti Alberto Muciaccia Adriano Roccucci Cari abbonati e cari lettori, stiamo cercando di contattarvi tutti telefonicamente, ma abbiamo difficoltà a reperire i vostri contatti. Comunicateceli per favore ai numeri 06.58334070 - 06.58179056, al fax 06.233236789 oppure via e-mail a: info@sandrotetieditore.it stampa@sandrotetieditore.it Stiamo lavorando alla creazione di un archivio fotografico, filmico e cartaceo de Il Calendario del Popolo. Cerchiamo vecchie fotografie, anche non professionali, volantini, appelli, annunci e manifesti riguardanti la rivista o le edizioni de Il Calendario, la Teti Editore ed eventi a cui hanno partecipato (feste de l’Unità, banchetti, convegni, eccetera. Metteremo poi a disposizione, anche attraverso Internet, tutti questi materiali, che costituiscono la memoria storica del Calendario. Inoltre, se avete vecchi numeri de Il Ca­endario e soprattutto degli l Almanacchi, vi preghiamo di mettervi in contatto con la redazione, poiché stiamo ricostruendo l’archivio di tutti i numeri della rivista.
    • EDITORIALE di Sandro Teti Il Calendario del Popolo torna a occuparsi di assetti geopolitici e trasformazioni dello scenario internazionale. Lo fa un anno dopo i sommovimenti che hanno scosso il Maghreb e il Medioriente con un numero dedicato alla cosidetta Primavera Araba. Una miscela plurale di racconti, testimonianze, riflessioni analitiche fissa i termini di un processo aperto e tutto in divenire, carico di aspettative ma ugualmente gravido di pericoli. Dalle strade di Tunisi a piazza Tahrir, dal deserto libico alle acque del Mediterraneo, solcato dai transiti migranti, le rivoluzioni del 2011 non sono mai state un fatto esclusivo del mondo arabo, bensì un evento epocale, i cui effetti riverberano sull’Occidente e investono gli equilibri politici mondiali. Per questa ragione abbiamo offerto una molteplicità di punti di vista, alternando prospettive interne a sguardi esterni, tra cui quello di Israele, convitato di pietra delle rivoluzioni, e della vicina Turchia, cerniera sensibile tra due continenti. Le storie raccolte in queste pagine dicono delle profonde trasformazioni che hanno attraversato le società arabe. Ma prima ancora delle parole sono le immagini a parlare: gli eloquenti scatti del fotogiornalista Luca Sola restituiscono speranze, passioni e paure sui volti d’insorti e combattenti nel nome dei diritti e della libertà. La ricerca iconografica palesa, con efficacia mimetica e sottile allusività, l’intreccio di temi cruciali sollevati dalle rivoluzioni: il ruolo delle donne nelle mobilitazioni oceaniche contro i regimi, la diffusione delle nuove tecnologie di comunicazione, la durezza dello scontro militare, i riti e i simboli della religione insieme al grande interrogativo costituito dall’evoluzione dell’Islam politico. Abbiamo composto un numero ancora più “aperto” e meno definitivo del solito, perché mai come nel caso di questa Primavera gli esiti del cammino di liberazione sono affidati alle donne e agli uomini in marcia. Preservando il taglio monografico che caratterizza la nuova serie de Il Calendario, abbiamo incrementato e irrobustito il numero di pagine dedicato a temi di attualità, tra i quali il nuovo corso politico a Cuba, la condizione del lavoro atipico, precario, parasubordinato, e le inedite applicazioni della rete telematica. Abbiamo dato spazio a critiche e suggerimenti di voi lettori, ripristinando la rubrica Il Popolo del Calendario e, seguendo i vostri consigli, abbiamo confermato la sezione dedicata alle recensioni librarie. Stiamo procedendo a tappe forzate per recuperare il ritardo con cui stiamo uscendo, e abbiamo quasi terminato il prossimo numero, che sarà dedicato alle stragi nazifasciste in Italia, i cui responsabili sono stati protetti per decenni dai vertici dello Stato. Abbiamo avviato anche la lavorazione del numero ancora successivo, in cui si descrive il rapporto tra la città e le sue periferie, fisiche e mentali: un monografico che affronta argomenti di sociologia, architettura e urbanistica. 9
    • introduzione 10 «Primavera non bussa, lei entra sicura / Come il fumo lei penetra in ogni fessura» cantava Fabrizio De André in Non al denaro, non all’amore né al cielo. Correva il 1971. Quarant’anni più tardi, i versi del cantautore genovese restituiscono l’irresistibile, trascinante impeto della brezza che ha spazzato il mondo arabo dal Maghreb al Medioriente. Sordi al montare della marea, ma lesti nel coniare formule a effetto, i media occidentali l’hanno battezzata Arab Spring. Stagione nuova di speranze che ha mutato il corso della Storia. Brezza sostenuta dal respiro collettivo di donne e uomini in lotta per la libertà. Marea incalzante di milioni di corpi che ha travolto regimi e spezzato il pugno di ferro dell’oppressione. Eppure, sarebbe bastato tendere l’orecchio, osservare i lenti, inesorabili mutamenti che agitavano il corpo sociale, liberarsi degli inveterati pregiudizi eurocentrici, per cogliere l’approssimarsi del cambiamento. Del resto «You don’t need a weatherman / To know which way the wind blows», volendo dirla con le parole di Bob Dylan. A più di quindici mesi dall’inizio della rivoluzione tunisina, la Primavera Araba si configura come cesura epocale, occasione storica che chiama direttamente in causa l’Occidente. La posta in gioco è lo sviluppo della democrazia dopo gli anni Zero, dopo il cupo decennio iniziato con l’ecatombe del World Trade Center, consumato all’insegna dello “scontro di civiltà”, bruciato nella contrapposizione tra Terrore qaedista e unilateralismo guerrafondaio dei neo-conservatori. Le rivoluzioni arabe indicano, pur nella loro complessità e al netto delle intrinseche differenze, una via per l’emancipazione dei popoli che non coincide più con le rotte dei cacciabombardieri diretti a Kabul o a Baghdad. Riaffermano il ruolo della donna in società troppo spesso narrate sulla base di stereotipi. Testimoniano il diffondersi di un senso comune critico e di una partecipazione che si coagulano nelle strade delle città in rivolta come sulle dorsali della rete telematica. Alludono a un’evoluzione
    • dell’Islam politico all’interno delle regole e delle procedure di un sistema democratico rideclinato in forme inedite. Di certo nulla è scontato e l’avvenire della Primavera rimane confuso: a Damasco, dove la lotta continua, e al Cairo, dove va definendosi lo sbocco istituzionale della rivoluzione. Nel Marocco, attraversato da timidi fermenti, e sotto l’accecante sole algerino, che tutto sembra pietrificare, tra le ombre della memoria, nei ricordi d’una sanguinosa guerra civile. La partita è aperta. Gli scenari fluidi. Molti futuri sono ancora possibili. Ai Paesi occidentali spetta un grande sforzo di comprensione, la spregiudicata pratica di altri punti di vista, la costruzione di nuovi legami tra le due sponde del Mediterraneo. Occorre dismettere la retorica da “guardiani” dell’unica, vera democrazia, in una congiuntura in cui – proprio nei confini della vecchia Europa – è la stessa tenuta democratica a essere compromessa dai diktat di un neo-liberismo in veste tecnocratica sopravvissuto alla propria bancarotta: al great crash del 2008. Ai popoli arabi, invece, deve competere ancora il coraggio, perché la lotta per i diritti e la dignità non è finita. Ed è una lotta dagli esiti imprevedibili, che può generare tutele autoritarie, controspinte conservatrici, radicalizzazioni intolleranti o costituire una decisiva opportunità di liberazione. «Non serve essere un meteorologo per sapere da che parte tira il vento», eppure anche la brezza più impetuosa può volgere bruscamente in bonaccia o trasmutare in un gelido soffio invernale. Nel calendario della Storia le stagioni mutano all’improvviso e non c’è niente di certo, ma la Storia è sempre di chi sceglie di farla. 11
    • il cammino della libertà di Alain Gresh 12 In poche settimane, al prezzo di un migliaio di morti complessivamente, in Tunisia e in Egitto i popoli si sono sbarazzati pacificamente dei rispettivi dittatori. Rapidamente, il movimento si è esteso dal Marocco alla Siria, passando per l’Arabia Saudita e l’Iraq. Dappertutto, una stessa aspirazione alla libertà, alla dignità, dappertutto una stessa volontà di non cedere alla violenza. Nessun Paese arabo è stato risparmiato, neppure i ricchi Emirati Arabi Uniti, dove degli oppositori sono stati arrestati e un’associazione di difesa dei diritti umani è stata posta sotto tutela. La rapidità con la quale si sono propagate le fiamme della rivolta, diffuse in particolare dalla TV Al Jazeera, ha fatto nascere delle illusioni: il cambiamento sarà rapido; i regimi cadranno gli uni dopo gli altri come dei castelli di carte; il domani, in senso letterale, sarà radioso. Ma non è andata così. La contro-rivoluzione ha colpito il Bahrain, con l’intervento delle truppe del Golfo. La Libia è sprofondata in una guerra che ha permesso l’intervento della NATO. Il presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, non molla il trono. Il potere siriano tenta di schiacciare l’opposizione. E quello che deve essere fatto per gli egiziani e i tunisini è enorme, soprattutto in campo economico-sociale. Assisteremo, come nel 1848 in Europa, alla repressione della “primavera dei popoli”? Molti commentatori sono pessimisti: sia coloro che pensano che gli arabi non saranno mai maturi per la democrazia; sia coloro che agitano, una volta ancora, la minaccia islamista; sia coloro che si chiudono nei tempi dei media: qualsiasi lotta che dura più di una settimana è in un «vicolo cieco», qualsiasi crisi che dura più di un mese si «impantana». Tuttavia, nel luglio 1790, un anno dopo la presa della Bastiglia, la Francia era ancora un regno e l’Europa sembrava immobile… Era senza dubbio ingenuo pensare che dei dittatori, rinchiusi da decenni nei loro fortini, si sarebbero arresi senza resistenza. O anche che la loro caduta avrebbe significato un cambiamento di sistema sociale. I poteri in carica dispongono di potenti e terribili mezzi di repressione, anche se il ricorso a questi metodi non ha fatto né tacere i cittadini né ha riportato l’«ordine». Ed è ancora più allarmante il fatto che questi regimi non si fermino di fronte all’utilizzazione di una temibile risorsa. In Medioriente regna una infinita diversità: curdi e arabi, cristiani e musulmani, ortodossi e cattolici, sunniti e sciiti vivono, da tempo, fianco a fianco, sovente in pace tra loro, a volte come rivali, in alcuni casi arrivano allo scontro. Ma da molto tempo il confessionalismo e le identità nazionali sono state strumentalizzate sia dalle potenze coloniali, sia dai regimi nati dalle indipendenze che “dividono per regnare”; in Egitto, per esempio, Hosni Mubarak ha sfruttato la questione copta, mantenendo la minoranza cristiana in una situazione di inferiorità pur presentandosi contemporaneamente come lo scudo che li difendeva dall’islamismo. Queste manovre non sono cessate con lo scoppio della rivolta araba. La dinastia regnante (sunnita) in Bahrain, dove la maggioranza della popolazione è sciita, ha mobilitato su base confessionale. Strumentalizzando le paure,
    • la nuova stagione 13 la famiglia reale ha imposto lo stato d’emergenza, e fatto appello alle truppe dei suoi alleati del Golfo, in primo luogo l’Arabia Saudita. Una campagna di una xenofobia particolarmente disgustosa ha accusato i manifestanti, alcuni dei quali sunniti, di essere al soldo dell’Iran. In seguito, tutti i Paesi del Golfo hanno seguito questa strada, accentuando le divisioni cresciute già con l’intervento americano in Iraq e l’insediamento di partiti sciiti alla testa del governo a Baghdad. Fin dal 2004, il re di Giordania aveva messo in guardia contro la creazione di un “arco sciita”, dall’Iran al Libano passando per gli emirati del Golfo. In Siria, il regime del Baas, incapace di rispondere alle aspirazioni popolari, ha armato la minoranza alauita di cui fa parte, mentre alcuni gruppi salafiti sunniti tentano di trasformare il movimento di protesta in lotta contro gli “infedeli”. La volontà unitaria dei manifestanti e le loro rivendicazioni civiche di libertà, giustizia sociale e democrazia, hanno in parte permesso di smascherare queste manovre di diversione, di continuare ad andare avanti, di approfondire le conquiste. La “primavera dei popoli” non è finita, mentre i discorsi più estremisti sono stati marginalizzati. Al-Qaeda è stata spiazzata dalle mobilitazioni e la morte di Osama Bin Laden segna simbolicamente la fine di un’epoca e di un discorso che, all’inizio del secolo, trovava ancora una certa eco nel mondo musulmano. Le strade della libertà e della dignità, aperte dal popolo tunisino e poi intraprese dagli altri popoli arabi, permangono incerte. Ma, ormai, tornare indietro è impossibile. «Quando la libertà è esplosa una volta nell’anima di un uomo, gli dei non possono più nulla contro quest’uomo» (Jean-Paul Sartre, Le Mosche).
    • la rivoluzione araba al punto di svolta di Alessandro Politi 14 Smettiamo di chiamarla Primavera Araba, è un nome che, per quanto emotivo e noto alla nostra storia eurolandcentrica, ha un finale jettatorio: Alexander Dubček, il comunista dal volto umano, era tanto caruccio, ma poi “per fortuna” arrivarono i carri armati sovietici a riportare l’ordine a Manama (pardon, Praga). Chiamiamola per quello che è realmente: Rivoluzione Araba. Per i conservatori e i cosiddetti Realpolitiker nel mondo è un incubo, per i riformatori è una grande speranza e per i rivoluzionari e tutti in genere è un enigma dal finale ancora molto aperto e rischioso. Nel mese d’aprile questa rivoluzione è a un punto di svolta perché le rivoluzioni riuscite devono affrontare l’incognita della costruzione di un nuovo sistema politico e perché simbolicamente la Siria è l’evento che può aumentare la spinta rivoluzionaria in Asia e Africa oppure smorzarla significativamente. Il clamore politico e mediatico intorno a Damasco non dovrebbe farci dimenticare che in molti posti la situazione è “tranquilla”: - Iran, Iraq, Palestina, Giordania, Algeria non sembrano mostrare molto al mondo; - Libano e Marocco hanno dei fremiti politici; - Arabia Saudita e Oman sono in coma da petrodollari e paternalismo consolidato; - Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar: praticamente nulla. I motivi specifici per cui questi Paesi si ritrovano insieme sono diversi, ma sono accomunati da una forza di gravità che è la paura del cambiamento dal basso e l’incapacità relativa delle differenti classi dirigenziali di capirlo, interpretarlo e gestirlo. All’interno del gruppo c’è poi la netta separazione tra (petro)monarchie del Golfo e Paesi reduci di guerra. Quanto ai primi, è dai tempi della Santa Alleanza che i re non amano particolarmente le rivoluzioni e fanno lega per schiacciarle, anche se oggi, e qui, la dimensione specifica è in larga misura quella del petrolio e della diversificazione dalla petroeconomia. Queste monarchie hanno presto ritrovato i loro interessi comuni ancor più nel reprimere i cittadini del Bahrain e nell’aprire il club a monarchie fuori regione come Giordania e Marocco, che non nel resistere all’influenza iraniana. Poi vi sono i Paesi dove lo sfruttamento politico del trauma da guerra civile o esterna continua a essere il mezzo per bloccare gli assetti politici. L’Iran con la guerra Iran-Iraq e il lungo duello con gli USA; l’Iraq con le tre guerre del Golfo e la graduale uscita dall’occupazione statunitense e dalla guerra civile; la Palestina e le sue catastrofi militari, terroristiche, diplomatiche, politiche; la Giordania con le memorie del Settembre Nero; l’Algeria e i suoi strascichi dei fantasmi della feroce guerra civile; il Libano con le cicatrici della ventennale guerra civile; il Marocco con un timido disgelo dagli anni di piombo e una guerra bloccata nel Sahara Occidentale. Tutte situazioni geopolitiche le quali faticano a lasciarsi dietro i confortevoli schemi amico-nemico per entrare in una realtà più libera, fluida, contestabile. Questi attori sono i migliori rivelatori delle ripercussioni che le tensioni visibili hanno sull’insieme degli scacchieri dell’Oceano Indiano, dell’Africa e dell’Oceano Atlantico. Al di là dei tentativi più o meno sinceri o cosmetici di cambiamento, tutti questi Stati avevano progetti di rendita geopolitica, dall’Iraq che deve capitalizzare i prezzi pagati all’invasione e alla democratizzazione imposta, all’Iran che vuole espandere la sua influenza sbandierando una rivoluzione rimasta sui murales e truccata nelle urne, alla coppia israelo-palestinese le cui élite si rifanno il film del 1967 e variazioni annesse. Nel migliore dei casi forniranno ai processi rivoluzionari in corso la fiammata lunga per operare cambiamenti sociali in profondità quando le rivolte saranno cronaca passata: il segno dei mutamenti non si può ancora prevedere, ma la direzione generale costringerà tutti i Paesi a fare i conti con il Risveglio Arabo, pena la decadenza. Nel peggiore dei casi sono il materiale inerte che serve per flemmatizzare, sopire e troncare la spinta al cambiamento, offrendo un bel condono tombale alle responsabilità di classi dirigenti divorziate da ogni realtà che non sia la perpetuazione del potere.
    • la nuova stagione Israele, intendendo la società israeliana, ha reagito in modo arabo alle sollecitazioni del Maghreb. Certo che la situazione sociale, politica ed economica è differente, ma la gioventù israeliana di tutti i ceti e orientamenti politici ha protestato contro un analogo furto di futuro e una più sottile estrazione di valore. Il movimento delle tende, le quali oggi sono state fisicamente smantellate dalle piazze e dalle strade, ha espresso la sua opposizione contro una società sempre più diseguale, frammentata e libanizzata sotto lo spauracchio del conflitto perenne. Come in tutte le democrazie ricche e indebitate, basti vedere gli Indignados, il movimento studentesco cileno e Occupy Wall Street, questo tipo di movimenti non riesce ad abbattere presto un ben più fragile regime autoritario, ma può aver gettato i semi per un cambiamento non meno necessario rispetto al totalitarismo dolce delle oligarchie del capitalismo finanziario. La drammatica posta in gioco per i Paesi di Nordafrica, Levante e Golfo non è data tanto dalla distinzione tra sciiti e sunniti, ma tra minoranze al governo e maggioranze prive di libertà. Dal lato delle minoranze al potere abbiamo i casi dell’Iran sciita e dell’Afghanistan (come mostrano i brogli nel voto), quelli delle petromonarchie sunnite o della Giordania (dove i palestinesi sono il 60%), della Palestina dei cacicchi politici e familiari, della Siria degli alauiti, oppure dell’Algeria dei generali in doppiopetto e del Marocco con la sua monarchia sceriffiana. In forme diverse è un problema che tocca anche Israele dove una minoranza di colonizzatori domina la maggioranza degli arabi palestinesi e la maggioranza degli israeliani che sono stufi di passare da un conflitto all’altro. I Paesi di nuova democratizzazione hanno il problema di stabilire un quadro istituzionale che eviti una dittatura della maggioranza e di avviare un cambiamento sociale che elimini i rischi assai concreti e persistenti di familismo, corruzione, fazionalismo e manipolazione della religione. Quali sono i possibili futuri per Libia, Tunisia, Egitto e Yemen nel prossimo quinquennio? Ve ne sono almeno quattro: - democrazia fragile (forte corruzione, incerto Stato di diritto, faticoso sviluppo dei corpi politici e sociali); - democrazia sotto tutela (i militari possono o non possono intervenire direttamente, ma condizionano pesantemente il gioco politico); - democrazia autoritaria; - golpe bianco o reale, controrivoluzione con dittatura hard o soft. Le possibilità finali, se si sopravvive a uno degli esiti citati, possono concretizzarsi o in una democrazia emergente secondo parametri nuovi e completamente sperimentali, vista la crisi delle democrazie della koinè occidentale, o in una democrazia fittizia (che possiamo definire democrablanda, democrazia annacquata). È ovviamente troppo presto per tutti, protagonisti rivoluzionari inclusi, prevedere il risultato conclusivo di questi processi rivoluzionari. Nel frattempo la situazione sta evolvendo con grande rapidità anche a livello strategico. Nella scorsa primavera molto sembrava andare per il verso desiderato dalle petromonarchie: la manovra controrivoluzionaria sembrava aver contenuto elegantemente i disordini nel resto del Nordafrica; Tunisia ed Egitto andavano considerati persi ma in Egitto lo SCAF (Supreme Council of Armed Forces) stava pilotando la controrivoluzione; in Bahrain la rivoluzione era stata soffocata mentre in Libia era in corso un confuso conflitto interno dagli esiti incerti. E invece, mentre si proclamava su diversi media compiacenti l’arrivo di una torrida estate araba o addirittura un gelido inverno (sempre in ossequio alla rassicurante jella cecoslovacca), proprio nell’inverno del 2011 si consolidavano tre eventi di segno opposto. In Yemen veniva cacciato il vecchio presidente ad vitam Saleh; la popolazione e l’establishment hanno temporaneamente accettato la reggenza del vicepresidente, una creatura del vecchio dittatore, in attesa di una 15
    • 16 transizione che eviti gli orrori della guerra civile libica. La soluzione vicepresidenziale è stata caldeggiata da Riyadh, ma anche i sauditi sanno che è solo un guadagno di tempo, non una battuta d’arresto come quella in Bahrain. La campagna libica, sia pure in modo rocambolesco, è stata vinta dalle forze rivoluzionarie, sostenute dalle forze NATO, di Qatar e UAE, con la fine del regime del colonnello Gheddafi. Il Paese è in pieno rimescolamento, il che suscita molti timori nelle cancellerie di medie e grandi potenze, ma un altro regime dispotico è finito e questo ha contribuito a dare vigore ai moti in Siria. Per quel che riguarda la Siria è chiaro che il presidente Bashar al-Assad ha abbandonato qualunque pretesa di riforma e si sta preparando a liquidare l’insurrezione rivoluzionaria, prima rendendo impraticabile la protesta pacifica e adesso cercando di distruggere i gruppi armati dell’Esercito Libero Siriano o dei comitati di difesa locale. Dera’a, Deir el-Zor, Homs, Jisr al-Shughour sono stati gli epicentri di rastrellamenti governativi, che saranno forse complicati dall’accordo di tregua raggiunto con la mediazione dell’inviato speciale dell’ONU, Kofi Annan. È vero che a ogni massacro si scava il solco tra gli spartiati alauiti e gli iloti sunniti, ma gli Assad sanno che, se cedono, non avranno un futuro se non di esilio e/o di processo per crimini umanitari. La visione superficiale vede Iran e Hizb’Allah sostenere il regime siriano, Cina e Russia impedire interventi esterni in violazione alla sovranità di Damasco, Arabia Saudita e Qatar aiutare gl’insorti e il resto della comunità internazionale a fare da coro a favore della democrazia. La realtà è molto più complessa. L’Iran non vuole perdere l’alleato siriano, ma può continuare ad aver sponda in Libano anche senza Damasco. L’Arabia Saudita vuole indebolire in modo decisivo l’influenza iraniana, ma sa che un successo in Siria darà fiato ai fermenti nel regno. Hizb’Allah avrà anche mandato dei combattenti a sostegno di Assad, ma deve pensare a un futuro oscuro e sotto assedio se il regime cade, risparmiando il massimo delle sue forze per parare un ritorno controffensivo da parte israeliana e/o di alcune grandi fazioni libanesi. Israele è disperato per la caduta di un autocrate ben conosciuto e preoccupato per l’ascesa di un partito islamista meno neutrale nei fatti riguardo la questione palestinese. Il Qatar vuole capitalizzare sui successi di Al Jazeera nell’intera stagione rivoluzionaria, ma non vuole pensare nemmeno a una Costituzione ottriata per prevenire una pressione libertaria e non vuole guastare le relazioni con Tehran. L’Iraq, ha certamente bisogno di pace e quiete lungo le sue frontiere,
    • 17 tanto più che alcuni partiti hanno relazioni alquanto strette con Tehran, ma al tempo stesso ha conti da regolare con Assad, ricordando che favorì il massiccio afflusso di jihadisti verso Baghdad per comprarsi stabilità e ordine. Cina e Russia non hanno niente di personale a favore della famiglia Assad, ma non vogliono l’artiglio dell’aquila americana su Damasco attraverso un’altra rivoluzione colorata o libica. Per questo la Siria è sul filo del rasoio e in questi mesi rappresenta il centro di gravità e il punto culminante della lotta della Rivoluzione Araba: se Assad resta, ri- schia una vittoria di Pirro in un Paese esausto e impoverito, ma offre altro tempo per chi non vuole il contagio; se a Damasco vince la rivoluzione, il primo governo sotto tensione sarà quello di Amman e al tempo stesso Algeria e Marocco risentiranno maggiormente della circolazione d’idee libertarie. Nessuno ha in realtà il controllo della situazione, da Washington a Latakia. Come al solito, la storia non si fabbrica, si fa.
    • La vittoria sulla paura intervista a Vittorio Ianari Vittorio Ianari il mondo arabo lo conosce bene. Docente di islamismo dal 1993 al 2000 presso l’Istituto di Scienze Religiose dell’Università Lateranense, responsabile del settore ecumenismo e dialogo della Conferenza Episcopale Italiana, è autore di numerose pubblicazioni dedicate alla storia dell’Islam contemporaneo tra cui Chiesa, coloni e Islam. Religione e politica nella Libia italiana (Torino, 1995) e Lo stivale nel mare. Italia, Mediterraneo, Islam: alle origini di una politica (Milano, 2006). Sempre attento a tessere un ordito di legami tra le due 18 sponde del mare nostrum, padre Ianari insiste sulla grande occasione che la Primavera Araba rappresenta per l’Occidente: «Dobbiamo puntare con convinzione e pazienza sulle possibilità che si stanno dando nel mondo arabo, perché non è un processo destinato a chiudersi nell’arco di pochi mesi o di qualche anno. Vivremo il futuro prossimo misurandoci con questi problemi e non dobbiamo pensare che si tratti di novità di cui raccoglieremo i frutti rapidamente e senza traumi». Un auspicio che, a debita distanza da triti pregiudizi e rappresentazioni scontate, indica la strada di un avvenire comune per i popoli del bacino mediterraneo. Quali sono, a suo avviso, gli attributi generali che caratterizzano il complesso fenomeno della Primavera Araba, al di là delle specificità dei Paesi coinvolti nei sommovimenti dello scorso anno? Direi che possiamo individuare tre elementi. Il primo aspetto è la vittoria sulla paura ed è legato all’inatteso sviluppo della Primavera. Il superamento della paura, in Paesi oppressi e costretti da questo sentimento, è un fenomeno collettivo e, a livello mondiale, rappresenta un aspetto significativo ancora tutto da decifrare. Il secondo elemento è la dimostrazione che il cambiamento è possibile e risulta altrettanto importante perché veniamo da un quindicennio circa segnato da frustrazione, senso di realismo e rassegnazione. Nel 2003 le minacce d’intervento bellico nei confronti dell’Iraq da parte dell’amministrazione americana avevano mobilitato nelle piazze d’Occidente, ma non solo, milioni di persone. Quella voce popolare, evidente ed esplicita, non fu ascoltata e il movimento si sciolse come neve al sole. Il terzo attributo è la fiducia e si ricollega sia alla questione della mentalità, sia al discorso politico. Mi sembra che dalle rivolte arabe siano emerse una grande domanda e un’altrettanto grande offerta di fiducia fra giovani e meno giovani, fra uomini e donne, fra musulmani e minoranze cristiane: perfino nei riguardi dell’Occidente. È stato detto da più parti che i mezzi di comunicazione hanno fatto la rivoluzione e senza dubbio sono stati un volano potente. Ma la vera domanda, che tradisce un’aspirazione profonda, è se quei popoli possano fidarsi dell’Occidente. Mi pare che si stiano facendo dei passi nella direzione di una certa reciprocità, che – da parte nostra – presuppone la disponibilità a fidarsi dei movimenti islamisti. La manifestazione del 15 febbraio 2003 fu la manifestazione planetaria contro la guerra preventiva in Iraq. Perché mette in relazione quella grande mobilitazione pacifista con la Primavera Araba? Il Santo Padre ispirava quel movimento e le bandiere della pace erano esposte in tutta Italia. È stato un fenomeno straordinario che, tuttavia, ha subito una pesante sconfitta. Mi colpì profondamente il modo imprevedibile con cui si combinavano fattori molteplici, sia in ambito locale sia a livello internazionale, nel segno della conservazione dello status quo. Otto anni più tardi è stato dimostrato che la paura può esser vinta. Questo mutamento epocale avrà conseguenze e ripercussioni ben oltre i confini del mondo arabo. Non a caso richia-
    • A prosito di cambiamenti e trasformazioni, come muta – dopo gli eventi del 2011 – il rapporto tra Islam e politica? L’Islam politico oggi, in Tunisia ed Egitto, è chiamato a governare. Questo avrà delle conseguenze, perché un conto è un Islam politico che riflette in termini teorici dall’opposizione, altra cosa è praticare un’opzione di governo e operare profonde mediazioni con la realtà delle cose. Cos’è cambiato, invece, sul piano del dialogo interreligioso? Questo è un problema più complesso, a mio avviso direttamente riferibile al rapporto con l’Occidente. E la vera scommessa riguarda il futuro. Se assumerà responsabilità di governo, l’Islam politico dovrà costruire un insieme di relazioni sia all’interno dei singoli Paesi, sia in ambito internazionale. In questo senso può progredire ed evolvere anche il dialogo inter-religioso. terzo millennio. È in questo quadro che s’inseriscono le donne, dotate di una voce sorprendentemente forte. Ma anche in questo caso la questione dirimente riguarda la maturazione dell’Islam politico, la trasformazione della mentalità e il profondo mutamento culturale. Si tratta d’un processo complesso e articolato. Indichi almeno un attributo specifico per ciascun Paese coinvolto nella Primavera Araba. Per la Tunisia il coraggio di averci creduto e reso possibile l’impossibile. Per l’Egitto, la tempistica: cioè l’aver colto il momento giusto. Per la Libia, forse, una sintesi fra questi due aspetti. Quali prospettive e quali scenari si aprono a questo punto? Dal punto di vista dell’Occidente e dell’Europa, la vera scommessa è non perdere quest’occasione irripetibile. Ecco perché occorre rigettare gli sconsiderati atteggi- Per l’Europa in crisi una democratizzazione del mondo arabo rappresenta una chance importante: soprattutto per l’area mediterranea... Direi proprio di sì, e rappresenterebbe un’inversione di tendenza rispetto al passato, agli anni in cui l’Europa ha preferito interloquire con regimi che disconoscevano i diritti e la democrazia. Non cogliere l’occasione che oggi ci viene offerta sarebbe incredibilmente miope, anche rispetto alla crisi europea. Come giudica il ruolo delle donne nei movimenti della Primavera Araba? Queste società si sono dimostrate molto più mature di quanto si potesse ritenere e perfino di quanto potessero ritenere gli stessi attivisti per i diritti umani operanti nei vari Paesi. L’anno scorso lo confermava anche un giornalista che, in Tunisia, si è speso molto nelle battaglie democratiche. Avevamo una rappresentazione errata delle giovani generazioni arabe. Credevamo che fossero ormai conquistate a un pallido benessere pagato con la mancanza di libertà. In realtà si sono rivelate molto consapevoli dal punto di vista politico, sociale e culturale. Hanno manifestato un amore nei riguardi dei propri Paesi che sembra configurare un “nazionalismo” del la nuova stagione ma gli eventi che, nel 1989, portarono alla caduta dei regimi socialisti. La Primavera, pur con tutte le sue ambiguità e incompiutezze, rappresenta una grande promessa di trasformazione. 19 menti di chiusura e disinteresse. Non lo dico solo per l’attenzione e l’amore che mi legano a quei popoli, ma anche – e soprattutto – per il ruolo che essi avranno nel nostro futuro. Del resto, siamo accomunati dallo stesso mare e dalla stessa Storia. Non dobbiamo dimenticarlo mai.
    • l’utopia di tahrir di Vincenzo Mattei 20 La sera dell’11 febbraio 2011 le dimissioni di Mubarak trasformarono le strade di tutto l’Egitto in un festeggiamento che andò avanti per tutta la notte. Durante le prime settimane dalla caduta del dittatore, gli egiziani si sono riscoperti orgogliosi della propria capacità di poter raddrizzare le sorti dell’ingiustizia alle quali sembravano destinati. Nei taxi, nei negozi, nelle banche e negli uffici pubblici tutte le radio erano sintonizzate su dibattiti politici invece che sul solito sermone del Corano. Si poteva percepire l’entusiasmo sui visi delle persone o camminando per le strade, ovunque si respirava un’aria nuova; parlando con la gente, sembrava che la rivoluzione avesse messo d’accordo tutti gli egiziani, riscoprendone una nuova anima, dai professori agli alunni, dai commercianti agli statali, dai ricchi ai poveri, dai musulmani ai cristiani. Le sensazioni descritte sopra si sarebbero andate dissipando con il passare dei mesi, dietro una spirale di accadimenti e provocazioni che alla lunga hanno messo in ginocchio la volontà e la spinta popolare al cambiamento. Infatti, era passato meno di un mese che iniziarono i primi segni di reazione da parte del vecchio regime: il 5 marzo veniva bruciata la chiesa copta del quartiere povero di Embeba. Il fatto suscitò clamore e indignazione nella comunità cristiana e nei media internazionali più che in quelli egiziani che, ancora imbevuti della sbornia rivoluzionaria, minimizzarono parzialmente l’accaduto. Ma non passò inosservata la nuova occupazione di piazza Tahrir da parte degli Shabab (giovani) il 9 aprile, quando ci fu uno scontro con le forze dell’ordine e molti mezzi civili e militari furono dati alle fiamme, la piazza bloccata e recintata con filo spinato e bandoni dei vicini cantieri e con le carcasse bruciate degli autoveicoli. Tale escalation di scontri diretti tra i due blocchi, i militari e gli Shabab, si è andata ripetendo ciclicamente: a maggio 2011 i giovani hanno occupato Tahrir; poi di nuovo a giugno quando hanno capi-
    • da Tunisi al Cairo to che i militari non avevano nessuna intenzione di mollare il potere; a settembre con la distruzione dell’ambasciata israeliana al Cairo è stato il caos nella capitale; a ottobre la carica dei blindo militari sui cristiani copti che manifestavano con una marcia pacifica davanti alla TV di Stato ha provocato 23 vittime; a novembre con gli scontri in via Mohamed Mahmud hanno perso la vita 43 persone; a dicembre in via Qasr El Aini e a febbraio 2012 sono avvenuti nuovi scontri in via Mohamed Mahmud dopo che c’erano stati 73 morti allo stadio di Port Said a nord del Paese. In tutti questi casi le sommosse sono state causate da comportamenti e provocazioni della polizia militare e ordinaria che usavano la violenza per sedare le dimostrazioni in strada, causando di conseguenza la reazione dei giovani. Eclatante è stato il caso di via Mohamed Mahmud dove la polizia militare ha praticamente preso a bastonate donne, bambini e anziani che protestavano con un sit-in pacifico per chiedere gli alimenti, di cui avevano diritto, per i parenti morti a gennaio 2011, o di via Qasr el-Aini dove una ragazza è stata letteralmente trascinata per il velo, con il torace seminudo mentre un soldato le dava calci sullo stomaco. È incomprensibile come i militari non siano riusciti a gestire situazioni di ordinaria amministrazione civile; se il loro atteggiamento poteva essere scusabile nei mesi iniziali del post-Mubarak, non poteva essere meno tollerato dopo quasi un anno in cui si trovavano praticamente a governare il Paese. Perché tutte queste azioni destabilizzanti? Chi si nasconde e manovra dietro le quinte? E soprattutto, perché i militari non sono (o non vogliono essere) in grado di fermare queste escalation di violenza? Quanto l’esercito è colluso con i nostalgici appartenenti al regime di Mubarak? Secondo il blogger Hossam elHamalawy, i militari controllano circa il 40% dell’economia egiziana, producendo dalla pasta ai missili da guerra; una macchina così potente e ramificata dentro il territorio egiziano quanto può essere inte- 21
    • ressata ad abbandonare le leve del potere? I militari egiziani sono da più di trent’anni i migliori interlocutori della politica estera americana, già prima degli accordi di Camp David, e ciò costituisce un altro fattore di non secondaria importanza per il reale interesse a livello diplomatico internazionale a mantenere i generali al potere. L’Egitto è la chiave di volta strategicamente troppo importante per la posizione geografica: è al confine con Israele e gestisce le rotte del canale di Suez. La maggior parte degli attivisti non è disposta a iniziare discussioni o dibattiti sulla situazione politica egiziana e sul possibile cammino democratico del Paese fintanto che i generali sono al potere. Questa è stata la causa principale del boicottaggio da parte di moltissimi giovani alle elezioni generali tenute a novembre e terminate a metà marzo. Ovviamente questo loro atteggiamento radicale e intransigente ha di fatto avvantaggiato quei partiti islamici e islamisti 22 dei Fratelli Musulmani (FM) e dei salafiti, a discapito dei partiti laici e di sinistra. La posizione degli Shabab è ferma, perché vedono nei metodi impiegati dall’esercito lo stesso modo di rispondere che aveva la polizia segreta di Mubarak: arresto arbitrario dei giovani in piazza, processi militari a civili, uso indiscriminato della violenza per reprimere le manifestazioni… tutti mezzi che riportano alla memoria i sistemi usati dal vecchio regime. I giovani hanno continuamente rifiutato e osteggiato i vari governi imposti di volta in volta dai militari, domandando la formazione di un governo di unità nazionale capeggiato dalle figure politiche più cari- smatiche e con l’adesione di tutte le forze politiche presenti nel territorio. Un governo in grado di condurre il Paese durante il periodo di transizione per confluire verso vere elezioni libere e la redazione di una nuova Costituzione. Gli Shabab, già subito dopo la caduta di Mubarak, avevano chiesto immediate elezioni politiche da tenere a marzo del 2011; per loro qualsiasi partito avesse vinto le elezioni sarebbe stato legato da un patto con la nazione per il proseguimento della spinta rivoluzionaria. Ora invece i FM si propongono più come dei normalizzatori dell’agitata situazione nel Paese. Un altro fattore destabilizzatore, oltre gli scontri, è stata ed è la crisi economica in cui versa il Paese, che si trova sull’orlo della bancarotta. Se non ci fossero stati aiuti finanziari dai Paesi del Golfo, dall’Arabia Saudita e dagli USA, il Paese sarebbe già economicamente saltato. I vari governi nominati dai militari non sono stati in grado né di trasmettere fiducia ai giovani, che li hanno accusati di lentezza del processo democratico, né di raddrizzare la situazione economica. Questa stagnazione finanziaria, di congiunto con gli scontri ciclici in strada, sembra rientrare in un piano studiato a tavolino per sgonfiare la spinta e l’entusiasmo rivoluzionario. Infatti la maggior parte degli egiziani sono estenuati dalla precaria situazione in cui si trova il Paese, vogliono che la vita torni alla normalità e che si creino posti di lavoro piuttosto che assistere inermi agli scontri in piazza. Indubbiamente c’è consapevolezza che ci sono movimenti controrivoluzionari che cercano di destabilizzare il Paese, ma il popolo accusa soprattutto i giovani della situazione attuale, divenuti oggetto di una campagna denigratoria da parte degli apparati di stampa (ancora pieni di simpatizzanti del vecchio regime e facilmente corruttibili) che li indicano come i veri responsabili degli scontri e in ultimo della crisi economica. Quindi di fatto la gente pensa che i giovani, creando caos, impediscono il ritorno del turismo di massa che costituiva ai tempi di Mubarak quasi il 30% delle entrate dello Stato. La Primavera Araba si sta trasformando in un inverno perché il contesto internazionale è completamente diverso da quello che poteva esserci nel Novecento. I giovani egiziani si sono mobilitati per rivendicare il loro futuro, per avere una vita decente, per avere un lavoro rispettabile, per avere la possibilità di comprare una casa, di sposarsi e di creare una famiglia, di avere buoni studi, una pensione, l’assistenza
    • quanto i militari saranno disposti a farsi da parte e divenire con il tempo un ordinario esercito professionale, senza commistioni nella politica e nell’economia del Paese. La sfida è ardua, anche perché gli egiziani sentono molto la religione e hanno una concezione patriarcale della società che li rende più conservatori che progressisti, tanto è vero che molti, dopo mesi e mesi di stenti, incominciano ad avere nostalgia del regime di Mubarak durante il quale rinunciando alla giustizia avevano la sicurezza. L’utopia di Tahrir è durata 18 giorni, i ragazzi hanno vissuto come in una comune, dove ognuno era sé stesso e dove non c’era distinzione di classe, di religione, di pelle; hanno vissuto sotto un tetto comune: il cielo del mondo. Per questo Tahrir lascerà un’eredità importante e pesante, non solo per le future generazioni egiziane, ma per tutto un movimento sotterraneo che è emerso, da Los Indignados a Occupy Wall Street. Potrebbe essere l’inizio di un’era, da Tunisi al Cairo sanitaria… per avere una ripartizione più egalitaria della ricchezza in un quadro di giustizia sociale che sia veramente reale e non solo sulla carta. Ma in un contesto internazionale permeato da politiche neoliberiste non sembra possibile attuare neanche politiche neo-keynesiane, in un quadro appunto in cui lo Stato assume un comportamento attivo e presente nell’economia del Paese, compensando le disfunzioni del settore privato. Senza entrare nella polemica della crisi finanziaria del 2008, che è stata una crisi di sistema, per fare in modo che la rivoluzione araba abbia successo, come qualsiasi altra rivoluzione (sempre in un quadro di richiesta di libertà e non nel senso classico di rivoluzione marxista) ci sarebbe bisogno di una ri-discussione a livello internazionale dei principi su cui si deve basare l’economia mondiale, per capire quali sono gli obiettivi e i fini che si vogliono raggiungere non come nazione, ma come specie umana, perché parafrasando lo scrittore egiziano Alaa al-Aswany: «La vita non è fatta di numeri, ma di persone». Tahrir ha convogliato milioni di persone e ha vissuto un’utopia, dove la fratellanza e il senso comune di appartenenza sovrastavano l’egoismo dell’individuo, non esistevano differenze di classe o di religione: quei milioni di individui erano un corpo unico, che le emozioni facevano fluttuare, allontanando la fatica dei lunghi giorni passati a dormire sui marciapiedi. Eppure durante l’ultimo anno si sono accentuate le divisioni e le fratture tra i diversi movimenti politici e religiosi. L’interesse particolare del gruppo, o dell’organizzazione (con maggior riferimento ai FM), ha prevaricato quello generale. Ora sarà da capire come si muoveranno i Fratelli all’interno dello spazio concesso loro dalle elezioni e dai militari. I FM, a differenza dei salafiti, sono dei veri e propri politici che hanno affinato le loro capacità vivendo nella semi-tolleranza dei vecchi regimi (Mubarak, Sadat e Nasser), ora dovranno abituarsi a lavorare allo scoperto e non nella clandestinità, dentro il quadro della dialettica politica democratica. Il loro compito non è facile, anche perché per risollevare le sorti e le condizioni economiche in cui si trova il Paese ci vorranno lustri, e sicuramente molte loro decisioni porteranno scontento. Gli Shabeb, dovranno organizzarsi politicamente per poter competere nel medio-lungo periodo con i FM, questo vale anche per tutti i partiti laici, sia di sinistra che di centro. Il processo democratico è solo agli inizi, bisognerà capire 23 di cui ancora è difficile definire i contorni, ma anche nell’Ottocento i primi moti insurrezionali avevano la caratteristica di sembrare solo fuochi di paglia, che vivevano l’arco di una stagione; con il tempo quei movimenti da eterogenei e divisi si sono coesi e organizzati, per poi portare a tutti quei cambiamenti e rivendicazioni che il Novecento ha materializzato. I tempi non sono ancora maturi per poter stilare delle stime definitive, il cammino è ancora lungo, ma riuscire a fare una rivoluzione è più di un buon inizio, è qualcosa di straordinario.
    • la maledizione del petrolio di Farid Adly 24 Molti sostengono che i libici sono tutti ricchi. Non è così. La Libia è un Paese ricco. I libici invece sono, nella stragrande maggioranza, poveri; hanno vissuto, a causa della dittatura e del controllo dispotico sulle risorse petrolifere, al di sotto delle straordinarie opportunità che il Paese offriva: grandi risorse con una popolazione esigua. Il male più oscuro che colpisce la gioventù libica è quello della frustrazione a causa della disoccupazione. In Libia i giovani sotto i venticinque anni rappresentano il 47% della popolazione, e la percentuale dei disoccupati è più alta che in Egitto. E come in tutti gli altri Paesi arabi, per i giovani senza lavoro è difficile trovare una compagna con cui convolare a nozze e costituire una famiglia. A questo si aggiunga la crescente crisi abitativa provocata dalla sempre più consistente espropriazione dei terreni per destinare grandi aree dei piani regolatori generali allo sviluppo turistico della famiglia Gheddafi. Non a caso, le prime avvisaglie della rivolta in Libia si sono avute a gennaio, assieme alla rivolta tunisina, all’occupazione di case popolari e all’assalto dei cantieri delle ditte edilizie straniere operanti nel Paese, soprattutto sudcoreane. Per evitare lo sviluppo di questa protesta, il regime ha promesso di investire ventiquattro miliardi di dollari USA per un piano casa e per lo sviluppo locale. Sempre in quel periodo il regime ha cercato di correre al riparo e ha emesso una serie di provvedimenti per alleggerire il peso della crisi economica che gravava sulle famiglie. Il 10 gennaio 2011, infatti, «sono state ridotte le tasse sulle derrate alimentari e in particolare sul latte per bambini ed è stato annunciato lo stanziamento di sei miliardi per il sussidio per calmierare i prezzi dei prodotti di prima necessità, compresi medicine e carburanti». Secondo uno studio del Ministero libico delle Finanze e della Pianificazione, pubblicato nel febbraio 2011, poco prima della Primavera libica quindi, il 29% delle famiglie vive sotto il livello di povertà. Lo studio determina il reddito minimo necessario per una famiglia in 392 dinari (313 di dollari USA). Secondo l’agenzia semiufficiale Libya Press, questo dato è in crescita nel secondo decennio del nostro secolo: le persone colpite dalla povertà sono passate da 605 mila unità nel 1992 a 739 mila nel 2001 fino a circa due milioni nel 2010. L’altro dato preoccupante in un Paese petrolifero, che gode di un reddito pro capite annuo tra i più alti in Africa (13,800 di dollari USA), è quello sulla disoccupazione nel 2010: il 30% della forza lavoro. Paragonandolo ai dati degli altri Paesi arabi limitrofi è il peggiore (Marocco 9,8%, Algeria 9,9%, Tunisia 14%, Egitto 9,7%). Ecco perché la gioventù libica ha dato via all’insurrezione contro la dittatura della famiglia Gheddafi: “pane e libertà!”. Le frustrazioni originate da quelle contraddizioni spiegano anche la virulenza della rivoluzione libica rispetto alle altre Primavere Arabe. Il colonialismo italiano ha fatto male alla Libia e ai libici. Sia nel periodo giolittiano sia in quello sanguinario fascista. Anche di recente nel dibattito specialistico si fa l’errore di relativizzare il colonialismo italiano alla luce di quelli britannico e francese, sostenendo la legittimità dell’azione militare e colonialista per ottenere un posto al sole. È il prolungamento di quel pensiero pascoliano espresso nel discorso La grande proletaria si è mossa, pronunciato dal poeta a Barga, il 26 novembre 1911, dove giustificava l’invasione della Libia in nome della povertà dell’Italia. Nei mesi precedenti la guerra, per creare consenso, stampa e Chiesa hanno avuto un ruolo di primo piano nel fornire e rendere popolare il pretesto ideologico che avallasse la conquista della Libia. Il Corriere della Sera, per esempio, sosteneva che il territorio libico fosse una miniera di grandi risorse naturali, e che avrebbe potuto risolvere il problema della penuria di materie prime della nazione. A sostegno della penetrazione commerciale e finanziaria italiana del Banco di Roma, la stampa cattolica parlava della guerra come una «crociata contro gli infedeli».
    • da Tunisi al Cairo Questo «far male» è stato documentato da molti studiosi italiani, come dal collega Eric Salerno nel libro Genocidio in Libia e dal professore Angelo Del Boca. Ma i loro libri sono rimasti nella cerchia specialistica e le loro ricerche non sono diventate una presa di coscienza collettiva nazionale: nel sentire generale è rimasto, fissato e difficile da rimuovere, il luogo comune elevato a dogma: «Italiani brava gente». Risuonano ancora nella mia mente le parole dello storico libico Mohamed Mustafa Bazama, che da ragazzo è stato un balilla e ha potuto così studiare nelle scuole italiane e ottenere la licenza di quinta elementare, l’allora limite della scuola dell’obbligo: «A Bengasi eravamo soltanto in tre libici ad aver conseguito la licenza elementare, perché le scuole italiane erano aperte solo agli italiani e non alla popolazione araba indigena. Molte delle famiglie naturalizzate, però, hanno seguito i soldati italiani nella loro ritirata e sono partiti per Roma». Dopo l’indipendenza il professor Bazama, con la sua licenza elementare italiana, ha ricoperto l’incarico di sottosegretario all’Istruzione, ha tradotto documenti dall’italiano e ha pubblicato un’ottantina di libri, alcuni ancora in uso presso le università libiche. Dopo il colpo di Stato di Gheddafi, avendo rifiutato di collaborare, come molti altri intellettuali è stato spedito all’estero dal nuovo potere militare, dove si è occupato della direzione di una casa editrice a Beirut e poi in Italia, a Milano e a Cagliari. La chiusura mentale del «colonialismo straccione» – come lo definiva Bazama – ha ridotto il Paese a un’arretratezza peggiore rispetto a quella del 1911, al termine dell’occupazione turca. Nella prima fase dell’indipendenza, la maggior parte della classe dirigente del Paese era costituita da esuli che avevano studiato nelle università egiziane e tunisine, i due Paesi arabi confinanti e che erano – e sono tuttora – legati intimamente alla Libia. Un’altra fonte che conferma questa tesi del «far male» è la relazione della Commissione ONU sulla Libia, che in un rapporto al segretario generale de- cretò: «Il Paese non ha né la base economica né una struttura amministrativa per sostenere il passaggio all’indipendenza. Si rendono necessari almeno dieci anni di amministrazione fiduciaria internazionale». Il colonialismo italiano ha anche sbadatamente accantonato le ricerche petrolifere in Libia, malgrado fosse stato proprio un italiano, Ardito Desio, il primo a disegnare le cartine geologiche di quei luoghi. La primigenia manifestazione della presenza di idrocarburi nella Libia italiana si è avuta nel 1914, quando del greggio fuoriuscì durante uno scavo di un pozzo d’acqua. Tra il 1926 e il 1940, Desio esplorò la Libia a fondo, «a dorso di cammello» dicono le cronache del tempo. Nel 1933 disegnò la prima carta geologica della regione, che avrebbe aggiornato poi nel 1939. La mancanza di fondi statali, l’arretratezza tecnologica dell’Italia di allora (che non possedeva trivelle per scavi in profondità) e il disinteresse strategico del governo lo costrinsero però a interrompere molto presto la ricerca sistematica di petrolio. Quando, a metà degli anni cinquanta, gli statunitensi e gli inglesi ottennero le prime concessioni, si avvalsero proprio delle cartine di Desio, reperite negli archivi italiani. La scoperta del petrolio alla fine degli anni cinquanta e l’inizio delle esportazioni petrolifere hanno avviato un processo di centralizzazione del potere nelle mani di pochi, imponendo nella società libica un livello di corruzione tale da minare le ragioni stesse della convivenza. Le trame internazionali e l’interesse di alcuni Paesi verso la Libia, allora come ora, sono legati alle sue risorse e capacità finanziarie. La manna dal cielo, come dicevano molti negli anni sessanta, non è stata trasformata dai governi che si sono succeduti in questo mezzo secolo, sia durante la monarchia sia nell’era repubblicana, in politica di sviluppo e occupazione per preservare il benessere delle future generazioni, quando tra un mezzo secolo i pozzi di petrolio si esauriranno. La Libia era diventata un Paese che attirava gli sciacalli da ogni dove, i quali agivano con la tecnica del mordi e fug- 25
    • 26 gi, e una meta di questuanti che chiedevano aiuti e sovvenzioni in cambio di un esercizio di salamelecchi e genuflessioni di fronte al Qaid. Anche ai tempi della monarchia si era vista una volontà di utilizzare le capacità finanziarie per dare al Paese un prestigio a livello arabo. Durante la Conferenza del vertice arabo del 1964, il principe ereditario, in rappresentanza del re e con il suo consenso, ha elargito al fondo interarabo di solidarietà una somma equivalente a quella messa a disposizione da Arabia Saudita e Kuwait messi insieme. Il giorno dopo la divulgazione della notizia, il quotidiano di Bengasi al-Haqiqa ha messo in prima pagina la foto di un bambino libico di famiglia povera senza scarpe e con i vestiti stracciati, con la didascalia eloquente: «Anche questo bambino libico ha bisogno di solidarietà!». Il giornale è stato chiuso per ordine della corte. Questa pratica di attirare sciami di questuanti era stata portata all’ennesima potenza dal satrapo Gheddafi, con enormi sperperi di denaro pubblico e con la chiusura di ogni orizzonte di benessere per i libici. Le manovre delle potenze egemoni in Libia negli anni sessanta, Gran Bretagna e Stati Uniti, attorno al futuro della monarchia erano volte a garantire i loro interessi economici e soprattutto strategici. Il petrolio libico è più vicino ai Paesi di consumo e soprattutto è a ovest del canale di Suez, ma il fattore strategico più importante era quello militare. La Libia poteva essere una spina nel fianco del nascente nazionalismo arabo nasseriano, in ascesa in tutto il mondo arabo. Le azioni diplomatiche e gli intrighi di palazzo che queste due potenze, ciascuna per conto suo e qualche volta anche in contrasto, avevano posto in essere negli anni sessanta hanno portato al colpo di Stato del 1969. Una congiura orchestrata per garantire un passaggio di potere dall’anziano e malato re al suo successore fantoccio, con un sistema repubblicano di facciata ordito da Londra, era stata dribblata dal colpo di Stato degli Ufficiali liberi, il 1° settembre 1969, quattro giorni prima rispetto all’ora X del piano britannico. Uno scippo che spiega la mancata reazione negativa di Washington e Londra. Le grandi disponibilità garantite dalle entrate petrolifere hanno rafforzato la tendenza al centralismo del sistema di potere, per il quale il regime militare era perfetto. Ma l’anomalia del sistema cosiddetto «jamahiriyano» è la riduzione del sistema a una persona sola. Gheddafi, infatti, ha deliberatamente evitato, nei quattro decenni di potere, la costituzione di istituzioni politiche e amministrative che potessero rappresentare una cerniera tra la sua persona e la popolazione, per distribuire la rendita petrolifera, trattenuta strettamente in suo esclusivo potere. Ed è questo il segreto della sua longevità politica. Ma la nota da porre al centro della discussione è un’altra. C’erano talmente tanti soldi provenienti dal petrolio che potevano essere spesi per iniziare a far stare la gente meglio di quanto stia oggi. Ciò che è incredibile è che qualcuno sia rimasto al potere per quarant’anni e non l’abbia fatto. È questo che pensano i nuovi dirigenti libici, di formazione tecnica di alto livello e abituati a ragionare in termini di analisi strategiche studiate nelle stesse università statunitensi e britanniche. Un bagaglio culturale che li renderà capaci di tenere testa a ogni strategia di sfruttamento a senso unico. In ogni caso la questione non è chiusa. La fine del regime tirannico non significa la fine delle questioni politiche. Il petrolio è stato una maledizione, per trasformarlo in benedizione sono necessarie politiche razionali e coerenti che partano dagli interessi di tutti: quelli del popolo libico che vive sul territorio, delle nazioni che contribuiscono con il loro know-how al processo produttivo e dei Paesi consumatori. La permanenza del petrolio come risorsa strategica a livello mondiale, specialmente in seguito ai recenti incidenti nucleari in Giappone, fa sì che i risvolti politici della ricchezza petrolifera in Libia siano positivi. In questo momento per la Libia la ricchezza petrolifera è un fattore di unità e non produrrà azioni centrifughe. Questo aspetto lo si poteva cogliere bene nelle minacce del figlio del Qaid, Sayf al-Islam, in un suo discor-
    • so famoso che molti insinuano gli sia costato, dopo la sua cattura nel deserto libico, tre dita della mano destra (nella foga retorica e per rendere più esplicita la minaccia, aveva fatto roteare la mano, con l’indice puntato, a mo’ di manganello): «La Libia non è la Tunisia né l’Egitto. La sua ricchezza più importante è nel sottosuolo. Dovrete migrare dalla Libia perché l’estrazione del petrolio si interromperà, le compagnie petrolifere lasceranno la Libia, gli stranieri lasceranno la Libia, i pozzi petroliferi si bloccheranno e domani non ci sarà petrolio». La sua profezia non si è avverata. La Libia è stata liberata dalla dittatura, è unita, e i problemi che si evidenziano sono il frutto dell’inesperienza e delle difficoltà di interiorizzare comportamenti democratici in un Paese che da secoli non aveva sperimentato la democrazia, se non in un brevissimo periodo dopo l’indipendenza. L’interesse del mondo industrializzato per il petrolio libico, se ha mosso le diplomazie per l’intervento, non lavorerà per la destabilizzazione né lascerà la situazione in condizioni di anarchia. Il Paese è sotto la lente delle diplomazie e del mondo degli affari. Nessuno degli osservatori esterni ha interesse alla somalizzazione della Libia e questo è un bene, perché non sempre le guerre civili sono l’espressione di contraddizioni interne; anzi sono quasi sempre la conseguenza di interferenze esterne. Il continente africano è una palestra per questo sport del divide et impera. E di questo, credo, i libici sono tutti consapevoli. Dal 2004, anno del ritorno della Libia sulla scena internazionale, dopo gli accordi per gli indennizzi ai familiari delle vittime di Lockerbie e la rinuncia del regime al proprio programma nucleare, le relazioni con l’Europa funzionavano bene, grazie soprattutto all’oro nero. In Africa, la Libia è il quarto produttore di petrolio. Ne esportava un milione e mezzo di barili al giorno, di cui l’80% in Europa. L’acquirente principale era l’Italia, seguita da Germania, Francia e Spagna. Già alla fine del 2011 è stata raggiunta la quota di metà della produzione precedente il 17 febbraio 2011. Inoltre va sottolineato che più della metà del Prodotto Interno Lordo libico era assicurato dalle entrate provenienti da petrolio e gas. Le esportazioni toccavano il 95% della produzione e paradossalmente la Libia importava benzina e olii industriali. Le sue riserve sono le più importanti del continente, il 3% delle riserve mondiali. Le entrate petrolifere in Libia, 27
    • secondo un rapporto della Banca Centrale Libica, sono state nel 2010 di 40,5 miliardi di dinari (32,43 miliardi USA), con una crescita del 61% rispetto all’anno precedente. Nel 2009, i proventi sono stati di 25,1 miliardi di dinari (20 miliardi $ USA). Enormi capacità finanziarie sono state sperperate in progetti faraonici senza futuro e in armamenti inutili se non per la difesa dell’ex famiglia regnante. Questa esclusiva dipendenza dalla produzione petrolifera imporrà presto il raggiungimento di un quadro politico di stabilità. Chiunque tra le formazioni libiche decida di lavorare in senso contrario non farebbe altro che pestarsi i piedi. La ripresa rapida della produzione petrolifera e del gas, molto prima del raggiungimento di una stabilità politica, è un altro segno dell’importanza del settore e della consapevolezza dei nuovi dirigenti libici che la questione economica sia fondamentale per la stabilità. In riferimento agli effetti dell’instabilità della situa- 28 zione libica subito dopo la cruenta morte di Gheddafi, sono state pubblicate molte analisi di esperti internazionali sulla mancanza di un’identità nazionale libica e su come a questa identità sia stata data forma dal colonialismo italiano e su come questa sia stata plasmata, in senso anticoloniale e antimperialista, da Gheddafi: non ci sono fandonie più grandi di queste affermazioni. La Libia era una provincia unica, con capoluogo Tripoli, già sotto gli ottomani e ha vissuto un’esperienza di autonomia da Istanbul con la dinastia Karamanly. In Libia la nascita di partiti nazionali risale a subito dopo la Seconda guerra mondiale e quindi nessun merito, in questo frangente, va dato all’ex dittatore. Il regime di Gheddafi è stato casomai un elemento di divisione e di alimento per il fenomeno ridicolo del tribalismo, perfettamente funzionale al mantenimento del potere nelle mani del defunto Qaid. La mia conclusione è che la questione petrolifera sia un fattore di aggregazione e non di disgregazione. E questo lascia molto sperare in ripercussioni positive sul processo politico in corso e nella rapida normalizzazione delle relazioni internazionali del Paese, sulla base dei principi della parità e dell’uguale dignità. La società libica inoltre deve affrontare la questione cruciale del futuro senza petrolio. Le riserve attuali e il livello di produzione permetteranno alla Libia di avere un reddito garantito dalle risorse energetiche per altri ottanta, cento anni. Cosa fare dopo? Cosa si lascerà alle future generazioni, visto che finora il regime tirannico ha sperperato i proventi in armi, lussi per la famiglia regnante gheddafiana e in investimenti finanziari fallaci nelle economie dei Paesi industrializzati? Il Paese ha bisogno di pianificare una politica economica orientata al futuro, volta a creare occupazione e produzione, riservando alle energie alternative, al turismo, all’artigianato e piccola industria, all’agricoltura e all’allevamento di base un ruolo centrale. Tornare alla Libia degli anni cinquanta che esportava grano e bestiame non è una follia, ma un ritorno alla realtà dopo l’ubriacatura da petrolio. Una politica siffatta chiede anche di destinare una consistente parte del Prodotto Interno Lordo alla ricostruzione delle infrastrutture distrutte dalla folle guerra voluta dal despota contro la sua gente, e soprattutto di non imbarcarsi in una politica di riarmo; la Libia non ne ha bisogno, se non per garantire il controllo e la sicurezza dei suoi vasti confini. Annullare tutte le commesse militari già firmate dal regime e destinare quelle ingenti somme allo sviluppo civile del Paese, garantendo un impiego dignitoso alla gioventù libica e a molti lavoratori di Paesi vicini, è il miglior investimento che la Libia potrà fare per un proprio futuro. Le condizioni economiche e finanziarie ci sono, bisogna frenare politicamente la voracità degli affaristi nostrani che hanno lucrato sulla dipendenza del Paese dalle importazioni, e mettere un limite alle aspettative delle potenze industrializzate pronte a barattare le risorse energetiche con costosi e dannosi arsenali.
    • intervista a Botros Fahim Awad Hanna Responsabile della formazione sacerdotale presso il seminario copto in Egitto, Monsignor Botros Fahim Awad Hanna è stato ordinato vescovo copto-cattolico nel 2006 dopo aver conseguito il dottorato in Teologia Biblica a Roma. Attualmente è vescovo ausiliare del Patriarcato di Alessandria. Come racconterebbe gli eventi egiziani del 2011? Direi che i giovani – e le donne in particolare – sono stati i grandi protagonisti del cambiamento, capaci di mobilitare gran parte della popolazione. Vivere per tanti anni sotto una cappa oppressiva, ignorando piaghe come l’analfabetismo dilagante e la povertà, è una cosa durissima. Oggi possiamo finalmente parlare di questi temi e godere di libertà d’espressione, anche se non basta e la strada sembra ancora molto lunga. degli affari esteri. Il Papa aveva detto che era necessario proteggere i cristiani in Iraq ed Egitto, e il governo del Cairo ha risposto che non accettava interferenze straniere negli affari interni, ritirando per due settimane l’ambasciatore presso la Santa Sede. Da quel momento in poi, lo stesso Grande Imam ha congelato il dialogo inter-religioso. Quali scenari si aprono adesso per l’Egitto? La mia impressione è che tutti i grandi nodi politici siano ancora da sciogliere. Non basta svolgere libere elezioni per il Parlamento. L’architettura istituzionale del Paese è ancora da definire e a livello economico la situazione peggiora pesantemente. Confido che la tornata elettorale per la carica presidenziale favorisca un’effettiva democratizzazione dell’Egitto. Oggi il governo è nelle mani del consiglio militare che ha appoggiato la rivoluzione e, per questo, è stato accettato dal popolo. Le cose, però, stanno cambiando: qualche Com’è cambiata in Egitto la situazione dei cristiani copti dopo la Primavera? Semplicemente non è cambiata. Prima, la “tranquillità” era garantita dal pugno di ferro. Adesso questo giogo si è allentato, ma la paura resta. La paura è un sentimento profondo, a cui ci si abitua troppo in fretta. Basti pensare agli attentati, alle chiese che bruciano e via dicendo. Non è per niente facile, per questo la gente continua ad aggrapparsi all’unico appiglio davvero certo: la fede. E rispetto al dialogo inter-religioso ci sono stati dei mutamenti? Non solo non si registrano significativi progressi, ma – per certi versi – la situazione è andata peggiorando. Il grande imam di al-Azhar ha fondato un ente che avrebbe dovuto favorire il dialogo inter-religioso. Si tratta della “Casa della famiglia egiziana”, preposta allo scioglimento e alla risoluzione delle controversie tra cristiani e musulmani. Questa istituzione è stata riconosciuta anche dal governo. Tuttavia, le cose non sono mutate nella sostanza. Le parole pronunciate dal Pontefice dopo l’attentato nella chiesa di Tutti i Santi ad Alessandria sono state accolte con freddezza dal Ministro da Tunisi al Cairo il dialogo mancato 29 scollamento si sta producendo e la fiducia si assottiglia progressivamente. Rispetto all’area mediorientale come possono mutare i rapporti politici con Israele? Si tratta di una questione cruciale legata al ruolo delle correnti islamiche che hanno la maggioranza parlamentare. Se queste forze si troveranno a formare il governo, avranno importanti responsabilità di politica estera e dovranno ridefinire le relazioni diplomatiche con Israele. È un passaggio delicatissimo e difficilmente prevedibile.
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    • la primavera in me di Said Chaibi Era il 20 febbraio 2011, ero appena tornato a casa da un lunga assemblea di un collettivo studentesco del nordest in cui avevamo discusso di ciò che stava accadendo nel Mediterraneo. La caduta di Ben Ali in Tunisia, l’allarme strumentale lanciato dall’allora governo Berlusconi sugli esodi previsti a Lampedusa, la caduta di Mubarak in Egitto e l’affermazione del popolo generazionale egiziano che era riuscito a creare un sentimento generale di voglia di cambiamento, e ciò che stava accadendo in Libia, erano solo pochi punti di mille riflessioni e acce- 32 si dibattiti che avevamo portato avanti per ore. Entro a casa e come faccio di solito leggo le notizie del giorno. Quando mi imbatto in un flash che dice “Movimento 20 febbraio, manifestazioni in molte città del Marocco, scontri a Rabat” e in quel momento non ho capito cosa mi sia successo, ma per un attimo sono andato in tilt! Il mio Paese d’origine, il Marocco, tutto d’un tratto non era quello che conoscevo. Il Marocco che ho conosciuto, un po’ attraverso le vacanze passate lì, ma soprattutto attraverso i racconti di mia madre, era il racconto di un Paese che si era lasciato alle spalle i postumi degli “anni di piombo” in un cui Hassan II “eliminava” ogni forma di dissenso attraverso la vio- lenza e che aveva trovato in Mohamed VI un re del popolo o meglio un re illuminato, che curava il suo popolo ed era al suo servizio. Un Paese che mi veniva descritto come un albero con le radici ben radicate nell’Africa, e nella cultura musulmana, e con i suoi prosperosi rami rivolti verso l’Europa e verso un progresso economico, sociale e democratico. E basando, forse troppo in buona fede, la mia costruzione identitaria su dei semplici racconti, anche perché quando andavamo giù era come vivere in una bolla di protezione visto il quartiere “perfetto” in cui risiedono i miei parenti, leggere quel flash mi ha fatto crollare addosso tutto quello che pensavo fosse il Paese dei miei genitori e delle mie origini. Perché quei ragazzi manifestano? Cosa rivendicano? Qual è la loro reale condizione? Questi erano alcuni dei mille quesiti che mi passarono per la testa. Da quel giorno volevo iniziare a comprendere meglio il mio Paese d’origine, ad ascoltare il suo popolo che, sotto un certo punto di vista, era ed è anche il mio. E così sono partito per andare a conoscerlo meglio, per conoscermi meglio. Con uno zaino sulle spalle e tante domande nella testa e nel cuore, eccomi arrivato a Tangeri, città di frontiera e luogo in cui si può iniziare ad assaporare, vedere e sognare l’Europa, visto che dista soli tredici chilometri dalla Spagna. Un sogno che riempe le banchine del porto attirando centinaia di giovani che si fermano incantati a guardare, non un semplice panorama, ma la prospettiva di una vita migliore. «Sei fortunato te che vieni qui da turista, prova a viverci qui!», mi disse un ragazzo che sembrava ce l’avesse con il mondo, ma soprattutto con quelli come me che sono nati e cresciuti in Europa. Non ci feci caso, anche perché avevo ricevuto migliaia di raccomandazioni dai miei genitori, dicendomi: «Non parlare troppo come al tuo solito» e quindi mi feci scorrere tutto e non entrai nel merito, risposi semplicemente «non è così». Muovendomi, con una media di circa cento chilometri al giorno e andando in tutte le più importanti città, avevo visto e conosciuto la vera situazione sociale del Paese. Un Paese senza ospedali per chilometri, ma che non si fa mancare una copertura quasi totale della rete per i telefoni mobili di ultima generazione. Contadini senza nessuna copertura né ospedaliera né scolastica che non sono mai usciti dal loro villaggio e che non mandano i figli alla scuola primaria, dicendo che la scuola costa troppo (cinque euro), ma intanto si comprano l’iPhone e magari non hanno neanche il credito
    • namento più ampio, più vicino alla realtà, in grado di affrontare le sfide globali in termini di diritti e di mercato. In un Paese in cui chi è ricco e sempre più ricco e chi è povero lo diventa sempre di più, noi non capiamo perché il governo del Marocco non voglia dare la possibilità a tutti di essere partecipi alla vita del Paese. Vogliamo una sanità pubblica visto che ancora oggi c’è gente che non si può curare visto i costi delle cliniche private, in cui addirittura se ti operano devi comprare anche l’ago con cui ti ricuciono la ferita... assurdo. Vogliamo la scuola pubblica per tutti, non come adesso in cui la scuola privata è l’unico strumento per poter accedere ai posti di prestigio in tutti i settori. Vogliamo avere pari opportunità. Senza distinguo tra uomo e donna, tra famiglia borghese e operaia. Questo è quello che vogliamo». «Non c’è appena stato un referendum per dare più potere al Parlamento e alla popolazione? Introducendo anche la libertà di espressione?» «Solo menzogne! Il re aveva paura che succedesse ciò che era avvenuto in da Tunisi al Cairo per chiamare, perché non deve essere realmente utile quel bene. È semplicemente uno status. Un Paese in cui i giovani sono semplicemente appartenenti a un’altra cultura. Un’idea di cultura islamica moderna, tollerante, aperta, che si scontra con l’Islam ipocrita, radicale, tribale, e sotto un certo punto di vista, estremista sull’interpretazione del Corano, e sulla propaganda fatta per portare avanti tesi che non stanno sicuramente scritte in quel testo. Un Paese in cui l’immobilismo sociale è più che evidente. I figli della borghesia con una vita semplicemente uguale, se non maggiore in termini di consumo e opportunità, ai loro coetanei occidentali, poi i “figli del popolo”, emarginati invece nel luogo della non possibilità. Non possibilità che vi spiegherò meglio con questo dialogo che ho avuto l’ultimo giorno del mio viaggio, a Marrakech in mezzo al souk della città. Era sera e tutto d’un tratto incontro questo ragazzo molto gentile che mi offre un tè. “Salam Alikom ena Youssef”. Un incontro strano il nostro, ma sicuramente dettato dal destino. Dopo le presentazioni abbiamo iniziato a parlare un po’ del Marocco, della sua enorme ricchezza celata in quei giovani che vogliono far progredire non solo in senso economico, ma soprattutto sociale e in termini di diritti, il loro Paese per far si che non debbano più emigrare. «Te cosa fai nella vita?» gli chiesi, «studio Giurisprudenza all’università di Marrakech, lavoro e sono il coordinatore dei giovani del movimento 20 febbraio». «È per questo che hai i libri qui con te?» «Esatto, sennò non ho il tempo materiale di studiare. Lavoro 10 ore al giorno per pagarmi gli studi e dare una mano a casa».«Perché avete sentito la necessità di manifestare? Noi abbiamo sempre visto il Marocco come un laboratorio di crescita sociale dei Paesi del Maghreb». «A differenza di quello che hai sentito in giro, noi non vogliamo far cadere il re! Noi abbiamo sentito la necessità di unirci ai ragazzi di piazza Tahrir. Una necessità che deriva da anni di corruzione, di stato sociale assente e di politica riservata a pochi. Noi non stiamo chiedendo o ancor peggio istigando il popolo marocchino contro il suo re, ma stiamo chiedendo al re di rinnovare la struttura istituzionale, civile e democratica del Paese. Noi pensiamo che la nostra nazione abbia bisogno di un cambiamento radicale. La monarchia costituzionale esistente è semplicemente uno specchio per le allodole, perché sia il governo che il primo ministro non hanno poteri decisionali ed esecutivi reali, visto che devono sempre agire con il consenso del re. Noi vogliamo democrazia, perché in essa si cela la possibilità di un ragio- 33 Tunisia e Algeria. È stata un'operazione per metterci in difficoltà e sedare il sentimento di cambiamento immediato, proponendogliene una istituzionale con la forma del referendum. E purtroppo tanti dei nostri compagni all’inizio, erano favorevoli, poi hanno visto come venivamo comunque repressi, sia socialmente, politicamente che fisicamente». «Spero di rincontrarti» gli dissi e ci abbracciammo forte, come se fossimo sempre stati affianco a lottare. Ci salutammo, e in cuor mio ero pieno di rabbia e di tristezza per lui. Avevo incontrato un ragazzo identico a me che rivendicava in un altro Paese ciò che rivendicavo io.
    • 34 L’unica differenza era che io avevo avuto la possibilità di crescere in un Paese più “civile”. Tre ore dopo andai all’aeroporto per prendere il volo di ritorno. Tornato a casa, iniziai a elaborare quello che avevo vissuto e conosciuto in un mese. Un Paese completamente differente da quello che conoscevo in cui realmente il disagio sociale non semplicemente esisteva, dilagava. Un Paese che dopo la sua indipendenza, purtroppo, non ha mai vissuto la libertà di opinione, ma che anzi veniva costantemente represso. Un Paese che ha visto traghettare la dittatura, perché di questo si trattava, di Hassan II, in una monarchia leggera, democratica e vicina ai suoi cittadini, distogliendo qualsiasi giovane e non più, dal ricercare il cambiamento dello stato di cose presenti. Incominciai a informarmi soprattutto nei siti e blog in giro per la rete, perché erano gli unici a fare informazione vera su ciò che accadeva in Marocco, visto che le nostre “democrazie occidentali” erano amiche, e molto di più con tutti i dittatori del Nordafrica. E li iniziai a capire qual era il nostro problema di comprensione su ciò che stava accadendo in quei Paesi. La questione era molto semplice. Quei ragazzi alla fine sono differenti da noi? Una democrazia Islamica, è di per sé una contraddizione in termini? Dobbiamo dargli una mano a costruire il loro futuro democratico? A tutti i quesiti la risposta era NO! Quei ragazzi io li considero come me, ossia dei G2. G2 del mondo. Seconde generazioni figlie della globalizzazione, quella buona ovviamente. Seconde generazioni che vorrebbero che al pari delle merci anche le persone si possano spostare senza problemi, conoscere il mondo, evolvere in una società globale equa, sostenibile, al passo coi tempi e poter essere elemento decisionale per una generazione che in un momento di crisi vede la migrazione come unica via di salvezza.
    • E l’elemento di innovazione, rispetto alle vecchie letture, è che nel loro Islam l’idea di laicità è ben radicata.Perché nella nostra idea di democrazia, il fatto che i movimenti cattolici abbiano una rappresentanza forte sia culturalmente che istituzionalmente, sembra un elemento di pluralità e di espressione di tutti, mentre definiamo estremista e integralista qualsiasi movimento arabo? La questione è semplice, soffriamo di Eurocentrismo. “Noi abbiamo la democrazia, ce l’abbiamo da più tempo, l’abbiamo inventata noi eccetera”. Ecco io penso che in questa lettura si celi il problema. È democrazia, il fatto che con il suo potere decisionale la BCE abbia optato per l’austerity senza se e senza ma, eliminando qualsiasi forma di stato sociale nei confronti dei cittadini europei? No, non lo è. E la vera “bomba”, quella sociale, è esattamente inquadrata nella posizione geografica del Mediterraneo, con il suo sud povero senza futuro, e il suo nord, che dista pochi chilometri di distanza, ricco e facente parte dell’Europa. Oggi non possiamo più escludere quei ragazzi da un’elaborazione comune di uscita dalla crisi. Perché oggi non vige solo una crisi economica, ma soprattutto identitaria e sociale e se non si daranno risposte a questi giovani, qualsiasi idea di modernità sparirà. Qualsiasi ragionamento di uscita dalla crisi sociale ed economica è destinato a morire se non sarà in grado di elaborare politiche rivolte al Mediterraneo. Ecco io penso che sia arrivato il momento, non tanto perché i tempi sono maturi, ma perché c’è una voglia, soprattutto generazionale, di cambiare il mondo. E questa voglia parte dai ragazzi cileni, e arriva sino ai ragazzi siriani, utilizzando le stesse parole d’ordine: democrazia, welfare per tutti e libertà. 35
    • la battaglia di tunisi intervista ad Ayachi Hammami L’avvocato Ayachi Hammami è segretario generale della sezione di Tunisi della Lega Tunisina dei diritti dell’uomo e membro del Partito Iniziativa Democratica. 36 Come racconterebbe gli eventi epocali che hanno segnato la Primavera Araba? I popoli arabi hanno iniziato un profondo processo di trasformazione e alcuni sono ancora in rivolta, ad esempio in Siria e Bahrain. Spero che riescano a conquistare la libertà. Purtroppo, però, la Storia ci insegna che non sempre i democratici riescono a beneficiare di queste vittorie, di cui spesso approfittano gli estremisti. In Tunisia gli estremisti sono i salafiti, inclini all’uso della forza per una svolta politica in direzione dell’Islam puro. Alla base c’è un problema sociale ed economico: ovvero la discrepanza tra una élite, che vuole giocare la grande partita della libertà, e il popolo che chiede lavoro e reddito senza percepire l’inizio della rivoluzione. C’è poi l’annosa questione della democrazia. La maggior parte dei partiti politici crede che la democrazia si manifesti attraverso le elezioni, nei meccanismi e nelle proce- dure, e non nella condivisione di precisi valori come l’uguaglianza tra i cittadini, la libertà di coscienza e di religione, il rispetto dell’integrità fisica e morale. Il punto è che, oggi, gli islamisti non hanno la nostra stessa concezione di democrazia. Quale è stato il ruolo delle donne nella rivoluzione tunisina? In Tunisia la donna gode di una posizione privilegiata rispetto al resto del mondo arabo. Dal 1956 è in vigore uno statuto progressista che, ad esempio, vieta la poligamia. La forza delle donne nella società è cresciuta notevolmente. Hanno ottenuto la possibilità di svolgere ogni tipo di lavoro senza particolari divieti ed esistono associazioni, forti e riconosciute, come quella delle Donne Democratiche, che ne difendono i diritti: soprattutto in opposizione agli islamisti. Aumenta anche il numero delle donne che si iscrivono all’università e che partecipano alle manifestazioni di protesta, come si vede dalle immagini dei cortei. Le donne hanno condotto lotte dure e non vogliono perdere le libertà conquistate. La legge elettorale, che abbiamo votato in Tunisia, esige che le liste elettorali siano paritarie tra uomini e donne, e nella selezione delle candidature entrambi i sessi devono essere equamente rappresentati. Tuttavia, gli estremisti hanno presentato liste elettorali con una folta presenza di donne islamiche e, dunque, le donne progressiste hanno vinto formalmente pur perdendo terreno nella sostanza. Quale sarà lo scenario della Tunisia nei prossimi anni? Dopo le elezioni si è conclusa la prima parte della transizione democratica, iniziata con la caduta di Ben Ali. La seconda fase, invece, avrà luogo dopo le elezioni dell’Assemblea Costituente che deve redigere una Costituzione e indire elezioni sulla base del nuovo testo costituzionale. Gli islamisti puntano su un regime parlamentare come quello italiano. Altre
    • da Tunisi al Cairo forze invece sostengono un regime presidenziale. Questa divergenza sta creando degli ostacoli nel processo di ridefinizione dell’architettura costituzionale del Paese. Il Partito Progressista ha dei legami con organizzazioni, partiti e sindacati europei? Il partito di centrosinistra che è al potere ha una normale interlocuzione politica con i partiti dell’Internazionale Socialista. In Tunisia i progressisti hanno un legame più forte con la società civile europea. Quale è stato il ruolo del web nel processo rivoluzionario? Facebook ha giocato un ruolo cruciale. Ha funzionato da volano della rivoluzione e incoraggiato i giovani, fornendogli informazioni utili su ciò che stava accadendo. Oggi, su dieci milioni di abitanti gli iscritti a Facebook sono circa due milioni e mezzo. La lotta politica si svolge anche su Facebook. Non a caso gli islamisti aumentano la loro presenza sul social media. È un terreno decisivo. Emittenti come al-Jazeera hanno diffuso – e diffondono tutt’ora – immagini di combattimenti, carneficine e uccisioni in Paesi come Arabia Saudita, Siria, Qatar. Che posizione avete rispetto ai governi di questi Stati? Al-Jazeera sostiene la rivoluzione araba e gioca un ruolo molto importante. In Arabia Saudita nessuno crede che la politica sia interessata a far cadere il regime di Bashar al-Assad. Personalmente non credo che il suo sia un regime democratico. Il governo tunisino è, con i sauditi e gli americani, contro il regime di Bashar al-Assad. In Tunisia esiste una frangia politica, quella dei Nazionalisti Arabi, che ammette il diritto alla libertà ma si oppone all’intervento straniero. Io sono a favore della libertà del popolo siriano ma contro l’intervento militare straniero. 37
    • la diffidenza di israele di David Sorani 38 E se le Primavere Arabe volessero l’autunno israeliano? Guardare alle cosiddette Primavere del mondo arabo dalla prospettiva israeliana può provocare forse un effetto straniante, può alterare in parte l’asettico giudizio dell’osservatore distaccato dell’Occidente europeo e americano. Questa base di osservazione può anche apparire leggermente strabica, non trovandosi nel cuore delle regioni in agitazione bensì in un piccolo Paese limitrofo che vive il fenomeno dall’esterno eppure in qualche modo dall’interno, o almeno dalla porta accanto, una minuscola isola d’Occidente in un mare orientale. Ma la visione lievemente spostata che Israele comunica dei rivolgimenti arabi può pure trasformarsi in un bagno di salutare realismo. Da un lato suggerisce, per contrasto con l’immagine eurocentrica, che in fondo non possono esistere punti di vista completamente “esterni”, superiori e quindi non più di tanto coinvolti come talora appaiono quelli euro-americani, ma che in realtà ogni posizione, per quanto distante nello spazio, è in qualche modo partecipe, perché il mondo è oggi più che mai un villaggio globale, e in particolare queste rivoluzioni o prove di rivoluzione sono con tutta evidenza messe in scena sul teatro mediorientale anche a beneficio del pubblico occidentale. Dall’altro, col suo essere lievemente defilata rispetto al centro degli eventi – e quindi più liberamente critica – ci mette in guardia dalla partecipazione e dall’entusiasmo in presa diretta che l’immagine e la voce delle piazze arabe ci comunicano rischiando di portarci, insieme al frastuono della rivolta popolare e a un immediato sentirsi dentro la storia, anche un’adesione conformistica e superficiale. Allora forse, sulla scorta di queste riflessioni introduttive, la prospettiva israeliana apparirà non solo differente da quella europea, dalla quale noi ci rivolgiamo all’universo musulmano, ma inevitabilmente più concreta perché inserita nel cuore geopolitico di quella realtà; dunque non meramente localistica, bensì collegata in modo ravvicinato alle sue trasformazioni in ogni direzione. Il fatto di essere immediatamente esposto alle conseguenze politiche, militari, economiche, sociali e culturali del sommovimento che sconvolge i Paesi arabi fa di Israele un osservatore attento e comprensibilmente un po’ preoccupato. E questo punto di vista ravvicinato ci coinvolge da vicino, non meno della reazione politica israeliana nelle sue dimensioni tattiche e strategiche, anche in relazione con i problemi “classici” di questo angolo del mondo, prima fra tutte la questione palestinese. Fin dall’inizio allora, prima di prendere in esame le reazioni politiche israeliane, saremo interessati a sapere come viene interpretato da Gerusalemme il risveglio degli Stati arabi. Tra le varie analisi emerge, per la visione socio-politica d’insieme, quella del professor Mario Sznajder, docente di Scienze politiche all’Università Ebraica. Ai suoi occhi i movimenti che animano le Primavere Arabe sono caratterizzati e guidati da minoranze colte, moderne, che reagiscono con la loro protesta alla frustrazione prodotta da regimi autoritari tradizionali coinvolgendo, grazie soprattutto ai diffusi mezzi informatici e in particolare ai social network, le masse non colte e impoverite di queste società. Queste folle anonime, ugualmente e ancor più frustrate da sistemi economico-politici arretrati e semi-dittatoriali, si gettano in una lotta aperta, spesso violenta e irrazionale, trasformando le correnti di opposizione in vere e proprie rivoluzioni o guerre civili. I movimenti intellettuali all’origine delle rivolte si impongono allora come un punto di riferimento centrale, cogliendo l’opportunità offerta dalla destabilizzazione ed emergendo al vertice di un panorama politico in totale decomposizione/ricomposizione. Al professor Sznajder, come ai più avveduti commentatori politici israeliani, non sfugge dunque il carattere spontaneo, informe, spesso magmatico di questi movimenti-rivoluzioni; ma anche la loro autentica potenzialità democratica, la loro genuina aspirazione al cambiamento istituzionale e sociale che, se opportunamente guidata, potrà trasformare davvero una parte significativa del mondo portando le masse arabe alla conquista dei diritti civili e politici e a contare su una maggiore
    • tra la realtà araba, in corso di incerta evoluzione, e la problematica, contraddittoria democrazia israeliana. Sul momento siamo certo ben al di qua di tali auspicabili sviluppi. Oggi come oggi a prevalere sono: da un lato il solito forte pregiudizio negativo nei confronti d’Israele, visto ancora dai nuovi Stati arabi, figli delle rivoluzioni, come l’entità sionista espressione del colonialismo e dell’imperialismo occidentale; dall’altro un atteggiamento di disagio e di sfiducia diffusa verso il mondo islamico, che inevitabilmente (e forse anche comprensibilmente) sfociano in uno scetticismo di fondo davanti allo sbocciare delle Primavere Arabe. In questo quadro statico di fondo nei rapporti tra Israele e mondo islamico, che si contrappone alla rapidità, fino a poco fa impensabile, dei mutamenti in atto in molti Stati del Mediterraneo arabo, quali sono le reazioni e le logiche specifiche della politica israeliana di fronte a ciascuna fase e a ciascun settore delle rivoluzioni? In Egitto il regime corrotto e conservatore di Mubarak, che governava all’insegna del più totale immobilismo e del più smaccato familismo intorno al clan del dittatore, era tuttavia riuscito a mantenere un atteggiamento di equilibrio nei confronti del vicino israeliano, salvaguardando la pace raggiunta nel 1978 dal predecessore Sadat e dal falco Menachem Begin, a conferma della prassi per cui gli accordi più difficili sono spesso stipulati da duri e coraggiosi personaggi carismatici che non hanno a destra significative opposizioni. L’erede di Sadat aveva poi acquisito un forte carisma personale mostrandosi altrettanto duro e capace di conservare all’Egitto una posizione di controllo nell’area nevralgica del confine con Israele e con la Striscia di Gaza in mano a Hamas. Il ruolo dell’Egitto di Mubarak si era quindi alla lunga rivelato decisivo proprio in quel settore surriscaldato. Il rais era un intermediario, magari sgradito, ma certo riconosciuto, tra Hamas e autorità palestinese, e addirittura tra Hamas e Israele, non certo disposte a trattare direttamente, ma costrette più volte a forzosi contatti. Il terremoto politico che ha travolto Mubarak e il suo sistema ha dapprima provocato la feroce reazione del regime contro le proteste popolari, poi l’emergere dell’esercito come l’unica struttura forte rimasta nel Paese e quindi in grado di assumere il controllo provvisorio della situazione, in attesa di quelle riforme istituzionali che dovrebbero mutare volto definitivamente allo Stato, trasformandolo in un’autentica democrazia. L’esercito, di fatto, ha mantenuto un’egemonia che già possedeva durante il dominio di Mubarak, il quale fondava il suo potere proprio sull’élite delle forze armate. controcampi giustizia sociale. I rapporti internazionali fruirebbero fortemente di questi netti mutamenti, perché con la crescita del numero dei Paesi democratici la collaborazione e gli scambi col mondo occidentale diverrebbero più intensi e proficui. Ma agli osservatori israeliani è anche chiaro che questo traguardo è per ora ben lontano e che a prevalere sono al momento l’aspirazione al potere e forse più una volontà di vendetta che una volontà di riscatto. L’atteggiamento verso Israele è ovviamente in Israele stesso, agli occhi del giornalista – del politologo – ma anche dell’uomo della strada, il criterio di partenza per giudicare le Primavere Arabe, la cartina al tornasole capace di rivelare la vera natura di una possibile trasformazione. Una prospettiva un po’ parziale e limitata, si dirà, anche a ragione. Ma non troppo. In effetti, la capacità di superare l’originario e radicale pregiudizio verso lo Stato ebraico può assumere un significato rivelatore nei confronti della vera natura e dei possibili sviluppi di questi nuovi regimi. Andare oltre l’immagine negativa del vicino potrebbe essere la premessa per futuri nuovi rapporti economici e politici, per l’auspicabile e sospirata nascita di quella nuova area di sviluppo mediorientale a cui da tempo guarda un orientamento pacifista stanco di vedere in quest’area solo tensioni e conflitti interminabili. Ma il vizio d’origine di tutti i Paesi arabi nei confronti di Israele è davvero qualcosa di radicato e pervicace, un punto di vista negativo che va oltre il giudizio politico per assumere la dimensione del concetto filosofico. A livello quasi generale e in modo pressoché concorde Israele e il sionismo rappresentano per il mondo islamico un male ontologico: la colpa fondamentale e inestinguibile di Israele è infatti quella di esistere, di essere nato nel 1948 da un organizzato movimento politico-culturale e di aver resistito a tutti i successivi tentativi di annientamento organizzati dalle alleanze arabe. A ben guardare un atteggiamento analogo, questo anti-israelismo o anti-sionismo radicale, alla fobia dell’antisemitismo, dove la diversità ebraica è rifiutata proprio in quanto esistente. Sarà capace il nuovo mondo arabo delle Primavere di superare questo tabù e di aprirsi con forza politica ma anche con disponibilità al vicino israeliano? E, di conseguenza, saranno capaci la politica e la società israeliane di liberarsi del purtroppo crescente atteggiamento antiarabo che come effetto di questo rifiuto originario si sta insediando in Israele? Dalla risposta a questa difficile sfida dipende in buona parte il futuro dei rapporti 39
    • 40 Bene, durante i mesi della rivoluzione, della selvaggia repressione, della perentoria defenestrazione del dittatore, Israele, dal suo punto di osservazione privilegiato e insieme inquietante, ha assistito sia al crollo di un potere ambiguo ma temuto, capace di tenere a freno la polveriera palestinese di Gaza, sia alla crescita vistosa – sull’onda della protesta popolare – dei Fratelli Musulmani, movimento islamico radicale da sempre nemico dello Stato ebraico e proiettato verso la sua distruzione. Se a questi fattori aggiungiamo la persistenza di una situazione interna in parte fuori controllo e la mancanza di stabilità politica, possiamo comprendere lo scarso entusiasmo con cui Gerusalemme ha salutato l’uscita di scena del Faraone e l’avvento di un regime traballante, ancora senza scheletro costituzionale, pericolosamente incline in molte sue componenti all’integralismo islamico; un regime che potrebbe essere tentato da un momento all’altro di abbandonare la linea della pace “fredda” con Israele per riprendere il ruolo di catalizzatore anti-israeliano rivestito dall’Egitto di Nasser o del primo Sadat. A dire il vero, però, finora il trattato tra i due Paesi (che assicura turismo israeliano nel Sinai e gas egiziano nelle case israeliane) sembra tenere; e gli israeliani, da buoni sabras (fichi d’India) come sono chiamati, continuano a mantenere verso il nuovo Egitto il loro spinoso scetticismo. I rapporti tra Israele e Tunisia si consolidarono negli anni novanta e da allora sono sempre stati piuttosto buoni, se si eccettua la rottura diplomatica decisa unilateralmente da Ben Ali all’epoca della seconda Intifada. Ebrei israeliani di origine tunisina potevano visitare senza rischi i loro luoghi di nascita. La collaborazione politica ed economica sembrava potersi profilare come naturale sviluppo di relazioni aperte e non conflittuali.
    • Il rovesciamento del vecchio leader, prima vittoria della Primavera Araba, potrebbe arrestare questo processo, soprattutto dopo il recente successo elettorale del partito islamico, che si rafforza qui come in Egitto. È il timore che la Primavera Araba si trasformi in Primavera Islamista a rendere Israele così distaccato e guardingo rispetto a quel che accade nella casa dei suoi vicini. È la stessa inquietudine che lo tiene lontano dal manifestare entusiasmo di fronte alla caduta di Gheddafi, uno dei suoi più radicati nemici, pronto a sventolare la bandiera palestinese per i suoi obiettivi egemonici. Preoccupazione, prudenza, attenzione diplomatica si palesano anche verso il dramma che si sta consumando in Siria, dove la feroce dittatura di Bashar al-Assad schiaccia nel sangue l’opposizione popolare. La freddezza israeliana nei confronti delle battaglie e delle vittorie arabe democratiche, unita al legame tal- volta piuttosto stretto con regimi dittatoriali come quelli di Mubarak e di Ben Ali indubbiamente pare contraddire la più volte dichiarata volontà politica di Israele di incentivare la democrazia nel mondo arabo e di puntare a trattative con Paesi autenticamente democratici, o con una rappresentanza palestinese finalmente democratizzata. La tattica dell’astensione e dell’osservazione distaccata prevale sulla strategia dei princìpi. Sia opportunismo, sia saggezza politica, questa linea si rivela in definitiva efficace per la sicurezza dello Stato. Ma in fondo le due immagini contrastanti che ci vengono dal Medioriente oggi sono legate a situazioni locali ben diverse: da un lato le masse musulmane che scendono in piazza per protestare e ribellarsi, per conquistarsi i diritti e la libertà; dall’altro la folla dei cittadini israeliani che lavora intensamente e segue gli eventi con scettico distacco. Constatiamo tutta la differenza che c’è 41
    • 42 tra i Paesi arabi e Israele, tra l’aspirazione corale ma ancora insoddisfatta e talvolta fanatizzata alla democrazia, e l’affermazione quotidiana di una democrazia matura e da tempo sedimentata, più portata all’analisi che all’entusiasmo. Dove si guadagna in partecipazione si perde in penetrazione, e viceversa. In definitiva, quali prospettive si affacciano per tutta l’area investita dal ciclone rivoluzionario? Difficile dirlo con sicurezza. Certo ci vorranno anni prima che la situazione dei singoli Stati si riassesti secondo i canoni democratici e i rapporti internazionali ritrovino i loro precari equilibri. Ma saranno anni proficui se alla fine la democrazia, e non la demagogia, si sarà affermata stabilmente nella regione. Questo sarà certo un vantaggio per tutte le nazioni della zona, che potranno anche divenire partner di un comune sviluppo economico. Oggi però questi radiosi sviluppi si possono solo auspicare con una buona dose di ottimismo. Perché quello che si vede nella situazione attuale appare assai irrazionale, scoordinato, contraddittorio, magmatico, a tratti addirittura inquietante per la carica di intolleranza che ne emana. E anche dal punto di vista israeliano sul quale mi sono soffermato in queste pagine, il panorama appare come un gigantesco punto interrogativo che si staglia sul futuro. E ciò giustifica ancora di più la politica attendista, il vero e proprio opportunismo scelto dal governo Netanyahu. Anche se tra i politici e i commentatori israeliani non mancano coloro che lo criticano duramente, giudicandolo incapace di cogliere l’opportunità offerta dal cambiamento politico per lanciare nuove iniziative di pace. In tutta questa caotica situazione, l’unico dato davvero positivo per Israele è costituito dal fatto che le Primavere Arabe non sembrano mettere nell’agenda delle loro lotte e dei loro obiettivi la causa palestinese, come invece un’interpretazione puramente ideologica del fenomeno avrebbe potuto suggerire. Non ci sono per il momento risvegli palestinesi in sintonia con i venti primaverili della zona, né traspare la volontà dei nuovi regimi di impegnarsi autenticamente per i diritti dei palestinesi. Ciò avviene con ogni probabilità perché i veri, primari obiettivi delle rivoluzioni in corso sono tutti interni: sociali, economici, istituzionali, non di “guerra santa” per le storiche cause arabe. In questo modo si rafforza la linea israeliana tesa, quando se ne creeranno le condizioni, a portare avanti trattative dirette ed esclusive con i palestinesi, senza ingerenze esterne di tipo ideologico-nazionalista. Insomma, il Medioriente arabo è in attesa di democrazia. Israele in attesa di una stabile sicurezza.
    • controcampi in principio ankara intervista a Mehmet Paçaci Direttore Generale degli Affari Internazionali presso la Presidenza degli affari religiosi ad Ankara, il professor Mehmet Paçaci è stato professore presso la Facoltà di Ilahiyat all’Università di Ankara in Turchia. Tra il 2008 e il 2011 è stato consigliere per gli affari religiosi presso l’ambasciata della Turchia a Washington DC. In che modo i turchi hanno vissuto i sommovimenti della Primavera Araba? Pur non essendo un Paese arabo, la Turchia lo è da un punto di vista sociale, culturale e politico, e quindi – in un modo o nell’altro – è investita dagli eventi che interessano l'area circostante. Si potrebbe dire che la Turchia ha precorso di dieci anni gli eventi che hanno segnato – di recente – il mondo arabo. La democrazia turca, malgrado la sua storia, era “sequestrata” e dimezzata, per così dire: soggetta al controllo dell’esercito. Nel 2002, con la svolta politica che ha portato al potere Recep Tayyip Erdoğan, il popolo ha deciso di affermare con forza la tenuta dello stato di diritto. A quella svolta hanno fatto seguito un notevole sviluppo economico e una significativa crescita della società civile. Per queste ragioni sostengo che la cosiddetta Primavera Turca abbia finito con l’influenzare i Paesi della regione. Il conseguimento di una piena democrazia ad Ankara ha costituito un esempio per i popoli arabi, i cui frutti sono stati raccolti un decennio più tardi. La Primavera Araba può rappresentare un’occasione per un’Europa attraversata dalla crisi economicofinanziaria? Lo spero, perché i grandi avvenimenti del 2011 non rappresentano solo un punto di svolta nella storia dei popoli arabi, bensì costituiscono una grande opportunità per tutto il mondo occidentale. Fino ad oggi l’Occidente ha guardato al mondo arabo, al Nordafrica e al Medioriente come a un mercato da colonizzare. Lo sviluppo di una società civile articolata, la creazione di un solido stato di diritto e l’affermarsi di una vera democrazia dovrebbero contribuire – a mio avviso – all’insaturarsi di relazioni internazionali paritarie e basate sul reciproco riconoscimento. In che modo la Primavera Araba può modificare il rapporto tra politica e Islam? L’obiettivo principale dei movimenti della Primavera è quello di ridefinire l’articolazione della democrazia nei Paesi arabi, garantendo una vita dignitosa e favorendo lo sviluppo economico. Non mi pare che esista una specifica volontà di islamizzare questi Paesi, bensì di democratizzarli. Il motivo per cui questi popoli hanno cercato nell’Islam una risposta forte alle loro complesse condizioni di vita è che sono stati colonizzati, invasi e considerati dalle nazioni sviluppate un mero mercato di sbocco. Per questo hanno avvertito la necessità di difendersi, rivolgendosi sempre più alla propria religione intesa come fondamento culturare e baluardo della tradizione. Quando avranno una democrazia consolidata e una propria società civile, la pressione sull’Islam e sul suo volto politico diminuirà sensibilmente. Qual è stato il ruolo dei social network e dell’information technology nella Primavera Araba? Mai come oggi il mondo è un villaggio globale. Le vicende turche sono state monitorate costantemente dai giovani arabi attraverso i social network e le nuove tecnologie. E all’inverso, i turchi hanno avuto modo di seguire quello che accadeva nel mondo arabo. L’emulazione di cui parlavo all’inizio, l’effetto dirompente della democratizzazione della Turchia sui Paesi limitrofi sono transitati sul web e hanno contribuito a sviluppare un nuovo tipo di sensibilità. Qual è la politica estera della Turchia nei confronti della questione siriana? I turchi sostengono i siriani, i tunisini, i libici, gli yemeniti e tutti i popoli che combattono per la democrazia. 43
    • vista da caracas di Barbara Meo Evoli 44 Come per la maggior parte delle posizioni prese a livello internazionale, il governo venezuelano non ha condiviso quella concordata dai Paesi occidentali e dagli Stati Uniti sulla Libia, opponendosi all’imposizione della “no fly zone”. Immediatamente dopo le prime dichiarazioni dell’esecutivo venezuelano, la maggior parte dei media internazionali ha colto l’occasione per screditare il presidente Hugo Chávez lanciando la notizia, smentita dal Venezuela, della possibilità che l’ex leader libico Muammar Gheddafi si rifugiasse nel Paese caraibico. Secondo vari esponenti del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), mentre in Tunisia, Egitto, Yemen e Bahrain sarebbero scoppiate genuine rivolte popolari represse nel sangue, in Libia la NATO avrebbe compiuto un intervento armato seminando migliaia di vittime fra la popolazione civile e lo stesso piano sarebbe previsto per la Siria dagli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali. L’esecutivo venezuelano in dodici anni di governo ha sempre assunto posizioni internazionali sicuramente controcorrente rispetto alle dominanti, ma coerenti con l’obiettivo di costruire, da un lato un’integrazione latinoamericana che escludesse Stati Uniti e Canada, dall’altro un’alleanza fra Paesi “non allineati” che potesse contrastare la potenza nordamericana definita “imperialista” e “seminatrice di guerre nel mondo”. In questa logica vanno interpretati gli aumenti mirati degli interscambi commerciali del Venezuela con i Paesi latinoamericani e caraibici e con Paesi scomodi come la Siria, l’Iran, la Libia (fino al 2011), il Mali (fino al recente colpo di Stato), l’Angola, il Congo, la Guinea, la Namibia, la Bielorussia, la Cina e la Russia. Stringendo queste alleanze commerciali il presidente Chávez non ha mai accennato di voler assurgere a modello uno dei leader di questi Paesi, al contrario ha sempre rivendicato l’unicità e l’autonomia del “processo bolivariano” venezuelano. Secondo il PSUV, quindi, il Medio Oriente sarebbe stato panorama di due fenomeni ben differenti l’uno dall’altro: da un lato delle vere rivolte popolari, dall’altro del- le operazioni politico-militari finalizzate ad attuare un cambio di regime e spacciate per “protezioni dei civili e dei diritti umani” attraverso un’opera di santificazione degli oppositori e di demonizzazione dei governi di Libia e Siria. Secondo l’interpretazione del governo venezuelano, fra le rivolte popolari vi sarebbero le proteste tunisine del 2011. La rivoluzione in questo Paese sarebbe stata una risposta delle masse popolari agli effetti della bancarotta capitalista, in un continente dove la crescita economica si è solo tradotta in un maggior sfruttamento del territorio da parte delle multinazionali straniere e in un aggravamento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. Così anche è stata considerata la rivoluzione egiziana diretta a deporre Hosni Mubarak, che governò il Paese per 20 anni con l’appoggio aperto di Stati Uniti e Israele. Chávez
    • controcampi 45 aveva dichiarato l’anno scorso: «In Egitto si è risvegliato il potere costituente, mentre in Venezuela il popolo è già sveglio perché ha intrapreso lo stesso percorso tanti anni fa» e aveva comparato le rivolte egiziane ai moti popolari, avvenuti a Caracas il 27 febbraio 1989, per protestare contro le misure neoliberali adottate dal secondo governo di Carlos Andrés Pérez. Alcuni esponenti del chavismo hanno fatto notare le differenti rappresentazioni date dai media delle manifestazioni in Giordania e Marocco rispetto a quelle in Libia e Siria. Le proteste sono state definite delle “primavere pacifiche” nei primi due Paesi governati da monarchie non proprio in prima fila nel rispetto dei diritti umani e alleate degli Stati Uniti, mentre in Libia e Siria i media hanno immediatamente denunciato l’attuazione di repressioni sanguinarie imposte dai governanti sen- za svolgere nesssuna indagine approfondita dei fatti e delle fonti. Il PSUV ha definito legittime le rivolte popolari in corso in Yemen da più di un anno che hanno fatto cadere l’ex presidente Ali Abdullah Saleh al potere da 33 anni e oggi hanno l’obiettivo di respingere la clausola di immunità concessa a Saleh in cambio delle sue dimissioni. La clausola sarebbe stata frutto di un accordo proposto dal Consiglio di cooperazione del Golfo Persico, con l’autorizzazione degli Stati Uniti e dell’Europa, ma sarebbe invisa alla maggior parte della popolazione. Riguardo alle rivolte in Bahrain, la posizione presa in seno al chavismo è stata di appoggio ai manifestanti contro il monarca sunnita Hamad bin Isa al-Khalifa al potere dal 1999, sebbene il Paese sia al 70% sciita. È stato messo in risalto come, pur essendo state compiute
    • 46 oltre 50 esecuzioni extragiudiziali, il re del Bahrain non è stato condannato come violatore dei diritti umani poiché governa uno Stato di fondamentale importanza per gli Stati Uniti. Il Paese saudita non solamente è stato la base di partenza dei sottomarini, portaerei ed eserciti che hanno intrapreso la guerra contro l’Iraq iniziata nel 2003 ma, ospita la V Flotta nordamericana che vigila sui movimenti del suo maggior nemico: l’Iran. La posizione chavista che ha fatto più scalpore in Europa è stata quella presa rispetto alla Libia, quando a febbraio dell’anno scorso, subito dopo lo scoppio delle proteste, il presidente venezuelano aveva preannunciato il possibile intervento armato della NATO e vi si era opposto fortemente. Così il Venezuela, insieme ad altri Paesi dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA) e dell’America latina, aveva proposto di creare una commissione internazionale per mediare fra Gheddafi e i ribelli con l’obiettivo di trovare una soluzione pacifica al conflitto. A nome dell’ALBA, il Ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez, aveva dichiarato: «Rifiutiamo categoricamente qualsiasi intervento della NATO o di un’altra potenza straniera in Libia, così come l’intenzione di approfittare in maniera opportunistica la tragica situazione libica per giustificare la conquista delle risorse energetiche e idriche che sono patrimonio del popolo libico». Fra i falsi mediatici tesi a convincere l’opinione pubblica della legittimità della “no fly zone” vi sarebbe stato il presunto bombardamento attuato dal regime di Gheddafi il 22 febbraio 2011 contro i manifestanti a Tripoli, che avrebbe causato mille morti e non è mai stato accertato. Chávez ha definito la situazione libica come “la guerra dei cani” sostenendo: «Gli Stati Uniti e i Paesi occidentali fomentano le guerre civili fra i popoli, bombardano, distruggono e poi si appropriano del Paese che a loro conviene». Il presidente bolivariano, che si considerava difensore della libera autodeterminazione del popolo libico, ha anche ricordato come il Venezuela sarebbe potuto essere vittima di un intervento militare estero nel 2003 simile a quello intrapreso nel Paese nordafricano. Mentre dal canto suo l’opposizione venezuelana ha criticato duramente la posizione governativa riguardo alla Libia definendola “penosa per l’immagine del Venezuela a livello mondiale”. «L’opinione internazionale ha condannato il governo terrorista di Gheddafi – aveva affermato Diego Arria, ex candidato alle presidenziali ed ex ambasciatore presso le Nazioni Unite – e l’unica persona al mondo che non crede che si stiano commettendo crimini contro l’umanità è Chávez». Rispetto all’attuale situazione drammatica della Siria, nonostante le sanzioni imposte dall’Unione Europea, il Venezuela ha inviato nel Paese varie navi cariche di carburante diesel e il ministro dell’energia Rafael Ramírez ha affermato che continuerà a mandare rifornimenti “non appena saranno richiesti”. Hugo Chávez ha dichiarato infatti: «Gli Stati Uniti e i suoi alleati europei promuovono l’offensiva contro la Siria. La tattica è la stessa usata per la Libia: infiltrare terroristi e mercenari con l’obiettivo di destabilizzare il Paese, generare violenza, sangue e morti e far cadere il governo inviso agli Stati Uniti». Il responsabile degli Esteri del PSUV Rodrigo Cabezas ha anche affermato: «La posizione del partito è univoca. Appoggiamo l’opinione del Presidente della Repubblica poiché rifiutiamo qualsiasi tipo di ingerenza straniera nella risoluzione dei problemi interni di un Paese». Chávez non è il solo a dare quest’interpretazione dei disordini in Siria, il noto esperto politico e scrittore siriano Taleb Ibrahim ha ricordato che buona parte delle armi in mano ai terroristi in Siria sono di fabbricazione statunitense, realtà che la dice lunga sulle ingerenze degli Stati Uniti nella crisi siriana. Secondo Ibrahim, quella della Siria è una questione interna che si risolverebbe facilmente se le ingerenze di alcuni Paesi non cercassero di dare a questa dimensioni internazionali. Inoltre la rete satellitare Al-Alam ha citato un sito israeliano dove si spiegherebbe che nel 2008 il ministro dell’interno saudita e l’ex ambasciatore americano in Libano, Jeffrey Feltman, avrebbero progettato un colpo di stato teso a eliminare dalla scena Bashar al-Assad. Un piano che secondo la rete araba avrebbe contato su ben 2 miliardi di dollari di fondi. Quello di Chávez rimane quindi un punto di vista isolato nella comunità internazionale, ma merita di essere riportato dai media per generare una dialettica con la posizione dominante. Mentre la legge della comunicazione imporrebbe di citare fonti diverse per analizzare i fatti, oggi la maggior parte dei media utilizzano fonti solo di un bando politico senza lasciare spazio alla fazione opposta, tacciata come “non rispettosa dei diritti umani” e quindi “non meritevole di essere ascoltata”. Ma l’uniformità è la peggior malattia che può colpire l’informazione.
    • in marcia democrazie e comunicazione intervista a Marc Innaro Corrispondente RAI per il Medio Oriente, prima da Gerusalemme, poi dal Cairo, Marc Innaro ha documentato – tra il 1990 e il 1994 – il crollo dell’Unione Sovietica e la complessa transizione dal socialismo alla Russia eltsiniana. Coautore del reportage tachicardico L’assedio della natività (Ponte alle Grazie, 2002), Innaro è uno di quei giornalisti che, attraverso il racconto dei fatti, riesce a restituire i significati più profondi dei processi sociali, rinunciando a cliché e pregiudizi. «Dobbiamo adeguarci all’idea che i nostri valori di libertà, democrazia, progresso socio-economico non coincidono, per forza di cose, con l’identità del mondo arabo, differente dal punto di vista religioso, culturale, comportamentale», afferma il cronista, fissando – in maniera impietosa – i limiti intrinseci con cui l’Occidente ha raccontato, e interpretato, per troppo tempo gli eventi dei Paesi arabi. Tra una sponda e l’altra del Mediterraneo si gioca, dunque, una partita cruciale per la democrazia, a condizione che l’Europa sappia cogliere le irriducibili peculiarità dell’“altro da Sé”. Come descriveresti il ruolo dei social media nei sommovimenti che hanno caratterizzato la Primavera Araba? È stato un ruolo determinante, perché i social media hanno funzionato da detonatore d’una situazione insostenibile, in cui cresceva la richiesta di dignità, soppressa dai regimi totalitari. Al contempo, hanno messo in circolo idee, opinioni, rivendicazioni. Va rilevato il caso paradossale della Tunisia, in cui il regime di Ben Ali aveva inconsapevolmente favorito lo sviluppo di Internet e dei social media. Non a caso la Tunisia è stato il primo Paese arabo a liberarsi dal despota. Ben Ali si faceva un vanto di aver sviluppato la rete telematica, senza rendersi conto dei rischi che correva. Poi è toccato all’Egitto che, negli ultimi cinque, sei anni, aveva implementato in maniera quasi parossistica la IT, l’information technology. Il primo ministro Ahmed Nazif aveva scommesso su questo tipo d’innovazione per completare la rivoluzione tecnocratica, saltando gli stadi intermedi dello sviluppo industriale, e puntando direttamente su new media e telecomunicazioni. Nel 2010 l’Egitto era in testa alla graduatoria dei Paesi emergenti in quanto a sviluppo di information technology. È molto interessante ragionare su come questi regimi abbiano sottovalutato il ruolo ambivalente delle nuove tecnologie. I media mainstream occidentali come hanno interagito con la comunicazione telematica? Qui si apre un capitolo penosissimo, perché – a eccezione di chi vive e lavora su questa sponda del Mediterraneo – i media occidentali sono stati nel complesso travolti e presi in contropiede dagli eventi tunisini ed egiziani. Potremmo fare un discorso analogo per quanto riguarda lo Yemen o per quello che, in precedenza, è accaduto in Iran. I canali della comunicazione mainstream, in Europa e negli Stati Uniti, sono stati còlti di sorpresa a causa di un problema di fondo: ovvero, di un’informazione episodica, saltuaria, superficiale e infarcita di preconcetti nei confronti del mondo islamico. Questo è un argomento estremamente doloroso perché ripropone, per l’ennesima volta, la “sindrome” dell’11 settembre: quel riflesso condizionato – europeo e americano – a fermare il tempo al 2001 e a identificare l’Islam con il fanatismo jihadista. Quest’insieme di pregiudizi ha causato il ritardo nella comprensione della nuova domanda di dignità, libertà e democrazia che si palesava. E quando parliamo di “democrazia” non dobbiamo intenderla secondo le categorie della Rivoluzione Francese, della Rivoluzione Industriale e del marxismo, bensì occorre interpretarla diversamente, coniugarla in rapporto a un’identità culturale religiosa diversa dalla nostra. In Occidente si è quasi del tutto incapaci di comprendere l’esistenza di valori fondamentali che uniscono le popolazioni del mondo indipendentemente dalla propria appartenenza religiosa o culturale. Accecati dalla centralità di determinate categorie, privi di onestà intellettuale e ancor prima di obiettività giornalistica, non abbiamo 47
    • 48 còlto ciò che avremmo dovuto presagire per tempo. Si possono fare numerosi esempi al riguardo. Probabilmente, le prime vere elezioni – libere e democratiche – che si sono svolte nel mondo arabo sono quelle che, alcuni anni fa, hanno portato alla vittoria di Hamas a Gaza. E quando dico libere e democratiche mi riferisco ai parametri occidentali, tanto che erano state “certificate”, approvate e garantite da osservatori americani, europei, giapponesi, di molteplici organismi internazionali. Vinse Hamas e quelle elezioni furono considerate praticamente nulle, perché interpretate dalle cancellerie occidentali con categorie simili a quelle che aveva applicato il Fronte di Liberazione Nazionale algerino, quando annullò – tra il primo e il secondo turno – le elezioni in cui era in vantaggio il Fronte Islamico di Salvezza Nazionale. L’Islam politico si è evoluto enormemente negli ultimi anni. Basta considerare lo straordinario mutamento della formazione politica tunisina di matrice islamica guidata da Ghannouchi che ha stilato una bozza di Costituzione di particolare interesse. Il testo prevede ovviamente l’arabo come lingua nazionale e l’Islam come religione di Stato, ma rinuncia alla shari’ah. Si tratta di una questione cruciale anche per altri Paesi: a cominciare dall’Egitto dove è in atto la formazione di un’Assemblea Costituente. A differenza della Tunisia, l’Egitto ha scelto, mediante referendum, di definire una precisa road map per cambiare la forma di governo, articolata nelle seguenti fasi: indizione di elezioni politiche, formazione dell’Assemblea Costituente, elezione del Presidente della Repubblica, scrittura della nuova Costituzione da sottoporre a referendum popolare, convocazione di elezioni presidenziali e politiche sulla base del nuovo dettato costituzionale. In Tuni-
    • sia, invece, si è scelto di procedere prima all’elezione di un Parlamento-Assemblea Costituente che elabori la nuova Costituzione e poi, una volta varato il testo costituzionale da sottoporre a referendum, si procederà all’elezione di un Presidente della Repubblica. I percorsi sono diversi, ma un dato va tenuto ben presente: in Tunisia e in Egitto le elezioni sono state libere e democratiche a tutti gli effetti. E questo malgrado si tratti di Paesi che non hanno mai sperimentato le procedure dei sistemi democratici e che, negli ultimi sessant’anni, hanno vissuto sotto la tutela di regimi appoggiati dall’Occidente e presentati come baluardi contro il “grande pericolo” dell’Islam. I governi occidentali non capiscono – o fanno finta di non capire – che le elezioni tunisine ed egiziane sono valide e regolari. Poi, i risultati elettorali possono non piacere, ma questo è un altro discorso. Come descriveresti l’orientamento dei più importanti media del mondo arabo rispetto agli eventi del 2011? Parlerei di un doppio atteggiamento. Al Jazeera ovviamente glissa sulla situazione del Paese da cui trae i finanziamenti e, quindi, del Qatar non si parla mai. Però, ciò che Al Jazeera ha raccontato e quello che i suoi giornalisti hanno documentato negli ultimi anni è stato determinante per rivoluzionare certi assetti di potere. Anche se le emittenti del mondo arabo possono rispondere a una determinata agenda politica – non solo Al Jazeera, ma anche Al Arabiya e altre –, esse hanno avuto un ruolo cruciale nel diffondere l’informazione, con una prassi giornalistica che giudico del tutto corretta. Al Jazeera e Al Arabiya raccontano gli eventi e ne approfondiscono l’interpretazione con dibattiti di estremo interesse. La correttezza deontologica di questi media mi sembra assolutamente 49
    • 50 equiparabile a quella dei mezzi di comunicazione occidentali. Non vedo grandi differenze. Se i nostri media non brillano, anche loro non brillano. E non parlo solo dell’Italia, bensì mi riferisco a una “media” europea. La globalizzazione ha avuto un effetto dirompente sul mondo arabo, ma noi occidentali abbiamo continuato ad applicare la lente distorta dei luoghi comuni, considerando questi media come semplici strumenti nelle mani dei ricchi emiri del Qatar o degli sceicchi sauditi, e disconoscendone il ruolo. Non potrò mai dimenticare le manifestazioni di tre, quattro anni fa contro lo scandaloso referendum indetto da Mubarak per cambiare la Costituzione, rimuovere l’aggettivo socialista dalla denominazione della Repubblica, cancellare l’ultimo retaggio del panarabismo alla Nasser ed “eternizzare” di fatto il regime. La TV di Stato, controllata dal governo, ha omesso d’informare sulle proteste, mentre Al Jazeera, Al Arabiya e altre emittenti trasmettevano, spesso e volentieri anche in diretta, sfidando la censura, le manifestazioni di protesta. Rispetto ai colleghi arabi, noi occidentali abbiamo avuto meno problemi, perché la RAI o la CNN sono diffuse prevalentemente in Occidente. Al Jazeera, invece, veniva seguita soprattutto dalla popolazione egiziana. Ricordo che, quando tornavo a casa, dopo una giornata di scontri, trovavo il portiere che guardava Al Jazeera. In quel modo scopriva che – a meno di due chilometri – accadevano fatti di cui i media di regime non davano alcuna informazione. Tutto questo, col passare del tempo, ha lasciato un segno indelebile. Quali sono secondo te le immagini, i fotogrammi o le scene emblematiche della Primavera Araba? Me ne vengono in mente diverse. A Tunisi, durante i giorni della rivoluzione, mi ha impressionato la totale assenza di paura, o forse l’incoscienza, comune anche ai giovani egiziani e yemeniti. Vedere il coraggio con cui questi ragazzi di diciassette, diciotto, vent’anni, affrontavano i gas lacrimogeni, le pallottole di gomma, i proiettili, i carri armati, i blindati della polizia, è stato davvero sconvolgente. Per essere chiari: stiamo parlando di ragazzi che avevano tutto da perdere dalla rivolta. Non si trattava di desperados. Al Cairo, ma anche a Tunisi, in tanti appartenevano a una classe sociale che non aveva troppo da guadagnare dalla rottura dello status quo. Un’altra cosa che mi ha impressionato, dalla Tunisia allo Yemen passando per l’Egitto, è stato il ruolo delle donne. A dimostrazione, ancora una volta, che i luoghi comuni, i pregiudizi, i preconcetti sulla subalternità delle donne in queste società non reggono alla prova dei fatti. Di certo nel mondo arabo la donna incontra ostacoli sulla via di una piena emancipazione, ma – al contempo – ha un ruolo fondamentale. Facendo un parallelo forse improprio, mi viene in mente la Russia, dove ho vissuto per molti anni. La condizione della donna nella società russa può essere accostata a quella della donna araba. La donna russa vive in maniera più defilata rispetto all’uomo eppure ha un ruolo determinante in quanto custode di valori, educatrice dei figli, vero e proprio perno dell’impalcatura sociale. Se i partiti islamici hanno vinto queste tornate elettorali, che – ripeto – sono state libere e democratiche, lo devono in gran parte alle donne. E lo stesso vale per il successo delle rivoluzioni. Gli europei, e gli italiani in particolare, devono liberarsi dalle interpretazioni pregiudiziali e sposare un altro punto di vista, altrimenti perderanno un’occasione decisiva. Dobbiamo smetterla di crederci i difensori della libertà e della democrazia. Quest’approccio ci ha portato a reiterare gli errori in cui cadde perfino l’Internazionale Socialista. È così che abbiamo finito per appoggiare il partito di Ben Ali o, anni prima, il Partito Nazionale Democratico di Mubarak.
    • in marcia la primavera del lavoro di Mario Sai Le Primavere Arabe hanno fatto emergere la figura dei “cyberattivisti”, sui quali si è puntata l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale. Essi hanno documentato le condizioni di vita della popolazione e le mobilitazioni contro il potere. Animati da un profondo sentimento di indignazione per le ingiustizie spesso le loro informazioni hanno avuto più a che fare con la propaganda e con l’esagerazione dei fatti che con il minuzioso e documentato resoconto degli abusi di potere. La loro capacità di mobilitazione è stata paradossalmente aumentata dai tentativi di censura e di oscuramento da parte dei governi. È ciò che è accaduto in Egitto quando il 28 gennaio 2011 la perturbazione delle comunicazioni Internet e della telefonia mobile ha esteso la mobilitazione, perché ha segnalato concretamente, anche a coloro che non seguivano particolarmente gli avvenimenti, lo stato di eccezione in cui era precipitato il Paese. Si è, così, estesa la mobilitazione, aumentando l’afflusso dei cittadini negli spazi pubblici (piazza Tahrir e non solo), estendendo i luoghi della ribellione, generando una situazione più difficile da controllare. Per questo è sembrato, all’inizio del moto di ribellione, che i “cyberattivisti”, in gran parte giovani istruiti, tra i 20 e 30 anni, provenienti da ambienti urbani e agiati, fossero l’elemento di orientamento della mobilitazione popolare e che ci si trovasse di fronte, quindi, a una “rivoluzione Facebook”. Questa è stata l’analisi di gran parte della sinistra europea: le Primavere Arabe mettevano al centro del cambiamento politico i nuovi ceti urbani, quegli stessi che in Occidente erano l’anima dei movimenti di protesta, dagli Indignados spagnoli a Occupay Wall Street negli USA. Ora questi movimenti sono in larga misura rifluiti, lasciando il posto, dalla Spagna all’Egitto, a nuovi governi politicamente di destra e segnati da una rinnovata impronta confessionale. Una spiegazione di ciò va ricercata nell’incapacità di tenere insieme le battaglie di libertà (così fortemente sentite dai nuovi ceti medi urbani) con le difficili condizioni economiche e sociali, la diffusa disoccupazione giovanile, la miseria presente in tanti territori. In Tunisia il movimento rivoluzionario ha avuto inizio con il suicidio di Mohamed Bouazizi a Sidi Bouzid, nel governatorato di Kasserine, una delle aree più arretrate. È ben vero che le classi medie sono aumentate di pari passo con la crescita economica e il rafforzamento delle città come centri di affari e di cultura (significativo il caso della Tunisia, che ha avuto il miglior trend di sviluppo del Nordafrica) e che le loro aspettative frustrate (come il rischio di perdere un benessere faticosamente raggiunto) hanno alimentato le rivolte popolari che hanno rovesciato i vecchi governi, ma di pari importanza – anche se in larga parte misconosciute – sono state le lotte operaie. In Tunisia il motore della rivoluzione è stata la grande questione sociale della disoccupazione, in un Paese dove un tunisino su quattro ha meno di diciotto anni; l’alfabetizzazione è quasi all’80%; i disoccupati sono 700.000, di cui 200.000 diplomati. L’“Unione Generale dei Lavoratori Tunisini” (UGTT) dopo l’anno 2000 si era riorganizzata rivendicando una propria autonomia del potere politico e dandosi un profilo generale non solo di difesa degli interessi materiali dei lavoratori iscritti, ma di iniziativa e proposta rispetto ai problemi economici e sociali dell’intera società tunisina. La crisi del 2008 aveva visto l’UGTT sostenere le rivendicazioni dei manifestanti nel corso della rivolta avvenuta nel bacino minerario di Gafsa. Per questo è stato naturale che durante le giornate della Rivoluzione nel dicembre 2010 la popolazione trovasse nelle sedi sindacali non solo un rifugio, ma anche luoghi di informazione e di organizzazione. Lo sciopero generale indetto dall’UGTT il 14 gennaio 2011 nel distretto di Grand Tunis ha dato vita a una gigantesca manifestazione dove si sono uniti lavoratori, giovani, studenti, cittadini. Il corteo si è diretto verso il Ministero dell’Interno, dove avevano avuto luogo le repressioni e le persecuzioni, e lì è stato deciso un sit-in, sul quale l’esercito ha rifiutato di sparare. Questo ammutinamento ha costretto il presidente Ben Alì a fuggire definitivamente dal Paese. 51
    • 52 I lavoratori tunisini sono stati protagonisti non solo della Rivoluzione, ma anche del faticoso processo di ricostruzione della democrazia, organizzando marce, sit-in, scioperi in tutto il Paese e costruendo un’alleanza con la società civile, i ceti medi urbani colti, i partiti democratici. Di questo processo è stato espressione il “Consiglio Nazionale per la Protezione della Rivoluzione” di cui hanno fatto parte, tra gli altri, l’UGTT, l’Ordine degli Avvocati, il Consiglio dei Giudici, la Lega per i Diritti dell’Uomo. Anche nella rivoluzione egiziana le lotte operaie hanno avuto un ruolo anticipatore, a cominciare da quelle dei tessili nella regione del Delta. Dal 2004 al 2008 ci sono stati in Egitto quasi duemila scioperi in diverse aziende, a cui hanno partecipato più di un milione e mezzo di lavoratori. Nel 2008 venivano arrestati molti sindacalisti nelle fabbriche per evitare che scoppiasse uno sciopero generale in concomitanza con le rivolte del pane. Dopo la mobilitazione del 25 gennaio 2011 al Cairo, gli scioperi generali scoppiati in diverse città egiziane all’inizio di febbraio 2011 hanno dato la spinta alla caduta definitiva di Mubarak. Il primo governo transitorio ha varato una nuova legge per la libertà sindacale, avviando il processo di dissoluzione dell’ETUF, il vecchio sindacato di regime non riconosciuto dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), perché complice della violazione delle convenzioni del lavoro e dei diritti umani. Si forma una nuova Federazione dei Sindacati Indipendenti (EFITU) e insieme, a macchia d’olio, si costituiscono in modo autonomo sindacati di azienda e di categoria, con la prospettiva, attraverso l’elezione di rappresentanze di base, di dar corpo a un pluralismo sindacale. L’alleanza tra Giunta Militare e Fratelli Musulmani ha poi frenato questo processo, riportando in vita la vecchia ETUF. La proposta di legge sulla libertà sindacale è stata del tutto svuotata, tanto da essere considerata dall’ILO non corrispondente ai principi della libertà sindacale; i nuovi sindacati non sono stati riconosciuti; la loro azione, sia nel settore pubblico che in quello privato, è stata boicottata. La negazione della libertà sindacale è un segno dell’involuzione del processo rivoluzionario quanto la caduta delle illusioni nella “rivoluzione Facebook”. Entrare in Internet è stato per la parte più colta e attiva dei ceti medi urbani (avvocati, economisti, giornalisti, ingegneri, operatori culturali, artisti) un modo di prendere le distanze dal regime; esercitare una funzione di denun- cia, enfatizzata dalla repressione e dagli arresti subiti da alcuni di loro. La comunità dei “cyberattivisti” è stata unificata dalla denuncia dei crimini del sistema che li ha fatti sentire portatori di uno straordinario slancio di solidarietà nazionale. Caduto il regime, anche loro sono stati risucchiati nella lotta politica e negli scontri di fazione. La rete si è riempita di nuovi “attivisti” dell’ultima ora, di false informazioni e di video e foto manipolate. Questo disorientamento e queste divisioni, se da un lato danno torto ai governi, ai media, ai politici occidentali che hanno elevato i “blogger” a portavoce delle rivolte arabe, dall’altro sottolineano due questioni decisive di valore generale. La prima è l’inscindibilità della lotta per la libertà politica (e per i diritti civili) dalla questione sociale. Sulle due sponde del Mediterraneo abbiamo a che fare con società caratterizzate da crescenti disuguaglianze; dall’aumento della povertà, della disoccupazione (soprattutto giovanile) e della “poor working class”, che in Egitto e in Tunisia vuol dire otto/dieci ore di lavoro al giorno per 80/100 euro al mese, con condizioni organizzative e disciplinari durissime. Questo è il punto di arrivo della progressiva involuzione dei regimi di “socialismo arabo”. Questo movimento, che ha avuto in Nasser la sua figura emblematica, si era caratterizzato sul piano economico e sociale per le nazionalizzazioni; la creazione di un settore industriale statale; l’emanazione di leggi sociali rivolte a proteggere il tenore di vita, la salute e la sicurezza del posto di lavoro degli operai e degli impiegati; la creazione di occupazione (anche se con paghe modeste) per tutti i laureati e i diplomati nei settori pubblici dell’amministrazione e dell’economia. Il potere politico spettava al partito unico e i sindacati, sul modello sovietico, furono riconosciuti e riorganizzati, ma con una funzione di “cinghia di trasmissione”. Sul finire degli anni Settanta l’accettazione della “pax americana” da parte di Sadat (e la crescente influenza degli USA sui Paesi arabi anche per i timori di una espansione dell’integralismo religioso dopo la rivoluzione degli ayatollah in Iran) si è portata appresso un ritorno pieno di liberismo economico, a cominciare dall’apertura ai capitali stranieri. C’è stato uno sviluppo centrato sul mercato e la mano libera ai privati, che ha impoverito ampi strati della popolazione e insieme ha permesso la formazione di una ricca borghesia immischiata in affari e speculazioni, a cui hanno partecipato direttamente i parenti stretti e l’“entourage” degli uomini al potere. Si è creato, così, un sistema ibrido, dove
    • in marcia accanto a un mercato dominato da investitori stranieri e dalla borghesia nazionale si sono mantenuti settori economici ancora sotto il controllo del governo come lo sono i prezzi dei generi di prima necessità, a cominciare dal pane. Questo ha trasformato le tensioni sociali immediatamente in tensioni politiche. Nel 2008 Mubarak ha dovuto promettere l’aumento del 30% dei salari pubblici per contenere il malcontento diffuso per l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. La seconda lezione che si può ricavare dalle Primavere Arabe è che all’immediatezza della rivolta (e di Internet) con l’esplodere di frustrazioni, rabbia, delusioni, polemiche subentra sempre l’organizzazione politica, nei suoi sedimenti sociali, culturali, politici. L’affermazione dei partiti di ispirazione religiosa nelle libere elezioni conquistate dalle rivolte di piazza è una questione che va indagata in questa prospettiva. La rinascita araba ha avuto impulso, all’inizio del secolo scorso, dalla soluzione del problema della debolezza degli Stati islamici. Per il nazionalismo tornare al vero Islam ha voluto dire misurarsi con la superiorità tecnologica dell’Europa e con la decadenza religiosa dei Musulmani. Per questo era necessario dare valore alla ragione, all’attivismo, al far da sé. Il nazionalismo si è caratterizzato per una politica liberale e costituzionale, di affermazione di virtù civili e diritti personali, e quindi anche per l’emancipazione femminile. Sono principi confluiti nel socialismo arabo del Baath, il cui programma è stato: nazionalismo, unità e socialismo nella società araba. Su questa base si è potuta contenere l’influenza dell’altro movimento di rinascita, quella dei Fratelli Musulmani, che univano alla riforma religiosa integralista una forte iniziativa sociale, fondata sullo spirito di carità e di solidarietà della comunità dei credenti. La progressiva involuzione dei regimi baathisti, il loro trasformarsi in potenti centri d’affari e di arricchimento per limitati gruppi affaristici e clientele familiari mentre crescevano le contraddizioni sociali e l’impoverimento hanno lasciato ai governi come unica risorsa quella della repressione: dalla messa fuori legge della Fratellanza in Egitto nel 1965 alla messa al bando dei partiti islamici in Tunisia nel 2002. I Fratelli Musulmani hanno, così, sommato il prestigio derivato dalle persecuzioni politiche, la capacità di interventi sociali per la popolazione povera (assistenza sanitaria, scuole, mercati a prezzi popolari, sussidi alle 53
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    • 56 famiglie povere) e insieme una crescente influenza nella piccola borghesia urbana (quella del “bazar” come dei nuovi settori economici). Emblematica la vicenda di Khairat el-Shater, leader dei Fratelli Musulmani, che dalla sua cella per più di dodici anni ha diretto il movimento e insieme ha ampliato il suo impero economico (ha fondato la prima “software house” in Egitto). La sfida che la Fratellanza ha lanciato, dopo il fallimento del “socialismo arabo” e la crisi del neo-liberismo, tende a dimostrare che solo l’integralismo religioso può dare le giuste risposte: la dottrina coranica deve orientare la vita delle persone politicamente, economicamente e socialmente. Per questo osteggia un’idea laica di riconoscimento dei diritti civili, a cominciare da quelli delle donne (oggi in Egitto è tornato a essere di nuovo riprovevole che una donna parli al telefono con un uomo senza che sia presente un suo familiare) e in- sieme punta a limitare l’autonomia delle lotte dei lavoratori attraverso il controllo del resuscitato sindacato di regime. Qui sta la base delle vittorie elettorali dei partiti religiosi, a cominciare dall’Egitto, dove non solo i Fratelli Musulmani hanno la maggioranza del parlamento, ma un quarto dei seggi è andato ai salafiti, ultra conservatori. Questa è la lezione più importante delle Primavere Arabe: libertà politica e diritti sindacali; diritti civili e libera espressione personale devono far parte di un comune programma di avanzamento sociale e democratico. Per questo si deve costituire una inedita alleanza tra i lavoratori organizzati in liberi sindacati e i nuovi ceti medi urbani protagonisti delle nuove professioni e delle nuove culture, a cominciare dai movimenti delle donne. Esse sono state protagoniste nelle piazze, ma oggi sono messe ai margini della politica – solo il 2% dei parlamentari egiziani sono donne – e sono a rischio di nuova
    • segregazione familiare e discriminazione personale. Il ruolo delle manifestazioni dei lavoratori nel movimento iniziato il 25 gennaio è stato determinante. La protesta è stata facilitata anche dalle strutture organizzative costruite in mesi e mesi di scioperi. In più, quando il gigantesco sit-in di Tahrir rischiava di perdere di intensità, sono state le mobilitazioni dei lavoratori, che, fermando l’economia, hanno rilanciato la protesta, contribuendo in maniera determinante all’estromissione di Mubarak. In questo ultimo anno gli scioperi non si sono fermati. In Egitto, medici e insegnanti, portuali e tessili sono scesi in lotta per rivendicare migliori salari, difesa dei posti di lavoro, rifiuto della privatizzazione di aziende pubbliche. Le rivendicazioni dei lavoratori rimangono, però, separate dalle rinnovate proteste di piazza Tahrir contro il governo militare. È una situazione rischiosa, che conferma come i ceti medi, anche quelli “moderni”, abbiano una vocazione alla frantumazione politica, poiché la rivendicazione di libertà personali e diritti civili separata dalla questione sociale non riesce a costruire un’ampia aggregazione. In Tunisia, dove le elezioni alla Costituente sono state vinte dagli islamici moderati, è in atto un processo di riavvicinamento dei tanti e frantumati partiti laici. Il partito di sinistra “Ettajdid” (Rinnovamento) chiede che il programma comune contenga una proposta di soluzione della questione sociale, dando risposta alle richieste dei lavoratori dipendenti e dei settori poveri della popolazione tunisina. È, insomma, in atto un processo complesso e contraddittorio. Se i lavoratori non potranno decidere del loro futuro, le piazze delle libertà politiche e dei diritti civili dei moderni ceti medi urbani, potranno ben poco contro i partiti religiosi. 57
    • transiti mediterranei di Stefano Volpicelli 58 L’anno 2011 rimarrà negli annali soprattutto per quanto avvenuto nel mondo arabo, interessato da una catena di rivolte da parte di movimenti di opposizione che ha coinvolto l’Algeria, il Bahrain, l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, la Giordania, il Gibuti, la Libia e la Siria, e in misura minore la Mauritania, l’Arabia Saudita, l’Oman, il Sudan, la Somalia, l’Iraq, il Marocco e il Kuwait. In Tunisia, Egitto e Libia, queste rivolte si sono risolte nella rimozione dei regimi autocratici e oppressivi che le governavano. Questo insieme di eventi, ribattezzato Primavera Araba, oltre a generare forti speranze di cambiamento politico ed economico soprattutto nella fascia giovanile della popolazione araba, per svariati mesi, dalla primavera all’autunno, ha anche provocato forti preoccupazioni in Europa per il rischio che tali rivolte si traducessero in flussi migratori incontrollati nell’area del Mediterraneo. Tuttavia, tranne nel caso della Tunisia, che verrà analizzato più avanti in questo articolo, tali preoccupazioni si sono rivelate infondate. La crisi libica ha sì provocato 764.150 profughi, ma la totalità di questi migranti in fuga dalle violenze del conflitto interno alla Libia si è riversato nei Paesi limitrofi, in Tunisia, Egitto, Niger, Ciad e Sudan. In particolare: 238.575 sono fuggiti in Egitto, 345.238 si sono rifugiati in Tunisia, 84.428 hanno riparato in Niger, 13.962 si sono spostati in Algeria, 51.682 in Ciad e infine 2.800 in Sudan. Solo Italia e Malta sono stati interessati da un numero esiguo di questo imponente flusso di persone in fuga: nel nostro Paese sono giunti 25.935 migranti mentre a Malta ne sono sbarcati 1.530. La ragione principale che sottende questo movimento prevalentemente interregionale – area del Maghreb nordafricano e regione sub-sahariana – si spiega nel fatto che la quasi totalità dei migranti spostatisi nei Paesi summenzionati erano cittadini di quei Paesi che ritornavano a casa. La rivoluzione egiziana viceversa non ha avuto lo stesso impatto, per due ragioni: la prima è che questo Paese non è stato sconvolto da una vera e propria guerra civile supportata dall’intervento di forze di guerra internazionale come avvenuto in Libia, ma è stata interessata da un movimento di protesta pacifica che ha determinato la fine del regime di Hosni Mubarak. La seconda ragione, direttamente legata alla precedente, è che questo movimento pacifico ha generato molte speranze per il futuro dell’Egitto soprattutto fra i giovani, che hanno quindi deciso di investire in questo processo di cambiamento restando nel loro Paese. La Tunisia rappresenta un caso a sé. Nel periodo gennaio-novembre 2011 migliaia di cittadini tunisini sono sbarcati sulle coste italiane. Le fonti ufficiali riferiscono 27.994, in prevalenza giovani maschi – 26.659 (95,23%), pochissime donne – 235 (0,83%) e un cospicuo numero di minori – 1.100 (3,92%)1. Questa vera e propria diaspora, oltre a creare tensioni tra gli Stati Membri dell’Unione Europea sulle modalità di accoglienza e sull’eventuale status giuridico da accordare a queste persone, ha fatto nascere molti interrogativi sulle motivazioni che hanno spinto questi giovani, la maggior parte in età compresa fra i 20 e i 35 anni, a lasciare il loro Paese. Per comprendere in profondità il fenomeno della mobilità giovanile tunisina riversatasi sulle coste italiane come conseguenza del crollo del governo di Zine El Abidine Ben Ali in Tunisia, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo di Roma, ha quindi predisposto un piano di ricerca-azione con l’obiettivo di: 1) fornire strumenti di lettura sistemica e globale della recente diaspora dei giovani tunisini verso l’Europa; 2) esplorare i fattori individuali e collettivi che sottendono la decisione di muoversi; 3) fornire elementi utili per sviluppare strategie di prevenzione della migrazione vulnerabile in Tunisia e di accoglienza in Italia. La ricerca, da me coordinata e realizzata con il contributo di Germano Calvi e Viviana Sacco2, ha privilegiato una metodologia di indagine qualitativa, attraverso lo strumento dell’intervista narrativa, supportata da un’analisi del testo realizzata con un software specifico, il TLab, che permette di costruire mappe cognitive di facile e intuitiva lettura. I risultati di questa ricerca sono stati
    • in marcia in un certo qual modo sorprendenti dal momento che hanno restituito un profilo delle persone arrivate nel nostro Paese diverso da quello veicolato dai media, che parlavano in modo abbastanza superficiale di persone fuggite o dalla repressione del regime di Ben Ali a seguito delle manifestazioni di piazza o dalla miseria. Sebbene quanto rilevato attraverso questa ricerca non possa essere rappresentativo della totalità dei giovani tunisini sbarcati in Italia e tantomeno di giovani provenienti da altri Paesi arabi, l’analisi delle interviste offre interessanti spunti di riflessione e discussione. La ricerca restituisce un’immagine di soggetti confusi, tristi e delusi, che inseguono con difficoltà una vaga esigenza di cambiamento per la propria vita. Il generale senso di confusione nasce dal fatto di vivere una realtà frammentata, composta da un mix di percezioni che appartengono in parte a un passato che non c’è più, in parte a un presente dai contorni sempre più incomprensibili e in parte a un futuro diventato incerto e spaventoso. I giovani tunisini arrivati sulle nostre coste sembrano “fuggiti” da qualcosa, non da qualcuno, e com’è intuitivo, indagando il vissuto tunisino, è possibile ricavare informazioni utili per spiegare il loro quotidiano. Il ritmo della giornata è condizionato dal lavoro, saltuario e precario. Se si trova lavoro bene, se no la giornata trascorre senza programmi precisi tranne l’inevitabile sosta al bar. In generale la Tunisia viene dipinta come un luogo noioso, dove non succede niente e dove soprattutto ai giovani non è concesso di fare niente. Questa percezione è rafforzata anche dal clima opprimente e repressivo che i giovani tunisini subiscono. La presenza della polizia è pervasiva, il suo potere ingiustificato e minaccioso. Sebbene gli intervistati raccontino di aver preso parte in prima persona ai moti rivoluzionari, dalla loro narrazione traspare una partecipazione piuttosto passiva, di soggetti che hanno aderito alla protesta che per molti sembra abbia assunto un significato catartico, di riappropriazione simbolica della piazza, ma non ha generato alcuna speranza di cambiamento reale per le sorti del Paese. L’esperienza di deprivazione associata alla delusione legata al fatto che il cambiamento tanto atteso non generi una trasformazione reale delle condizioni di vita dei giovani condiziona anche la visione del futuro in Tunisia. Percepito come bloccato e pieno di incertezze, il futuro non sembra garantire il soddisfacimento dei bisogni dei giovani, che peraltro appaiono abbastanza semplici: famiglia, lavoro, accesso a beni di consumo, gli obiettivi dei giovani intervistati sono generici. Siamo lontani dall’immagine veicolata in Italia di una generazione di rivoluzionari e innovatori che agiscono e si organizzano in rete, sfruttando i moderni mezzi della comunicazione reticolare. Questi profili probabilmente esistono, ma appartengono all’élite, ai rappresentanti della futura classe dirigente che si preparano ad assumere i loro incarichi politici ed economici. Le vicende politiche avvenute in Tunisia si sono tradotte in un’opportunità di s/ fuggire (letteralmente) all’immobilismo di un sistema che non permetteva di concretizzare immediatamente le loro aspettative e che non è sicuro che lo permetterà in futuro. La mobilità (non migrazione) di questi giovani si configura come una fuga liberatoria da un mondo chiuso, soffocante, oppressivo e repressivo. Però sempre di fuga si tratta, e la fuga ha una connotazione negativa che trascina con sé tutti gli elementi sfavorevoli che l’hanno determinata. Con queste premesse, l’impatto con la realtà italiana non può essere che caratterizzato da delusione e frustrazione per la distanza fra le aspettative e la realtà. È da Lampedusa che la distanza fra ciò che si era immaginato, l’Italia (e l’Europa) come un luogo pieno di possibilità e promesse, e la realtà, un luogo pieno di difficoltà, inizia a manifestarsi. Ai giovani tunisini sbarcati l’Italia ha concesso il permesso di soggiorno per motivi umanitari, della durata di sei mesi. Questo permesso di soggiorno può essere convertito se nel frattempo il beneficiario trova un datore di lavoro disposto ad assumerlo. A poco a poco il rinnovo del permesso diventa un’ossessione, non si pensa ad altro. C’è un problema però: la realtà del mondo del lavoro italiano (ed euro- 59
    • 60 peo in generale), anche quando si riesce a penetrare (alcuni effettivamente hanno trovato occupazioni nel campo della ristorazione o alberghiero) li rimanda al problema di partenza, che li ha spinti a lasciare la Tunisia: il lavoro infatti è precario e saltuario e non permette di fare alcun piano per il futuro! Dopo qualche settimana il quadro si delinea, le possibilità di lavoro e guadagno immaginate non ci sono, non rimane che appoggiarsi a un centro di accoglienza o al gruppo di pari, e attendere che qualcosa succeda. A questi giovani non resta altra possibilità di trasportare e replicare il loro mondo, il loro quotidiano, nella realtà italiana. La dimensione di vuoto esistenziale in Tunisia, così ben descritta nei racconti, fatta di giornate spese al bar, assenza di futuro, di partecipazione, esposti quotidianamente a un mondo, quello del turista, dal quale sono tenuti a distanza, si ripropone in Italia: ci si ritrova in gruppo, si beve caffè e si fuma la sigaretta, si
    • commentano notizie incontrollate (sul lavoro, sul permesso di soggiorno), si discute sul da farsi (andare in Francia, cambiare città, eccetera). Per concludere, si ha l’impressione che questi giovani siano portatori di istanze globali, nuove, caratterizzate dalla contemporanea presenza e sovrapposizione di aspetti tra loro spesso contrastanti, sospesi fra passato e futuro, tradizione e modernità. Sotto la spinta di queste forze complesse, il loro movimento appare fine a sé stesso, nel senso che si spiega nel solo atto del muoversi. È una delle conseguenze della retorica del mondo globalizzato, dove le informazioni – e il loro corredo di immagini, concetti, parole d’ordine, stili di vita e di consumo – sono veicolate da una comunicazione di tipo reticolare, dove il prestigio di una persona aumenta all’aumentare della sua capacità di muoversi in una dimensione spazio-temporale che supera, ridefinendolo, l’antico concetto di confine (Bauman 2002). È una mobilità che quindi si potrebbe definire disperata, nel suo significato etimologico di “mancare di speranza”. Più che come un progetto si configura come un grido di rabbia, di ribellione, quasi a voler gridare al mondo: “Ci siamo anche noi”, che però non trova ascolto, e quindi non trova una sua collocazione, una sua forma, una sua dimensione. Dietro la genericità di motivazioni che peraltro non sono supportate da elementi che ne rivelino la realizzabilità, si nasconde un bisogno di conoscenza e confronto con altri giovani, portatori di altri valori e di altre culture. In altre parole, il bisogno di sentirsi parte del mondo. Fonte: Ministero dell’Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza, 1 Direzione Centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle Frontiere Rispettivamente psicologo sociale e antropologa. 2 61
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    • tunisia superficie La Repubblica Tunisina si estende su una superficie di 163.610 km² POPOLAZIONE 10.434.400 ab. La popolazione è costituita in prevalenza da arabi. Lingua ufficiale è l’arabo tunisino, il francese è molto diffuso e sopravvive ancora il berbero. ECONOMIA I settori più ricchi del Paese sono: la pesca, l’industria (grazie al basso costo della manodopera) e il turismo. GOVERNO Nel gennaio del 2011, a seguito delle rivolte popolari divampate nel Paese, il presidente Ben Ali è fuggito all'estero, dopo 23 anni di dittatura incontrastata. Pil 95.521 milioni di $ Pil Pro Capite 9.483 $ Allontanamento o uccisione del capo di stato ██ Allontanamento o uccisione del capo di stato ██ Conflitti armati eecambiamento nel governo Conflitti armati cambiamento nel governo ██ Cambiamento del primo ministro Cambiamento del primo ministro ██ Proteste maggiori Proteste maggiori ██ Proteste minori ██ Proteste collegate ██ Assenza di incidenti ██ Allontanamento o uccisione del cap ██ Conflitti armati e cambiamento nel ██ Cambiamento del primo ministro ██ Proteste maggiori ██ Proteste minori Proteste minori ██ Proteste collegate Proteste collegate ██ Assenza di incidenti Assenza di incidenti Tunisia Libia Egitto Sudan egitto 68 libia siria superficie La Repubblica Araba d’Egitto si estende su una superficie di 1.001.449 km². POPOLAZIONE Circa 80 milioni di ab. La popolazione è maggiormente concentrata lungo il corso del Nilo e lascia praticamente disabitate le vaste aree del Sahara. Oltre gli Egiziani, troviamo alcune minoranze: Beduini, Berberi, antiche comunità di Nubiani, di Beja, clan Dom. LINGUA ufficiale è l’arabo, l’inglese è la lingua straniera più conosciuta. ECONOMIA L'attività prevalente è l'agricoltura ma industria e turismo sono in crescita. GOVERNO Dall’ottobre del 1981 a inizio 2011, il Paese è stato governato da Hosni Mubarak. Pil 468.997 milioni di $ Pil Pro Capite 6.354 $ superficie La Repubblica di Libia si estende su una superficie di 1.759.840 km². POPOLAZIONE 6.120.585 ab. La popolazione è principalmente costituita da arabi, berberi e tuareg. LINGUA ufficiale è l’arabo, seguita dal berbero. ECONOMIA Lo sviluppo economico è basato principalmente su esportazione di petrolio e gas naturali. GOVERNO Il leader indiscusso, per circa 42 anni, è stato Muammar Gheddafi, catturato e ucciso lo scorso ottobre da combattenti del Comitato Nazionale di Transizione, sostenuto dalla NATO. Pil 86.128 milioni di $ Pil Pro Capite 13.805 $ superficie La Repubblica Araba di Siria si estende su una superficie di 185.180 km². POPOLAZIONE 20.410.606 ab. La maggior parte della popolazione è costituita da arabi, curdi, aramei arabizzati, armeni e turchi. LINGUA ufficiale è l’arabo, nelle scuole si insegna francese e inglese e vi sono minoranze parlanti il curdo, l’armeno e l’aramaico. ECONOMIA Si fonda su agricoltura, industria, turismo e petrolio. GOVERNO Nonostante rivolte popolari stiano interessando anche la Siria, il presidente Bashar al-Assad è ancora al suo posto. Pil 94.408 milioni di $ Pil Pro Capite 4.756 $
    • n glossario Siria Yemen Yemen yemen superficie La Repubblica Unita dello Yemen si estende su una superficie di 527.970 km² POPOLAZIONE Circa 23.580.000 ab. La popolazione è quasi del tutto costituita da arabi. LINGUA ufficiale è l’arabo. ECONOMIA Lo Yemen è il più povero Paese mediorientale. I settori più sviluppati sono: l’agricoltura, l’allevamento, la pesca, estrazione di petrolio, minerali e gas naturali. GOVERNO nel febbraio del 2012, a seguito alle rivolte popolari, il presidente Ali Abdullah Saleh, lascia il potere in cambio dell'immunità, dopo 33 anni di governo incontrastato. Pil 55.433 milioni di $ Pil Pro Capite 2.410 $ MAGHREB (dall’arabo al-Maghrib, “l’Occidente”): conosciuto anche come “Africa Mediterranea”, rappresenta l’area più sviluppata del continente. Comprende gli Stati a ovest del Nordafrica. La popolazione è prevalentemente musulmana. MASHREQ (radice araba sh-r-q, “est”, “Oriente”): si oppone al Maghreb ed è l’insieme dei Paesi arabi che si trovano a est del Cairo e a nord della penisola arabica. MOHAMMAD BOUAZIZI: ventisettenne tunisino, commerciante di frutta, che il 17 dicembre del 2010 si cosparge di benzina e si dà fuoco davanti la sede del governo locale, per protestare contro i soprusi subiti sul posto di lavoro. Un gesto estremo, che porterà alla morte Bouazizi, ma che darà anche il via alle sommosse popolari tunisine e alle rivolte della Primavera Araba. PIAZZA TAHRIR: La piazza più importante del Cairo. Nel gennaio del 2011 vi si svolgono le maggiori proteste contro il regime del presidente Hosni Mubarak. Secondo al-Jazeera, il primo febbraio vi si raccoglie più di un milione di persone. La piazza è stata luogo di scontri violenti tra sostenitori e oppositori del dittatore, nonché, l’11 febbraio, di festeggiamenti, in seguito alle dimissioni del dittatore egiziano. FACEBOOK e TWITTER: I due famosi social network hanno avuto un ruolo decisivo nel dare risonanza alle varie rivoluzioni, permettendo agli utenti connessi di organizzare manifestazioni di piazza e di comunicare al mondo intero le azioni di repressione messe in atto dai vari regimi. MOVIMENTO SALAFITA: I suoi fini sono l’adozione e l’insegnamento dell’Islam delle origini, senza contaminazioni politiche, economiche, o legate alle tradizioni dei popoli (in particolar modo dell’Occidente). Il movimento combatte qualsiasi forma di nazionalismo: le regole musulmane devono valere per tutto il mondo, senza distinzione territoriale o di razza. SCIISMO: Fazione minoritaria dell’Islam. Differente dalle altre correnti musulmane su alcuni punti che riguardano la gerarchia religiosa. Per gli sciiti, infatti, Maometto avrebbe nominato “imam” il cugino e genero Ali. A reggere la comunità deve quindi essere un discendente del cugino del profeta, unica autorità ritenuta in grado di interpretare il Corano. La catena gerarchica, però, si sarebbe interrotta nel 680, a seguito della “Battaglia di Kerbala”. Al momento gli sciiti attendono un nuovo imam. SUNNISMO: È l’orientamento musulmano prevalente. Come gli sciiti, i sunniti fanno riferimento alla vita e agli atti di Maometto, ma rifiutano la gerarchia religiosa, che vede come capostipite Ali, cugino e successore del profeta. Essi riconoscono l’autorità solo alla comunità dei fedeli in una sorta di autodeterminazione, rifacendosi all’affermazione di Maometto: “La comunità dei credenti non si accorderà mai su un errore”. FRATELLI MUSULMANI: Movimento islamico fondato in Egitto nel 1928, si rifà ai valori tradizionali islamici, ritenendo la jihad un obbligo individuale per ogni musulmano. Il partito politico di riferimento, Giustizia e Libertà, ha ottenuto la maggioranza dei seggi nelle prime tornate elettorali post-Mubarak. 69 69
    • che cos’è il quinto stato? di Roberto Ciccarelli 70 1. Il Quinto Stato è l’universale condizione di apolidia in patria in cui vivono almeno sette milioni di italiani a cui non sono riconosciuti i diritti sociali fondamentali. Nella stessa condizione vivono almeno cinque milioni di cittadini stranieri che non possiedono tali diritti, e subiscono l’esclusione dai diritti di cittadinanza a causa della loro extra-territorialità in uno Stato. Questa definizione è ricavata dalle statistiche ufficiali (dati ISTAT 2010) e presuppone l’avvenuta separazione tra la cittadinanza e lo status tipico di un’appartenenza professionale, un’identità di classe, l’origine statuale del vivente, oltre che il suo rapporto con una comunità politica. Di questa scissione è possibile, ormai, fornire un ampio ventaglio di esempi, sempre e comunque parziali: innanzitutto il precario e l’atipico, detto anche parasubordinato, se vogliamo restare sul piano che descrive la condizione del Quinto Stato alla luce della posizione contrattuale del soggetto che lavora (o che non lavora). Nelle cronache quotidiane, oltre che nei solidi convincimenti antropologici della sinistra, di qualsiasi tipo e ispirazione culturale, concentrata sul linguaggio e la cultura del sindacalismo prevalente (ormai l’unico discorso “di sinistra” riconoscibile e accettato), la condizione dell’apolidia generalizzata e universale viene misurata in base alla posizione del soggetto, di qualsiasi soggetto italiano o straniero, rispetto al possesso di un contratto di lavoro. Ne deriva l’idea di una cittadinanza fondata sulla misura giuridica che prescinde dal lavoro svolto dal soggetto che detiene un contratto. L’aberrazione di questa visione è il prodotto di una sanzione originaria: è cittadino solo chi possiede un contratto di lavoro, non importa quale lavoro sappia fare e, soprattutto, non importa la natura del lavoro in questione. Tale visione è, inoltre, il risultato di una confusione tra la condizione e il condizionato, cioè tra la vita del soggetto e la sua identità giuridica, peraltro ridotta a uno status professionale fondato su un banale rovesciamento: quello tra una presunta condizione universale – è cittadino solo chi vanta un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, e comunque contrattualizzato – e un reale formalismo giuridico: è cittadino solo chi esercita un’attività regolata dalla rappresentanza sindacale, il contratto nazionale di lavoro, all’interno dell’impresa (quella della manifattura otto-novecentesca, ma non solo) oppure nella pubblica amministrazione. Sono questi i confini della cittadinanza all’interno dei quali non saranno mai rappresentati all’incirca dodici milioni di persone che vivono in Italia, oggi. 2. Il Quinto Stato è il risultato di un bando sovrano emesso a partire dalla precondizione fondamentale della cittadinanza: il suo radicamento in un’attività lavorativa o produttiva, la sua appartenenza a un’identità basata sulla rappresentanza sindacale, la corporazione degli industriali, o di qualsiasi corpo sociale regolato da un ordine professionale, una lobby, un gruppo di pressione, senza contare il vasto assortimento di poteri sociali informali che sopravvivono nell’economia che regola la vita di un Paese costituito dalle mille repubbliche legali e illegali. Parliamo dunque di una condizione universale in cui le persone vivono in ragione della rottura del patto sociale fordista-keynesiano e, in generale, dalla cancellazione dell’idea che la cittadinanza sia il prodotto di un contratto sociale. Non è ormai più possibile immaginare che il soggetto della cittadinanza sia il punto di confluenza dell’identità politicogiuridica del soggetto e dell’esercizio delle sue competenze professionali. In mancanza della pienezza dei poteri, così come della rappresentanza sociale, non è nemmeno possibile immaginare la partecipazione di que-
    • l’altro Calendario sto “soggetto” – o di ciò che ne resta – alla vita politica, coerentemente con quanto sostenuto da Aristotele nella Politica (I, 1252a). Questa è l’illusione, alla quale credono ancora in troppi: esisterebbe dunque una città, una polis, costituita in vista di un qualche bene comune. Questa polis è tutto tranne che costituita dai diritti positivi acquisiti nell’esercizio di una professione, dato che sempre meno persone riusciranno a dimostrare di avere una professione, a lavorare, ottenendo in maniera legale un reddito da un’attività socialmente riconosciuta. La disintegrazione del patto sociale dalla quale nasce il Quinto Stato è dunque il risultato della rottura dell’intima complicità che avrebbe dovuto legare un soggetto ai dirittidoveri della cittadinanza laboriosa, quella elaborata lungo l’avventuroso percorso congiunto della rivoluzione protestante (da un lato) e della rivoluzione capitalistica (dall’altro). Oggi, sono stranieri o barbari tanto i nativi italiani, quanto i migranti in Italia. Questi sono gli esclusi da un patto sociale ricavato dall’appartenenza a una o più categorie della cittadella del lavoro: il lavoratore, l’imprenditore, il sindacalizzato oppure il lavoratore autonomo, senza contare la sinistra o la destra. Il bando che ha colpito questi apolidi in patria, o extraterritoriali in uno Stato, li ha anche allontanati dalle categorie moderne della filiazione e della socializzazione, così come dalle radici dell’appartenenza comunitaria, per non parlare di quella nazionale – morta e sepolta. 3. Hannah Arendt avrebbe parlato di paria. Rispetto a questa nobile, e tragica, figura della diaspora, stiamo assistendo a un’enorme trasformazione, ancora del tutto incompresa. Il Quinto Stato non è composto solo da disaffiliati, banditi, o outcast, né da identità marginali spazzate via. Al contrario, molti dei suoi esponenti, almeno quelli che ne hanno oggi coscienza, sono il risultato della scuola e dell’università di massa, hanno una professione, molto spesso vivono e lavorano nel “terziario avanzato”. Sono “professionisti”, studenti, laureati o comunque diplomati. Nel Quinto Stato sono inoltre comprese tutte le generazioni nate dal 1970, oltre che quella che ha iniziato a lavorare dopo il 1996 (l’anno della riforma previdenziale Dini), versa i suoi contributi nella gestione separata dell’INPS e, da oggi fino al 2040 (quando cioè avrà raggiunto l’“età pensionabile”), tornerà a vivere come nel 1949: povera, non tutelata, né garantita, miserabile e vessata come le mute umane della prima modernità. Questa singolare retroversione del vettore temporale è il risultato della deliberata decisione delle “classi dirigenti” europee di smantellare il Welfare State, compresa la cultura lavoristica che ha definito i confini della cittadinanza a partire dall’identità del soggetto laborioso. Tutti coloro che sono rimasti impigliati in questa piega del tempo, prigionieri di una criminosa invisibilità costruita ad arte, vivranno un’esperienza unica, forse mai registrata fino a oggi nella storia. In maniera vittimistica se non proprio ipocrita, è stato detto che, per la prima volta dal secondo dopoguerra, esiste una generazione che starà peggio di quella dei padri. È certamente molto peggio. Milioni di persone, e non solo in Italia, non godranno delle tutele e delle garanzie dello Stato sociale, nella sua versione paternalistica e assistenziale, così come in quella premiale e universale. La loro forzalavoro, la loro vita e la loro intelligenza sono eccedenti e inassimilabili rispetto alle esigenze di un sistema produttivo pienamente finanziarizzato e indebitato. Dovranno affrontare anche il salto del tempo che li porterà a vivere come i banditi da un re Giorgio inglese, il quale non sopportava la libertà di movimento, l’indipendenza e la non-affiliazione dei singoli alle corporazioni, alle classi riconosciu- 71 71
    • 72 te, agli strati sociali che partecipano al patto sociale vigente e dalle quali sono stati espulsi. Poveri, senza diritti né tutele, eppure “civilizzati”. E così il Quinto Stato vivrà l’esperienza dell’apolidia di massa. In Europa, come nelle città degli Stati Uniti e non più – solo – nel Mediterraneo, o sul confine tra Messico e Texas. Per questa ragione il Quinto Stato è l’esperienza dei viventi, al di là dello status professionale, della classe sociale o dell’appartenenza nazionale o generazionale, che nei prossimi anni vivranno la disoccupazione di massa, l’espulsione dalla cittadella del lavoro (anche di quella precaria), la negazione di tutti i diritti fondamentali, oltre che la commedia degli equivoci di tutti quei governi che, in nome della pietas instillata dall’orrendo spettacolo delle moltitudini randagie, proveranno a fare qualche “riforma”, vincolandola però alla stabilità dei “conti” pubblici, alle esigenze dell’ordine sociale, al rispetto delle prerogative delle “parti sociali”. Per questo, già oggi, non basta più descrivere il Quinto Stato nei termini di Arendt: «Il paria è un singolo che ha perduto la patria ed è inassimilabile rispetto a qualsiasi comunità. Il Quinto Stato è, invece, una moltitudine civilizzata inassimilabile rispetto alla cittadinanza sociale vigente». Il primo vive un’esternità assoluta rispetto al mondo. Il secondo, pur vivendo in questo mondo, ne è escluso. Per la prima volta da secoli, gli occidentali torneranno a fare un’esperienza di bando ed esclusione, proprio quando pensavano di averlo dimenticato. Davanti a questo infarto del tempo, vero sussulto nel cuore di una residuale filosofia della storia, ci saranno vittime, il dolore sarà immenso tra i figli e i padri e le madri e le sorelle. Noi rispondiamo alla responsabilità per la vita che si sta autodistruggendo. 4. Viene dunque il sospetto che il Quinto Stato sia ricavato dai ritagli dell’orlo di un’identità negata, inoperosa, passiva e in attesa di redenzione. Ma se volessimo considerarlo come la chiave della crisi attuale, e considerare seriamente la sua genealogia, allora il Quinto Stato riporterebbe alla luce un’attitudine non del tutto sconosciuta ai suoi stessi antenati: in primo luogo al Quarto Stato, il proletariato moderno, di cui esso è il lontano figlio illegittimo ed eretico. Parliamo dell’attitudine fondamentale del cosiddetto “lavoro indipendente”, cioè l’autonomia e la mobilità delle persone tanto sui territori, quanto tra le professioni, o le classi, esistenti. In Inghilterra, come in tutta Europa tra il 1349 e il 1795, e naturalmente oltre, il lavoro indipendente venne ridotto a un sistema di obbligazioni prive delle tutele essenziali, garantite invece ai maggiorenti della città e delle professioni. Questi “professionisti”, che lavoravano in autonomia, avrebbero dovuto sincronizzare il loro tempo di vita su quello del sistema di cooptazione, centrato sulla volontà e sulle esigenze del maestro, del mercante o del latifondista. Oggi, come ieri, tutti i conflitti nacquero dall’irriducibilità della libera forza lavoro, rispetto alle regole corporative del sistema dei mestieri, protetti dalle autorità. Considerata in quest’ottica, la condizione del Quinto Stato si distacca dall’idea del lavoro, assoggettato in termini esclusivi a quello del contratto come del bene comune per la cittadinanza, che comporta la spiacevole conseguenza (per i diretti interessati) di un’antropologia negativa basata sulla nuda vita, sulla passività e derelizione del vivente sospeso alla speranza – o al desiderio – di una subordinazione lavorativa definitiva. Ammesso che questo in passato sia mai stato vero – il lavoro dipendente, così come quello salariato, è un’“invenzione” relativamente recente – bisogna essere inflessibili e radicali su questo punto. Da oggi al 2020, quando cioè l’economia tornerà a crescere senza produrre occupazione stabile, la vita del Quinto Stato, cioè della maggioranza della cittadinanza, deve essere intesa per quello che è sempre stata: una vita attiva, indipendente e cooperante alla ricerca di un patto di cittadinanza non condizionato all’esercizio corporativo di una professione, all’appartenenza a una classe predeterminata. 5. Apolide, e non paria, è il Quinto Stato poiché nella sua vita attiva, fondata cioè su un’idea di attività costituente, sulla reinvenzione delle forme del lavoro, e dell’associazione o consorzio federativo tra i diversi, emerge – con molta difficoltà – il desiderio di una nuova uguaglianza e l’affermazione della propria libertà individuale (di pensiero, sul lavoro, economica, sociale). Nel suo nome, dunque, il Quinto Stato porta con sé il desiderio di un’altra città, liberata dai vincoli corporativi e comunitari, la necessità di affermarsi al di là dei limiti della cittadinanza. Nel suo nome il Quinto Stato riporta il conflitto tra lo status della cittadinanza e la presa di coscienza di una condizione comune. Il Quinto Stato si inscrive nella rivendicazione della vita attiva e non sul consolante rifugio nel vittimismo di una vita passiva in attesa di redenzione. Questo atto politico è l’espressione di una genealogia estranea all’identità parasindacale o neo-imprenditoriale e, in generale, teologica (non estranea né all’una né all’altra, come si può dimostrare con Weber), il Quinto Stato deve essere distinto sia dall’esodo che dalla diaspora. Esso è una fuga sul posto, anche perché non saprebbe dove andare, visto che la crisi ha uniformato il mondo a un unico modello di cittadinanza.
    • l’altro Calendario internet delle cose di Sergio Bellucci Quando nacque, il padre di quella cosa che oggi chiamiamo Internet pensava alla possibilità che i computer collegati in rete potessero scambiarsi dei documenti. Documenti particolari che contenessero anche dei collegamenti possibili attraverso particolari parole che davano la possibilità di accedere a un altro documento. Per questo nacque uno strumento preziosissimo: il protocollo di scambio dei documenti nella rete, quello che i tecnici chiamano il “World Wide Web”, “la grande ragnatela mondiale”, che noi sintetizziamo nelle famose WWW che precedono ciò che cerchiamo nella rete. Da quel momento la “grande ragnatela”, fatta di pagine che rimandano ad altre pagine, di contenuti che contengono anche la possibilità di accedere ad altri contenuti, ha continuato a espandersi in maniera vertiginosa. Presto nacque la prima forma di Internet, quella che i tecnici chiamano l’Internet 1.0. Nel linguaggio informatico, infatti, i software non sono mai uguali a loro stessi ed evolvono in maniera permanente, si sviluppano per correggere dei problemi, aggiungere un tasto, una funzione. Quando un programma viene modificato viene rinominato con una sequenza progressiva: 1.0 - 1.1 - 1.2 - 1.3 e così via, fino a quando le modifiche non diventano così tante da modificarne la fisionomia e la logica al punto da suggerire la costruzione di una nuova versione del software che, soprattutto per motivi di immagine e di pubblicità, non cambia nome ma passa alla generazione successiva con una nuova numerazione. Dopo le tante versioni 1.qualcosa, allora, viene pubblicata la versione 2.0. È un nuovo inizio a cui seguiranno le versioni 2.1, 2.2, 2.3 e così via. Ci sono programmi che superano tranquillamente la versione 10.0 e continuano a chiamarsi nominalmente nello stesso modo, ma sono ben lontani dai loro antenati. Anche Internet ha vissuto un cambio, una evoluzione, segnalata da un cambio di numero. La prima Internet, infatti, fu l’Internet dei siti nei quali si poteva “navigare” (è il termine “dialettale” con il quale nel mondo si definisce la possibilità di reperire informazioni nella “grande ragnatela”). In quella fase i contenuti erano messi a disposizione at- traverso un lavoro specialistico. Chi costruiva un sito doveva essere uno specialista (o doveva imparare delle tecniche abbastanza sofisticate). Questo imponeva una soglia di accesso molto alta. Si doveva essere o esperti o economicamente in grado di pagarsi degli esperti che mettessero a disposizione il loro sapere per la produzione di un sito. Poi venne il salto, il passaggio all’Internet 2.0 o l’Internet prodotto direttamente dagli utenti. Il passaggio fu epocale. Dei grandi investitori costruirono dei siti nei quali le persone potevano “scrivere” direttamente in rete senza passare per la costruzione di un sito particolare. La facilità con cui era possibile utilizzare questi strumenti per produrre un contenuto disponibile a tutto il mondo decretò immediatamente la vittoria di questo modello rispetto al precedente. Nacquero i cosiddetti social network, luoghi nei quali con estrema facilità si può scrivere, mettere una foto, un video fatto artigianalmente con il proprio telefonino, oppure connettersi a un contenuto disponibile già nella rete e commentare, lasciando liberi tutti di connettersi a quel contenuto e fare, a loro volta, quello che desiderano con quel contenuto. Nascono Myspace, Youtube, Facebook, per parlare solo dei social network tra i più noti. Il mondo di Internet non sarebbe stato più lo stesso. Gli apparecchi mobili, come il cellulare intelligente (smartphone) o le tavolette (tablet), nascono per consen- 73 73
    • 74 tire alle persone di connettersi in ogni momento a Internet e leggere, pubblicare, avere e dare informazioni al resto del mondo. In poco tempo le persone connesse alla ragnatela dell’Internet 2.0 diviene spaventosa. Oggi si calcola che le persone raggiunte dalla telefonia mobile sono circa 4,5 miliardi. Una parte consistente di queste persone possiede un telefono in grado di accedere alla rete e si connette per pubblicare, leggere, consultare, commentare, rispondere in maniera permanente. Tutto questo sta cambiando il mondo intero. Non pochi commentatori hanno sottolineato il ruolo che tali tecnologie, che consentono l’accesso mobile all’Internet 2.0, stanno svolgendo sulla scena politica mondiale, in particolare nei Paesi ove l’età media bassa della popolazione consente una penetrazione di nuovi comportamenti con una forte velocità e con un largo impatto sulle modalità delle relazioni tra le persone. Inoltre, le tecnologie che consentono di accedere alla possibilità di scambiarsi informazioni e comunicazione non sembrano subire la crisi. Mentre calano gli investimenti in infrastrutture, il mercato della comunicazione personale non conosce una contrazione. Lo scorso anno, mentre tutti i consumi si sono ridotti, la vendita dei tablet è aumentata del 100%! Ovviamente il dibattito sulle conseguenze di tali fenomeni è ancora molto vivace. Da una parte c’è chi grida allo snaturamento del- le relazioni umane introdotto dalle tecnologie legate a Internet o del potere di controllo di chi gestisce la rete, dall’altra c’è chi segnala questo passaggio come la conquista di una più alta forma di libertà umana che non risulta avere precedenti. A mio parere, entrambi i giudizi sono privi della giusta misura necessaria a comprendere un fenomeno complesso. Se è vero che le tecnologie cambiano la forma delle relazioni umane, cosa avremmo dovuto dire, nel ‘900, all’avvento della radio o della TV o ancora prima della carta stampata? Quando la comunicazione tra esseri umani ha iniziato a passare, oltre che attraverso la voce e l’interazione diretta, anche tramite propaggini tecnologiche (scrittura, pittura, fotografia, cinema, radio, TV) la forma delle relazioni umane è mutata. L’uomo prima della scrittura era un altro essere, sia sul piano sociale sia sul piano fisiologico. Oggi sappiamo, infatti, che la modalità con la quale comunichiamo incide sulla forma del nostro cervello e probabilmente del nostro DNA. Non esiste un soggetto umano al di fuori della sua stessa Storia. Certo, la velocità dei cambiamenti è oggi enorme. Quello che accadeva prima in cento anni oggi accade in 18 mesi. E se da un lato è vero che oggi la possibilità di controllo di chi gestisce la rete è molto più forte di quello che poteva essere fatto in passato, la contropartita è una opportunità tale − per ognuno di noi di connettersi con il mondo − che in passato non potevano averla neanche principi e re. Ma mentre i commentatori sono alle prese con le conseguenze di questa grande rivoluzione (e si accapigliano tra “apocalittici e integrati”, tra i fautori del nuovo e i conservatori), la tecnologia ha raggiunto un nuovo punto di rottura che i più (e in particolare la politica) non vedono, ancora una volta. Di nuovo, infatti, un salto tecnologico produrrà effetti rivoluzionari nelle nostre vite quotidiane. Questa volta con effetti molto più diffusi nella vita quotidiana, nelle semplici mansioni del vivere delle nostre case o delle nostre città. È pronta, infatti, la nuova rivoluzione dell’Internet 3.0, “l’internet delle cose”. In pochissimo tempo il panorama delle cose che abbiamo intorno cambierà e gli oggetti di uso quotidiano diventeranno parte di una “rete”. Gli oggetti diventeranno “intelligenti” perché saranno in grado
    • l’altro Calendario il nuovo corso a cuba di Roberto Livi di comunicare informazioni, su loro stessi e sulle proprie funzioni, a una rete casalinga che ci consentirà di tenere sotto controllo tutto ciò che abbiamo in casa. Lavatrice, frigorifero, forno, elettrodomestici di ogni forma e funzione faranno parte della nostra rete personale che potremmo controllare in ogni luogo del mondo. Non solo, ma questa intelligenza applicata sarà utile a tenere sotto controllo i parametri vitali. Ogni mattina potremmo usufruire di apparecchiature che ci forniranno analisi sul nostro stato di salute e valuteranno i possibili interventi comunicandoli alle strutture sanitarie. I nostri abiti potranno interagire permanentemente con questa rete e segnalare disfunzioni o problemi. Ma anche diventare interattivi rispetto ai luoghi e alle persone che frequentiamo. Occhiali o lenti a contatto ci forniranno, su nostra richiesta, informazioni sull’ambiente o sulle persone che stiamo osservando. Sarà difficile fare un’interrogazione se, attraverso le nostre lenti, potremmo sfogliare un testo. Nelle strade tutto cambierà. Tutte le informazioni connesse tra le cose consentiranno la mobilità programmata e automatica. Le macchine si muoveranno da sole e potranno essere usate da più persone e, probabilmente la stessa idea di proprietà dei mezzi di trasporto sarà messa in discussione. Che cosa sarà la nuova Internet, realmente, non possiamo saperlo, possiamo solo viverlo. I riflettori internazionali accesi su Cuba durante la recente visita di Benedetto XVI (26-28 marzo) hanno illuminato una situazione che spesso i mass media hanno tenuto in ombra. Negli ultimi due anni nell’isola caraibica − da molti analisti nostrani descritta come retta da una delle «più longeve dittature» - non vi sono state né rivolte o “primavere”, né guerre civili e tantomeno manifestazioni popolari o tentativi di occupare piazza della Rivoluzione all’Avana. Una delle ragioni per cui non si è visto alcun dissenso − o rivolta − di massa l’ha proprio espressa pubblicamente papa Ratzinger quando ha parlato di «progressi» − anche se ritenuti «insufficienti» − dovuti alle riforme economiche e sociali attuate dal governo retto dal presidente Raúl Castro che dal 2006 ha sostituito il fratello Fidel, gravemente malato. Nei fatti, poi, con la sua visita, il pontefice ha voluto dare pieno sostegno alla “politica” adottata dal vertice della Chiesa cattolica cubana, passata dalla linea di scontro con il potere retto da Fidel a quella del dialogo e − in una serie di campi − della cooperazione col governo di Raúl: l’anno scorso sono stati messi in libertà più di cento prigionieri di coscienza. Raúl Castro, promuovendo una politica - che potremmo definire pragmatica - di «riforma del modello socialista cubano», ha di fatto riservato al movimento cattolico (che si sta formando per volontà e con la garanzia prima vertice episcopale e ora anche del Vaticano) un ruolo di critica e in alcuni settori, economici, di proposizione di differenti modelli di sviluppo, ruolo invece sempre negato − con una decisa repressione − agli sparuti gruppi di dissenso-opposizione politica, ritenuti «finanziati e al servizio» degli Stati Uniti. Ovvero di un Paese che da più di cinquant’anni − compresa l’attuale amministrazione Obama − con il pretesto della difesa dei diritti umani, persegue una linea di governement change a Cuba. A fine 2010, il gruppo dirigente guidato da Raúl, nel quale i militari hanno un ruolo importante, si è reso conto che l’economia cubana − in forte crisi come il resto del mondo − aveva bisogno, 75 75
    • 76 per riprendersi, di un cambio strutturale del suo modello economico socialista, basato sulla proprietà statale. Lo Stato controllava più del 90% dell’economia e impiegava direttamente circa il 90% della forza lavoro, con praticamente l’unica eccezione di circa 600.000 piccoli agricoltori o privati o nel settore cooperativo. Dopo una larga consultazione della popolazione (decine di migliaia di assemblee nei posti di lavoro, quartieri eccetera) furono approvati i Lineamenti per «modernizzare» il modello economico socialista: si trattava di proposte di riforme (più di 300 articoli) poi approvate nel corso del 2011 sia dal VI Congresso del Partito Comunista, sia dall’Assemblea popolare (Parlamento). Nell’economia e nella società cubana sono di conseguenza in corso profondi cambiamenti. Innanzi tutto, a livello strutturale, sono caduti i tabù della proprietà privata e del piccolo imprenditore. Il lavoro por cuenta propria è stato reso possibile per 181 categorie di lavoratori − nella grande maggioranza nel settore dei servizi (trasporti, ristorazione e alimentari, parrucchieri eccetera) e costruzione − e al momento attuale si calcola che nell’isola circa 400.000 cubani lavorino per conto proprio, con la possibilità di assumere dipendenti (fino a sei) e con l’obbligo di pagare le relative imposte. Entro la fine dell’anno, i cuentapropisti dovrebbero superare il tetto delle seicentomila unità. Per il 2015 è previsto che circa la metà della forza lavoro (approssimativamente 5,5 milioni di cubani) sia impiegata nel settore privato. La parte del leone, in questa prima fase, dovrebbe essere riservata all’agricoltura, settore ritenuto «strategico», visto che l’anno scorso il governo cubano ha dovuto sborsare quasi due miliardi di dollari per importare prodotti alimentari che, almeno per una buona parte, «possono essere prodotti» nell’isola. Il governo ha già dato in gestione a contadini privati, o a cooperative agricole, più di 1,3 milioni di ettari di terre incolte. Ai contadini privati è stata data la possibilità di vendere direttamente i propri prodotti − oltre che nei mercati agropecuari e in chioschi − anche al settore alberghiero. Contadini e cuentapropristi possono accedere al credito bancario, come pure sono a disposizione dei cittadini microcrediti per costruire o riparare case. Nel corso del 2011 sono state varate anche leggi che permettono di comprare e vendere liberamente case e appartamenti come pure automobili (per quest’ultime rimangono severe limitazioni per l’acquisto di vetture nuove). La prima misura, liberalizzazione nel settore immobiliare, rappresenta un’importante capitalizzazione della società cubana a costo quasi zero e ha già prodotto un (ancor piccolo) movimento di capitale dall’estero − specialmente dall’emigrazione cubana negli USA − con lo scopo di facilitare gli investimenti in migliaia di piccole imprese (bar, pizzerie, ristorantini eccetera) e nel nascente mercato immobiliare dell’isola. Il problema degli investimenti esteri è ritenuto di estrema importanza per uscire dalla crisi e far crescere l’economia cubana. Nell’ultima sessione del consiglio dei ministri è stato ribadito che il nuovo modello economico, per passare a una nuova fase, richiede come priorità una serie di riforme che vanno da nuove leggi tributarie a norme per il controllo delle risorse finanziarie e lotta alla corruzione. In questa fase, la linea del governo è quella esposta dal vicepresidente del consiglio dei ministri Muriello, il quale, rispondendo proprio alle richieste di cambiamenti avanzate da Benedetto XVI, ha messo in chiaro che le priorità consistono nello sviluppo di una serie di settori portanti: agricoltura, turismo,
    • di Alessandro Politi costruzioni e biotecnologie. «Non vi saranno, invece, riforme politiche perché il modello portante dell’economia e della società cubana è quello socialista». L’unica apertura prevista è quella di favorire il trasferimento di parte dell’economia statale al settore cooperativo − ovvero a una «forma di proprietà sociale e non privata». Sui modi e soprattutto sui tempi di tale riforme vi sono dubbi, distinguo e critiche da parte di alcuni analisti cubani (più o meno legati al PC) e soprattutto da parte di settori della Chiesa. In particolare da parte della rivista Espacio Laical, quasi apertamente orientata alla costruzione di un movimento cattolico a Cuba e con legami con l’ala più aperturista (e contrario all’embargo statunitense) dell’emigrazione cubana in Florida. La critica più accesa riguarda l’eccessiva settorializzazione delle liberalizzazioni e soprattutto i tempi lenti di attuazione delle riforme. Su quest’ultimo punto vi è accordo generalizzato nella popolazione, che richiede a gran voce un miglioramento delle condizioni di vita (il salario medio nel settore statale si aggira sui 14 euro al mese). Mettete assieme due professionisti del mondo dell’energia nazionale, magari uno dal settore della produzione e l’altro della distribuzione, stimolateli a impegnarsi su un problema serio e urgente di grande strategia, lasciateli lavorare con la fantasia a briglia sciolta ed esce un libro semplice, agile, documentato e godibile che è lontano mille miglia dalle sciocchezze di cui discute il nostro turbochatter establishment. È l’occasione per depurarsi dalle abbuffate su finti problemi come l’articolo 18 o la competitività basata sulla compressione dei costi dei lavoratori, e guardare invece ai veri temi di un governo degno di questo nome perché in appena 18 anni, poco più di tre legislature, il mondo rischia di essere afferrato da una tempesta perfetta di disastri causati direttamente dall’uomo, scarsità acuta di risorse essenziali e cambiamenti climatici diventati inarrestabili per l’incuria delle genti. Con nove miliardi di persone sul pianeta, nonostante tutti i talk show e le prese pubbliche di posizione, la spinta verso una maggiore diffusione dei metodi contraccettivi sarà molto più forte, specialmente nelle zone sovrappopolate, mentre anche le più energiche politiche d’incremento demografico non incideranno su tendenze avviate più di mezzo secolo fa. Se al dato demografico, uno dei più sicuri per costruire scenari futuri, aggiungiamo le sfide consistenti nel l’altro Calendario sopravvivere al futuro 77 77
    • 78 coniugare ambiente e sviluppo, sostenibilità con nuove econometrie, complementarietà fra energie fossili e rinnovabili gestite da reti intelligenti, la competizione per acqua cibo e terra coltivabile, il dilemma tra adattamento e riduzione del danno in materia di clima, concorrenza e sovrapposizione tra stili di vita ecologici e modelli di vivere etici, una nuova ecologia propositiva e positiva per sviluppare delle nuove città di transizione verso il futuro, si comincia a delineare un affresco tanto impressionante quanto affascinante e ricco di opportunità per fare politica sul serio e adesso. Un commentatore sciocco e neghittoso ne trarrebbe occasione per lanciare l’eterno insulso “E chi può dire? Che si può mai fare? Tanto saremo tutti morti”, mentre gli autori non hanno nessuna intenzione di paralizzare il lettore con una montagna di problemi, quanto quella di fornirgli in modo agile ed efficace gli strumenti per cominciare a pensare subito da solo a cambiare le cose e a collegarsi in rete con le tante persone che vogliono una vita migliore per i propri figli, quelli che affronteranno in diretta il 2030 (mio figlio per esempio avrà 28 anni e non vorrà essere un inerme bamboccione). Per il piacere della passione politica vi sono punti inevitabilmente controversi. Il primo riguarda gli scenari globali futuri; gli autori ne ripropongono tre (egemonia di vecchie e nuove superpotenze, deglobalizzazione con governo per aree, verso un governo globale), ma tutti e tre non sono abbastanza lontani da schemi correnti, anche se contengono spunti interessanti. Il secondo tocca la relazione tra ambiente, economia e governance e sfocia in due possibili esiti anche complementari tra loro: da un lato l’alleanza positiva fra ditte e organizzazioni non governative, dall’altro il rifiuto d’affidarsi a una nuova soluzione tecnologica e tecnicistica per andare alla ricerca di un nuovo umanesimo. Un nuovo umanesimo è senz’altro indispensabile, ma non può ignorare la presenza di un totalitarismo sottile e dolce che va sotto il nome di finanzcapitalismo e quindi deve porsi coscientemente l’ob- biettivo di neutralizzare e superare questo sistema così distruttivo per il 99% dell’umanità. Se non si esce dalla rincorsa alla crescita infinita, al profitto autofertilizzante come un reattore al plutonio, alla competizione e alla competitività in perenne avvitamento è molto difficile avere il tempo, la testa e il cuore per sviluppare quell’empatia che ci permetterà di dominare e dare un senso alle tecnologie GRIN (Genetica, Robotica, Informatica, Nanotech). Ce la faremo? È la domanda che gli autori lasciano apparentemente aperta, mentre invece hanno ben chiaro cosa è necessario per riuscire nell’impresa di costruire un futuro migliore. Lungimiranza, attenta pianificazione, solidarietà, visione e libertà dalla paura sono altrettanti pilastri su cui edificare un mondo vivibile e non sopravvivibile. Tutte virtù ben presenti nell’animo umano, una volta che si rigettano le sirene della furbizia cialtrona, dell’ottuso sfruttamento, della perenne emergenza, dell’austerità a senso unico e dell’equità usata come specchietto per le allodole. È un libro che parla del futuro, ma che ci riflette al presente perché prendiamo la vita nelle nostre mani senza delegarla più a nessuno.
    • il Popolo del Calendario il popolo del calendario di Redazione Venezia Mestre 15.04.2012 Caro Calendario, raccogliendo la gloriosa tradizione de “Il Calendario del Popolo” i promotori della nuova edizione della rivista ne hanno presentato il titolo per figurare tra le pubblicazioni più interessanti della rievocazione storica nel nostro Paese. Il nuovo Calendario è senza dubbio un bel edificio; una bella costruzione, ma è un po’ un blocco monolitico, una torre eburnea, senza finestre, senza il respiro di un contatto con i suoi lettori e con una certa attualità. A mio giudizio non ci starebbe male qualche vignetta, qualche pagina di prosa che non sia necessariamente “saggistica”, un più diretto contatto con i suoi lettori e con l’Italia che scorre sotto i nostri occhi. Auguro successo alla rivista che ha accompagnato per 65 anni la mia formazione. Benedetto Caruso Caro Benedetto, condividiamo gran parte delle tue osservazioni e critiche, tuttavia non possiamo sottoscrivere il punto sulla nostra distanza dall’attualità. La forma monografica ci permette di avere uno sguardo critico sul presente, sfuggendo proprio alla schiavitù dell'attualità, che impedisce una visione di sistema, l'approfondimento e l'analisi. Per compensare la rigidità della formula monografica, abbiamo comunque introdotto alcune pagine dedicate ad argomenti diversi, ampliate in questo numero, dove trovi anche recensioni di libri e questa stessa rubrica di lettere. Gubbio 10.4.2012 Cara Redazione del Il Calendario del Popolo, scrivo a mano come una volta perchè non possiedo computer e per la mia vecchia Olivetti non si trovano aggiustatori. Sono abbonato dai primi anni Cinquanta. La nuova formula della rivista è piacevole e decorosa, ma attenzione a non renderla un po' pesante, come l'ultimo numero dedicato ai problemi economici. [...] Credo che sia di aiuto alla redazione fare un'indagine esatta sulla professione degli abbonati: quanti operai, professionisti, impiegati, studenti e anche pensionati. [...] Per quanto mi riguarda, mi farebbe piacere leggere alcune recensioni librarie: dovreste recensire almeno cinque libri, spaziando dalla letteratura alla storia, dalla scienza alla politica. [...] Inoltre vi propongo alcuni suggerimenti monografici: la Cina dalla sua antica cultura alla potenza attuale con le sue contraddizioni; l'India dalle cento religioni alla potenza atomica, dalla ricchezza delle caste ai derelitti che muoiono per le strade; i popoli minori quasi dimenticati, in pericolo di sopravvivenza, schiacciati o sfruttati, a volte eliminati dal capitalismo e dalla cosiddetta civiltà. Che ne pensate di fare un numero sulla ricerca di una società comunista, vagheggiata nel tempo da Tommaso Moro a Campanella, da Marx fino ai nostri giorni, pieni di contraddizioni e con una puntata sugli Illuministi? [...] Quanti argomenti che meriterebbero numeri monografici della nostra cara rivista, che ancora riesce a sopravvivere! Coraggio e buon lavoro e a noi, fedeli abbonati, buona lettura. Giuseppe Bernabini Caro Giuseppe, abbiamo apprezzato molto la tua lettera e i suggerimenti in essa contenuti. Ci piacciono in particolare alcune tue proposte per numeri monografici, che in parte avevamo già preso in considerazione per il nostro programma editoriale di medio-lungo periodo. 79 79
    • 1° elenco sostenitori 2012 Amici Piera, Ravenna 5 € Bandini Aldo, Parma 5 € Barbareschi Carlo, Lacchiarella (MI) 5 € Bernabini Giuseppe, Gubbio (PG) 5 € Bertoli Enrico, Parma 5 € Bessi Savino, Farnese (VT) 5 € Biscaccianti Prof. Alessandro, Ferrara 5 € Brusi Viliam, Alfonsine (FE) 5 € Burello Secondo, Torino 5 € Capelli Piero, Cesena (FC) 5 € Carbone Fernando, Pieve Ligure (GE) 5 € Cavalli Guido, Reggio Emilia 5 € Cobianchi Giuseppe, Milano 5 € Costa Agostino, Torino 5 € Curnis Gervasio Camerata, Cornello (BG) 5 € Dalfiume Giorgio, Osteria Grande (BO) 5 € Dell’Oste Fausto, Pasian di Prato (UD) 5 € Falcone Pietro, Celico (CS) 5 € Favalini Valter, Granarolo Emilia (BO) 5 € Frigo Nereo, Santorso (VI) 5 € Geri Iolana, Donoratico (LI) 5 € Grazioli Gianni, Bologna 5 € Guerra Dino, Ponte di Piave (TV) 5 € Lagani Prof. Beniamino, Soverato (CZ) 5 € Leone Ugo, Napoli 5 € Maietti Nadio, Occhiobello (RO) 5 € Marte Antonio, Locate Varesino (CO) 5 € Merlinzoli Pietro, Gottolengo (BS) 5 € Milani Bruno, Gallarate (VA) 5 € 80 Monti Gianni, Forlì (FC) 5 € Muccari Luigi, Squillace (CZ) 10 € Necchi Carlo, Cava Manara (PV) 5 € Negro Giovanni Antonio, Milano 5 € Orsini Silvana, Bologna 5 € Pagnoni Roberto, Bondeno (FE) 5 € Poggi Alberto, Imperia 5 € Resta Eros, Dosolo (MN) 5 € Rinaldi Giuseppe, Grosio (SO) 5 € Romagnone Carolina, Sanremo (IM) 5 € Torri Addo, Rosignano Solvay (LI) 5 € Ughini Carla, Brescia 5 € Vassura Mario, Sant’Alberto (RA) 5 € Walter Giorgio, Sieci-Pontassieve (FI) 5 € Zanoni Nicola, Gonzaga (MN) 5 € librerie dove trovare il calendario ALESSANDRIA Il Libraccio via Milano, 32/A 15121 Tel. 0131 266077 ANCONA Librerie Feltrinelli c.so Garibaldi, 35 60121 Tel. 071 2073943 ASCOLI PICENO Libreria Rinascita di Giorgio Pignotti piazza Roma, 7 63100 Tel. 073 6259653 BARI La Feltrinelli Libri e Musica via Melo, 119 70121 Tel. 080 5207501 BENEVENTO Alisei libri s.r.l. viale dei Rettori, 73/f 82100 Tel. 082 4317109 BERGAMO Libreria Fassi l.go Rezzara, 4/6 24122 Tel. 035 220371 Il Libraccio via San Bernardino, 34/C Tel. 035 221182 Il Libraccio via Europa, 9 24040 c/o Le Vele Curno Tel. 035 462953 Libreria Mel Bookstore via XX Settembre,78/80 24122 Tel. 035 230130 BOLOGNA Libreria Mel Bookstore via Rizzoli, 18 40125 Tel. 051 220310 Librerie Feltrinelli p.zza Ravegnana, 1 40126 Tel. 051 266891 Librerie Feltrinelli via dei Mille, 12/a/b/c 40121 Tel. 051 240302 Librerie Feltrinelli p.zza Galvani, 1H 40124 Tel. 051 239990 BOLZANO Libreria Mardi Gras via Andreas Hofer, 4 39100 Tel. 0471 301233 BRESCIA La Feltrinelli Libri e Musica c.so Zanardelli, 3 25121 Tel. 030 3757077 Il Libraccio corso Magenta, 27/d 25121 Tel. 030 3754342 BRINDISI Libreria Lettera 22 via E. Santacesaria, 1 72023 Mesagne (BR) Tel. 083 11982886 CAGLIARI La Feltrinelli Village via della Serra, 20 Centro Comm. Le Vele Quartucciu 09044 Tel. 070 8801001 CASERTA Librerie Feltrinelli c.so Trieste, 7 81100 Tel. 082 3279090 CATANIA La Feltrinelli Libri e Musica via Etnea, 283/287 95125 Tel. 095 3529001 CESENA Librerie Feltrinelli p.zza della Libertà, 4 Cesena (FC) 47521 COMO Il Libraccio NOSEDA via Cantù, 51 22100 Tel. 031 263051 Il Libraccio via Giulini, 10 22100 Tel. 031 272458 COSENZA LIBRERIA UBIK via Galliano, 4 87100 Tel. 0984 1810194 FERRARA Libreria Mel Bookstore p.zza Trento/Trieste (pal. S. Crispino) 44100 Tel. 0532 241604 Librerie Feltrinelli via Garibaldi, 30/a 44121 Tel. 0532 248163 FIRENZE Librerie Feltrinelli via De’ Cerretani, 30/32r 50123 Tel. 055 2382652 Libreria Mel Bookstore via De’ Cerretani, 16/R 50123 Tel. 055287339 FOGGIA Libreria Ubik piazza Giordano, 76 71121 Tel. 0881 587853 FOLIGNO Libreria Carnevali via Mazzini, 47 06034 Tel. 0742 353174 GENOVA La Feltrinelli Libri e Musica S.r.l. via Ceccardi, 16-24 rossi 16121 Tel. 010 573331 Il Libraccio p.zza Rossetti, 2r 16129 Tel. 010 532503 Il Libraccio via Scaniglia, 21R 16151 Tel. 010 468524 Il Libraccio corso Giannelli, 2 16043 Chiavari Tel. 0185 598378 GORIZIA Prospettive Libreria via Rastello, 59 34170 Tel. 0481 281683 LECCE Libreria Liberrima (Socrate S.r.l) Corte dei Cicala, 1 73100 Tel. 0832 242626 LUCCA LIBRERIA UBIK via Fillungo, 137/139 55100 Tel. 0583 998041 MACERATA Librerie Feltrinelli c.so della Repubblica, 4/6 62100 Tel. 0733 280216 MANTOVA Libreria Mel Bookstore via Verdi, 50 Tel. 0376288751 MESTRE Feltrinelli Libri e Musica p.zza XXVII Ottobre, 1 (Centro Le Barche) 30175 Tel. 041 2381311 MILANO Anteo Service via Milazzo, 9 20121 Tel. 02 6597732 La Cerchia s.r.l. via Candiani, 102 20158 Tel. 02 39314075 La Feltrinelli Libri e Musica c.so Buenos Aires, 33/35 20124 Tel. 02 2023361 Libreria CLUP SOC. COOPERATIVA c/o Politecnico di Milano via Ampere, 20 20133 Tel. 02 70634828 Libreria Hoepli via Hoepli, 5 20121 Tel. 02 86487264 Libreria Popolare di via Tadino via Tadino, 18 20124 Tel. 02 29513268 Librerie Feltrinelli via Manzoni, 12 20121 Tel. 02 76000386 Il Libraccio via Arconati, 16 20135
    • MODENA Librerie Feltrinelli via Cesare Battisti, 17 41121 Tel. 059 222868 MONZA Il Libraccio p.zza Indipendenza, 4 20052 Tel. 039 323412 Il Libraccio via Vittorio Emanuele, 15 20052 Tel. 039 3900433 NAPOLI La Feltrinelli Express (Int. Stazione F.S.) varco c.so Arnaldo Lucci 80143 Tel. 081 2252881 La Feltrinelli Libri e Musica via Cappella Vecchia, 3 (PIANO MENO 2) 80121 Tel. 081 2405401 Librerie Feltrinelli via T. D’Aquino, 70 80144 Tel. 081 5521436 NOVARA Libreria Mel Bookstore Corso Italia, 21/25 28100 Tel. 0321331458 PADOVA Librerie Feltrinelli via San Francesco, 7 35121 Tel. 0498754630 Libreria Mel Bookstore via Martiri della Libertà, 5 35100 Tel. 0498360584 PALERMO Broadway Libreria dello Spettacolo via Rosolino Pilo, 18 90139 Tel. 091 6090305 La Feltrinelli Libri e Musica via Cavour, 133 90133 Tel. 091 781291 PARMA Librerie Feltrinelli via della Repubblica, 2 43121 Tel. 0521 237492 PAVIA Librerie Feltrinelli via XX Settembre, 21 27100 Tel. 0382 33154 PERUGIA Librerie Feltrinelli c.so Vannucci, 78/82 06121 Tel. 075 5726485 Libreria Grande di Calzetti e Mariucci via della Valtiera, 229/L/P Ponte S. Giovanni (PG) 06135 Tel. 075 5997736 PISA Librerie Feltrinelli c.so Italia, 50 56125 Tel. 050 24118 Il Libraccio via Del Carmine ang. Della Foglia 56125 Tel. 050 503163 PISTOIA Librerie Feltrinelli via degli Orafi ,31/35 51100 Tel. 0573308509 PRATO Librerie Feltrinelli via Garibaldi, 92/94A 59100 Tel. 0574 29334 RAVENNA Librerie Feltrinelli via IV Novembre, 7 48121 Tel. 0544 34535 REGGIO EMILIA Associazione MAG 6 via Vincenzi, 13/a 42122 Tel. 0522 430307 RICCIONE SAVE s.r.l. v.le Ceccarini c/o Palariccione 47838 Tel. 0541 1812000 RIMINI Librerie Feltrinelli l.go Giulio Cesare ,4 (ang.c.so d’Augusto) 47921 Tel. 0541788090 ROMA ARION MONTECITORIO p.zza Montecitorio, 59 00186 Tel. 06 6781103 La Feltrinelli Librerie via del Babuino, 3940 00187 Tel. 06 36001842 La Feltrinelli Libri e Musica p.zza Colonna, 31/35 (centro commerciale) 00187 Tel. 06 69755001 La Feltrinelli Libri e Musica v.le Libia, 186 00199 Tel. 06 8622611 La Feltrinelli Libri e Musica Largo di Torre Argentina, 5/10 00186 Tel. 06 68663267 Librerie Feltrinelli via V.E. Orlando, 7881 00185 Tel. 06 4870171 Libreria il Corsaro via Macerata, 46 Tel. 06 97603760 Libreria L’Eternauta via Gentile Da Mogliano, 184 00176 Tel. 06 27800534 Libreria del Cinema via dei Fienaroli 31d, 00153 Tel. 065817724 Fax: 0697251494 Librerie Mel Bookstore via Modena, 6/8 00187 Tel. 064885405 Libreria Asterisco viale colli portuensi 379 00151 Tel. 0665740992 Libreria Claudiana Piazza Cavour, 32 00193 Tel. e Fax 06 3225493 SALERNO La Feltrinelli Libri e Musica c.so V.Emanuele, 230 84122 Tel. 089 225655 SASSARI Libreria Internazionale Koinè via Roma, 137 07100 Tel. 079 275638 SAVONA Il Libraccio c.so Italia, 235r 17100 Tel. 019 805287 SIENA Librerie Feltrinelli via Banchi di Sopra, 6466 53100 Tel. 0577 44009 TORINO La Feltrinelli Libri e Musica p.zza Comitato Liberazione Nazionale, 251 10121 Tel. 011 5620830 Libreria Comunardi di Barsi Paolo via Bogino, 2 10123 Tel. 011 19785465 Librerie Feltrinelli p.zza Castello, 19 10123 Tel. 011 541627 La Feltrinelli Express Stazione Porta Nuova 10123 Tel. 011 563981 Il Libraccio via Ormea, 134/B 10126 Tel. 011 6670325 TRENTO La Rivisteria s.n.c. via San Vigilio, 23 38122 Tel. 0461 986075 TREVISO Librerie Feltrinelli via Canova, 2 31100 Tel. 042 2590430 dove trovare il Calendario del Popolo Tel. 02 55190671 Il Libraccio via Candiani, 102 20158 Tel. 02 39314075 Il Libraccio via Corsico, 9 20144 Tel. 02 8323230 Il Libraccio via S. Tecla, 5 20122 Tel. 02 878399 – 02 878699 Il Libraccio via Veneto, 22 20124 Tel. 02 6555681 Il Libraccio viale Romolo, 9 20143 Tel. 02 89410186 Libreria Cuesp c/o Facoltà di Scienze politiche via Conservatorio, 7 20122 Tel. 02 781813 Libreria Utopia via Moscova, 52 20121 Tel. 02 29003324 Libreria Aleph p.zza Lima 20124 Tel. 02 29526546 Cuesp/IULM via Carlo Bo, 8 20143 Tel. 02 89159313 TRIESTE La Feltrinelli Libri e Musica via Mazzini, 39 34122 Tel. 040 630310 Libreria Einaudi di Paolo Deganutti via Coroneo, 1 34133 Tel. 040 634463 UDINE Libreria Friuli S.a.s. di GianCarlo Rosso via dei Rizzanti, 1 33100 Tel. 043 221102 Libreria R. Tarantola di G. Tavoschi via V.Veneto , 20 33100 Tel. 043 2502459 VARESE Librerie Feltrinelli c.so Aldo Moro, 3 21100 Tel. 0332 282182 Il Libraccio p.zza XX settembre, 2 21100 Tel. 0332 282333 Il Libraccio via Bonsignori, 9 00163 Busto Arsizio Tel. 0331 321991 Il Libraccio via Rizzoli, 18 40125 Tel. 051 2960476 VENEZIA Libreria LT2 Toletta S.r.l. Dorsoduro/Toletta, 1214 30123 Tel. 041 5229481 VERONA Libreria Rinascita corso Porta Borsari, 32 37121 Tel. 045 594611 VICENZA Galla Libreria corso Palladio, 11 36100 Tel. 044 4225200 81 81
    • at t e n z i o n e ! ! ! sono stati modificati i numeri di 82 ABBONAMENTO 2012 conto corrente postale e bancario ordinario: 35 € Sottoscrittore: da 40 € A 100 € Sostenitore: da 100 € In su Modalità di pagamento: BOLLETTINO POSTALE Versamento su c.c.p. N. 1005911076 intestato a Il Calendario del Popolo - Teti s.r.l. piazza di Sant'Egidio, 9 - 00153 Roma BONIFICO BANCARIO CC intestato a Teti s.r.l. BNL Agenzia 14 Roma Codice IBAN: IT81Z0100503214000000015958 Proprietà editoriale Nicola Teti & C. Editore s.r.l. Direzione, Redazione, Amministrazione Piazza di Sant’Egidio, 9 Roma 00153 Tel.: 06.58179056 Tel.: 06.58334070 Fax: 06.233236789 www.calendariodelpopolo.it info@calendariodelpopolo.it www.sandrotetieditore.it info@sandrotetieditore.it 50% di sconto PER GLI ABBONATI su tutti i libri teti editore di Roma e Milano
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    • le mostre de iL CALENDARIO DEL POPOLO emigrazione e immigrazione nei 150 anni dell’unità d’italia 84 Macaronì, è il termine con cui venivano chiamati i nostri connazionali che emigravano in Francia. Vu Cumprà, è quello con cui etichettiamo, generalizzando, lo straniero di colore che ci vende varie mercanzie in spiaggia e per le strade. I trenta pannelli esplorano il fenomeno migratorio che ha interessato il nostro Paese, alternando immagini, didascalie e grafici esplicativi. Attraversano parallelamente i due fenomeni opposti, mettendone in evidenza le singolari specificità, ma anche le terribili e drammatiche analogie: la fuga dalla guerra e dalla povertà; la paura, e allo stesso tempo la speranza nell’ignoto; la difficoltà di integrazione; l’ostilità di striscianti correnti xenofobe e violente. Convinti che solo conoscendo la storia, quella nostrana e quella dell’altro, si possa comprendere in modo quanto più acuto il presente, l’obiettivo della mostra è quello di far scorgere nella trama delle vicende particolari un riflesso del fenomeno migratorio nella sua esemplarità e ricorrenza. Perché nella storia dello straniero si cela la nostra storia, ed è solo questa la consapevolezza con cui poter costruire una società multietnica priva di qualsivoglia discriminazione. Suonatori, girovaghi e lavavetri balie italiane e colf straniere Le mostre, costituite da trenta pannelli ciascuna, sono un valido sussidio divulgativo didattico. Estremamente mobili e leggere, hanno un costo ridotto e si adattano ad ogni spazio espositivo. Le mostre uniscono svariati percorsi interdisciplinari e forniscono spunti di riflessione utili per un impegno civile e politico, contro l’intolleranza xenofoba e il razzismo.
    • SANDRO TETI EDITORE e “IL CALENDARIO” al SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TORINO dal 10 al 14 maggio al LINGOTTO FIERE stand N142 padiglione 2 - sandro teti editore In programma le presentazioni de: Il grande Archimede sabato12 maggio ore 12.30 Spazio Autori B intervengono: Armando Massarenti Sandro teti 85 Il Calendario del Popolo sabato 12 maggio ore 20.00 Sala Professionali intervengono: Carla cantone Daniele segre Gianni vattimo Sandro teti
    • È in libreria www.letterainternazionale.it ph:Matteo GOZZI 27 lezioni 10 incontri 5 workshop 86 LA SCUOLA DI FOTOGIORNALISMO www.isfci.com 06.44.69.269 10° EDIZIONEManuela Fugenzi Coordinatori: Dario Coletti e
    • Indice Generale 2010 Gennaio – N. 748 Il Popolo del Calendario Afghanistan: rapporto oppio 2009 Katia Cerratti Lo studio dei sogni è la via maestra della psicoanalisi Cesare Musatti 2 4 13 La fine delle speranze di rinnovamento conciliare Edio Vallini 43 Curiosità storiche Edio Vallini 47 L’arte per amore di Ernesto Treccani Giorgio Severo 48 Verga, l’inconsapevole realismo moderno Giansiro Ferrata 51 53 Commento all’articolo di Cesare Musatti Silvia Vegetti Finzi 17 Il suicidio del PCI Giuseppe Prestipino 19 Il tema del lavoro nella Storia della società italiana Pietro Bata L’Unità clandestina nella Resistenza Alberto Magnani 23 Luigi Natali, “I Beati Paoli” Antonio Catalfamo 55 I giornali di fabbrica al Congresso della cultura popolare Augusto Campari 26 Michael Moore, il regista contro la guerra Sauro Borelli 58 La difesa di Terracini nel “processone” contro i comunisti 29 Libri 60 Vanno in Maremma, Renato Fucini 62 III elenco dei sostenitori 2010 64 Passato prossimo: novembre 2009 Giovanna Perego 31 Il 27 marzo 1945 nasceva a Roma il Calendario del popolo Giulio Trevisani 35 Quando l’acqua diventa un problema Ugo Leone 37 Guidare all’inglese e lasciare a piedi la lingua italiana Barbara Boni e Arnaldo Alberti 42 Febbraio – N. 749 Il Popolo del Calendario 2 La Chiesa cattolica e il Regno d’Italia Giandomenico Beltrame 4 87
    • La scomunica nei secoli Edio Vallini 10 La verità di Pio XII, il papa che si vuole santificare Antonio Moscato 13 Crocifisso nelle scuole si o no? Aldo Fappani 17 Il ritorno delle passioni nella tarda modernità Silvia Vegetti Finzi 19 Cos’è il debito pubblico Sergio Zangirolami 24 Haiti, pochi aiuti, molti militari Emilio Fedeli Passato prossimo: dicembre 2010 Giovanna Perego 31 Le lotte per i diritti e gli anni di piombo Carlo Grezzi 88 28 35 Il suicidio del PCI – II parte Giuseppe Prestipino 39 Cuba e la massoneria, una storia sconosciuta Aldo Grazia 44 Da Rosa Luxemburg a noi: il personale è politico Rosangela Pesenti 47 Il Trentino prosegue l’azione solidale per l’Abruzzo Bruno Dorigo Lo sbarco degli americani in Sicilia 51 e la rinascita della mafia Antonio Catalfamo 53 Il Mediterraneo nella storia Katia Giraffi 58 Come si diventa pirati Alessandro Aruffo 61 IV elenco dei sostenitori 2010 64 Dicembre – N. 750 Editoriale Sandro Teti 3 Il popolo del Calendario Franco Ferrarotti 4 Chi sono, cosa fanno, cosa vogliono i calendaristi redazionale 5 La scuola del Calendario Diego Novelli 6 Anch’io ho fatto un sogno Mauro Olivi 7 Il miracolo emiliano Guido Fanti 8 La storia siamo noi Fulvio Bella 9 Lunga vita al Calendario Mario Geymonat 10 Come è nato il Calendario del Popolo Giulio Trevisani 11
    • Per i nostri 30 anni Carlo Salinari Una rivista che difende e diffonde la memoria storica Franco Della Peruta 12 14 Nuovi alfabeti per antiche narrazioni, intervista a Nichi Vendola Laura Peretti 38 Il muro da rompere: l’estraneità della scuola Paolo Volponi 40 La testimonianza di un redattore degli anni Cinquanta Gian Carlo Ferretti 16 Il mio primo posto di lavoro Ada Gigli Marchetti Il Calendario nell’era di Internet Piercarlo Ravasio 44 17 Ricordo di Nicola Teti Franco Cardini Le macchine di Turing Marco Mondadori 46 18 Il Calendario e Comunità Laura Olivetti 20 Il regno oscuro dellla finanza, intervista a Guido Rossi Bruno Perini 48 Cari abbonati Marisa Minoletti Teti 20 Anatomia di Wall Street Diamante Limiti 51 Eravamo tutti italiani Valentino Parlato 53 Razzismo e lavoro Ada Lonni 54 GLI STRUMENTI Il Calendario: bilancio e prospettive Luciano Canfora 22 Gramsci ed il folklore Ernesto De Martino 27 Il Calendario del cinema Luciana Castellina 28 La dolce vita amarissima per i ceti clericali Ugo Casiraghi Un custode della democrazia Moni Ovadia Diseducare con la Tv Lorella Zanardo 89 Sulla violenza, intervista a Cesare Musatti Enzo Funari 56 I patrimoni della mafia di Giovanni Falcone Giuliano Turone 61 30 Vieni via da Capaci Roberto Morrione 64 33 I Gap e la Resistenza in città Giovanni Pesce 66 34 Il Calendario e la Resistenza Davide Spagnoli 70
    • I Partigiani sovietici in Italia Nikolaj Timofeev 71 Lettere sull’amore Vladimir Lenin 73 Ai nostri lettori nel decennale del primo Sputnik Jurij Gagarin 74 Il Calendario e l’immagine dell’URSS Carlo Benedetti 75 Il Calendario e l’America Latina Aldo Garzia Le radici della tragedia che devasta l’America Latina Lelio Basso 80 Grazie al lavoro del Popolo Zhores Alferov 83 Nuovi paradigmi per l’ambiente Milly Moratti 90 77 85 Tornare alla terra Ernesto Piccia 87 Elenco Sostenitori 89 Lettera agli Abbonati 90 Ringraziamenti 90 Elenco Sostenitori / Librerie 84
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