Racconto concorso maggio
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Racconto concorso maggio

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saggio di maggio

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Racconto concorso maggio Document Transcript

  • 1. “E il nostro campione, per il quindicesimo anno consecutivo, è … MICHEEEEL DEGERRAAAAA!!!!”Era ormai abitudine per me sentire quella frase, accompagnata dal triplice squillo della campanellae dalla folla esultante che mi chiamava. Ero il loro idolo, il loro eroe, il loro divertimento. A chi nonpiacerebbe la mia vita? Soldi a palate, divertimento, in cambio di qualche frattura, naso sanguinantee visite mediche molto frequenti. Non c’è che dire la vita del pugile professionista, o meglio delcampione del mondo di pugilato, è assolutamente magnifica. Eppure sentivo qualcosa che nonc’era: un vuoto nel centro del petto, un desiderio non realizzato. Durante gli incontri non cipensavo, l’unica preoccupazione era quella di darle e non prenderle, ma sotto la doccia, a tavola, nelletto, nei sogni un fantasma mi segue e rende inquieto. È una sensazione terribile l’incompletezza, tilogora dentro finché non sei vuoto e vuoi scappare da tutto. Questa parte di me non potevomostrarla nella vita pubblica. I tifosi vogliono vedere un leone pronto ad annientare la preda, nonuna pecora insicura e sentimentalista.Quella sera fu data una festa per la mia vittoria all’attico dove alloggiavo per il campionato. Comeogni festa che si rispetti c’era champagne, squisitezze e tutti coloro che si definivano amici miei: ilmio allenatore, il mio medico e almeno 200 miei tifosi. Sembrava che fossi l’unico a non divertirmi.“Avanti Michel, unisciti alla tua festa!” mi dicevano in molti, ma l’unico mio desiderio era quello diandare a letto e dormire, almeno non avrei pensato al mio fantasma. Erano le 10 quando rientrai e lafesta continuava ininterrotta, sarebbe continuata per almeno 5 ore per quanto ricordi. Salutai il mioallenatore che stava allegramente discutendo con un bicchiere di vino per festeggiare e allora mistrinse il pugno e mi chiese tutto eccitato: “Pronto per la seconda gloria?”Io gli risposi: “È davvero necessario?”“Certo! Sei il campione del mondo per il 15° anno di seguito! Devi esserne orgoglioso.”“Sono orgoglioso, ma…”“Niente ma! Ora assapora la gloria!” Si volto verso la folla ed esclamò loro: “Signore e signori, unattimo di attenzione. Siamo qui questa sera per festeggiare il compleanno di un grande campione.Festeggiamo oggi il sesto compleanno di Michelle de Gerra, campione del mondo”. Alzò il miopugno in aria e gridò: “AUGURI, MICHELLE!!” Tutti esultarono ed urlarono pronunciando in coroil mio nome. La gloria era molta, ma mi sembrava di non avere niente. Volevo andarmene alloratentai di congedarmi nella mia stanza con un semplice: “Scusate, ma lo scontro è stato molto duro evorrei andare a dormire”. L’allenatore mi era ancora accanto e mi trattenne rispondendomi:“Certamente, anche un campione merita di riposare, ma non prima di aver tagliato la tua torta dicompleanno”. E in quel preciso istante entrò in sala un grande torta rettangolare con scritto sopra
  • 2. “15° campionato del mondo. Michelle de Gerra. Auguri!”. Quando la vidi entrare non vidi più e larovesciai in preda alla rabbia. La musica si fermò di scatto, tutti si girarono per guardarmi, e miritirai in camera. Chiusa la porta a chiave mi stesi sul letto e dopo qualche minuto la musica ripartì,come se non fosse successo niente. Mi addormentai in un lampo.Il mattino seguente mi svegliai grazie alla luce del sole che filtrava dalle finestre. Era una bellissimagiornata di primavera, in questo periodo in una città grande come questa le giornate sono tutteuguali. Durante la notte avevo fatto un sogno particolare: sognavo un voce che mi diceva nellanebbia: “Viaggia … viaggia, trova la tua liberazione … trova … la felicità”. Io tentavo dirispondergli, ma ripeteva sempre la stessa frase come in una filastrocca. Cercavo intorno a me lafonte di quella voce, ma vedevo solo nebbia in ogni direzione. Eppure sentivo che avrei dovutoseguire il suo suggerimento e viaggiare dove per il mondo alla ricerca di qualcosa che avrebbeoccupato il mio vuoto.Sopraggiunse il mio allenatore con la classica domanda pre-confezionata: “Buongiorno Michel,dormito bene?”. Lo guardai un istante e voltai la testa fissando il vuoto. “So come ti senti. Avraianche raggiunto la cima, ma ti manca qualcosa. Vero?” Mi aveva letto nel pensiero. Non credevo aciò che avevo sentito. Erano le parole più amiche che avesse mai detto. Daltronde è questo il suolavoro: immedesimarsi nel suo allievo e tirarlo su ad ogni segno di cedimento. Così mi voltai, loguardai e lo ringraziai profondamente.“Bene. Allora preparati che andiamo a colazione con alcuni tuoi importanti ammiratori.”“No.” Replicai seccamente.“Perché no? È meglio che persone così facoltose conoscano di persona il loro idolo.”“Allora gli ammiratori che guardano i miei incontri al bar sottocasa non sono degni diconoscermi?!”“Non è quel che intendevo, ma hanno aspettato così a lungo per poterti conoscere dal vivo chedovremmo ripagare la loro attesa.”“Giusto, ma loro ammirano quel che pensano che io sia, non quello che sono. E il mio io è là fuori,da qualche parte e voglio trovarlo!”Il mio allenatore era sconvolto. Non avrebbe mai creduto che io potessi dire parole così forti. Econtinuai: “Hai cresciuto me negli ultimi 16 anni come una macchina della vittoria, ma ora questamacchina vuole trovare l’ingranaggio che gli manca che non è qui.”“Così è questo quello che vuoi? Abbandonare tutto per trovare il tuo ingranaggio?” - rispose comearrabbiato – “Hai ragione. Negli ultimi tempi ti vedevo sempre distratto e assente e se questo tuoviaggio ti aiuterà a trovare te stesso io sono con te”
  • 3. Ora che avevo anche il sostegno dell’uomo più importante di questa mia fase della vita mi sentivopronto per trovare quello che cercavo.Ma c’era ancora un piccolo ostacolo sulla nostra strada: la stampa. Come avrebbe reagito l’organopiù importante dello sport sapendo che il suo “articolo” preferito partiva? Non sarebbe stato facileannunciarlo, ma era la cosa giusta da fare e la mattina seguente Syrus Robinson, il mio allenatore,convocò tutte le maggiori testate giornalistiche nazionali diffondendo la notizia che avrebbeannunciato qualcosa di sconvolgente. Ed era così. Insieme annunciammo che mi sarei preso unperiodo di pausa dal pugilato per viaggiare. Incontenibile fu il loro stupore. Decine di domande alsecondo, ma non rivelammo altro. Quella giornata come per il resto della settimana l’ingressodell’albergo fu assediato da giornalisti e i titoli dei giornali diffondevano il mio momentaneoabbandono.Syrus mi guardò ed ammise la sua preoccupazione, ma aggiunse: “Mi fido di te!”.“Allora Michel. Qual è la nostra prima tappa?” Con l’entusiasmo di un vero amico mi chiese Syrus.“Sai non saprei. Che dici, dove porta il vento?”“Sarebbe una decisione da film, ma per un viaggio alla ricerca se stessi penso sia il modomigliore!”.“Bene. Allora - umidificai l’indice – il vento soffia verso Oriente, andiamo in Cina.”Fu così che partimmo con lo zaino in spalla come gli esploratori del passato: il modo migliore perun viaggio di questo genere è viaggiare con le proprie forze).Non organizzammo assolutamente niente se non gli zaini: tutto sarebbe stato affidato al caso, il casoavrebbe deciso quando e se avrei incontrato il motivo del mio vuoto, sarebbero potuti passare anche50 anni: io non mi sarei mai arreso.Prima tappa del nostro viaggio fu il Tibet, imponente altopiano da cui svettano i pilastri chereggono il cielo e da millenni osservano l’evoluzione dell’uomo e della Terra. Nessuno è capace, laprima volta che lo visita, di esplorarlo in minima parte, per questo affittammo una guida. Sichiamava Ngari Leh e da come parlava sembrava che fosse un tutt’uno con la massiccia pietra,raccontava di sentire “la voce della montagna”. Non era molto chiaro cosa intendesse, ma forseaveva a che fare con il rispetto religioso che il buddhismo ha per la natura e quindi la necessità dirispettare il mondo che lo circondava. Era il perfetto stereotipo dell’uomo tibetano: vestiti pesanti,
  • 4. occhi a mandorla, capelli rasati a zero e vedendo gli altri abitanti di queste terre ghiacciate misembravano tutti uguali.“Accidenti! Come fanno a vivere in un posto così freddo, io sto congelando Michel!” EsclamòSyrus battendo i denti. Notai che erano le 2 di pomeriggio e c’erano all’incirca 4 gradi sotto zero.Non potei che confermare il suo lamento, ma ribattei sicuro di me: “Farà anche freddo, ma lacuriosità e la scoperta hanno bisogno di altro per fermarsi!”.“Il sole sta tramontando. Ci accamperemo sul prossimo altopiano che incontreremo.”Ci disse Ngaricon lo stretto accento del suo villaggio di nascita. Quella notte fu molto particolare. Feci un sognotra i più importanti della mia vita. Nel sogno mi svegliai ed ero all’accampamento allestito per lanotte. Chiamavo a squarciagola Syrus e Ngari, ma non rispondevano, si erano volatilizzati, c’era unvento tanto forte che non riuscivo a tenere gli occhi aperti e allora misi gli occhiali. D’avanti a me,sulle pietra c’era una figura incappucciata con un telo di stracci che mi fissava da sotto il cappuccio.Con la testa mi indicò di seguirmi e di colpo mi ritrovai nella casa, quando ero bambino. Non c’eranessuno e niente nella stanza, le finestre erano chiuse e sigillate con assi di legno e sembrava chenessuno ci mettesse piede da anni. Passava solo un sottile fascio di luce che illuminava un diario. Lafigura mi indicò di aprirlo e lessi una delle ultime annotazioni: “15 Marzo 1898. Anche oggimamma e papà sono andati via lasciandomi con la tata. Non dico che non mi diverta, ma vorrei cheun giorno fossero loro a giocare con me.” Seguiva la pagina di 2 settimane dopo. “29 Marzo 1898.Sono 2 settimane che mamma e papà non tornano, dissero “torniamo presto”. Speriamo che siavero”. Lascai il diario e continuai a seguire la figura. Passando da una porta entrammo nel collegiomaschile che frequentai da ragazzo. Era nella stessa situazione della mia stanza con alcuni fogliadattati a diario. Il primo foglio diceva questo “15 Settembre 1903. È il mio primo giorno qui, michiedo perché non posso più frequentare la mia vecchia scuola. Qui non mi piace. I miei compagnisono cattivi con me e sto imparando a difendermi anche con i pugni”. Un altro foglio risaliva alFebbraio dell’anno successivo: “7 Febbraio 1904. Ho scoperto che i miei genitori sono scomparsi 6anni fa durante un viaggio in Amazzonia. Spero solo che stiano bene.”Per la terza volta cambiai scenario con la figura che mi portò in un vicolo buio con qualchelampione ad olio. La figura rivelò sui muri lettere alla rinfusa che con un suo gesto della mano siordinarono e rivelarono questo testo. “23 Luglio 1910. Sono passati 2 anni da quando sono uscitoda quell’inferno di collegio. Ora lavoro presso un falegname e mentre stavo facendo compere perlui mi imbattei in un gruppo di criminali in un vicolo buio. Mi ordinarono di consegnare loro tuttoquello che avevo, ma non avevo niente. Loro insistettero e mi attaccarono. Io mi difesi come potevocon un serie di pugni ben piazzati e mi liberai di loro. Passava di là un uomo vestito elegante che si
  • 5. congratulò con me per come mi sono difeso. Risposi che era solo per le mie esperienze e lui midiede un biglietto con un indirizzo e un nome: Syrus Robinson.”“Ora capisco. Mi stai facendo rivivere il mio passato per farmi capire cosa mi manca. Giusto?”chiesi alla figura che impassibile svoltò l’angolo. Ci ritrovammo su un ring vuoto con 2 guantoni aterra e con sopra un foglio. “11 ottobre 1916. Il mio primo incontro ufficiale. È andato molto bene,l’avversario non era molto forte ed ho passato il turno”. Dopo uno spazio continuava “24 Novembre1916. Ho vinto il mio primo titolo nazionale. È una sensazione magnifica, ma mi sembra chemanchi qualcosa: non sento solo felicità”. Un altro spazio e ancora: “24 Novembre 1932. Ho vintoil mio quindicesimo campionato mondiale, ma il vuoto continua a crescere. Non lo sopporto più.Lascio il pugilato!”“Grazie. Ho capito cosa mi manca.” Detto questo la figura scomparve nella nebbia. Fui preso dauna stanchezza e mi svegliai nell’accampamento il mattino seguente. Ngari e Syrus stavanosistemando tutto e appena svegliato mi dissero che la montagna non era più scalabile per la nevetroppo soffice e pericolosa. Replicai: “Bene allora torniamo a casa, perché ho trovato quello che miserviva.”Syrus tutto stupito mi chiese: “Davvero? Speriamo che sia così perché non ne posso più di questofreddo!”Allora sistemammo i bagagli, scendemmo il versante della montagna e …“E cosa, nonno?”“E poi sono tornato a casa, ho incontrato tua nonna, ci siamo sposati e abbiamo avuto tuo padre.Quando incontrai tua nonna lavorava al bar dell’albergo dove alloggiavo per il torneo, una parolatira l’altra e ci fidanzammo. Da allora gli incontri che disputai furono molto più “energetici” i mieipugni erano molto più “esplosivi” perché avevo un motivo per combattere, lei.”“Beeeeello!! Quindi avevi colmato il tuo vuoto?”“Si, credo proprio di si” risposi a mio nipote Michel Jr. guardando Elena, mia moglie, che stavaarrivando a portare la merenda a Michel e il tè per noi.Finalmente avevo trovato quello che chiudeva il vuoto nel mio cuore, ho capito che quel vuoto eraqualcuno con cui condividere la gloria di essere arrivato in cima e qualcuno con cui invecchiareripensando ai bei momenti passati insieme. L’amore è un valore che nessun uomo, donna obambino deve dimenticare. È quella fiamma eternamente accesa che dà senso alla vita. Certo, dopola mia 20° vittoria al campionato mondiale a Syrus dispiacque che mi ritirassi, ma era anchecontento nel vedermi felice con Elena, pensando al nostro futuro insieme. Grazie Syrus. GrazieElena.