BNL Focus #20

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BNL Focus #20

  1. 1. 20 17 giugno 2014 Direttore responsabile: Giovanni Ajassa tel. 0647028414 giovanni.ajassa@bnlmail.com Banca Nazionale del Lavoro Gruppo BNP Paribas Via Vittorio Veneto 119 00187 Roma Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 159/2002 del 9/4/2002 Le opinioni espresse non impegnano la responsabilità della banca. L’attività imprenditoriale femminile in Italia è ancora per lo più concentrata nelle attività di servizio: circa un’impresa su tre in questo settore è gestita da donne, con percentuali che arrivano al 42,2% nell’istruzione e al 33% nelle attività di noleggio e agenzie di viaggio. Per contro, la presenza delle imprenditrici è ancora scarsa nelle attività manifatturiere. Tra il 2009 e il 2013 la presenza femminile nell’imprenditoria è rimasta stabile, ma ciò è dovuto alla forte crescita delle imprese gestite da straniere, che con un +18% ha compensato la flessione delle imprese gestite da italiane. Le più attive durante il periodo sono state le imprenditrici cinesi, che a fine 2013 con 15mila aziende sono arrivate a gestire il 17,4% delle imprese femminili straniere. Seguono le romene e le marocchine. Secondo Unioncamere, nella maggior parte dei casi le donne che hanno avviato una nuova impresa nel corso del 2013 sono giovani e istruite: sei su dieci hanno meno di 40 anni, e il 25% circa meno di 30. Il livello di istruzione delle nuove imprenditrici è mediamente alto: circa il 21% è in possesso di una laurea (contro il 16% dei nuovi imprenditori uomini), mentre il 46,7% ha un diploma di scuola superiore, una percentuale che si ferma invece a 44,7 nel caso degli uomini. Nella maggior parte dei casi (18,8%) le donne imprenditrici vengono da un’esperienza precedente che le ha viste impiegate o quadro in un’altra azienda, ma una fetta consistente arriva dal lavoro casalingo (13,4%) e dalla disoccupazione (16,1%). Distribuzione delle imprese femminili per settore (2011, in %) Manifattura; 12,7 Fornitura di acqua; reti fognarie, attività di gestione dei rifiuti e risanamento; 0,3 Costruzioni; 4,1 Commercio all'ingrosso e al dettaglio; 28,1 Trasporto e magazzinaggio; 2,1Servizi di alloggio e di ristorazione; 21,0 Servizi di informazione e comunicazione; 2,2 Attività finanziarie e assicurative; 0,9 Attivita' immobiliari; 2,1 Attività professionali, scientifiche e tecniche; 5,0 Noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese; 4,4 Istruzione; 1,0 Sanita' e assistenza sociale; 2,9 Attività artistiche, sportive, di intrattenimento; 1,0 Altre attività di servizi; 12,3 Fonte: elaborazioni Servizio Studi BNL su dati Istat
  2. 2. 2 17 giugno 2014 L’imprenditoria rosa in Italia dopo la lunga crisi Simona Costagli  06-47027054 – simona.costagli@bnlmail.com Secondo l’ultimo rapporto del World Economic Forum l’Italia compare in 71° posizione in tema di chiusura del divario economico e sociale tra uomini e donne. La posizione del nostro paese è migliore se si guarda alla sfera imprenditoriale. L’attività imprenditoriale femminile in Italia è ancora per lo più concentrata nelle attività di servizio: circa un’impresa su tre in questo settore è gestita da donne, con percentuali che arrivano al 42,2% nell’istruzione, al 33% nelle attività di noleggio e agenzie di viaggio e al 31% nei servizi di alloggio e ristorazione. Per contro, la presenza delle imprenditrici è ancora scarsa nelle attività manifatturiere. Tra il 2009 e il 2013 la presenza femminile nell’imprenditoria è rimasta stabile, ma ciò è dovuto alla forte crescita delle imprese gestite da straniere, che con un +18% ha compensato la flessione delle imprese gestite da italiane. Le più attive durante il periodo sono state le imprenditrici cinesi, che a fine 2013 con 15mila aziende sono arrivate a gestire il 17,4% delle imprese femminili straniere. Seguono le romene e le marocchine. Secondo Unioncamere, nella maggior parte dei casi le donne che hanno avviato una nuova impresa nel corso del 2013 sono giovani e istruite: sei su dieci hanno meno di 40 anni, e il 25% circa meno di 30. Il livello di istruzione delle nuove imprenditrici è mediamente alto: circa il 21% è in possesso di una laurea (contro il 16% dei nuovi imprenditori uomini), mentre il 46,7% ha un diploma di scuola superiore, una percentuale che si ferma invece a 44,7 nel caso degli uomini. Nella maggior parte dei casi (18,8%) le donne imprenditrici vengono da un’esperienza precedente che le ha viste impiegate o quadro in un’altra azienda, ma una fetta consistente arriva dal lavoro casalingo (13,4%) e dalla disoccupazione (16,1%). Studi condotti da organizzazioni internazionali mostrano come la percentuale di donne imprenditrici sulla popolazione femminile sia molto elevata soprattutto nei paesi in via di sviluppo e in alcuni emergenti, e per contro molto bassa nei paesi sviluppati. La maggior parte delle imprese femminili in tutto il Mondo nasce con un’unica proprietaria: in Europa circa il 60% delle imprese femminili ha questa caratteristica mentre negli Stati Uniti si arriva addirittura al 65%. Nel lungo periodo le imprese femminili tendono a rimanere più piccole, e a creare meno occupazione di quelle maschili. In Italia la riduzione del divario di genere tra uomini e donne in campo economico, sociale e politico continua a seguire un percorso tortuoso, con fasi alterne di peggioramento e miglioramento. Secondo l’ultima edizione del World Economic Forum nel 2013 il nostro paese è risalito alla 71esima posizione (dall’80esimo posto del 2012) su 132 nella graduatoria basata su una serie di indicatori relativi alla partecipazione al mercato del lavoro, al livello di istruzione, alla salute e alla presenza nelle istituzioni di governo. In particolare, risultiamo indietro (97esima posizione) nella graduatoria relativa alla partecipazione e alle opportunità offerte dal mercato del lavoro, mentre la nostra posizione è relativamente migliore (65esima) per quanto riguarda il mondo dell’istruzione. Il ritardo italiano si amplia quando si guarda al reddito medio delle lavoratrici rispetto ai colleghi uomini: in questo caso non andiamo oltre l’89esima posizione nella graduatoria guidata a pari merito da Lussemburgo, Norvegia,
  3. 3. 3 17 giugno 2014 Singapore e Svizzera. Meglio di noi fanno molti paesi dell’area euro, tra cui i Paesi Bassi (decima posizione), la Germania (20esima), la Francia (32esima) e la Spagna (69esima). L’Italia nella classifica generale del World Economic Forum in tema di chiusura del gender gap (posizioni nella graduatoria) 77° 84° 67° 72° 74° 74° 80° 71° 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 Fonte: elaborazioni Servizio Studi BNL su dati WEF La posizione del nostro paese è migliore se si considera lo Women’s Economic Opportunity Index, elaborato dall’Economist Intelligence Unit per valutare la condizione delle donne nell’economia privata, in qualità sia di imprenditrici sia di lavoratrici. In questo caso l’Italia occupa la 32esima posizione in una classifica guidata da Svezia, Norvegia e Finlandia, e nella quale la Germania compare al 6° posto mentre la Francia al 12°. Alcuni tratti delle imprese femminili in Italia In Italia i dati dell’ultimo censimento dell’industria e dei servizi (riferiti al 2011) permettono di osservare più da vicino uno spaccato rilevante dell’imprenditoria femminile, seppure senza darne una evoluzione temporale: con riferimento alle imprese con 3-9 addetti (una larga parte delle microimprese) è infatti riportata la differenza di genere. Si scopre così che delle 705.697 imprese di questa dimensione il 21,5% è classificato come femminile. Le imprese in cui l’imprenditore di riferimento è donna presentano le percentuali più elevate nelle regioni in cui la presenza di imprese è molto bassa, rispetto alla media nazionale: si tratta di Valle d’Aosta (dove il 37,8% del totale delle imprese della regione è rosa), Sardegna (26,7%) e Umbria (26,3%). Con riferimento alle sole imprese femminili però la concentrazione maggiore si osserva in Lombardia (quasi 129mila imprese, pari al 3,8% del totale di genere), seguita dal Veneto, dove si contano circa 72mila imprese rosa (2% del totale) e dal Lazio ed Emilia Romagna, dove le imprese condotte da donne sono poco meno di 58mila ciascuna, pari all’1,9% delle imprese femminili di questa dimensione.
  4. 4. 4 17 giugno 2014 Regioni in cui la presenza femminile nelle imprese 3-9 addetti è più alta rispetto a quella maschile (2011, in % del totale imprese) Regioni in cui la presenza femminile nelle imprese 3-9 addetti è maggiore in termini assoluti (2011, numero) 37,8 26,7 26,3 23,4 22,8 0 5 10 15 20 25 30 35 40 Valle D'Aosta Sardegna Umbria Lazio Marche 26.926 13.779 13.530 13.356 12.160 0 5.000 10.000 15.000 20.000 25.000 30.000 Lombardia Veneto Lazio Emilia Romagna Toscana Fonte: elaborazioni Servizio Studi BNL su dati Istat Fonte: elaborazioni Servizio Studi BNL su dati Banca d’Italia L’imprenditoria femminile in Italia è ancora per lo più concentrata nelle attività di servizio: circa un’impresa su tre in questo settore è gestita da donne, con percentuali che arrivano a oltre la metà (54,4%) nelle altre attività di servizi, al 42,2% nell’istruzione, al 33% nelle attività di noleggio e agenzie di viaggio e al 31% nei servizi di alloggio e ristorazione. Per contro, la presenza delle imprenditrici è ancora scarsa nelle attività manifatturiere: solo 19.251 imprese in questa classe di addetti è femminile, contro le 94.199 condotte da uomini (17% del totale) e ancora più scarsa è la presenza nel settore delle costruzioni dove si contano appena 6.161 imprese femminili contro le 93.841 maschili (il 6,2% del totale). Distribuzione delle imprese femminili per settore (2011, in %) Manifattura; 12,7 Fornitura di acqua; reti fognarie, attività di gestione dei rifiuti e risanamento; 0,3 Costruzioni; 4,1 Commercio all'ingrosso e al dettaglio; 28,1 Trasporto e magazzinaggio; 2,1Servizi di alloggio e di ristorazione; 21,0 Servizi di informazione e comunicazione; 2,2 Attività finanziarie e assicurative; 0,9 Attivita' immobiliari; 2,1 Attività professionali, scientifiche e tecniche; 5,0 Noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese; 4,4 Istruzione; 1,0 Sanita' e assistenza sociale; 2,9 Attività artistiche, sportive, di intrattenimento; 1,0 Altre attività di servizi; 12,3 Fonte: elaborazioni Servizio Studi BNL su dati Istat Nel settore dei servizi la presenza femminile negli ultimi anni si è estesa anche a comparti più tradizionalmente coperti dall’imprenditoria maschile. Secondo un recente
  5. 5. 5 17 giugno 2014 rapporto Censis Confcommercio1 il numero delle imprese femminili nelle attività finanziarie e assicurative, di brokeraggio e intermediazione tra il 2009 e il 2013 è cresciuto del 4,3% mentre quelle legate al settore immobiliare sono aumentate del 7,9%. Per contro, nello stesso periodo ha sofferto molto il settore del commercio, che ha perso 18mila imprese rosa (-4,4%). Nel complesso, durante il periodo in esame la presenza femminile nell’imprenditoria è rimasta stabile, ma ciò è dovuto alla forte crescita delle imprese gestite da straniere, che con un +18% ha compensato la flessione delle imprese gestite da italiane; grazie a questa crescita, nel 2013 il peso delle straniere è salito all’8,7% del totale, dal 6,9% di quattro anni prima. Le più attive durante il periodo sono state le imprenditrici cinesi, che a fine 2013 con 15mila imprese (+45% dal 2009) sono arrivate a gestire il 17,4% delle imprese femminili straniere, seguono le romene e le marocchine. Toscana, Friuli, Lazio e Lombardia sono le regioni in cui la presenza delle straniere è più rilevante, con Prato in cima alle provincie italiane “internazionalizzate” (un’impresa femminile su tre è straniera), seguita da Firenze, Milano e Roma. La nazionalità delle imprenditrici straniere in Italia (2013, in % del totale imprese straniere) Regioni in cui la presenza delle imprenditrici straniere è maggiore (2013, % del totale imprese straniere femminili) 17,4% 8,9% 7,6% 6,1% 5,4% 0% 2% 4% 6% 8% 10% 12% 14% 16% 18% 20% Cinesi Romene Marocchine Svizzere Tedesche 12,3% 11,5% 10,8% 10,7% 9,5% 10,0% 10,5% 11,0% 11,5% 12,0% 12,5% Toscana Friuli Lazio Lombardia Fonte: elaborazioni Servizio Studi BNL su dati Unioncamere Fonte: elaborazioni Servizio Studi BNL su dati Unioncamere Le aziende femminili presentano in generale una struttura di governance più elementare rispetto a quelle maschili, e una dimensione in media molto ridotta: secondo Unioncamere alla fine del I trimestre del 2014 il 65,6% delle imprese femminili iscritte alle camere di commercio presentava la forma giuridica di “impresa individuale”, e solo il 17,8% quella di società di capitale. Il ritmo con cui esse nascono è superiore alla media: a marzo 2014 risultavano iscritte lo 0,5% di imprese femminili in più rispetto allo stesso periodo del 2013 (per un totale di 1,2 milioni complessive2 ), contro lo 0,2% totale, e ciò grazie soprattutto alla forte crescita registrata in Emilia Romagna (+5%), Umbria (+4,1%), Toscana (3,8%), Marche, Liguria e Piemonte, che hanno più che bilanciato la flessione in Campania (- 3,4%), in Puglia (-1,5%) e in Veneto (-2,4%). Nel complesso, sia il ritmo con cui 1 Censis Confcommercio, Osservatorio sull’evoluzione dell’imprenditorialità femminile nel terziario 2009- 2013, 9 maggio 2014. 2 La definizione di impresa seguita da Unioncamere risulta diversa da quella Istat, è il numero di imprese complessivo riportato da Unioncamere è significativamente superiore a quello Istat, sia nella componente femminile, sia totale.
  6. 6. 6 17 giugno 2014 avvengono le nuovi iscrizioni sia le cessazioni nel caso delle imprese rosa sono molto più marcate che per quelle maschili. La dimensione (in media molto ridotta) delle imprese femminili e il ritmo piuttosto elevato con cui queste sono nate, soprattutto nell’ultimo anno, hanno portato molti a ritenere che la creazione di un’impresa sia per molte donne una via semi-obbligata di fronte a un mercato del lavoro che spesso le penalizza, sia in termini di occupazione, sia di impiego delle capacità acquisite durante la formazione scolastica e universitaria. L’idea (peraltro comune anche in altri paesi) sembra confermata dalle caratteristiche delle nuove imprenditrici, ossia di quelle che hanno avviato un’impresa “vera” nel corso del 2013.3 Secondo Unioncamere,4 nella maggior parte dei casi si tratta di donne giovani: sei su dieci hanno meno di 40 anni, e il 25% circa meno di 30, nel caso degli uomini le percentuali corrispondenti scendono al 50% e al 22,8%. Il livello di istruzione delle nuove imprenditrici è mediamente alto: circa il 21% è in possesso di una laurea (contro il 16% dei nuovi imprenditori uomini), mentre il 46,7% ha un diploma di scuola superiore, una percentuale che si ferma invece a 44,7 nel caso degli uomini. Il livello di istruzione delle nuove imprenditrici in Italia (2013, in % del totale imprese femminili nuove) Il livello di istruzione dei nuovi imprenditori in Italia (2013, in % del totale imprese maschili nuove) Scuola dell'obbligo; 20,7 Formazione professionale; 6,1 Istruzione professionale; 6,2 Diploma ; 46,1 Laurea; 20,8 Scuola dell'obbligo; 26,1 Formazione professionale; 6,6 Istruzione professionale; 6,6 Diploma ; 44,7 Laurea; 16,1 Fonte: elaborazioni Servizio Studi BNL su dati Censis Confcommercio Fonte: elaborazioni Servizio Studi BNL su dati Censis Confcommercio Le esperienze maturate nella vita passata dalle donne che nel corso del 2013 hanno avviato un’impresa sono profondamente diverse da quelle maschili, almeno nel loro peso. Nella maggior parte dei casi (18,8% contro il 14,3% degli uomini) le donne imprenditrici vengono da un’esperienza precedente che le ha viste impiegate o quadro in un’altra azienda, ma una fetta consistente arriva dal lavoro casalingo (13,4% contro lo 0,2% degli uomini) e dalla disoccupazione (16,1%, una percentuale che arriva all’14,1% nel caso degli uomini). Più elevata rispetto alla componente maschile (6,5% contro il 4,9%) è la percentuale di ragazze che ha avviato un’impresa da studente. Per contro, sono in percentuale minore che per gli uomini le donne che lavoravano presso un’azienda di famiglia (3,7% contro il 5,1% per gli uomini) o che svolgevano una mansione come operaio o apprendista (12,7% contro il 21,2% degli uomini) poche 3 Per impresa vera Unioncamere intende un’impresa che non risulta frutto di trasformazione di attività esistenti dovute a cambiamenti della forma giuridica, di localizzazione, scorpori o nuove acquisizioni. 4 Osservatorio sull’imprenditoria femminile, Indagine condotta nel I trimestre del 2014 e riferita a un campione di 18.600 imprese attive nate nel 2013 rappresentativo delle 246mila imprese attive iscritte nel corso del 2013.
  7. 7. 7 17 giugno 2014 sono anche coloro le quali svolgevano attività da libere professioniste (6,9% contro il 15,2%). L’idea che l’avvio di un’impresa rappresenti per molte l’unica via per entrare nel mondo del lavoro o per valorizzare le proprie competenze è confermata dalle intenzioni dichiarate dalle stesse donne: per il 19% la nuova impresa avviata è stato un modo per trovare un primo o un nuovo sbocco lavorativo, per le difficoltà a trovare un lavoro dipendente stabile (13,7%) o per valorizzare competenze ed esperienze professionali acquisite in passato (13,3%). Il desiderio di conseguire un successo personale o economico conta più che per gli uomini (13,3% contro 8,4%), come pure la volontà di sfruttare un’idea innovativa (4,6% contro il 2,8%). La conoscenza delle opportunità del mercato appare invece più una prerogativa maschile: tra i nuovi imprenditori uomini il 19,5% lo segnala come l’elemento principale della costituzione dell’impresa, contro il 16,7% delle donne. Dai dati relativi all’ultimo anno si rileva inoltre come la percentuale di uomini che ha investito cifre rilevanti nell’avvio dell’impresa (oltre 100mila euro) sia superiore (2,1% contro 1,8%), ma nel caso degli uomini risulta superiore anche la percentuale di quelli che hanno investito cifre molto basse (meno di 5 mila euro) pari al 54,2% contro il 44,8% delle donne. Queste ultime sembrano aver prediletto la fascia intermedia, che ha richiesto un investimento iniziale da parte loro compreso tra i 5 e i 30 mila euro. L’imprenditoria femminile nel Mondo, alcuni tratti Negli ultimi anni l’attenzione verso questa componente dell’economia è andata crescendo e numerosi sono gli osservatori nati; uno di questi, il Global Entrepreneurs Monitor, condotto in 67 paesi, mostra come il tasso di imprenditoria femminile (TIF) risulti molto elevato soprattutto nei paesi in via di sviluppo e in alcuni emergenti, e per contro molto basso nei paesi sviluppati. Il motivo principale di tale divergenza è che nei paesi meno sviluppati l’imprenditoria supplisce alla mancanza di occupazioni stabili e strutturate: nella maggior parte dei casi le imprese nascono per necessità e non per la volontà di sfruttare un’idea. Tra i paesi avanzati gli Stati Uniti5 si distinguono per avere il valore più elevato del TIF: circa una donna su dieci nella fascia di età 18-64 anni è titolare di un’impresa. La percentuale Usa non trova eguali in Europa dove, fatto salvo che per Austria e Paesi Bassi (8 e 7% rispettivamente), si osservano valori intorno al 3- 4%. La maggior parte delle imprese femminili in tutto il Mondo nasce con un’unica proprietaria: in Europa circa il 60% delle imprese femminili ha questa caratteristica (contro il 53% delle maschili) mentre negli Stati Uniti si arriva addirittura al 65%. In generale, le imprese femminili nel lungo periodo tendono a rimanere più piccole, e a creare meno occupazione di quelle maschili. Nelle quattro principali economie dell’area euro, in particolare, le imprese femminili raramente presentano la forma di gruppi, per la maggior parte sono e rimangono di dimensione micro e sono attive soprattutto nei servizi. Le imprese tedesche però, al pari delle omologhe maschili, sono più grandi della media europea: il 18% circa viene infatti classificata come media impresa (50-249 addetti), contro percentuali prossime al 10% in Italia, Francia e Spagna. L’Italia è il paese che presenta la maggiore omogeneità tra imprese maschili e femminili, mentre è la Francia a presentare le divergenze maggiori: le imprese micro femminili sono circa il doppio di quelle maschili, e la percentuale di quelle attive nella manifattura è molto più bassa (4,4% circa contro 12% degli uomini). In Europa e negli Stati Uniti le imprenditrici sono in genere più istruite degli omologhi uomini: il 70% delle donne in Europa possiede almeno un diploma di scuola superiore, 5 Numero di donne imprenditrici in percentuale della popolazione femminile di 18-64 anni.
  8. 8. 8 17 giugno 2014 contro il 67% degli uomini. I distacchi maggiori si osservano in Germania (15 p.p., anche se partendo da tassi molto più bassi delle medie), in Danimarca, in Belgio e in Finlandia. Per contro, in Francia e in Svizzera la situazione è capovolta, con gli uomini a rappresentare la parte più istruita dell’imprenditoria. Nella maggior parte dei casi però alla maggiore istruzione non corrisponde una adeguata preparazione imprenditoriale: negli Stati Uniti, ad esempio, la percentuale di donne che frequenta corsi di management (peraltro cresciuti in modo esponenziale negli ultimi anni) è sistematicamente più bassa che per gli uomini; problemi analoghi si rilevano in molti paesi europei. Un’ultima nota merita la presenza femminile nelle imprese più grandi e strutturate in forma di società per azioni: secondo un recente rapporto McKinsey le donne nei consigli di amministrazione sono poco presenti e ancor meno nei consigli direttivi. A parte il caso della Norvegia (34% di donne) e in parte di Svezia e Francia (27%) le donne risultano poco presenti negli altri paesi europei e negli Stati Uniti. Le percentuali sono molto più basse nei paesi emergenti: in Cina nel 2013 si arrivava solo all’8%, in Brasile al 6 e in India al 5%. Presenza femminile nei consigli di amministrazione (2013, in %) Presenza femminile nei comitati esecutivi (2013, in %) 34 27 27 20 19 18 17 16 15 8 6 5 2 0 5 10 15 20 25 30 35 40 Norvegia Svezia Francia Danimarca* Germania Belgio Regno Unito Stati Uniti Italia Cina* Brasile India* Giappone 21 15 14 14 14 9 9 9 8 7 6 3 1 0 5 10 15 20 25 Svezia Regno Unito Norvegia Belgio Stati Uniti Francia Danimarca* Cina* Brasile Germania Italia India* Giappone * 2011 Fonte: McKinsey * 2011 Fonte: McKinsey
  9. 9. 9 17 giugno 2014 Un cruscotto della congiuntura: alcuni indicatori Indice Itraxx Eu Financial Indice Vix 0 50 100 150 200 250 300 350 400 gen-11 mar-11 mag-11 lug-11 set-11 nov-11 gen-12 mar-12 mag-12 lug-12 set-12 nov-12 gen-13 mar-13 mag-13 lug-13 set-13 nov-13 gen-14 mar-14 mag-14 0 10 20 30 40 50 60 gen-11 mar-11 mag-11 lug-11 set-11 nov-11 gen-12 mar-12 mag-12 lug-12 set-12 nov-12 gen-13 mar-13 mag-13 lug-13 set-13 nov-13 gen-14 mar-14 mag-14 Fonte: Thomson Reuters Fonte: Thomson Reuters I premi al rischio, in flessione, oscillano intorno a 60. L’indice Vix nell’ultima settimana sale da 10 a 12. Cambio euro/dollaro e quotazioni Brent (Usd per barile) Prezzo dell’oro (Usd l’oncia) 1,15 1,2 1,25 1,3 1,35 1,4 1,45 1,5 90 95 100 105 110 115 120 125 130 gen-11 lug-11 gen-12 lug-12 gen-13 lug-13 gen-14 Brent scala sin.(in Usd) Cambio euro/dollaro sc.ds. 1.200 1.300 1.400 1.500 1.600 1.700 1.800 1.900 2.000 gen-11 mar-11 mag-11 lug-11 set-11 nov-11 gen-12 mar-12 mag-12 lug-12 set-12 nov-12 gen-13 mar-13 mag-13 lug-13 set-13 nov-13 gen-14 mar-14 mag-14 Fonte: Thomson Reuters Fonte: Thomson Reuters Il tasso di cambio €/$ a 1,35. Il petrolio di qualità Brent quota $112 al barile. Il prezzo dell’oro sale a 1.275 dollari l’oncia.
  10. 10. 10 17 giugno 2014 Borsa italiana: indice Ftse Mib Tassi dei benchmark decennali: differenziale con la Germania (punti base) 12.000 14.000 16.000 18.000 20.000 22.000 24.000 gen-11 lug-11 gen-12 lug-12 gen-13 lug-13 gen-14 0 200 400 600 800 1.000 1.200 1.400 gen-11 apr-11 lug-11 ott-11 gen-12 apr-12 lug-12 ott-12 gen-13 apr-13 lug-13 ott-13 gen-14 apr-14 Italia Spagna Irlanda Portogallo Fonte: Thomson Reuters Fonte: elaborazioni Servizio Studi BNL su dati Thomson Reuters Il Ftse Mib nell’ultima settimana passa da 22.290 a 21.976. I differenziali con il Bund sono pari a 206 pb per il Portogallo, 104 pb per l’Irlanda, 131 pb per la Spagna e 153 pb per l’Italia. Indice Baltic Dry Euribor 3 mesi (val. %) 0 2.000 4.000 6.000 8.000 10.000 12.000 gen-08 lug-08 gen-09 lug-09 gen-10 lug-10 gen-11 lug-11 gen-12 lug-12 gen-13 lug-13 gen-14 0 1 2 3 4 5 6 set-06 mar-07 set-07 mar-08 set-08 mar-09 set-09 mar-10 set-10 mar-11 set-11 mar-12 set-12 mar-13 set-13 mar-14 Fonte: Thomson Reuters Fonte: Thomson Reuters L’indice Baltic Dry nell’ultima settimana torna sotto quota 900. L’euribor 3m scende a 0,23%. Il presente documento è stato preparato nell’ambito della propria attività di ricerca economica da BNL- Gruppo Bnp Paribas. Le stime e le opinioni espresse sono riferibili al Servizio Studi di BNL-Gruppo BNP Paribas e possono essere soggette a cambiamenti senza preavviso. Le informazioni e le opinioni riportate in questo documento si basano su fonti ritenute affidabili ed in buona fede. Il presente documento è stato divulgato unicamente per fini informativi. Esso non costituisce parte e non può in nessun modo essere considerato come una sollecitazione alla vendita o alla sottoscrizione di strumenti finanziari ovvero come un’offerta di acquisto o di scambio di strumenti finanziari.

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